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0.  Il nome ephedra

00. Presentazione

 

Ephedra

 Associazione culturale sammarinese

 

incontro prof. Ernesto Preziosi

 

Attività successive

18-CONVEGNO Agenda 21

17-INCONTRO 2° prof. Campanini

16-Urgente un codice etico per la politica

15-INCONTRO prof. Santolini

14-Comunicato udienza Ecc.ma Reggenza

13-Lettera-comunicato ai sottoscrittori del CODICE ETICO

12-INCONTRO prof. L. Prenna

11-Proposte per il programma del nuovo governo

10-Lettera aperta, sul CODICE ETICO, a PSD,AP e SU, nuova maggioranza politica

9-Lettera aperta al Presidente del PSD sul CODICE ETICO

8-Comunicato sulle elezioni politiche del 4 giugno 2006

7-Elenco sottoscrittori CODICE ETICO elezioni 4 giugno 2006

6-Proposta di un CODICE ETICO per elezioni 4 giugno 2006

5-Incontro-ASSEMBLEA Montecchio

4-INCONTRO sullo Stato di Diritto

3-INCONTRO prof. Monticone

2-INCONTRO prof. Campanini

1-INCONTRO prof. Preziosi

TEATRO TITANO 3 giugno 2005

 

 

INCONTRO DIBATTITO

 

“I cittadini di fronte al fallimento della politica:

il dovere di impegnarsi, il diritto di contare”

 

 

 

PRESENTAZIONE di Emanuele Guidi

 

Un caloroso benvenuto a tutti i presenti, grazie per aderito all’invito del Comitato Promotore per la costituzione dell’Associazione Ephedra.

Un ringraziamento particolare va naturalmente ai relatori che hanno accettato di aiutarci a sviluppare il tema che ci siamo proposti per questo incontro dibattito.

Per dovere di ospitalità inizio dal Dr. ERNESTO PREZIOSI, responsabile della comunicazione per l’Università Cattolica Sacro Cuore, impegnato in vari ambiti di servizio sociale e culturale, recentemente ha creato e sta coordinando il lavoro di una Associazione di amicizia politica “Argomenti 2000” che supporta e collega coloro che hanno scelto di dedicarsi all’impegno sociale e politico.

L’avv. RENZO BONELLI non avrebbe bisogno neppure di presentazioni, stimatissimo professionista ed autorevole esperto in campo normativo ed istituzionale.

La Presidente dell’Associazione Industriali Sammarinesi SIMONA MICHELOTTI, una delle poche donne imprenditrici nella nostra realtà che ha saputo emergere per competenza ed originalità.

Il Prof. VERTER CASALI noto studioso e divulgatore degli aspetti storici e culturali della nostra Repubblica.

 

Il tema:

“i cittadini di fronte al fallimento della politica: il dovere di impegnarsi, il diritto di contare”,

perché la scelta di un tema così forte?

Come riportato nel volantino di invito a questo incontro, da qualche mese come gruppo di cittadini ci stiamo incontrando per confrontarci e riflettere sull’attuale situazione politica e sociale.

Nulla di straordinario, ma cosa non propriamente facile e comune nella realtà sammarinese, dove mancano spazi, occasioni ed ambiti nei quali le persone possono ragionare in maniera libera e proficua su queste problematiche.

Più frequenti sono gli incontri occasionali, che spesso diventano occasione di sfogo, di scoramento ed espressione della rassegnazione di cittadini isolati e quasi impotenti di fronte ad una situazione che sta progressivamente degenerando.

Ecco noi non vi abbiamo chiamato qui per fare questo, San Marino in questo momento non crediamo abbia bisogno di persone che si piangano addosso, ma al contrario che con determinazione e lucidità sappiano affrontare e risolvere i problemi.

La lettura che è emersa dai nostri incontri è che il Paese sta attraversando un periodo molto delicato e difficile, dal quale può dipendere anche la sopravvivenza futura, infatti il sistema democratico sul quale sinora si è retto è entrato in crisi profonda per diversi motivi, che cerco di sentitazzare:

  • la complessità sociale che, con l’ingovernabilità dei processi sociali dovuto al moltiplicarsi dei centri di potere e di interessi, ha fatto perdere di vista alla politica il bene comune e sta portando alla progressiva destrutturazione della nostra società;

  • le presenza di poteri forti, che tendono a sostituirsi al potere politico o quanto meno a subordinarlo, condizionando le dinamiche democratiche e quasi annullando le libere decisioni dei cittadini;

  • il processo di globalizzazione, che sta segnando un progressivo declino della forma Stato-Nazione in quanto i processi sociali ed economici si sviluppano sempre più in senso trasversale e transnazionale, ciò è molto rischioso per una realtà piccola e fragile come San Marino che sta progressivamente perdendo la sua identità e specificità;

  • la caduta di un ethos collettivo, i politici e molti cittadini avendo perso il senso del bene comune fanno venire meno una delle condizioni indispensabili per poter definire delle regole condivise e rispettate da tutti, senza le quali non è possibile governare la convivenza civile e le relazioni istituzionali, sociali ed economiche;

  • la crisi dei partiti tradizionali, che hanno in larga parte perso la loro tradizione ideale, sociale e culturale, aggravata dalla inadeguatezza e scarsa credibilità dell’attuale classe politica, hanno contribuito a generare una democrazia populista, che si preoccupa di soddisfare gli egoismi dei cittadini in cambio del consenso e della delega a governare.

Quando uno Stato attraversa un periodo difficile dove anche alcune conquiste democratiche stanno entrando in crisi, pensiamo sia dovere dei cittadini farsi carico delle proprie responsabilità:

- in primo luogo richiamandosi all’etica ed all’impegno, affinché i valori di riferimento costituiscano la piattaforma democratica di ogni scelta civile;

- poi affermando il proprio diritto di contare, in un contesto dove proliferano dei processi che riducono l’accesso alla gestione del potere ad una piccola parte della cittadinanza.

Di fronte a questa situazione, di democrazia formale ma non sostanziale, il Comitato pensa sia necessario promuovere un cambiamento che nasca dal basso, favorendo il confronto tra soggettività diverse (associazioni di volontariato, movimenti, gruppi sociali, organismi politici periferici, ecc.) che mediante un franco ed onesto dialogo rintraccino, al di là delle diversità e dei sistemi etici, una convergenza attorno ad una comune piattaforma di valori.

L’associazione EPHEDRA può e deve divenire questo luogo di confronto dove, i cittadini per bene che hanno ancora a cuore il bene comune del Nostro Paese, possano impegnarsi e mettere a frutto ed al servizio della collettività le loro capacità umane e le risorse intellettuali.

L’idea portante è dunque quella di costituire un’associazione culturale e politica che sia pragmatica, efficace, propositiva e snella. Capace di far superare il senso di frustrazione, contrapposizione, egoismo, ignoranza e disgregazione che si sta respirando nella società sammarinese, ricreando uno spirito di “cenacolo” nel quale le persone pensanti possano ricercare i valori condivisi sui quali ricostituire la speranza di un futuro e ricostruire una convivenza civile e statuale degna di questo nome.

L’obiettivo di ridare una speranza ai cittadini per ridelineare il futuro di questa Repubblica non può fare a meno di rinvigorire la nostra identità, i valori, la storia, i personaggi e la cultura che si è stratificata nei secoli. Dobbiamo recuperare il senso della storia, della democrazia e della nostra appartenenza a questo Stato, quindi non a caso abbiamo scelto come nome dell’associazione “Ephedra”. Infatti è un piccolo arbusto che da circa due milioni di anni vive ed è radicato sul Monte Titano, le sue modeste dimensioni, unite alla particolarità e tenacità rappresentano bene alcuni elementi identificativi del popolo sammarinese.

Lo scopo dell’Associazione non è quello di abbattere e/o rottamare l’attuale sistema dei partiti, la cui funzione va anzi recuperata, perché tornino ad essere strumenti di partecipazione e di elaborazione di progetti per la vita della società, ricercando la collaborazione con le forze vitali di associazioni e movimenti.

EPHEDRA deve lavorare per realizzare una reale democrazia inclusiva, che favorisca la partecipazione attiva dei cittadini alla vita ed alle scelte del paese, ridistribuendo il potere secondo il principio della sussidiarietà.

Non mi voglio dilungare oltre sugli obiettivi dell’Associazione, che potete leggere in un manifesto in distribuzione e dietro il quale trovate anche un modulo da compilare e restituire se siete interessati a mantenere i contatti ed a partecipare alle prossime iniziative, ma voglio ricordare solo alcuni punti qualificanti:

  • favorire un radicale rinnovamento dell’attuale classe politica, incentivando la formazione e la responsabilizzazione di persone impegnate nel volontariato e nell’associazionismo culturale e sociale;

  •  contribuire al mutamento dell’attuale sistema politico, per porre fine alla degenerazione consociativa ed avviare un processo democratico che assicuri una corretta alternanza delle forze politiche alla guida del paese;

  • creare occasioni sistematiche di confronto e di studio oggettivo dei problemi, per individuare delle proposte e dei percorsi democratici che portino a scelte condivise e partecipate da parte della cittadinanza.

 

Il metodo della serata

La prima particolarità è che non si tratta di un incontro pubblico, ma ad inviti, pensato come elemento di novità che sia capace di creare un ambiente favorevole e di stimolare un confronto reale e produttivo. Essendoci scelti a vicenda l’unica preoccupazione deve essere quella di portare un contributo fattivo e non a “mettersi in mostra” come spesso succede in alcuni incontri pubblici.

L’intendimento di chi ha promosso l’incontro è quello di favorire la partecipazione attiva e propositiva degli invitati, quindi i relatori non svolgeranno delle vere e proprie relazioni, ma dei brevi contributi nei quali svilupperanno delle ipotesi di lettura sulle problematiche che serviranno ad indirizzare gli interventi del pubblico. Nel corso del dibattito poi i ruoli possono anche invertirsi, nel senso che possono essere i relatori a porre domande al pubblico per stimolare loro proposte.

Naturalmente non abbiamo la pretesa di dare risposte rispetto ad un tema così vasto, ma di iniziare a fare un’analisi oggettiva della situazione sociale e politica di San Marino, cercando di superare lo scetticismo e la rassegnazione, concentrandosi invece sugli aspetti che meritano di essere individuati e valorizzati per lavoraci sopra, organizzando altri incontri o seminari di lavoro, studiando insieme delle proposte sulle quali aprire un confronto con l’attuale quadro politico.

La serata si articolerà come da programma in una prima fase che prevede degli interventi introduttivi: uno di carattere generale sul tema in oggetto svolto dal Dr. Preziosi, ed altri tre più specifici sulla realtà sammarinese svolti dagli altri relatori.

Seguirà poi il dibattito con le modalità prima menzionate.

Infine ci sarà un momento conclusivo dove il Dr. Preziosi, “da esterno”, cercherà di raccogliere gli spunti emersi dal dibattito trasformandoli in ipotesi di lavoro ed in proposte in vista della costituzione dell’Associazione EPHEDRA.

 

 

ERNESTO PREZIOSI

Sempre lieto di poter ragionare insieme, tutti troppo dipendenti da una cultura televisiva che dà l’illusione di partecipare ai grandi dibattiti, in realtà i dibattiti veri sono solo quelli fra persona e persona, quando ci si guarda in faccia e cresce il senso di protagonismo. Siamo in un contesto in cui la gente fa fatica ad incontrarsi per parlare di politica. Quando lo fa, lo fa su piccoli problemi senza raggiungere una visione generale.

La visione generale è propriamente la visione politica.

In tre punti intendo dire: perché si sta perdendo di vista il bene comune?

È domanda legata al significato della politica. Che cos’è?

Senza rifarsi all’etimologia, è il modo in cui rispondiamo ai problemi della gente. La politica nasce per questo, nasce come risposta ai problemi delle persone in un quadro di concretezza e di contingenza.

La politica ha come punto di riferimento i bisogni. Le persone non vivono in astratto, ma su dei territori. Anche la riscoperta del territorio che si fa nella nostra epoca , l’importanza della salvezza, della salute ambientale, dell’ecosistema ci deve aiutare a capire che non esiste un ambiente senza persone. E non esistono persone senza territorio.

La politica è come si leggono i bisogni della gente in un territorio, ciò che serve per vivere o sopravvivere, per migliorare la qualità della vita. Sono cose diverse, ma sono le tre esigenze a cui la politica deve rispondere.

Proverò a dire perché a volte risponde anche alle esigenze di sopravvivenza, in un modo particolare che è proprio quello della politica.

Sui problemi della gente intervengono altri aspetti , quello della solidarietà per esempio, quello della carità per i credenti, per i filantropi la beneficenza in senso lato. Anche questi aspetti intervengono sui problemi della gente, soprattutto dei più bisognosi.

Ma la politica interviene in un modo diverso, perché è la lettura dei bisogni reali delle persone ed è la risposta organizzata a questi bisogni. In senso generale però, non particolare. La politica per definizione è il modo in cui noi partendo da un problema riconduciamo la soluzione non ad un intervento diretto su quella persona, su quella situazione, ma dando risposte indirette è in grado di creare un quadro stabile in prospettiva della soluzione di quel problema.

Ecco perché la politica è un po’ più difficile della carità.

Negli anni 80, ad esempio in Italia, ho visto svilupparsi con molta forza, ed ancora oggi esiste, un movimento ampio di volontariato che andava incontro a situazioni di devianza, di emarginazione e quant’altro, ma ho visto con più fatica la possibilità di ricondurre la risposta a questi bisogni, da una risposta solidale ad una risposta politica. E’ mancata un’azione politica che andasse a cercare le cause, che tagliasse alla radice l’origine di alcuni problemi, che desse stabilità ad un quadro di soluzione dei problemi.

“Perché si sta perdendo il senso del bene comune?” Io credo che la risposta sia: perché ci manca la capacità di cogliere la politica come risposta organizzata. Perché ci manca un’idea di solidarietà più ampia, la cosiddetta solidarietà politica. Perché ci manca l’idea di sussidiarietà, cioè la possibilità che a questi problemi venga data risposta in fasi diverse, ma in maniera integrata in un quadro che ha due caratteristiche: la prospettiva e la durata.

Perché dicevo che la politica risponde non solo ai problemi della vita, ma anche a quelli della sopravvivenza? Perché se guardiamo la nostra storia universale, la politica è più presente quando i problemi sono più acuti, cioè davvero a livello di sopravvivenza.

Il dopoguerra in Italia è stato un momento di grande fioritura della stagione politica, certo si trattava di ricostruire un meccanismo di partecipazione che era stato conculcato, inibito da un regime , ma non è stata solo questa la molla che ha fatto emergere il senso politico, quanto la necessità di una ricostruzione nazionale.

Sulla base di questa esigenza nasce una risposta politica, perché ciascuna matrice ha elaborato una risposta di solidarietà e di sussidiarietà che andava a rispondere ai problemi della gente.

La gente sentiva la politica, se non vicina, comunque possibile perché intercettava in maniera evidente i propri bisogni.

Uno dei motivi per cui oggi è più difficile avere chiaro questo senso comune, scusate la schematicità, è perché “stiamo troppo bene”. Non tutti stanno troppo bene, ma il benessere ha fatto calare il senso del bisogno, è un bisogno meno esteso più circoscritto e possiamo pensare che lo si possa risolvere con interventi marginali, chirurgici, affidati a questo o quel settore.

Ma la devianza giovanile non è un problema che riguarda un intervento sulla devianza, ma sulla condizione complessiva: il livello d’istruzione, la qualità dell’offerta formativa di un paese, la qualità della famiglia.

Ecco cosa vuol dire politica, riportare un problema alla generalità sapendo ricondurre la soluzione non ad un intervento assistenziale caritativo, ma ad un quadro complessivo di risposte.

Quindi il primo punto mi pare che sia questo.

Un secondo punto ci può aiutare a capire perché la politica non è capace di dare risposta ai bisogni veri delle persone e della società, spesso degenerando in forme diverse che sono un surrogato della politica. 

Che cosa è che animava la risposta politica? Quella giusta!  Ripensiamo al dopoguerra, alla ricostruzione. Che cosa animava le diverse risposte?

C’erano delle correnti di pensiero, delle correnti ideali, chiamiamole così in astratto, poco importa che alcune di queste correnti fossero animate da un fattore religioso ed altre dalle ideologie. Le religioni e le ideologie non sono la stessa cosa, ma le risposte politiche nascono come risposte a problemi generali, nascono da un contributo di pensiero, da una visione del mondo. Nascono da una risposta che è diversa, o sensibilmente diversa a secondo della visione del mondo che si ha, ecco perché la politica nel dopoguerra in Italia non ha avuto delle gravi degenerazioni ideologiche, anzi è stata sostenuta anche dalle ideologie.

Quel dibattito, quello scontro, quel confronto  fra  ideologie diverse , fra visioni ideali diverse ha dato linfa alla politica. Confrontarsi su risposte diverse anima il dibattito.

Perché dico che anche il fattore religioso è stato una risposta? Non so se posso dirlo, è stata un’esperienza anche personale dell’immagine di partecipazione politica che un credente ha. Se io dovessi dire da credente, da cristiano, qual è la molla che mi spinge all’impegno politico, non è un’ideologia e non è un pensiero filosofico. E’ la religione stessa, cioè riconoscersi figli di Dio, fratelli fra gli uomini. La dimensione della fraternità cristiana  è una molla di carità politica. La carità politica nasce per i credenti dall’essere fratelli.

Cioè una risposta diversissima da quella del paradiso terrestre: “sono forse responsabile io per mio fratello?” La risposta è sì. Sono io responsabile per mio fratello, per ogni fratello. Questo mi spinge ad una grande fraternità cristiana.

Una matrice ideologica diversa da questa di ispirazione religiosa, ad esempio è quella che si rifà al ceppo post-hegeliano del marxismo, del socialismo ecc. Essa ha avuto nella fraternità universale un collante che ha motivato alla partecipazione politica. Dietro tanti movimenti di liberazione c’è stato questo sentirsi fratelli universali. Non in nome di una religione, in nome di un’ideologia magari o di un pensiero filosofico.

Perché faccio questo riferimento, lo posso fare solo brevemente, ma per ribadire che la politica è stata sostenuta dal confronto di idee, di pensieri forti, direi delle ideologie. Per certi versi, oggi, la politica è in crisi perché siamo in un contesto di pensiero debole. Sono finite o sono in crisi le ideologie nella loro spinta propulsiva, per mancanza di linfa di alimentazione del pensiero, per fallimento dei modelli storici reali, che così come sono stati realizzati sono risultati contraddittori rispetto alle ispirazioni ideali di origine.

La politica vive la crisi di una società che è animata da un pensiero debole, come dicono i filosofi del nostro tempo. Da un pensiero che rinuncia a  risolvere i problemi generali, da un pensiero minimalista. In questo senso io credo che ci sia, accanto alla crisi delle ideologie, proprio anche quel fattore di difficoltà che il sociologo Bauman descrive come una “società liquida”. Cioè una società che difficilmente è identificabile, non risolve, non è fatta per grossi problemi. Fatichiamo a leggere i bisogni reali di oggi, perché sono confusi in mezzo a mille contorsioni esistenziali.

A me pare che dietro a questo ci sia un aspetto in positivo, per rimotivare la politica non dobbiamo tornare alle ideologie, ma dobbiamo trovare pensieri significativi. Qualcuno deve rielaborare un pensiero forte per la politica.

L’altra chiave di lettura attuale ed un po’ pragmatica della politica, per essere schematici, è quella che sta dietro questo pensiero: indipendentemente dalla coalizione che va al governo le cose da fare sono le stesse. La coalizione vincente ha copiato il nostro programma, anche se noi siamo all’opposizione.

C’è stata in una stagione recente del dibattito politico, nella quale è emersa un’idea di questo tipo: la politica è governare, è risolvere i problemi, oggi i problemi sono quelli, chiunque vada a governare e abbia in mano le redini del potere, non può che fare quelle cose che servono. Quindi uno vale l’altro, poco interessa, l’importante è che risolva questi problemi, deleghiamo in maniera pragmatica la soluzione dei problemi.

È un po’ l’immagine provocatoria leghista della prima ora, che diceva che per la politica vanno bene gli amministratori di condominio. Cioè quelli che per la luce da cambiare si mettono lì e trovano il tecnico e risolvono il problema. Una politica affidata sempre meno ad un pensiero forte, sempre meno ad una idealità, ma piuttosto ad una capacità tecnica di risolvere i problemi.

Dove cozza questo pensiero? Va a sbattere contro un elemento fondamentale. Per risolvere dei problemi ci vogliono delle risorse. Le risorse sono limitate e, per scegliere quali risorse usare per risolvere i problemi, dobbiamo fare quelle che si chiamavano delle scelte politiche.

Il comune del litorale deve scegliere se investire in arredo urbano per il turismo o urbanizzare il quartiere di case popolari. Potrebbe fare tutte e due , ma glielo impedisce la limitatezza delle risorse di bilancio.

Per semplificare in maniera rapida, in base a che cosa si fanno oggi delle scelte, non essendoci più un pensiero ed un collante ideologico che in passato portava a forme evidenti di contrapposizione? La politica per elaborare una scelta diversa a cosa può ispirarsi?

Per stare nei tempi, c’è un terzo fattore che io ritengo interessante, anche un po’ provocatorio per discuterne insieme. Quale fattore impedisce oggi l’accesso ai processi decisionali della maggioranza dei cittadini? Cosa inibisce oggi la partecipazione? Chi partecipa, perché dovrebbe farlo?

 In un contesto post ideologico, post ideale, post religioso per certi versi, movimenta di più il settore politico della partecipazione diretta (e non mi riferisco alla partecipazione in quanto voto, quanto piuttosto alla partecipazione quale servizio politico, cioè mettersi dentro la politica per fare qualcosa, per sporcarsi le mani, per stare dentro), la molla che parte da un interesse particolare. Questo capita tante volte, uno si sensibilizza ad un problema, lo vive e trova una strada che attraverso un percorso di coinvolgimento e di partecipazione politica può consentirgli di risolvere il problema suo o del suo gruppo, della sua aggregazione.

Quindi ci si muove sulla base di un interesse particolare che può motivare un intervento, un po’ meno da un interesse generale. Questo, diciamo così, non è il male in sé, in quanto potrebbe essere una genesi che porta per passaggi successivi dal particolare al generale, non tutti nascono generalisti con una visione d’insieme, non tutti sono filosofi speculativi.

Molti sono persone pratiche che vivono i problemi di ogni giorno. Non sarebbe male anche questo punto di partenza. Però questo che cosa chiede? Un passaggio interessante, richiede in qualche modo un bagaglio di competenze.

Per leggere i bisogni bisogna studiare, non si discernono per folgorazione o leggendo la cronaca locale, quello potrebbe essere un incipit, un inizio, ma poi qualcuno deve mettersi lì , deve faticare.

Un aspetto che tante volte ci sfugge è che la politica è studio. Ho trovato tante persone serie che diventando deputato, o consigliere comunale, mi hanno detto “accidenti devo studiare”.

Perché siccome per risolvere quei problemi, devi passare per una serie di procedure, che non puoi banalizzare unicamente come burocrazia, quindi devi conoscere leggi e regolamenti che fanno parte semplicemente delle regole del gioco, senza delle quali saresti un velleitario a voler risolvere i problemi. Potresti procedere solo per strappi, o con azioni violente.

Quindi la democrazia partecipativa richiede conoscenza delle regole, dei problemi, delle modalità partecipative.

E’ uno dei motivi per cui la gente non si appassiona più di tanto alla politica, perché comporta fatica.

L’immagine liquidatoria del politico perditempo può essere di un uomo che non ha un mestiere, non ha niente da fare, può essere ed è vera in tanti casi, ma attenzione a non fare della degenerazione, della caricatura quella che è la normalità di una vita.

Il politico non dovrebbe essere colui che perde tempo, che non ha nulla da fare, anzi dovrebbe essere uno che avendo competenza , un buon professionista che avendo messo a fine e a profitto le sue competenze per la sua attività particolare, ad un certo punto mette questa competenza al servizio di una finalità più generale.

Questo sarebbe un punto di partenza importante. E chi non ha fatto tutto questo percorso perché è giovane deve avere la buona volontà di dire “prima devo imparare”, perché devo essere capace di dialogare con le persone che non posso liquidare come gente di malaffare, ma devo essere in grado di trovare i modi di rapportarmi e di individuare le strategie di intervento.

Questo lo metto fra le potenzialità, ma anche fra le difficoltà della partecipazione, perché è evidente che faticare non è sempre la cosa più interessante che tutti cercano di fare.

L’altro aspetto di questa fatica fa parte un lavoro che non è solo quello di studio dei problemi, ma è elaborazione delle soluzioni, elaborazione progettuale.

Che cosa manca alla politica di oggi?  La caricatura mass-mediale del “Porta a Porta” serale, che in apparenza ci dà l’immagine di affrontare un problema , senza mai risolverlo, mai arriva a sintesi, ci fa comprendere che tutto è ridotto a trasposizione spettacolare dei problemi. Ogni cosa fa spettacolo secondo una data legge comunicativa. Ma non c’è mai un punto in cui le posizioni diverse arrivano a sintesi e producono una via percorribile.

Invece nella spettacolarizzazione della politica scaturita dalla degenerazione leaderistica, che ha soffocato ogni forma di partecipazione, accade esattamente l’opposto, perché banalmente la soluzione di tutti i problemi è rimessa nelle mani di una o due persone.

I problemi attuali sono complessi ed hanno bisogno di una soluzione molto più articolata .

Questo è un altro aspetto di degenerazione, che in questo momento alimenta, per la paura che la complessità globale e l’apertura che i problemi di questa epoca comporta, le paure e i localismi individualistici, che non sono soluzioni politiche, ma sono sempre delle problematiche particolari che si legano a quelle generali.

Non possiamo uscirne da soli. Guardate cosa sta succedendo in queste ore, al di là di ciò che ciascuno pensa sul processo di integrazione europea. I parlamenti sono investiti di una scelta che riguarda la ratifica dei trattati fatti, ecc. Quindi legittimamente hanno operato una scelta, ed i referendum dovrebbero suggellarne la conferma popolare.

La distanza fra le scelte politiche e la bocciatura popolare per ora può apparire irrilevante, perché i trattati sono già ratificati da un parlamento che era autorizzato a farlo. Quindi si dovrà andare avanti a colpi di referendum successivi, col risultato di uno scoramento ulteriore della gente, perché il suo parere non conta e per il fatto che non capirà più di tanto, essendo disinformata.

Questo per dire come anche la globalizzazione produca effetti stranissimi.

Pensiamo al cattolicesimo, che è sempre stato universalista, ed alle sacche di tradizionalismo identitario che rinascono sventolando la bandiera delle radici cristiane, ma in maniera impropria, perché le radici cristiane non sono segregazioniste o localiste. Sono universaliste. Quindi c’è anche una profonda confusione dei valori  che animano le scelte e le soluzioni.

Ora mi pare, concludendo questo tentativo un po’ provocatorio, che le due cose che mancano per una vera partecipazione sono: un pensiero alto di elaborazione politica, che superi, che sia il futuro di quello che non possono più rappresentare le ideologie, i fondamentalismi religiosi in una concezione laica degli stati.

La concezione laica della politica deve riguardare non solo il cattolicesimo, ma anche il fondamentalismo di matrice mussulmana, così presente come matrice culturale in questi anni.

Noi abbiamo la necessità di uno stato laico. Gli stati laici devono affrontare il nodo della politica con un pensiero politico alto, che possa fare sintesi di persone, di etnie , di culture , di provenienze culturali diverse.

E’ un tentativo in atto che comporta anche fusioni, spostamenti degli assi partitici, che registrano grandi trasformazioni nella ricerca di un pensiero alto che motivi e sostenga le scelte della politica.

L’altra cosa che serve è una classe dirigente credibile.

Questo è l’altro aspetto che manca tantissimo, non una classe dirigente solo competente , capace di essere gratuita, di porsi al servizio del cittadino, ma una classe dirigente complessivamente credibile alla quale poter fare riferimento.

La mancanza di credibilità uccide la politica, bastano una o due stagioni e ci vogliono decenni per costruire un circuito virtuoso di fiducia vera e non di delega, di dialogo corretto con la classe politica dirigente.

Che il livello si sia abbassato è un dato di fatto, però bisognerebbe capire il perché. Da un lato potrebbero esserci dei motivi formativi, a cui mi riferivo prima, dietro questo scadimento della classe dirigente. Ma l’altro grande motivo è da ricercarsi nella degenerazione della politica.

Una classe dirigente raccogliticcia, autoreferenziale, portata a promuovere legislazioni nell’interesse personale o di gruppo, pronta allo spettacolo ed all’intervista, ma poco preparata ad elaborare progetti, incapace di presentare programmi con soluzioni stabili e durature.

Tutto questo ha impoverito la politica ed innescato una spirale che in qualche modo è pericolosa.

Qual’è il problema vero per l’occidente?

In passato l’occidente è stato luogo della crescita delle democrazie con uno sviluppo non indifferente di pensiero politico, di soluzioni politiche, con la crescita qualitativa di una classe dirigente che ha saputo conseguire obiettivi di convivenza pacifica fra i popoli a livello di governance internazionale.

 Oggi il rischio è che, di fronte a questa realtà globale, troviamo paesi in via di sviluppo che dopo dittature durate trenta-quaranta-cinquanta anni si aprono alla democrazia con fiducia e con fatica, e paesi di lunga tradizione democratica dove si contraggono invece i confini della democrazia.

I nuovi obiettivi di efficientismo, quasi aziendalistico, come si potesse ridurre la politica ad un’azienda, portano a semplificare la partecipazione politica in una deriva che contrae lo spazio democratico del confronto.

Oggi forse non rischiamo dittature, come le abbiamo conosciute nella storia passata con camice di un determinato colore, ma derive tecnocratiche le rischiamo.

Questo è uno dei punti su cui la politica ed il sistema democratico devono riflettere.

 

 

N.B.:

Seguono altri interventi ancora da sbobinare.