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Relinquo vos liberos ab utroque homine: la sovranità della Repubblica di San Marino viene dal Santo MarinoRelinquo vos liberos ab utroque homine è scritto in tutta evidenza sul libro che il Santo tiene in mano al centro della parete principale della Sala del Consiglio, come sintesi del testamento da cui ha origine la comunità sammarinese. Detta sintesi è stata pubblicata per la prima volta nel 1717. In un periodo della storia caratterizzato da un continuo stato di guerra fra i regnanti europei che hanno eletto l’Italia a campo di battaglia permanente. Borboni ed Asburgo mirano ad ingrandire i loro domini insediandosi direttamente o attraverso rami cadetti negli Stati in cui sia venuta meno la dinastia locale. Gli Asburgo, titolari della corona imperiale, si arrogano i diritti che una volta erano propri degli imperatori dell’epoca medioevale. Rivendicano la sovranità su tutti i feudi con investitura imperiale ovunque siano finiti a seguito delle successive vicende della storia e si arrogano il diritto di disporne a piacimento in caso di estinzione della famiglia feudataria. Solo i papi tentano in Italia di opporsi con una certa fermezza agli Asburgo. Nello Stato della Chiesa sopravvivono una miriade di feudi, alcuni dei quali hanno alla base un diploma di investitura imperiale, altri papale, altri ancora - i più? - double face. I papi, di quando in quando - e non su tutti i feudi - hanno fatto dei controlli: ma limitatamente alla legittimità del diploma di investitura. Senza, in pratica, discriminare troppo fra investitura papale o imperiale. Ora la situazione si fa pericolosa. Lo Stato della Chiesa potrebbe letteralmente andare in frantumi. Fiutato il vento della storia, potrebbero rivolgersi a Vienna non solo i feudi imperiali o presunti tali, ma anche quelli di incerta origine o quelli che non sono mai riusciti a dare un fondamento giuridico al loro status o qualunque luogo che, mettendosi dalla parte del più forte, volesse cogliere l’occasione per tentare di acquistare una qualche forma di autonomia. Per chi guarda le cose dall’interno dello Stato della Chiesa, governato dal papa, sembra davvero di essere riprecipitati nel Medioevo: ogni luogo torna ad essere conteso fra imperatore e papa. Con una differenza però: adesso all’attacco c’è l’imperatore. Canossa si è rovesciata. Non è più il papa a mettere in difficoltà l’imperatore sciogliendo i feudatari di questi dal giuramento di fedeltà, ma è l’imperatore che sconvolge l’ordine costituito nella fragile penisola italiana e nel dominio stesso del papa, imponendo ai feudatari di ritornare all'antica soggezione prevista nei diplomi di investitura originari. Nel 1708 gli Asburgo si prendono Comacchio, a scapito dello Stato della Chiesa, contro le proteste del papa, Clemente XI, che tenta di opporsi, invano, anche con un esercito racimolato nei suoi domini con un enorme sforzo finanziario. La Santa Sede nel 1548 aveva acquisito al dominio diretto, per devoluzione, il ducato di Ferrara, appena estintasi la famiglia d’Este, che lo governava su investitura papale. E, nell’occasione, aveva acquisito pure Comacchio, luogo interno a quel ducato. Secondo Vienna, Comacchio sarebbe dovuto restare fuori perché a governarlo era sì la stessa famiglia d’Este, ma in base a una investitura imperiale ricevuta assai prima di quella, papale, relativa al ducato. ***
Il caso Comacchio potrebbe ripetersi pari pari, ancora a scapito dello Stato della Chiesa, nel Montefeltro. Più volte, nel Medioevo, papi e imperatori hanno scelto di rincorrersi lungo le sue valli. La Santa Sede, nel 1631, ha acquisito al dominio diretto il ducato d’Urbino a seguito dell’estinzione della famiglia dei Della Rovere (succeduta ai Montefeltro) che lo governava su investitura papale. Dentro il ducato d’Urbino, fin dalla sua origine, c’era il Montefeltro. I Della Rovere, succedendo ai Montefeltro, avevano ereditato da questi un doppio titolo: duchi di Urbino su investitura papale e conti di Montefeltro su investitura imperiale. Ora l’impero, come già nel caso di Comacchio, potrebbe rivendicare la sovranità sul Montefeltro, in quanto, in origine, feudo imperiale. Il luogo più noto del Montefeltro è San Leo, la fortezza nella quale l’imperatore Ottone I strinse d’assedio nel 963 re Berengario. Più in alto, verso l’Appennino, Carpegna, in mano da sempre alla famiglia dei Carpegna. Il conte Francesco Maria Carpegna,quando appaiono i primi proclami degli Asburgo, iscrive il suo feudo (quello di Carpegna-Castellaccia) fra i feudi imperiali. Benché Carpegna sia ormai chiaramente, indubitabilmente un luogo interno allo Stato della Chiesa. Benché lo zio del conte Carpegna sia un cardinale: Gaspare Carpegna. E benché questo Cardinale ricopra la carica di vicario del papa, cioè sia l’alter ego di quello stesso Innocenzo XII che sta tentando di parare con ogni mezzo le ingerenze degli Asburgo nello Stato della Chiesa. *** San Marino? La Repubblica di San Marino è un luogo interno allo Stato della Chiesa, una terra che si autoamministra come i feudi. Il suo status, secondo i sammarinesi, è un’eredità del Santo Marino, da essi invocato come autore e protettore della loro libertà. I papi, di fatto, hanno sempre tollerato ed accettato che i sammarinesi si autoamministrassero in piena autonomia, non mancando di quando in quando di mostrare la loro benevolenza con la concessione di nuovi privilegi. Singolare ad esempio la generosità di papa Clemente XI, il quale esonera nel 1708 San Marino dal pagamento della cosiddetta Tassa del Milione, introdotta per finanziare l’arruolamento di un esercito per difendere Comacchio invaso dagli Asburgo. San Marino è l’unico luogo all’interno dello Stato della Chiesa a godere di questa esenzione. Pure gli Asburgo rispetteranno San Marino? Se gli Asburgo decidessero di sottrarre allo Stato della Chiesa il Montefeltro, così come hanno fatto per Comacchio, il destino di San Marino sarebbe irrimediabilmente segnato. Difficilmente, infatti, San Marino potrebbe riuscire a non seguire la sorte di tutti gli altri luoghi del Montefeltro. E sarebbe una fine definitiva. Infatti, anche se il Montefeltro venisse in seguito restituito ai papi, certamente i papi ne avrebbero poi approfittato o per estinguere la Repubblica o almeno ridurne il livello di autonomia. Gli Asburgo, indipendentemente dalla acquisizione del Montefeltro, potrebbero arrivare a mettere le mani sulla Repubblica di San Marino attraverso Carpegna. La famiglia Carpegna, titolare di una investitura imperiale, dalla fine del Cinquecento va esibendo, come prova materiale di tale investitura, una pergamena a firma dell’imperatore Ottone I in cui sono elencati i luoghi oggetto, appunto, della investitura. Ebbene nell’elenco figurano anche Fiorentino, Pennarossa e Casole, che appartengono sicuramente alla Repubblica. Anche se il diploma ottoniano è notoriamente falso, dice un sammarinese del Settecento, insomma Apocrifo, … una Cartaccia fatta da un Impostore, non ci si può illudere che gli imperiali non lo vogliano applicare, potendo affiancargli un altro diploma, il Diploma della forza. Tutti i luoghi che figurano nel diploma di investitura dei Carpegna, più altri ad libitum, potrebbero essere incamerati dagli Asburgo, nel caso che i Carpegna si estinguessero. A rendere temibilmente concreta la minaccia degli Asburgo in zona è la ferma determinazione con cui gli Asburgo mirano ad impossessarsi del Granducato di Toscana, appena si intravede la fine della famiglia dei Medici. Una volta installatisi in Toscana, è prevedibile che essi poseranno gli occhi sulle zone contigue. A cominciare dal Montefeltro, rivendicato non poche volte come feudo imperiale. Ad aggravare ulteriormente la situazione ci si mettono anche i Carpegna che proprio in contemporanea coi Medici di Firenze, pure essi faticano a procreare figli maschi. La Repubblica di San Marino si sente ormai direttamente minacciata dall’espansionismo asburgico.
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Nel 1714 muore il card. Gaspare Carpegna, vicario, consecutivamente, di ben cinque papi. Con lui termina il ciclo dei Carpegna nella curia romana cominciato all’indomani della caduta del ducato d’Urbino, nel 1631, e termina pure il loro incontrastato potere nel Montefeltro esercitato senza remore in ambito sia religioso che politico. E con lui viene a mancare alla Repubblica di San Marino la protezione di fronte ai papi della famiglia Carpegna. Protezione di cui aveva cominciato ad usufruire dopo il 1631, come in precedenza aveva usufruito di quella dei Della Rovere e ancor prima di quella dei Montefeltro. Dagli inizi del Duecento la Repubblica ha sempre avuto un protettore in zona e soprattutto di fronte a Roma. Ora non più. Ora si trova all’improvviso scoperta sia in zona che di fronte a Roma. Il vuoto di potere che si viene a creare nel Montefeltro a seguito della decadenza della famiglia Carpegna non viene occupato da un’altra famiglia dominante, ma da un gruppo di uomini che avevano già un ruolo di prestigio e istituzionale: il capitolo dei canonici di Pennabilli. Uomini colti, abituati a lavorare assieme per una causa, quella di Pennabilli contro San Leo per la questione della sede vescovile che si trascina dal 1580. Uomini ben addentro negli ambienti romani e con qualche selezionata amicizia anche in corti estere. I canonici pennesi hanno il dente avvelenato coi sammarinesi. Dagli inizi del Settecento. Non appena lasciò la diocesi del Montefeltro, per trasferirsi a Camerino, il vescovo sammarinese Bernardino Belluzzi. Questi aveva introdotto nella diocesi del Montefeltro delle innovazioni nel pagamento dei tributi a favore degli ecclesiastici sammarinesi (e dell’autonomia della Repubblica) a scapito del restante clero della diocesi. Nacque un litigio, fra Pennabilli e San Marino, che andò poi allargandosi e traducendosi in una serie di conflitti giurisdizionali aventi per oggetto, fra l’altro, la complessa materia delle immunità ecclesiastiche. I canonici pennesi non si limitano ad allarmare Roma circa l’aria di indipendenza che spira sul Titano, ma la spronano ad intervenire ed a intervenire con determinazione ed urgenza per affermare indiscutibilmente la sovranità della Santa Sede sul luogo, prima che lo facciano gli Asburgo. Si legge in un foglio dell’epoca: la recuperazione di questo Feudo (cioè di San Marino) è facilissima, perché alla comparsa improvvisa di non molte soldatesche Pontificie bisogna, che li Sammarinesi si sottomettino, e s’arrendino, per non aver forze da resistere. ***La Repubblica di San Marino viene a trovarsi in una situazione difficile. Ha necessità di difendersi per la prima volta, dopo i secoli del Medioevo, dal fronte imperiale in procinto di ritornare con le sue aquile nella Valle del Marecchia. Al contempo, su istigazione dei canonici pennesi, potrebbe essere attaccata dalla Roma papale, di fronte alla quale per la prima volta dopo secoli si presenta scoperta, essendo venuto a meno anche l’ultimo suo protettore, la famiglia Carpegna. Come farvi fronte? Nel 1717 esce a Venezia il secondo volume di una nuova edizione di un libro di grandissima diffusione, l’Italia Sacra. L’opera passa in rassegna le varie diocesi. Trattando della diocesi del Montefeltro, nel pezzo dedicato alla Repubblica di San Marino, si accenna alla vita e agli atti del Santo Marino. Detto Santo in punto di morte si è rivolto ai suoi seguaci con queste parole: Filii, relinquo vos liberos utroque homine. Come dire che la Repubblica di San Marino deve il suo status al suo Santo. Solo al suo Santo. Perciò né imperatore né papa hanno motivo per vantare una sovranità sul Titano, perché lo status del luogo non si deve a una concessione né dell’uno né dell’altro.
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Con il Relinquo vos liberos utroque homine, dunque, si sostiene che San Marino è un luogo libero. Ed è libero non per concessione del papa o dell’imperatore, ma per l’eredità ricevuta dal Santo Marino. Il testamento del Santo è, per la comunità del Titano, il fondamento storico-giuridico del suo status. L’equivalente di un diploma di investitura per un feudo, rilasciato o da un papa o da un imperatore. Da parte imperiale nessuna reazione. Reagisce invece il fronte papale. Ma non Roma, bensì i paladini di Roma del Montefeltro, cioè i canonici pennesi. Questi affidano l’incarico a Padre Giovan Battista Contareni. Per Contareni il testamento del Santo Marino pubblicato su Italia Sacra costituisce un tentativo - ridicolo, e comunque nullo sul piano storico-giuridico - di scavalcare papi e imperatori, facendo discendere l’investitura direttamente dal Cielo, cioè da dove proviene la stessa facoltà dei papi e degli imperatori di rilasciare investiture. Un misero, banale, furfantesco escamotage per supplire alla mancanza di documenti che legittimino lo status di cui la comunità del Titano gode. .Ai canonici pennesi si associano in questa circostanza gli eruditi di San Leo. Il loro rappresentante più autorevole, Giambattista Marini, si dice, su questo, in accordo col Contareni. I giudizi, sferzanti, di Contareni e di Marini sul motto saranno pubblicati rispettivamente nel 1753 e nel 1758, cioè dopo oltre una trentina d’anni da quel 1717, in cui il motto venne alla luce. Ebbene i due eruditi irridono l’anonimo autore del motto per il grossolano errore storico in cui, a loro dire, è incorso. Ma continuano ad ignorare o fingono di ignorare la valenza politica del motto. Valenza politica che ha cominciato ad esplicarsi già nella prima parte del Settecento e proprio nel Montefeltro. Come dire sotto il loro naso. La storia del Montefeltro, nella prima parte del Settecento, ha prodotto tanti e tali avvenimenti quali non si verificavano più dai primi decenni del Cinquecento quando i fiorentini dai monti ed i veneziani dal mare avevano preso a contendersi la vallata del Marecchia divenuta il “bilìco d’Italia” dopo la fine dei Malatesta. Nel 1731 il papato aveva mandato il card. Carlo Maria Marini, legato di Romagna, a prendere possesso del feudo di Scavolino-Gattara, a seguito dell’estinzione di quel ramo della famiglia Carpegna. Proteste dell’impero e marcia indietro del papato. Nel 1737 l’impero aveva preso la Toscana. Nel 1738 l’impero aveva fatto occupare da truppe tosco-imperiali non solo il feudo di Scavolino-Gattara, ma anche quello di Carpegna-Castellaccia dove il conte invece c’era ancora ed era vivo e vegeto. Nel 1739 il papato aveva spedito sul Titano il card. Giulio Alberoni, legato di Romagna, l’uomo politico più abile di cui potesse disporre, per procedere alla soppressione dell’autonomia sammarinese, anticipando una supposta mossa dell’impero. Nel 1741 l’impero aveva fatto ritirare le truppe tosco-imperiali dai feudi di Carpegna, a seguito di un accordo col papato. Nel giugno del 1749 l’impero di nuovo aveva occupato entrambi i feudi di Carpegna per l’estinzione del ramo dei conti di Carpegna-Castellaccia e nell’occasione aveva inviato una intimazione anche alla Repubblica di San Marino, perché venissero rilasciati i castelli di Montegiardino, Serravalle e Fiorentino, antichi possessi dei Carpegna, sulla base del diploma di Ottone I rilasciato ai Carpegna nel 962. San Marino aveva reagito cavando dal suo Archivio un documento, il Placito Feretrano, da cui risultava che i luoghi contestati (in particolare Fiorentino, Pennarossa e Casole) appartenevano alla comunità del Titano già nell’885 ad iure sancti Marini, cioè prima di quel 962, quando Ottone I aveva rilasciato il famoso diploma di investitura ai Carpegna. In pratica il Placito Feretrano aveva assunto la funzione di prova documentaria della base storico-giuridica del Relinquo vos. . ***
Il relinquo vos dunque viene alla luce nella prima metà del Settecento in un periodo di grande conflittualità fra papa ed imperatore, per difendersi e dall’uno e dall’altro, per prendere le distanze e dall’uno e dall’altro. Continuerà però ad essere diffuso dai sammarinesi come base del loro diritto alla piena autonomia anche nella seconda metà del Settecento quando quel conflitto ormai si è esaurito, ed i pericoli per l’autonomia sammarinese tornano a venire da una parte sola, quella papale. Diventa il manifesto politico con cui rivendicare la indipendenza nei confronti dello Stato della Chiesa di cui la Repubblica è enclave. Assunta ormai la valenza politica di una rivendicazione di piena indipendenza, il motto continua ad essere diffuso dai sammarinesi anche quando la Repubblica finisce enclave dello Stato italiano nato dal Risorgimento. A consacrarlo solennemente e definitivamente in questo ruolo è Giosuè Carducci, il Vate del Risorgimento, col suo discorso tenuto sul Titano nel 1894, in occasione dell’inaugurazione del nuovo Palazzo Pubblico. Lo pronuncia, quel discorso, Carducci, nella sala del Consiglio sotto lo sguardo di un Santo Marino che giganteggia al centro di un quadro che occupa una intera parete - la sala sembra una chiesa! - con in mano un libro aperto ove si legge appunto il motto: Filii, relinquo vos liberos ab utroque homine. L’uso del motto come rivendicazione del diritto della Repubblica alla piena indipendenza continuerà - incredibilmente! - anche dopo. Anche nel Novecento. Ad esempio durante il ventennio fascista, quando par venire alla Repubblica un qualche pericolo dagli ambienti nazionalistici delle zone viciniori, il leader del fascismo sammarinese, Giuliano Gozi, afferma pubblicamente e scrive e riscrive: San Marino ha il … sacrosanto diritto … a essere libero ab utroque homine
. Facendo eco, in questo, al suo avversario politico, il socialista Pietro Franciosi, che parla correntemente, anche nel Diario, di una Repubblica del fondatore operaio che volle lasciarla libera ab utroque homine .
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