Storia della Repubblica di San MarinoTratta dalla videocassetta Nemini teneri, cioè non dipendere da nessuno © Copyright by V.E. Pizzulin & M. Cecchetti |
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La gente si protegge dalle soldataglie, dagli sbandati, dai delinquenti, cingendo con semplici muri di pietre appena sgrossate i cucuzzoli dei monti, lungo la Valle del fiume Marecchia.
Con quei muri sorge pure la voglia di continuare a fare da
sé, di non dipendere da altri, di non pagare a chicchessia tributi.
Maiolo, Talamello... ogni cucuzzolo per sé, ognuno col suo colore. Di quei muri, quasi subito, si appropriano i signori. Non sul Titano. Qui, il fortilizio, la Guaita, non è mai di un signore. Qui ci si alterna nella guida della comunità: con lo scrupolo e la regolarità di un impegno religioso, assunto davanti a tutti, nel sacello del Santo. Sul Titano la comunità cresce. Il sacello diventa pieve, la chiesa principale della parrocchia: centro di aggregazione per i piccoli abitati di campagna che hanno appena una cappella e qualche casa in muratura. Dalla Guaita viene a tutti la sicurezza, dalla pieve il conforto della religione. E, congiuntamente, gli antichi convincimenti, eredità di Marino.
Quei convincimenti, in un
paio di secoli, cementano la intera parrocchia in una sola comunità e la saldano
alla roccia.
In un atto notarile del 1243,
compaiono, assieme al vescovo, i rappresentanti della comunità:
Filippo da Sterpeto e Oddone di Scarito: Consules, oggi, Capitani Reggenti. La comunità si è data delle regole: gli statuti; una organizzazione: il comune. Ma è: sotto i vincoli feudali del vescovo di San Leo. |
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4 Consules 1243 |
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