domenica 7 dicembre 2014 20:41

Corriere della Sera, Mafia Capitale: La mazzetta per i bus diventa una costola della maxi-inchiesta

Corriere della Sera, Mafia Capitale: La mazzetta per i bus diventa una costola della maxi-inchiesta

Corriere della Sera:

Mafia capitale, Diotallevi e De Carlo referenti di Cosa nostra. Per portare i soldi in Svizzera prezzo del 4% 

La mazzetta per i bus diventa una costola della maxi-inchiesta. Giudice del Tar Lazio: "Scenario disgustoso". L'ex della Magliana: "Sono boss dei boss"

 Il boss Ernesto Diotallevi e Giovanni De Carlo sono ritenuti referenti di Cosa Nostra nella capitale e per questo sono indagati dalla procura di Roma per associazione a delinquere di stampo mafioso nell’ambito dell’inchiesta Mafia Capitale. Riscontri sul ruolo di Diotallevi e di De Carlo emergono anche da un’intercettazione del 2012. - La circostanza emerge in un decreto di autorizzazione di intercettazioni telefoniche nel quale Diotallevi, in passato accusato, ma poi assolto, di aver fatto parte della Banda della Magliana, viene indicato come appartenente a Cosa Nostra dal collaboratore Salvatore Cancemi che «riferisce anche in merito ai suoi rapporti con Pippo Calò». Degli stessi rapporti – si legge nella richiesta della procura nell’ambito dell’inchiesta Mafia Capitale- riferisce anche Francesco Marino Mannoia. - Riscontri, per la procura, sul ruolo di Diotallevi e di De Carlo emergono anche da un’intercettazione ambientale del 2012 in cui il primo, parlando con il figlio Leonardo, si definisce come l’attuale boss di ‘Cosa Nostrà su Roma. «Leonardo: ma chi è oggi il super boss dei boss… quello che conta più di tutti? – dice nella conversazione captata – Ernesto: teoricamente sò io…teoricamente». Nel corso della conversazione, ed in una successiva del 22 novembre 2012, i due parlano – si legge nel decreto – anche del «ruolo di tale Giovanni, indicato come colui che ‘materialmente contà».
- «C’erano due figure al soldo e permanentemente ingaggiati dai servizi segreti: Carmine Fasciani e Massimo Carminati e questa era una situazione che sapevano in tanti». Queste le parole di Gaetano Pascale, ex poliziotto della squadra mobile di Roma che, ai microfoni di Sky Tg24, intervistato assieme a un altro ex poliziotto, Piero Fierro, è tornato a parlare dell’inchiesta Mafia Capitale, di cui entrambi hanno già dichiarato di essere a conoscenza dal 2003. Come rivela il servizio dell’emittente, dei contatti tra Carminati e i servizi segreti si parla nell’ordinanza firmata dal Gip, Flavia Costantini su richiesta dei pm Giuseppe Cascini, Paolo Ielo e Luca Testaroli dove a pagina 2 c’è scritto: «Massimo Carminati mantiene rapporti con gli esponenti delle altre organizzazioni criminali operanti su Roma nonchè con esponenti del mondo politico, istituzionale, finanziario con appartenenti alle forze dell’ordine e ai servizi segreti». «Sul territorio c’era la presenza costante di rappresentanti, di uomini dei servizi segreti – ha proseguito Pascale – che gestivano, o meglio consentivano a questi figuri di lavorare in maniera indisturbata pur di dare in cambio determinate informazioni. Questo era il sistema».
C’è una costola della vicenda mazzetta da 600 mila euro versata da Breda Menarinibus (Finmeccanica) per l’aggiudicazione dell’appalto per la fornitura di 45 filobus bus al Comune di Roma destinati al cosiddetto Corridoio Laurentino che è finita nell’inchiesta su Mafia Capitale. Quella della presunta destinazione di una parte della tangente ad un esponente politico nazionale e sulla quale sono in corso accertamenti da parte della procura romana. - Il «buco nero», quello relativo al coinvolgimento di un deputato, costituisce uno dei filoni dell’inchiesta sul gruppo capeggiato da Massimo Carminati anche se, per il momento, senza indagati. La mazzetta da 600 mila euro aveva messo nei guai tempo fa Riccardo Mancini, uno dei fedelissimi di Gianni Alemanno, ed il presunto coinvolgimento di un deputato è emerso, come riportato oggi da un quotidiano, in una intercettazione in cui Salvatore Buzzi afferma: «I soldi non li ha presi Mancini, l’ha dati ad un deputato, noi sappiamo a chi l’ha dati. Lo sa tutta Roma». Quel nome, se fosse vera la circostanza rivelata da Buzzi, non compare in nessuna intercettazione nè, tantomeno, in appunti o documenti. Dunque non è un caso che tutti gli atti dell’ inchiesta sui bus, già definita con rinvii a giudizio e due processi che si terranno all’inizio dell’anno prossimo, siano finiti proprio nel calderone dell’indagine su Mafia Capitale. Per la tangente della Breda Menarinibus sono stati recentemente rinviati a giudizio Mancini, il commercialista Marco Iannilli e i dirigenti dell’azienda di costruzione Luca D’Aquila e Giuseppe Comes. Secondo l’accusa 500 mila finirono a Mancini, il quale ha ammesso di averne ricevuto 80 mila, e 100 a Iannilli.
Per portare capitali illeciti all’ estero il gruppo di Massimo Carminati avrebbe utilizzato un corriere che guadagnava il 4% dell’importo trasportato. Lo documenta l’informativa del Ros Carabinieri. Il denaro sarebbe transitato prima in contanti in Svizzera e a San Marino e dalle banche locali estero su estero in Liechtenstein o alle Cayman. Il collaboratore di giustizia Roberto Grilli ha riferito che Carminati «gli aveva consigliato di rivolgersi a quest’ultimo (Marco Iannilli, indagato nell’inchiesta su Finmeccanica, ndr) – scrivono i carabinieri – il quale aveva spiegato di essere in contatto con un soggetto che avrebbe trasportato fisicamente il denaro contante – con una retribuzione pari al 4% dell’importo totale trasportato – in Svizzera o a San Marino, dove il denaro, tramite istituti di credito del luogo, sarebbe poi stato spostato in Lichtenstein». Grilli era sicuro che Carminati avesse già usato questo canale per sè e per la sua banda. «Iannilli mi spiegò che pagando un 4-5% al trasportatore potevano prendere dei soldi cash a Roma – afferma Grilli – chiaramente dai 100 mila euro in su, non si parlava di bruscolini e portarla o a San Marino o in Svizzera da cui poi avrebbero portato i soldi o in Liechtenstein o Cayman».
«Sono sincera: qualcosa l’avevo pensata , ma mai avrei potuto immaginare uno scenario di portata così disgustosa». Linda Sandulli è il giudice del Tar del Lazio finito nel mirino di Salvatore Buzzi, quando una delle sue coop si ritrovò con l’appalto sospeso per la gestione del Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Castelnuovo di Porto. E non nasconde il suo stupore per quanto sta emergendo dall’indagine, ma insieme la sua soddisfazione per il fatto che «la verità sta venendo fuori» Le carte dell’inchiesta descrivono un’intensa attività lobbistica del gruppo di Carminati per conservare la gestione del Centro, che poi invece per decisione del Tar finì alla cooperativa Auxilium. Ma anche il tentativo di screditare il giudice Sandulli per quella sospensione dell’appalto, condotto sia spingendo alcune testate a scrivere di un conflitto di interessi del magistrato per una quota in una società che fa manutenzione al Cara, sia sollecitando interrogazioni parlamentari sulla vicenda.E le intercettazioni rivelano anche che fu Paola Varvazzo, viceprefetto e per due settimane assessore nella giunta Zingaretti, a fornire a Buzzi le informazioni sul magistrato. È un quadro che «mi getta nello sconforto, prima ancora che come magistrato, come cittadino», dice Sandulli, riferendo che quando partì quella campagna sulla stampa, querelò subito due quotidiani oltre allo stesso Buzzi. Lei fu stupita di finire nel tritacarne: «di quella complessa vicenda il Tar del Lazio se ne era occupato in più occasioni. Io ho fatto semplicemente un decreto, non facevo parte e non ho presieduto quel collegio giudicante, anche perchè in quel periodo mi trovavo a Londra per ragioni di famiglia». La cosa che la colpì è che qualche giornale pubblicò anche suoi dati personali (a cominciare dalla sua età ,dal suo ingresso e dalla sua carriera in magistratura), che pure erano «insignificanti» ai fini dell’appalto e che potevano venire, secondo Sandulli, solo «dal sistema della giustizia amministrativa».«Sono stata presidente dell’Associazione nazionale dei magistrati amministrativi e nell’esercizio del mio ruolo posso aver dato qualche fastidio e qualcuno ha cercato di farmela pagare. Sarebbe interessante capire come ha fatto un viceprefetto e assessore ad acquisire queste notizie su di me». Che ci sia stata una «sinergia» tra soggetti diversi, con qualcuno dei ranghi della giustizia amministrativa, è qualcosa di più di un’ipotesi teorica: «il mio sospetto è avvalorato dal fatto che il Csm dei magistrati amministrativi un mese fa ha presentato una denuncia contro ignoti proprio per le fughe di notizie che ci sono state su miei dati riservati».Dell’esito di questa denuncia Sandulli non ha notizie. Ha invece più di un’aspettativa dall’indagine che ha svelato la mafia romana: «penso che emergeranno altre cose…».