L’immediato post Alberoni. Una vicenda che stenta a chiudersi

L’immediato post Alberoni

 

Una vicenda che stenta a chiudersi

 

 

Premessa

Alla vicenda alberoniana era stato posto ufficialmente fine il 5 febbraio 1740 con un decreto del Commissario Apostolico mons. Enrico Enriquez, che aveva restituito alla Repubblica la premiera libertà, cioè lo status esistente precedentemente al 17 ottobre 1739 quando Alberoni si presentò in Repubblica.

San Marino nel corso dei secoli era arrivato a godere di una autonomia di governo così elevata e la fama della sua perpetua libertas era così diffusa, che non si era più certi che la Santa Sede potesse ancora vantare, sul luogo, l’alta sovranità. Alberoni fu inviato appositamente da papa Clemente XII a San Marino per fugare ogni dubbio in proposito nel timore di una sortita sul Titano degli Asburgo i quali già si erano appropriati della Toscana nel 1937 e avevano invaso le contee dei Carpegna nel 1738.

Alberoni aveva riportato la Repubblica di San Marino sotto la Santa Sede ed affidato il governo locale ad un governatore. Con l’annullamento dei provvedimenti alberoniani, tutto tornò come prima. I sammarinesi ripresero subito ad autogovernarsi liberamente, eleggendo i due capitani. Dirà Enriquez, se cotesta Republica godeva prima la Sovranità, ancor oggi la gode: se poi non la godeva, pel mio decreto non ha acquistato nulla di più, né perduto niente.

Enriquez era stato inviato a San Marino da Clemente XII formalmente verso la fine di dicembre del 1739. Arrivato a San Marino nella prima decade di gennaio, in meno di un mese portò a termine il suo mandato. Chiuse la vicenda alberoniana qualche giorno prima (forse qualche ora prima) che il papa morisse.

Fra la morte di un papa e l’apertura del Conclave per la nomina del successore, l’amministrazione dello Stato della Chiesa passa in mano ai tre cardinali Capi d’Ordine. Ebbene uno di questi tre cardinali, alla morte di Clemente XII, è proprio Alberoni. Alberoni  non perde l’occasione per tentare di rimettere in discussione il decreto di Enriquez. A suo avviso Enriquez non avrebbe né potuto né dovuto restituire ai sammarinesi la facoltà di autogovernarsi, senza far loro sottoscrivere un atto formale di soggezione alla Santa Sede.

Il decreto dell’Enriquez contestato

La restituzione ai sammarinesi della libertà, senza la contropartita del riconoscimento dello stato di soggezione alla Santa Sede, per Alberoni non equivaleva ad un ripristino della situazione precedente, ma, di fatto, ad una ammissione della indipendenza del luogo. Infatti  pregiudicava  la possibilità per la Santa Sede di rivendicare l’alta sovranità sul luogo  anche in  futuro. A sostegno di questa tesi, cominciò a circolare a Roma una lettera, pervenuta ai Capi d’Ordine da parte, si diceva, di abitanti del Titano favorevoli alla Santa Sede, nella quale veniva addebitata ad Enriquez proprio la concessione della libertà assoluta a detto luogo, quantunque, come Feudo della Santa Chiesa, non l’habbia mai avuta.

Altra acqua al mulino delle tesi alberoniane arrivò da alcuni specialisti dell’Archivio Segreto Vaticano, che si erano occupati di San Marino già su incarico del card. Corsini, nipote di Clemente XII. Questi specialisti  esaminando il decreto emesso da Enriquez sul Titano il 5 febbraio, riscontrarono che detto decreto non era affatto in linea con il breve papale di nomina dell’Enriquez a Commissario Apostolico e con le istruzioni – molto dettagliate – di accompagno, impartitegli dalla Segreteria di Stato. Anche per loro il decreto era sbilanciato a favore dei sammarinesi. Anche per loro il riconoscimento della sovranità della Santa Sede sul Titano da parte dei suoi abitanti doveva intendersi conditio sine qua non per la restituzione della facoltà di autogovernarsi.

Tuttavia gli specialisti dell’Archivio Segreto Vaticano, forse per evitare di denunciare apertamente presso i cardinali in conclave il comportamento dell’Enriquez, un personaggio di grande onestà e di grande autorevolezza nel campo storico-giurdico, non trovarono di meglio, come ripiego, che inventare un – risibile? - sospetto. Siccome essi avevano lavorato non sull’originale del decreto, che era conservato a San Marino, ma su una copia trasmessa a Roma dai sammarinesi, questa copia non sarebbe stata fedele all’originale. Insomma sarebbe stata falsificata, manipolata dai sammarinesi, ovviamente, a loro favore.

Ai Capi d’Ordine pervenne anche un esposto da Verucchio: per denunciare che i sammarinesi non contenti di tener turbata la quiete loro, turbano ancora quella degli altri, e massime degli Abitanti di questa … Terra … facendosi lecito, all’occasione, di maltrattarli; per festeggiare la recuperata libertà a folla si portorono quantità di detti Sammarinesi al … confine a iattare ed urlare, e per … smacco apicarono ad un arbore una Testa d’Asino che … stiede la medesima appesa non pochi giorni.

Dalla stessa San Marino partì alla volta dei Capi d’Ordine la denuncia della violazione di uno degli impegni più significativi sottoscritti dai sammarinesi davanti all’Enriquez: quello che si lasci nel Pubblico Palazzo … il Busto della Santità Sua Clemente XII. Si malignò di un impertinente e temerario ordine dato dalli Capitani … di rimuovere di notte tempo l’Arme del defunto S. Pontefice con tutto che vi fosse ordine rigoroso di doversi tenere eretta, insinuando addirittura che si intendesse rompere e fracassare la Statua di marmo dello stesso Santo Padre … e far buttare i pezzi per gli Fenestroni.

Il Titano si salva dall’impero

Proprio per mettere in chiaro che l’alta sovranità sul Titano spettava alla Santa Sede, Clemente XII nell’ottobre del 1739 vi aveva mandato Alberoni. Si era accinto a quel passo per anticipare un’eventuale mossa dell’impero che da più di un anno occupava le vicinissime contee di Carpegna e di lì prima o poi avrebbe potuto adoperare il Titano - una terra di nessuno nella logica dello scontro fra papato e impero - per fare un altro balzo verso l’Adriatico.

Una mossa, quella di Clemente XII, rivelatasi del tutto improvvida. I tosco-imperiali, di fronte alla provocazione di Alberoni che non aveva esitato a far salire sul Titano centinaia di soldati, avrebbero potuto reagire intervenendo a loro volta coi loro soldati. Il Titano, un luogo sul quale in passato l’impero non aveva avanzato rivendicazioni, sarebbe finito nell’elenco dei luoghi per i quali, in materia di sovranità, era aperto fra papato ed impero un contenzioso.

Se, nonostante gli errori tattici di Alberoni sommatisi a quelli politici della Segreteria di Stato, San Marino non è finito nell’elenco dei luoghi in contestazione fra papato e impero, il merito è stato dei sammarinesi, i quali, pur col paese invaso da centinaia di soldati, resistettero alla tentazione di chiedere formalmente aiuto all’impero.

Un San Marino che non aveva ricorso all’impero nemmeno durante la fase più acuta dell’aggressione operata dalla Santa Sede, era presumibile che non vi ricorresse in condizioni di normalità, cioè qualora non fosse minacciato nella sua libertà. Insomma se le cose fossero rimaste come le aveva sistemate l’Enriquez, San Marino non si sarebbe rivolto all’impero. In conclusione, il luogo Titano, per Roma, non era a rischio impero. Una volta accertato che sulla questione dell’alta sovranità su San Marino non c’era di mezzo né ci sarebbe stato di mezzo l’impero, restava in ballo solo il chiarimento fra San Marino stesso e la Santa Sede. Ma questo, visto da Roma, era solo un problema interno allo Stato della Chiesa. E come tale poteva essere rimandato. E venne rimandato. Rimandato a quando la pressione dell’impero sullo Stato della Chiesa si sarebbe allentata o comunque a quando si sarebbero presentate circostanze più favorevoli.

Questa, in sostanza fu la linea che prevalse in conclave. Questa fu la linea alla quale si attenne fin dall’inizio del suo pontificato Benedetto XIV (al secolo Prospero Lambertini), benché fosse stato eletto con l’appoggio del card. Alberoni, suo amico di vecchia data.

Benedetto XIV venne eletto il 16 agosto 1740.

Papa Lambertini è uomo prudente. Cerca di evitare, quando è possibile, le situazioni di conflitto. Non è certo propenso a crearne di nuove. Anzi si adopererà in ogni occasione, mettendo a frutto le sue doti di mediatore tenace e abile, per chiudere quelle in cui involontariamente si troverà coinvolto. Considererà definitivamente chiuse le questioni risolte dal suo predecessore, ad esempio quella di San Marino, e subito affronterà, per risolverle quanto prima, quelle che il suo predecessore aveva lasciato aperte, ad esempio quella di Carpegna.

 

Il caso Carpegna

Per Benedetto XIV una delle controversie, fra le più spinose, ancora aperte al momento del suo insediamento era quella di Carpegna. Solita questione: l’alta sovranità sul luogo. Essa era rivendicata tanto dalla Santa Sede che dall’impero.

Le contee di Carpegna nell’agosto del 1740, quando terminò il conclave, erano ancora occupate da truppe tosco-imperiali. Ma Carpegna non era un caso isolato. Sparse nello Stato della Chiesa c’erano altre situazioni similari a Carpegna, cioè a rischio impero, anche se non occupate dalle truppe imperiali come Carpegna. Località che, pur incastonate nello Stato della Chiesa, in pratica si ritenevano separate da esso, in quanto erano use ab immemorabili a non pagare tributi, sino a dichiarare talvolta anche per iscritto, che non si ritenevano ‘vassalli’ di chicchessia.

Per tutta la prima metà del Settecento, un secolo ammalato di legittimismo, i rapporti fra Vienna e Roma sono rimasti tesissimi a causa appunto di tali luoghi, su cui entrambi rivendicavano l’alta sovranità. Anzitutto Comacchio per il quale c’era stato addirittura un principio di guerra (l’ultima fra papato ed impero). Poi venivano Parma e Piacenza. Ma anche Carpegna ha un grande peso, un peso del tutto sproporzionato rispetto alla sua estensione.

Benedetto XIV riuscirà a risolvere il caso Carpegna solo dopo lunghe, estenuanti trattative con l’impero, conclusesi nel maggio del 1741 con il solito compromesso: si decise di lasciar le cose com’erano, cioè senza precisare a chi spettasse l’alta sovranità sul luogo. Il chiarimento, di comune accordo, fu rinviato a tempo indeterminato.

 

San Marino e il nuovo papa

Pure la questione dell’alta sovranità sul Titano, esplosa con la vicenda alberoniana, era stata accantonata, con un compromesso, un compromesso tacito, ma di fatto, analogo: non però fra papato ed impero, ma fra Santa Sede ed il Titano stesso

Il ritiro dei tosco-imperiali da Carpegna andando a modificare notevolmente la situazione in zona, a favore della Santa Sede, avrebbe potuto indurre la Santa Sede, a porre fine al compromesso con San Marino. Ad esempio un nuovo blitz tipo quello alberoniano avrebbe avuto una maggior possibilità di successo, potendosi svolgere, appunto, senza l’assillo della presenza, a due passi dal Titano, delle truppe imperiali.

Benedetto XIV tuttavia non intraprese alcuna iniziativa ostile contro San Marino. Per non correre il rischio di riaprire ferite all’immagine del papato che ancora non si erano del tutto cicatrizzate e, soprattutto, per non fornire un pretesto all’impero di ritornare in zona magari questa volta chiamato anche formalmente dai sammarinesi. Da ultimo, probabilmente, ha influito positivamente sul papa proprio il comportamento tenuto dai sammarinesi dopo l’episodio alberoniano.

I sammarinesi, balzati all’attenzione dell’Europa a scapito dell’immagine del pontificato durante l’episodio alberoniano per colpa dello stesso papato, riacquistata la libertà, non insistettero, anzi si guardarono bene dal continuare ad occupare la scena per il gusto dell’applauso dei circoli antipapali europei.  Al contrario aiutarono da subito Benedetto XIV a ridurre il clamore attorno alla vicenda di cui erano stati involontari protagonisti, collaborando con lui  per smorzare i toni della polemica. Spostarono ad esempio l’attenzione dai prìncipi della Chiesa ‘cattivi’, in primo luogo il card. Alberoni, ai prìncipi della Chiesa ’buoni’, che aiutarono San Marino, in primo luogo il card. Riviera.

Il card. Riviera, Prefetto della Congregazione del Buon Governo, e che dopo la morte di Ottoboni sarà eletto cardinal protettore della Repubblica, è subissato da parte dei sammarinesi di riconoscimenti e di regali. Gli si dedicarono anche opere a stampa, come quelle relative alle speciali celebrazioni in onore del Santo, il 3 settembre 1741. Le celebrazioni furono programmate con una dovizia di mezzi, come non era mai avvenuto in precedenza. Poteva la Santa Sede risentirsi per una manifestazione di giubilo rivolta a un Santo, e di cui mallevadore era un cardinale?

 

Il parallelo con Carpegna

I sammarinesi dunque attribuiscono anche ufficialmente al loro Santo il merito della riacquistata libertà. Il che, nella circostanza, potrebbe apparire come un ripiego. In effetti non lo è. Non è la prima volta che la comunità del Titano attribuisce al Santo un intervento diretto nei fatti della storia. Ad esempio nell’episodio di Fabiano da Monte, verso la metà del Cinquecento, quando una improvvisa nebbia fece perdere l’orientamento alle truppe che si erano mosse nella notte all’attacco del Titano, contando sull’effetto sorpresa. L’effetto sorpresa venne a mancare. Il tentativo fallì. Un miracolo da far registrare, appunto come avviene per i miracoli, fra gli atti del Santo a gloria del Santo, ma anche per far saper di qual protezione la comunità del Titano godesse. I sammarinesi inserirono l’intervento del Santo contro Fabiano da Monte nella Vita che scrissero nel 1661 per i Bollandisti, in vista della pubblicazione negli Acta Sanctorum. Nella stessa Vita si celebrò il Santo come fondatore, tout court, della Repubblica, autore della sua indipendenza.

Indipendenza che invece Carpegna sceglieva di perseguire attraverso la tradizione che parlava di una investitura rilasciata da Ottone I, l’imperatore del Sacro Romano Impero, quando nel 962 aveva stretto d’assedio San Leo. Alla fine del Seicento quando gli Asburgo cominciarono a minacciare l’Italia, la famiglia Carpegna pur avendo un rappresentante, il card. Gaspare, vicinissimo al papa, anzi vicario del papa, voltò le spalle al papa, facendo iscrivere il feudo nell’elenco di quelli imperiali.

San Marino invece, anche quando la pressione degli Asburgo sull’Italia e in particolare sullo Stato della Chiesa divenne altissima, continuò ad affermare che la sua libertà non era concessione o dono grazioso né dell’imperatore né del papa, ma che aveva avuto origine dal suo Santo ed a mo’ di manifesto, fece pubblicare, nel 1717, a Venezia nell’Italia Sacra, il testamento del Santo. Aggiungendo a riprova del suo stato di libertà, riconosciuto ed accettato da tutti, il fatto che tutti chiamassero il luogo respublica.

Un tasto tanto delicato, l’alta sovranità

A dire il vero non solo a Roma c’era chi era rimasto scontento di come Enriquez aveva posto termine alla vicenda alberoniana.

Se a Roma gli specialisti dell’Archivio Segreto Vaticano analizzano il decreto dell’Enriquez parola per parola, i sammarinesi non sono da meno. Per i sammarinesi anche il  Dominus che nel decreto dell’Enriquez precede il nome del papa, è motivo di sospetto! Mons. Enriquez, paziente, deve mettersi a spiegare  che quel Dominus punto non significa sovranità. Cioè non vuol dire che il papa è signore di San Marino. Il capitolo della sovranità è piuttosto difficile.  Non è di tutti a saper la diferenza che v’ha tra mero e misto Impero, e sommo Impero. Bisogna aver letto e studiato molto a saper queste differenze.

Onestamente Enriquez riteneva che San Marino avesse diritto ad amministrarsi liberamente, ma che non si potesse considerare indipendente. Egli si era fatto questa convinzione studiando accuratamente i documenti: Per zelo de’ diritti della S. Sede non ho lasciato di osservare tutte le carte vecchie che sono negli Archivij di S. Marino, di Verucchio, e della Penna, e tutto quello che può contribuire alla Sovranità Pontificia sopra il piccolo Stato di S. Marino, è stato da me estratto in autentica forma, ed in appresso di me si manderà per ritenersi, insieme con gli altri documenti, nell’Archivio Segreto Vaticano.

I sammarinesi avrebbero voluto un riconoscimento pieno della sovranità: una solenne dichiarazione di indipendenza. Enriquez, paziente, si giustifica così: nel decreto reintegrativo della libertà io ho prescritto l’articolo della Sovranità, poiché non si disputava di questa. E comunque consiglia, come un buon padre,  di non tirare troppo la corda: la Repubblica non dee stuzzicare questi tasti, che son sempre pericolosi.  Consiglio in gran parte accettato.