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DI FRONTE ALL'EUROPA |
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(TRIM, Anno III, nn. 10 e 12, agosto 1989-aprile 1990)
Sull'Europa non c'è dibattito. Si parla poco dell'imminente unificazione europea. Negli altri stati non è così. L'argomento richiama, mese dopo mese, un'attenzione crescente. L'Italia ha impostato il programma di governo, il governo attuale, in funzione dello storico appuntamento. L'Europa degli affari, si sa, in pratica è già pronta: i gruppi economici privati e non, grandi e meno grandi, hanno superato da tempo l'angusta visione dei confini di stato, si consolidano con nuovi investimenti, ristrutturano l'organizzazione, si consorziano, o, semplicemente, scaldano i muscoli. L'attenzione si estende anche ai paesi extra-europei. Da noi non se ne parla o comunque se ne parla poco. Quasi che, questo dell'Europa, non sia un evento realmente da affrontare, e da affrontare a precisa scadenza. Quasi che si ignori che attorno alla Repubblica si stanno creando condizioni paragonabili a poche altre della nostra storia.
La nostra storiaE' la storia di una realtà politica che ha avuto come embrione un cenobio divenuto poi, per metamorfosi (naturale?), plebs e quindi comune: realtà già impari nel confronto coi viciniori Verucchio e San Leo. Crebbe destreggiandosi fra due potenti confinanti, le signorie dei Malatesta e dei Montefeltro, i "grandi predatori" di questa parte d'Italia. Eluse le mutevoli attenzioni del potere papale con un mimetismo da sopravvivenza: boccone amaro, boccone insignificante, comunque boccone a portata di mano, per cui non si imponeva alcun motivo di fretta. Nel momento dell'unificazione della penisola, provvidenziale le fu la decisione del Cavour di rimandarne, temporaneamente, l'annessione per non esasperare, in quel delicatissimo frangente, alcuni rapporti politici interni ed esterni: la morte dello statista, avvenuta poco dopo, fece il resto. Comunque la minaccia di quell'annessione rimandata gravò pesantemente su tutta la politica sammarinese per un intero secolo.
Situazione nuova Oggi? Con l'unificazione europea insorge una problematica diversa, dai contorni non ben definiti, dalle caratteristiche sostanzialmente nuove. Non si tratta di resistere alla minaccia di uno stato che attenta alla nostra libertà. Ci si trova ad affrontare una situazione solo apparentemente simile ad altre del passato. Ad esempio a quella del 1631 o a quella del 1861. Allora, la entità politica in cui San Marino era incastonato, fu inglobata ex-abrupto in una entità più vasta, entro la quale automaticamente, suo malgrado, San Marino si ritrovò. Momenti, entrambi, tutt'altro che scevri da pericoli. Nel primo San Marino, per quell'ibrido rapporto instaurato col Ducato di Urbino, rischiò realmente di essere inglobato nello Stato Pontificio, "in uno" con lo stesso Ducato. Lo salvò la grande lungimiranza di alcuni che agirono e dall'interno e da fuori. Nel secondo, l'annessione dello Stato Pontificio allo Stato Italiano, non si estese automaticamente alla Repubblica, più che per altro, per una fortunosa serie di circostanze favorevoli.
La analogia fra la situazione attuale e quelle dei due eventi richiamati è più di forma che di sostanza. E' vero che fra due anni la struttura dello stato italiano comincerà a dissolversi nella nuova realtà politica dell'Europa continentale. E che ancora una volta ci cambierà attorno l'entità politica in cui siamo immersi: ancora una volta questa si farà più grande, con centro ancora più lontano. Ma, questa volta, non si tratta di fare i conti con un nuovo stato o comunque con uno stato tout court. Intendo dire che non siamo di fronte, come nei due frangenti ricordati, a una minaccia diretta alla libertà, dovuta all'onda di nazionalismo che, in genere, nella storia, accompagna la formazione di nuovi stati. Infatti la Comunità Europea "non è uno stato". E' una "comunità transnazionale", una entità con orizzonti politici così indeterminati che chiunque, qualunque europeo stenta a riconoscersi in essa: chiunque fa fatica a trasferire nella nuova entità politica le tradizionali idealità nazionali. Allora niente pericoli? Se minaccia c'è, questa assume forme e connotazioni diverse dal passato: perlomeno non è localizzabile, ha contorni incerti, non definiti. Temibilmente non definiti.
Nuove forme di aggregazioneCertamente sta entrando in crisi, in tutta Europa, lo Stato- Nazione tradizionale. La gente tende a riaggregarsi in nuove comunità, comunità caratterizzate da precisi valori, da peculiari credenze. Cerca di differenziarsi in mezzo alla massa enorme ed informe. Cerca cioè una nuova identità collettiva. Ciascun individuo ne ha bisogno. E' un bisogno primario, per il proprio equilibrio psicologico e mentale. Di qui il persistere o il riesplodere di particolarismi, che, a prima vista, sorprende: in effetti è il segno del bisogno di appartenere a una comunità ben identificata, cioè con confini delimitati, con una storia, con dei valori, con una tradizione, da ergere come emblema o distintivo, da condividere e da trasmettere.
Questa tendenza ci coglie in un momento storico in cui, nella nostra comunità, tali vincoli, assai forti nel passato, si sono o si stanno allentando. San Marino ormai ha cercato e trovato sicurezza altrove. San Marino, appena ha potuto (praticamente dopo il 1960), ha cercato sicurezza attraverso l'adesione a organismi internazionali. Si è procurato garanzie reali. La sua esistenza di stato non è messa in discussione da chicchessia. Ma oggi queste garanzie, finalmente ottenute, sono sufficienti? Di fronte alla crisi di identità di Stati-Nazione di ben altra portata, cultura, storia e tradizione, che riduce nomi illustri e blasonati a espressioni geografiche, anche il nostro essere stato, nonostante le garanzie formali così faticosamente ottenute, si stempera in una etichetta folcloristica o peggio, se non si riaccende il senso di una comunità che ha una precisa identità da difendere, nella quale gli individui si riconoscono e a cui fanno riferimento. Il fatto poi che la comunità coincida con uno stato, ecco questa è la singolarità che può continuare a distinguerci nel grande, infinito arcipelago della nuova Europa.
Necessità di un dibattitoQui hanno, a mio avviso, una funzione specifica gli uomini di cultura: coloro cioè che per studio, per professione o per semplice inclinazione personale, come in ogni paese, promuovono, mettono a fuoco, dibattono problemi di interesse generale, senza le approssimazioni tipiche del momento della spesa o del caffè, senza la schematizzazione o l'astrattezza del crocchio politico. Purtroppo, da tempo, questo ruolo, essenziale per la vita di un qualsiasi paese, da noi si è andato affievolendo sin quasi a sparire. Prendiamo proprio il tema dell'Europa come esempio. Si tratta di un evento da tempo annunciato, imminente. Eppure in pratica non se ne parla. Non ne parla la gente. Non ne parlano, a rigore, i responsabili dei partiti, tutti presi dal quotidiano. Qualche raro incontro con esperti, qualche conferenza di quando in quando: anche se non si vogliono interpretare come una concessione alla moda, tuttavia non si possono onestamente ritenere segni di una strategia già impostata o in via di definizione. In pratica manca, da noi, l'intermediazione culturale, manca il pungolo di chi, quasi per "ufficio", producendo dialettica, contrasto, interesse, passione, amministra idee di rinnovamento e di progresso, muovendosi al contempo dentro e fuori della tradizione.
La lezione del passatoForse non sempre è stato così. Non lo è stato certo, almeno a mio parere, nel periodo (grosso modo un quarantennio) a cavallo del grande avvenimento dell'Arengo di inizio secolo. Allora la minuscola, sparuta "intellighentia" locale diede buone prove di sé: una primavera da lungo attesa. Prove non certo da esaminare col metro usuale: nel rapportarle a una scala di valutazione assoluta si finirebbe per schiacciarle in dimensioni insignificanti. Ingiustamente e scorrettamente insignificanti (basta guardare che cosa è avvenuto del Franciosi affidato, recentemente, ai soliti esperti forestieri, senza fornire a questi gli strumenti ed i tempi per un esame serio, basato su parametri non standard, cioè adeguati al sito e all'orologio del sito). Ritengo significativo quel quarantennio perché dà l'impressione di un periodo in cui le risorse culturali disponibili sono state messe al servizio del paese: si dibatterono con vigore e partecipazione questioni di interesse generale. Vi contribuì il nucleo di insegnanti che poteva sostenersi grazie al Collegio Belluzzi. Ma non solo. Vi parteciparono anche altri, come liberi professionisti, preti, e (perché no?) poeti dialettali. Fu un periodo di dibattiti. Un periodo vivo e vivace. Nel senso che c'erano delle persone le quali, oltre che dedicarsi al proprio lavoro ed obbedire alla logica del proprio lavoro, sapevano occuparsi anche di problemi generali e, per la comunità, non si esimevano dall'esprimere il proprio parere, punto di riferimento per altre persone. Anche quando erano politici, non erano politici solo intenti a procacciarsi voti, unico campo di specializzazione (e di scienza?) di alcuni mestieranti della politica. Nè si umiliavano nel ruolo di mosche cocchiere. Spesso, nella sala del Consiglio, in occasione dell'ingresso dei nuovi Capitani Reggenti, si elevava la loro voce e non sempre per associarsi al coro: basta ricordare i memorabili, appassionati discorsi del Franciosi, pronunciati come insegnante di Liceo (gli insegnanti del Liceo a turno assolvevano quel dovere). Il fascismo spense anche quelle voci. I governi del dopoguerra non ripristinarono l'antica tradizione proveniente dal '600 (il discorso del forestiero, si sa, non può non essere celebrativo). In massima parte quei personaggi si sono occupati di storia, della nostra storia. Quasi sempre con metodi non rigorosamente scientifici, come oggi si usa dire, a volte con intenti ingenuamente manifesti. Tuttavia ne venne un contributo reale alla storia, un riguardare al passato comunque dignitoso. Successivamente anche in questo settore (tolti i lavori dell'Aebischer e poco altro), è stato fatto di meglio? Spesso coloro che scrivevano di storia, facevano anche storia partecipando alla vita politica direttamente. Chi era in grado di contribuire allo stato, ne sentiva il dovere. In quel quarantennio avvenne realmente uno svecchiamento delle istituzioni, uno svecchiamento del paese e, nello stesso tempo, un rafforzamento interno, attraverso una più estesa partecipazione alla vita pubblica, atrofizzata da secoli di potere oligarchico.
Necessità di un cambiamentoQuell'ammodernamento, in fondo, era necessario alla stessa sopravvivenza di San Marino come entità politica autonoma, di fronte al nuovo stato italiano. Avrebbe potuto reggere più a lungo, nell'era incipiente dei media e nel contesto della nuova Italia, un rinnovo del Consiglio per cooptazione? l'assenza o l'impedimento di qualunque forma di aggregazione politica o sociale? Oggi si impone un rinnovamento dello stato non meno profondo. Si impone ad esempio la creazione di strutture di garanzia reale per il cittadino di fronte al governante di turno che ha, di fatto, ancora un potere di tipo secentesco: la facoltà di operare nell'economico e nel sociale è subordinata ad atti e procedure che richiamano la concessione di privilegi (è favore anche il diritto); il potere giudiziario non ha potere; la legge è, a volte, stravolta nei principi fondamentali, piegata fino a inseguire il caso singolo. A volte la legge è puntigliosamente vincolante: così chi può non osservarla o può concedere di non osservarla ha un vantaggio maggiore. La sfiducia è tanto generalizzata e radicata che anche di fronte a grandi e diffuse ingiustizie, si preferisce la rassegnazione o il silenzio, sapendo che l'unico risarcimento possibile è di trovarsi, a volte, dalla parte dei trasgressori impuniti. Così, come modello, si prende chi sa esercitare l'intelligenza in puri atti di furbizia. Guardare con sicurezza verso l'Europa, presuppone anzitutto ritornare a un senso di comunità, magari elementare, ma profondo, magari quale emerse (utopia?) dalle ingenue parole dei popolani di fronte al tribunale di Valle Sant'Anastasio. Senso che si è perso col potere oligarchico. Con l'Arengo di inizio secolo è cominciato un processo di rinnovamento. Ma è, certamente, un processo da portare a termine. Troppo forte è ancora, ad esempio, la tentazione di ricorrere alla cooptazione in momenti e gangli pubblici vitali (partiti, istituzioni, grossi enti...), proprio in quanto il potere, una volta acquisito, diventa pressoché assoluto. Troppo forte è ancora il disprezzo (o la fobia?) per tutte le forme e gli strumenti della democrazia diretta: potrebbero mettere a nudo il gap, lo stacco dal paese reale. Lo stesso alternarsi di maggioranze diverse, in Consiglio, non è, di per sè, indice di piena democrazia. L'opposizione ad esempio (e in questo dopoguerra ne abbiamo viste di diverso colore), non svolge, in genere, il ruolo tipico dell'opposizione: è umiliata (o si autoumilia) a "congrega del miserere", di volta in volta più intenta a intessere congiure di palazzo, a contare su tradimenti, su faide di stampo medioevale fra chi è dentro il palazzo, che ad acquisire forza, credibilità, consenso in un nuovo rapporto con la gente, per entrare dignitosamente nel palazzo. Così, nell'era dell'informazione, di una informazione che viaggia alla velocità della luce, in cui le notizie hanno risonanza planetaria, spesso ci ritroviamo inguaiati in intoppi, pastoie, balordaggini di altri tempi, dei tempi in cui il ritmo della vita era regolato dal lento incedere del mulo su per il selciato sconnesso della costa del Borgo.
Prospettiva non utopicaSi tratta di portare verso la cosa pubblica le nuove generazioni, un potenziale di risorse umane e culturali quali il paese in passato non ha mai avuto. Generazioni che, invece, si consumano o in una pubblica amministrazione organizzata su ritmi produttivi non esemplari o in attività che raramente brillano per intraprendenza e creatività: si lascia in genere ad altri l'iniziativa di sfruttare le migliori risorse e le particolari condizioni presenti nel paese. Ha osservato Eco: "E' facile, quando si è un paese di piccole dimensioni, rassegnarsi a diventare sacca di servizi turistici o porto franco, ed è accaduto ad altri Stati meno piccoli del vostro.. Il vostro problema è certo quello di preservare le vostre antiche tradizioni, ma anche quello di proiettarvi in modo inventivo verso il domani, così da offrire al mondo qualcosa che le nazioni dotate di grandi eserciti e afflitte da immensi territori non possono". Le nostre tradizioni son quelle di una comunità fondata attorno al 1000: fondata su un profondo, testardo, diffuso convincimento, non su concessioni di principi. La ricerca di patenti è venuta dopo: lo ha richiesto la contorta e deformata mentalità dei legulei. Oggi, conclusa la ricerca di garanzie formali, rimane necessario, urgente, rinvigorire quel vetusto convincimento. Più che mai le garanzie formali, retaggio degli ultimi secoli, appaiono, di per sè, labili, quasi risibili, nell'era del villaggio planetario. Occorre adeguarsi alle nuove situazioni storiche, vincere la sfida dello sviluppo, la sfida della società dell'informazione, facendo leva proprio sullo zoccolo duro della nostra tradizione, sulla quale, ancora, abbiamo la fortuna di poter contare e sulla quale costruire è un costruire solido e (non desti meraviglia) consono ai tempi. |
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