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Scuola

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 Convegno “Quale riforma della scuola secondaria superiore”

San Marino”, 14/15 marzo 1997

Intervento di Marino Cecchetti, Preside della Scuola Secondaria Superiore

Il nostro è un istituto piccolo: conta 350 studenti o poco più. Pur così piccolo è molto articolato. Ha quattro indirizzi: l’istituto tecnico industriale  (solo biennio)  e tre indirizzi liceali completi: classico, linguistico e scientifico.

Anche  il bacino d’utenza è pure molto piccolo:  appena  25.000  abitanti. Facendo raffronti con altre realtà, in base ai corsi che offriamo, si può dire che la nostra è una scuola sufficientemente apprezzata.  Diciamo che stiamo nel  mercato. O almeno cerchiamo, come dimostra l’impegno messo nelle attività sostitutive degli esami di riparazione, di cui qui andiamo a riferire.

Già perché anche qui sono stati aboliti gli esami di riparazione, anche qui nello stesso anno,  il 1994 ed, ovviamente, anche qui all’improvviso. Lo ricordo bene. Era il mio primo anno da preside della scuola secondaria superiore.  

Ero arrivato  nella scuola secondaria superiore, per trasferimento dalla scuola media, il  1° gennaio di quell’anno.  Come è usuale  quando  si va in un posto nuovo, mi presentai anch’io con qualche idea, con qualche progetto. Come succede tante volte, i progetti sono rimasti  nel cassetto perché si finì per essere sopraffatti dalla  contingenza.

 

La prima contingenza si presentò  appena terminati gli scrutini del primo quadrimestre. Si presentò col   Decreto Jervolino, quello che ha modificato l’impianto dell’Istituto Tecnico Industriale. Si dovette elaborare una proposta  e si  chiese  al Deputato alla Pubblica Istruzione, cioè il nostro Ministro, di procedere celermente  con un apposito atto legislativo perché i nostri ragazzi non si trovassero in difficoltà in uscita dal biennio.  A giugno già era tutto a posto.

Vivere in un paese piccolo ma anche essere l’interlocutore unico del Deputato, in quanto unico preside delle superiori della Repubblica, è indubbiamente un gran  vantaggio.

 

Con l’estate l’altra novità: l’abolizione degli esami di riparazione. Un fulmine a ciel sereno.  Il Deputato annunciò subito pubblicamente: anche San Marino farà altrettanto e subito.

Provai a far presente che, questa volta,  non era necessario aver fretta. Che, anzi,  era il caso di aspettare, dato che non era  chiaro in cosa consistessero le attività  sostitutive. Ma, si sa,  la politica ha  esigenze diverse da quelle dell’amministrazione ordinaria. Ha sue regole, una sua logica ed anche dei tempi propri. 

Il Deputato alla Pubblica Istruzione chiese di preparargli una proposta,   contenente ovviamente anche le attività sostitutive,  prima dell’inizio delle lezioni cioè entro il 25 settembre.  La ragione di tanta fretta era sacrosanta: genitori,  studenti,  insegnanti,  tutti hanno diritto di sapere già dall’inizio dell’anno scolastico come è organizzata la scuola.

Essere l’interlocutore unico del Deputato,   vi assicuro che non è sempre  un  vantaggio.

 

A metà settembre, appena  terminati gli esami di riparazione - gli ultimi -  in una pausa degli incontri dedicati alla formazione ed all’aggiornamento, abbozzai una prima proposta in un   Consiglio di Presidenza.  Il  23  dello stesso mese la proposta fu esaminata ed approvata in un Collegio dei Docenti  ed il 26   venne  discussa  nel Coordinamento Didattico, un organismo formato dai presidi e dai direttori didattici e presieduto dal Deputato stesso. 

Nelle cose della scuola non ci si può accontentare delle approvazioni formali, che di per sé, non danno certo garanzie nel merito. Dato che  la proposta era stata tutta elaborata in casa, senza l’avallo di esperti, ritenni  necessario sottoporla a verifica,  ricorrendo al  confronto con l’esterno.

Già un’altra volta mi ero trovato nella necessità di sottoporre a verifica esterna una proposta. Quand’ero preside di scuola media, a metà degli anni Ottanta, per una iniziativa nel campo della didattica  dell’informatica. Adoperai la procedura solita:   partecipazione a  convegni specifici e invio di  articoli a riviste del settore.

 

Nel settembre del ’94  di convegni specifici non ne trovai proprio, nonostante che tutti ne avessimo bisogno.  Mi rimaneva  l’altra strada. Feci una sintesi del progetto e la mandai a Nuova Secondaria - che non è l’ultima delle riviste - nelle prime settimane di ottobre.

Nel novembre era già  pubblicata. Chi è uso a frequentare riviste sa che i tempi ordinari non sono questi. Ancor più singolare il fatto che la proposta non comparisse  assieme ad altre, ma sola soletta. Il che  non è  piacevole. Nel mondo della scuola  i progettatori sono  rari ed invece sono numerosissimi e di altissima specializzazione i tiratori   che prendono di mira le proposte  degli altri.

 

Alla proposta avevo dato questo titolo:  un’occasione per ripensare la scuola.

L’abolizione degli esami di riparazione di per sé non comporta un ripensamento della scuola, cioè dei cambiamenti strutturali. Sarebbe bastato ricordarsi, in sede di scrutinio finale,  che non si poteva più rimandare a settembre  (ma solo promuovere e bocciare), ed  automaticamente  una scuola con  esami di riparazione sarebbe diventata  una scuola senza esami di riparazione. Tutto questo  se gli esami di riparazione fossero stati una appendice  inutile e comunque priva di significato. 

 

In effetti gli esami di riparazione almeno un significato lo avevano ancora: quello di una ammissione: che  la scuola forniva un servizio limitato, anzi  insufficiente  per alcuni ragazzi. I ragazzi per i quali il servizio erogato risultava insufficiente dovevano supplire con risorse proprie. Al più la scuola accordava loro un  tempo supplementare che  coincideva con   un ‘tempo morto’ per la scuola stessa,  in quanto al di fuori del normale periodo delle lezioni.

L’abolizione degli esami di riparazione comportava  la eliminazione di quel  tale  tempo supplementare: costringeva tutti gli studenti a raggiungere il livello di preparazione minimo entro il termine delle  lezioni. Avrebbe fatto crescere la rigidità.

Già le scuole secondarie erano considerate troppo rigide. Già l’anno scolastico da settembre a settembre era visto come un letto di  Procuste. Faceva  troppi scarti. Accorciando quel letto gli scarti sarebbero aumentati. Il che era  inaccettabile. Per evitare l’aumento degli scarti si sarebbe dovuto  abbassare  il livello minimo della preparazione richiesta, cioè della qualità del servizio. Ma anche questo era inaccettabile. Le università non si accontentano più dei certificati delle secondarie superiori, eseguono verifiche in proprio prima di  iscrivere gli studenti a certi corsi.    

 

Per non abbassare  il livello e nemmeno  aumentare gli scarti bisognava  accompagnare il provvedimento con una modifica di  struttura.

Il che non era avvenuto ad esempio nelle scuole medie inferiori nel 1978.

Nelle scuole medie inferiori  gli esami furono aboliti senza  modifiche di struttura. Lì  non si andò oltre ad un appello alla professionalità degli insegnanti. L’abolizione degli esami di riparazione   fu addossata  tout court agli  insegnanti ed, in particolare, agli  insegnanti delle materie per le quali il rimando a settembre era più frequente.  E, quegli insegnanti,  vi hanno dovuto far fronte - e vi devono tuttora far fronte -   nel normale  spazio di insegnamento. Dopo qualche anno si è finito  per  dimenticare   la esistenza stessa di una problematica conseguente all’abolizione degli esami di riparazione, come se quegli esami,  in quella scuola, non  ci fossero mai stati: come se  la scuola fosse sorta   e progettata senza di essi.

 

Siccome avevo vissuto direttamente come preside  quell’esperienza senza poter intervenire,  mi sembrava doveroso fare ogni tentativo perché nelle superiori le cose  andassero diversamente, perché gli insegnanti più direttamente coinvolti nella innovazione non fossero lasciati soli a fronteggiare la nuova situazione.  Mi sembrava doveroso fornire a loro  ulteriori spazi di intervento, dotarli di nuove risorse   e,  soprattutto,  affiancarli con  iniziative  a carico di  tutta la scuola. 

Al contempo era mio dovere salvaguardare i diritti dei ragazzi che, prima dell’abolizione degli esami di riparazione, avevano a disposizione tutto il tempo che va da settembre a settembre, cioè dei  ragazzi che faticano  a seguire il ritmo delle attività scolastiche ordinarie. Mi è sembrato necessario, per loro, proporre di  ridurre il ritmo di   tali attività, dare un po’ di respiro, prevedere qualche momento di tregua, allentare insomma il calendario scolastico sulla falsariga di quanto avviene in altri paesi europei dove i 200 giorni di lezione sono distribuiti su un arco di mesi  più lungo che nelle nostre scuole.

 

Il  ritmo delle attività nelle nostre scuole  è funzionale a chi vi lavora ed assai meno ai fruitori.  Ancora dividiamo  l’anno in due soli blocchi: un lungo periodo di lezioni ed una lunga  pausa estiva. Il  nostro calendario è nato in  una società borghese e contadina. Continuiamo ad applicarlo in una società che si avvia a diventare  post industriale.

Quello del calendario è però un problema molto delicato e difficile. Perciò, nella proposta, ci si limitò a  un ritocco piccolo, piccolissimo,   minimale, quasi impercettibile. Prima dell’abolizione degli esami di riparazione  gli insegnanti delle superiori erano impegnati già,  a vario titolo, dai primi di settembre fino a tutta la seconda decade di  giugno o quasi.  Ci si limitò a proporre una riorganizzazione delle attività in tale periodo.

In tale arco di calendario i giorni utili sono  oltre  220. Riservati i soliti  200 alle lezioni curriculari, se ne sarebbero potuti  impiegare   una ventina per attività aggiuntive, nuove, appunto quelle sostitutive degli esami di riparazione.  

 

La proposta prevedeva l’anticipo delle lezioni agli inizi di settembre, la suddivisione in trimestri, con due periodi di sospensione delle lezioni alla fine del primo e del secondo trimestre della durata massima, per ciascuno,  di 10 giorni  da dedicare in primo luogo al recupero. Si pensava ad un recupero forte,  intensivo, offerto ai ragazzi segnalati in sede di scrutinio trimestrale e limitatamente ad un ventaglio di materie indicate, corso per corso, dal Collegio dei Docenti.

 

Oltre a questo recupero intensivo a scadenza fissa, si era previsto un recupero in itinere,  veloce, da pronto intervento. A ogni   insegnante si dava  la possibilità di spendere fino a due ore settimanali,  al pomeriggio, a favore dei propri ragazzi,  decidendone tutte le modalità di attuazione  in piena autonomia.

Erano previste inoltre attività elettive cioè a scelta dei ragazzi distribuite durante l’anno ma  particolarmente concentrate nei periodi di sospensione delle lezioni e rivolte soprattutto ai ragazzi non impegnati nel recupero.

 

Questa era la proposta iniziale. Una proposta teorica, sulla carta. Andava attuata.

La organizzazione effettivamente  realizzata è,  al contempo, uguale e diversa da quella ipotizzata. Non ci sono  i trimestri,  i periodi di sospensione  non si sono  aggiunti ai 200 giorni delle lezioni, ma sono stati ricavati dai  200 giorni delle lezioni curriculari. La durata di tali periodi  è stata dimezzata  (da 10 a  5 giorni), però si è creato un nuovo periodo all’inizio dell’anno per i ragazzi segnalati a giugno e  per i nuovi arrivati.

Le modifiche sono derivate da mediazioni interne alla scuola e da mediazioni esterne alla scuola:   sindacali e  politiche. Si sa, il mondo della scuola è molto complesso, ed ogni proposta  è necessariamente soggetta a una serie  di mediazioni.

Tuttavia è rimasta  la impostazione di fondo caratterizzata dai punti forti:  il  recupero intensivo, il  recupero in itinere e le  attività elettive. Ed è passato soprattutto il fatto che il recupero è  responsabilità della scuola e che la scuola non può non farsene carico.

 

Si può dire che l’abolizione degli esami di riparazione ha lasciato il segno, che ha costituito effettivamente un’occasione per ripensare la scuola o che ha contribuito a gettare le basi per  farlo. Merito questo degli  insegnanti, un merito che va sottolineato e pubblicamente riconosciuto.

 

Come è doveroso da parte mia segnalare pubblicamente e ringraziare i coordinatori,  il prof. Marcello Bollini ed il prof. Filiberto Bernardi senza dei quali questa esperienza non si sarebbe potuta intraprendere e realizzare. Essi meglio di quanto possa fare io riferiranno sull’attuazione pratica dell’esperienza ed a loro cedo quindi il posto e la parola.  

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