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Alberoni a San Marino 17-29 ottobre 1739 |
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0-0 Sintesi 0-1 Presentazione 0-2 Premessa 1-Il contesto 2-Il coinvolgimento di Alberoni 5-Verso il giuramento Viva la libertà 6-Domenica 25 ottobre 1739, il giuramento
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- 1 - IL CONTESTO |
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Borboni e AsburgoLa prima metà del Settecento è caratterizzata da un continuo stato di guerra. Il contesto internazionale porta tutti gli Stati ad essere estremamente vigili. Essi sono talmente legati gli uni agli altri che il più piccolo cambiamento in un luogo, anche marginale, li mette tutti in allarme perché potrebbe pregiudicare l’equilibrio sul quale si fonda la sicurezza di ciascuno. Campo di battaglia: la penisola italiana. L’acquistare la prepotenza in Italia è l’oggetto dei disegni di tanti Stati avendosi esperienza che la prepotenza in Italia influisce considerevolmente a dar il tracollo all’equilibrio universale. Negli incessanti trasferimenti da un capo all’altro della penisola gli eserciti, stranieri, attraversano e riattraversano i territori dello Stato della Chiesa, ridotti a terra di nessuno, data la debolezza del papato in questo periodo. Eserciti che, attenti a non farsi troppo male fra loro, gareggiano nell’inventare sempre nuove forme di vessazione sulle popolazioni abbandonate a se stesse ed in loro completa balia. La politica è regolata dall’assolutismo regio. Le guerre hanno motivazioni dinastiche. Il secolo comincia con la guerra di successione spagnola (1701-14), prosegue con quella polacca (1733-38) e quindi con quella austriaca (1740-48). Altri conflitti negli intermezzi. In ballo sono gli interessi delle principali case regnanti, Borboni ed Asburgo, le quali mirano ad ingrandire i loro domini insediandosi direttamente o attraverso rami cadetti negli Stati in cui sia venuta meno la dinastia locale. Gli Asburgo di Vienna hanno una chance in più: sono titolari della corona imperiale. Il che ha ancora un peso in qualche parte d’Europa, dove è fama che si presentino così: La gerarchia de’ Principi, che reggono i Popoli, e che comandano in Terra, è stata ordinata anche dall’istesso Iddio venuto in terra, ad avere e riconoscere per suo Capo, Prencipe, e Primate, l’Imperatore … coi titoli esclusivi di Cesare, e di Augusto. In particolare i loro proclami hanno effetto nella penisola italiana, zona marginale e debole rispetto a quelle che si affacciano sull’oceano, ormai proiettate alla conquista di nuovi spazi in altri continenti. Non disponendo di una flotta e di porti importanti, dovendo perciò rinunciare ad acquisire terre oltre gli oceani, come invece stanno facendo le altre potenze (Inghilterra, Francia, Spagna, Olanda), gli Asburgo, ogni qual volta riescono a tamponare l’avanzata turca a oriente, rivolgono gli occhi sui vicini d’occidente, in primo luogo sugli staterelli della penisola italiana: les provinces de l’Italie sont les Indes de la Cour de Vienne. Gli Asburgo e l’ItaliaGli Asburgo si presentano nell’arretrata Italia, ancora rivolta al passato, con le insegne del passato. Ricordano che essa è stata sogettata all’Alto Dominio, ed Obbedienza di Ottone Magno Primo Imperatore di questo Nome, il quale nell’anno 962 la ridusse in Patrimonio, e Feudo dell’Imperio, chiamandola sempre Membro, Giardino e Provincia Nobile del Sagro Romano Imperio. Si arrogano i diritti che una volta erano propri degli imperatori dell’epoca medioevale. Rivendicano l’alta sovranità su tutti i feudi comunque sorti su investitura imperiale, ovunque questi feudi siano finiti a seguito delle successive vicende della storia e le conseguenti mutazioni della geografia politica. Quando in uno di questi feudi si estingue la famiglia feudataria, gli Asburgo ne rivendicano la devoluzione, cioè ne riacquistano la piena disponibilità. Gli Asburgo arrivano a considerare la penisola italiana nel suo complesso il più prezioso feudo del Sacro Romano Impero. E supportano quella loro singolare interpretazione del diritto e della storia con una smaccata esibizione di muscoli. L’imperatore Leopoldo I già il 18 novembre del 1700, dopo aver condotto una rapida indagine sui diritti storici di sovranità dell’impero sull’Italia, ordina: le truppe destinate all’Italia ... devono mettersi in moto il più presto possibile. Talvolta gli Asburgo intervengono anche in assenza di qualsiasi investitura. Gli Asburgo in qualche caso intervengono anche se la investitura è chiaramente, manifestamente papale. È il caso di Parma. Un tempo Parma era territorio della Chiesa a dominio diretto. Un papa, nel Cinquecento, ne fece un feudo per darlo a un familiare. Quindi Parma è feudo papale. Sicuramente papale. Ebbene gli Asburgo lo classificano come feudo imperiale e lo sottraggono al papa. Nessuna grande potenza si muove di fronte a quell’evidente sopruso. Il panico che si crea è enorme in tutta la penisola. Gli Asburgo e lo Stato della ChiesaSe tutta la penisola italiana deve sentirsi in pericolo con l’arrivo degli Asburgo, a maggior ragione deve temerli lo Stato della Chiesa. Gli Asburgo senza mezzi termini avvisano Roma ad’havere più rispetto, e riguardo all’Imperatore. E affermano con aperta strafottenza: lo Stato Ecclesiastico sorge e risulta da due indubitati, ed inalterabili Fondamenti, e Principj: o dalle Donazioni fatte alla Chiesa da gl’Imperatori, o dalle usurpazioni fatte all’imperatore dalla Chiesa. Per chi guarda le cose dall’interno dello Stato della Chiesa, governato dal papa, sembra davvero di essere riprecipitati nel Medioevo: ogni luogo torna ad essere conteso fra imperatore e papa. Con una differenza però: adesso all’attacco c’è l’imperatore. Canossa si è rovesciata. Non è più il papa a mettere in difficoltà l’imperatore sciogliendo i feudatari di questi dal giuramento di fedeltà, ma è l’imperatore che sconvolge l’ordine costituito nella fragile penisola italiana e nei domini stessi del papa, imponendo ai feudatari di ritornare alla antica soggezione prevista nei diplomi di investitura originari. Nello Stato della Chiesa sopravvivono una miriade di feudi, alcuni dei quali hanno alla base un diploma di investitura imperiale, altri papale, altri ancora - i più? - double face. I papi, di quando in quando e non su tutti i loro feudi, hanno fatto dei controlli, ma limitatamente alla legittimità del diploma di investitura senza, in pratica, discriminare troppo fra investitura papale o imperiale. Ora la situazione si fa pericolosa. Lo Stato della Chiesa potrebbe andare in frantumi. Fiutato il vento della storia, potrebbero rivolgersi a Vienna non solo i feudi ‘sicuramente’ imperiali, ma anche quelli di incerta origine o quelli che non sono mai riusciti a dare un fondamento giuridico al loro status o addirittura le terrae immediate subiectae cioè i luoghi che sono amministrati direttamente dalle autorità pontificie con l’invio di funzionari. Anche questi luoghi, infatti, mettendosi prestamente dalla parte del più forte, potrebbero acquistare, nell’occasione, una qualche forma di autonomia. Carpegna e MontefeltroLa pressione degli Asburgo sullo Stato della Chiesa si avverte da subito anche nel Montefeltro, la zona montagnosa a ridosso di Rimini, cui pure San Marino geograficamente appartiene. E dove nel Medioevo più volte papi e imperatori hanno scelto di rincorrersi. Il luogo più noto è San Leo, la fortezza nella quale l’imperatore Ottone I strinse d’assedio nel 962 re Berengario. Più in alto, verso l’Appennino, Carpegna, in mano da sempre alla famiglia comitale dei Carpegna che vanta un diploma di investitura risalente appunto a Ottone I. Dalla parte opposta, al limite inferiore verso l’Adriatico, San Marino, che si autoamministra col titolo di Repubblica. Il Montefeltro è diocesi, con sede vescovile a Pennabilli, nella valle del Marecchia, il fiume che sfocia a Rimini. Già l’11 giugno 1697 Leopoldo I aveva fatto affiggere nel suo palazzo a Vienna due editti imperiali, i quali dicevano che ognuno il quale possedesse in Italia un feudo dell’imperatore, dovesse presentare entro tre mesi, pena la devoluzione, i relativi documenti. Il papa, Innocenzo XII, dopo essersi opposto, invano, alla loro promulgazione, cercò di neutralizzarne gli effetti dichiarando quegli editti per lo stato della chiesa nulli e irriti. Ebbene Francesco Maria Carpegna, conte di Carpegna-Castellaccia, fece iscrivere ugualmente il suo feudo fra quelli imperiali. Benché Carpegna fosse chiaramente, indubitabilmente, un luogo interno allo Stato della Chiesa. Benché lo zio del conte fosse un cardinale: Gaspare Carpegna. E benché questo Cardinale ricoprisse la carica di vicario del papa, cioè fosse l’alter ego di quello stesso Innocenzo XII che stava tentando di parare con ogni mezzo le ingerenze degli Asburgo nello Stato della Chiesa e nell’Italia in generale. San Marino e gli AsburgoSan Marino? La Repubblica di San Marino, vista da Roma, è stata sempre considerata un luogo interno allo Stato della Chiesa, una Terra mediate subiecta, cioè che si autoamministra come i feudi. Il suo status però, secondo i sammarinesi, diversamente dai feudi, non è un dono grazioso né di un papa né di un imperatore né di una qualche autorità facente capo ad uno di essi. L’hanno avuto in eredità dal loro Santo, il quale lo aveva guadagnato, quand’era ancora in vita, coi suoi meriti e presso Dio e presso gli uomini. In un libro di grande prestigio e diffusione, l’Italia sacra (Venezia, 1717), i sammarinesi fanno pubblicare il testamento del Santo Marino, condensato in una formula di manifesta attualità politica: Filii, relinquo vos liberos utroque homine. In conclusione San Marino si ritiene un luogo libero non riconducibile né al papa né all’imperatore. I papi, finora, di fatto, hanno sempre riconosciuto ai sammarinesi il diritto di vivere in libertà. Cioè di autoamministrarsi. Gli Asburgo? Gli Asburgo mettono mano al loro progetto di espansione in Italia già agli inizi del Settecento. Primo caso significativo, Comacchio. Nel 1598 la Santa Sede aveva acquisito al dominio diretto, per devoluzione, il ducato di Ferrara, appena estintasi la famiglia d’Este che governava quel territorio su investitura papale. Ed aveva acquisito pure Comacchio, luogo interno a quel ducato. Secondo Vienna il territorio di Comacchio sarebbe dovuto restare fuori perché a governarlo era sì la stessa famiglia d’Este, ma in base a una investitura imperiale ricevuta assai prima di quella papale relativa al ducato. Comacchio e MontefeltroIl 28 maggio 1708 le truppe imperiali si impadroniscono di Comacchio. Papa Clemente XI, vista l’inutilità dei vari tentativi di ottenerne la restituzione in base al diritto, caduta nel vuoto la richiesta di aiuto agli Stati italiani e fallito pure l’appello ai re cattolici (la scomunica all’imperatore non fu ridicolizzata perché del tutto ignorata!), dà fondo a tutte le sue risorse e si indebita oltre ogni limite di buon senso per mettere assieme una specie di esercito che, ancor prima di entrare in contatto con le truppe imperiali, svanisce, evapora. Il caso Comacchio potrebbe ripetersi pari pari a proposito del Montefeltro. Il papa, nel 1631, ha acquisito al dominio diretto il ducato d’Urbino a seguito dell’estinzione della famiglia dei Della Rovere (succeduta ai Montefeltro) che lo governava su investitura papale. Dentro il ducato d’Urbino, fin da quando sorse, c’era il Montefeltro, una sua ‘provincia’. I Della Rovere, succedendo ai Montefeltro, avevano ereditato da questi un doppio titolo: duchi di Urbino su investitura papale e conti di Montefeltro su investitura imperiale. Ora l’impero, come già nel caso di Comacchio, potrebbe rivendicare la sovranità sul Montefeltro in quanto, in origine, feudo imperiale. Il Montefeltro ha sempre creato qualche problema all’amministra-zione pontificia, frammentato com’è, senza un centro importante, senza una capitale, con tutti quei cucuzzoli che vorrebbero, ciascuno, fare Stato a sé come nel Medioevo. Ogni volta che si interviene per cercare di mettere un po’ d’ordine, apriti cielo: scintille da ogni parte. Lo spostamento della sede vescovile da San Leo a Pennabilli, decisa alla fine del Cinquecento per ragioni di ordine militare, ha aperto una controversia fra le due località che perdura accesissima ancora per gran parte del Settecento. Controversia che vede i sammarinesi schierati decisamente a favore di San Leo e contro Pennabilli. Le ragioni di Pennabilli sono sostenute dal capitolo dei canonici e, a partire dal 1731, apertamente, anche dal vescovo della diocesi, Crisostomo Calvi. Invasione di CarpegnaNel 1731 muore a Parigi senza discendenti il conte Ulderico Carpegna del ramo Scavolino-Gattara. Gian Gastone De’ Medici, Granduca di Toscana, rivendica al suo Stato la contea, considerando nullo un testamento del conte a favore del figlio di una sorella: Emilio Orsini de’ Cavalieri Sannesi. Gian Gastone non ci mette troppo impegno: anch’egli non ha discendenti e sa già che alla sua morte il Granducato se lo giocheranno fra loro le grandi potenze europee. Papa Clemente XII, per creare il fatto compiuto, ordina subito al card. Carlo Maria Marini, Legato di Romagna, di prender possesso della contea. Però da Vienna prontamente si fanno sentire gli Asburgo. Il papa deve desistere. Segue un compromesso: in attesa di risolvere la questione sul piano giuridico, imperatore e papa decidono di comune accordo di permettere che il Marchese Emilio (Orsini) ne prenda per il momento il possesso senza dipendere da alcuno, cioè né dall’uno né dall’altro. Nel 1737 Clemente XII, però, mentre Gian Gastone sta esalando l’ultimo respiro e l’imperatore è seriamente impegnato nella guerra di successione polacca, si fa dare dall’Orsini 7.000 scudi e gli concede l’investitura su Scavolino-Gattara, come se ne disponesse pienamente e comunque in violazione dei precedenti accordi con l’imperatore. Come muore Gian Gastone, il Granducato di Toscana passa a un ramo degli Asburgo, i Lorena. I quali Lorena ancor prima di trasferirsi a Firenze, nella notte fra l’1 e il 2 aprile 1738, unilateralmente e senza alcuna apparente giustificazione, ordinano alle milizie tosco-imperiali di occupare la contea contestata. Non solo. Fanno occupare anche l’attigua contea di Carpegna-Castellaccia, il cui conte è vivo e vegeto. Le proteste del papa (e si immagina anche del conte vivente che non avrà mancato di fare i debiti scongiuri) non hanno alcun successo. Le truppe rimangono lì. Anzi corre voce che andranno avanti. Avanti per dove? Mons. Marcello Lanti, Presidente della Legazione d’Urbino, il 4 aprile in una comunicazione urgentissima al card. Giuseppe Firrao, Segretario di Stato, prefigura le possibili nuove mosse delle truppe tosco-imperiali a partire da Carpegna: si parla di S. Marino e di Monte Feltro. Pare che stiano per arrivare migliaia di soldati per prendere fortezze nello Stato d’Urbino, ... S. Leo lontano da Carpegna sei miglia, e S. Marino Repubblica. Firrao, a sua volta, allarma il card. Giulio Alberoni, Legato di Romagna: per qualche fondato timore, che abbiamo delle truppe toscane le quali possono, da l’occupazione dei feudi di Carpegna, e Scavolino, passare ad invadere ò San Leo, ò altro Luogo dello Stato di Montefeltro, è facile che ci bisogni qualche soccorso di soldati anche da codesta Provincia di Romagna, oltre diversi altri aiuti, che si sono ordinati. Lo Stato della Chiesa si accinge a difendersi con le armi, come fece a suo tempo per Comacchio? Movimenti di soldati nello Stato della Chiesa in effetti non si registrano. La difesa dei diritti della Santa Sede è affidata, per quanto riguarda sia Carpegna sia gli altri luoghi al momento solo minacciati, a dotte, articolate e documentate dissertazioni storico-giuridiche. San Marino sotto studioIn una Dissertazione storico-giuridica conservata presso l’Archivio Segreto Vaticano, si legge: la Terra, e Commune di S. Marino in Romagna è stata ne passati tempi soggetta all’alto, e Sovrano Dominio della Sede Apostolica, e lo dovrebbe essere tuttora, quantunque indebitamente si pretenda il contrario da detto Comune. La soggezzione di San Marino alla Santa Sede chiaramente si prova sin al tempo del Pontificato Pio II. Dopo quel papa, però, si sono messi quei Popoli in una specie di libertà, decantata per tale anche da diversi Scrittori. Tale libertà, si legge nella Dissertazione, è stata poi a lungo protetta dai duchi d’Urbino. Nel 1603 prefigurandosi la devoluzione del Ducato di Urbino alla S. Sede, i sammarinesi chiesero a papa Clemente VIII di accettarli sotto la protezione della Chiesa Romana, e de Sommi Pontefici in perpetuo, offerendo essi di stare, e di essere ai Romani Pontefici, e alla Sede Apostolica sempre, ed in perpetuo riverenti, sudditi, e fedeli, salva la loro libertà. Ebbene accettò il Pontefice Clemente VIII l’istanza, e spedì loro un Chirografo con cui impegnò se stesso ed i suoi successori a rispettare la loro libertà. Il che è avvenuto. Ora sopra questa libertà ammessa nel Chirografo di Clemente VIII - continua la Dissertazione - possono cadere varie considerazioni. Infatti non è chiaro se s’intenda solamente la libertà di governarsi secondo le leggi Statutarie, ovvero se s’intenda, che i sammarinesi siano totalmente indipendenti dalle Leggi della Provincia di Romagna, e dalla Giurisdizione del Legato e quindi dalla Santa Sede. I documenti della storia dunque non fanno chiarezza. Non aiutano a risolvere il dilemma se San Marino sia da ritenersi un luogo che gode di una forte autonomia amministrativa, ma sotto la sovranità della Santa Sede, oppure abbia conseguito, di fatto, l’indipendenza dalla Santa Sede. Il significato di ‘libertà’Per provare che il Titano è soggetto alla Santa Sede, è opportuno - secondo quanto si legge nella Dissertazione - andare a vedere se i Legati di Romagna dopo la devoluzione di Urbino, abbiano esercitato qualche atto di Giurisdizione almeno in quanto riguarda all’alto Dominio (oppure se essi Uomini di S. Marino abbiano fatto qualche atto di Soggezione). Se si trovasse o a Ravenna o a Urbino almeno un atto che provi l’imperio pontificio su quella comunità (o la soggezione della comunità ai dettami delle autorità pontificie), si concluderebbe che la libertà salvata da Clemente VIII consiste solo nella Libertà di vivere secondo le leggi, o consuetudini di quel Popolo. Cioè sarebbe fatto salvo l’alto dominio della Santa Sede sul luogo. In ogni caso è evidente il disturbo che deriverebbe allo Stato Ecclesiastico qualora San Marino si collegasse … con qualche Principe potente, che, da qualche passione accecato, la Chiesa Santa turbare volesse. Costui ricovrato, e fattosi forte in S. Marino terrebbe in penosa sogettione le tre Provincie di Romagna, di Marca, e d’Urbino a cagione della sua situatione. Con l’arrivo delle truppe tosco-imperiali a Carpegna, il pericolo di una intrusione esterna diventa imminente. Come farvi fronte? Roma non può tentare di risolvere la situazione - secondo quanto si legge nella Dissertazione - dichiarando ex abrupto i sammarinesi soggetti all’alto Dominio della Sede Apostolica, come in virtù degli antichi documenti si potrebbe fare, mediante la promulgazione di Monitorij Pontificij assai risoluti. Perché non può? Perché in tal caso si può temere che i sammarinesi ricorrano alla protezione di qualche potenza estera, e allora la S. Sede entrarebbe in qualche pericoloso impegno. Allora? Per evitare ogni scandalo - si suggerisce nella Dissertazione - meglio sarebbe di usare qualche prudenziale stratagemma, di modo che la S. Sede non si ritrovi in nuovi imbarazzi, da quali poi non sia così facile l’uscirne. Le mosse di FirraoFirrao - sulla base di detta Dissertazione o di altre di analogo tenore - comincia ad occuparsi seriamente di San Marino chiedendo a Lanti di riferirgli quali atti di ubbidienza siano soliti di prestare ai Legati d’Urbino i Comuni di S. Marino. Risposta: i Comuni di San Marino altri atti di ubbidienza non sono soliti di prestare alla Legazione di Urbino, fuorché di spedire due Ambasciatori nell’arrivo del Legato, o Presidente, complimentandolo con loro lettera nel suo avvenimento, e con espressioni cortesi sì, ma non inducenti alcuna soggezione, e col mezzo poi di altro Deputato gli fanno presentare un Regalo d’Oglio, Presciutti, e Caciotte. In conseguenza di questi atti di urbanità fin qui consueta sogliono i Legati, o Presidenti una volta nel tempo del loro Governo concedere alla Repubblica una licenza di estrarre i prodotti dai possedimenti dei sammarinesi nel territorio della Legazione. Dunque i sammarinesi ritengono di essere intieramente liberi, e di esser semplicemente sotto la protezione della Sede Apostolica, e in conseguenza non soggetti alla sua Giurisdizione. Tanto che ogni minimo ricorso fatto da un qualche sammarinese alla Santa Sede, è stato quasi sempre riguardato come peccato di lesa maestà, sin a castigarne la sola intenzione. Il Titano, politicamente, va ritenuto un’enclave dello Stato della Chiesa (60 chilometri quadrati, 3.500 abitanti circa), lungo quella Valmarecchia all’inizio della quale, a Carpegna, si sono stanziate, tracimando dall’Appennino, le truppe dei tosco-imperiali. La benevolenza dei papiFinora, in assenza di un serio pericolo esterno, il blando governo dei papi, conservatori per antonomasia, non ha certo infierito sui sammarinesi. Anzi. Molti papi si sono prodigati per sopravanzare in generosità i loro predecessori nel far crescere l’autonomia del luogo, per dimostrare - come ebbe a dire Urbano VIII - che la Santa Sede è differente dagli altri potentati che più tosto sanno di tirannie. Dopo la caduta del ducato d’Urbino (1631), di quando in quando sono state spedite a Roma maligne relazioni dai luoghi vicini a San Marino. Soprattutto da Verucchio e da Pennabilli. Più di una volta i prefetti dell’Archivio Vaticano sono stati richiesti di confezionare a loro volta delle relazioni sullo status della Repubblica di San Marino, per dimostrare, in sostanza, la sovranità della Santa Sede sul luogo. Eppure i papi non hanno raccolto quelle sollecitazioni. Non si sono mossi. Non hanno soppresso la Repubblica. Con l’arrivo dei tosco-imperiali a Carpegna ai primi di aprile del 1738, le cose cambiano. C’è un reale pericolo che l’impero sfrutti quel buco nella sovranità pontificia, per destabilizzare l’intera zona. Una potenza che venisse chiamata ad occupare San Marino, sarebbe un gran stacco al Papa visto l’esempio di Comacchio. Per la Santa Sede, dunque, diventa urgentissima la necessità di procurarsi un atto che attesti la sua sovranità sulla piccola enclave prima che succeda l’irreparabile. Ma come? Roma prova a chiedere agli stessi sammarinesi di fornire loro stessi, di loro iniziativa, un segno di soggezione alla Santa Sede per evitare un pericolo maggiore, l’assoggettamento all’impero. Tempo sprecato. I sammarinesi, dice Firrao, non sono per lo più capaci della raggione, e quelli, che per avventura lo sarebbero, vengono dominati dalla passione, non appena adombrano un pregiudizio alla loro libertà. D’altra parte Roma non può adoperare la forza. Osserva Firrao: siccome si stanno facendo presentemente da noi alte querele in Vienna et alla Corte di Toscana, contro la Violenta usurpazione della Carpegna, non pare questo il tempo di essere noi redarguiti dello stesso difetto con l’impossessarsi di S. Marino. Per affermare la sua sovranità sul Titano a Roma non resta che ricorrere a qualche stratagemma, come, appunto, suggerito dagli anonimi compilatori della succitata Dissertazione. Firrao ordina a Lanti di studiare la questione, avvalendosi di qualche Persona perita Ecclesiastica, che non possa essere sospetta. Una Persona Ecclesiastica è da preferirsi ad una laica, perché la si può vincolare al segreto religioso. Firrao propone anzitutto di coinvolgere mons. Vescovo di Montefeltro. San Marino e PennabilliCome vanno i rapporti fra i sammarinesi e mons. Vescovo di Montefeltro? Male. Dagli inizi del Settecento. Non appena lasciò la diocesi del Montefeltro, per trasferirsi a Camerino, il vescovo, sammarinese, Bernardino Belluzzi. Questi aveva introdotto delle innovazioni nel pagamento dei tributi a favore degli ecclesiastici sammarinesi (e dell’autonomia della Repubblica), a scapito del restante clero della diocesi. Nacque un litigio, fra Pennabilli e San Marino, che andò poi allargandosi a una serie di conflitti giurisdizionali aventi per oggetto, fra l’altro, la complessa materia delle immunità ecclesiastiche. Fino a sfociare, da parte di Pennabilli, in vere e proprie interferenze politiche nella vita della Repubblica, con l’assicurare un sostegno via via più marcato a ogni voce di dissenso interno. Dopo la caduta del ducato d’Urbino i vescovi di Pennabilli avevano tentato di riacquistare un ruolo politico in zona, ma si trovarono subito la strada sbarrata dalla famiglia Carpegna. I Carpegna hanno cominciato ad occupare una posizione dominante nel Montefeltro dagli anni attorno al Mille. Poi sono rimasti eclissati per alcuni secoli dallo strapotere dei Montefeltro e, successivamente, dei Della Rovere che ridussero pressoché tutto il Montefeltro a una provincia del Ducato d’Urbino. Nel 1631 ebbe fine il Ducato di Urbino col passaggio dei vari luoghi al dominio diretto della Santa Sede. I Carpegna collaborarono nell’occasione con la Santa Sede. Forse per i meriti acquisiti nella circostanza ebbero due cardinali. Due cardinali dalla lunga vita, attraverso i quali ripresero a fare in zona il bello e il cattivo tempo, sia in temporalibus che in spiritualibus. Verso il 1710 le sorti della famiglia Carpegna volsero rapidamente al brutto a seguito della morte del card. Gaspare Carpegna ed anche per l’esaurirsi, subito dopo, della discendenza maschile. Allora cominciò ad occupare il vuoto di potere creatosi nel Montefeltro, non un’altra famiglia dominante, ma un gruppo di uomini che avevano già un ruolo di prestigio e istituzionale: il capitolo dei canonici di Pennabilli. Uomini colti, abituati a lavorare assieme per una causa, quella di Pennabilli contro San Leo, per la questione apertasi nel 1580 sulla sede vescovile. Uomini ben addentro negli ambienti romani e con qualche selezionata amicizia anche in corti estere, specie a Vienna. La loro leadership non trovò ostacoli ad affermarsi. Poco a poco verrà accettata - o subita - dai vescovi e poi riconosciuta, di fatto, dalla stessa Roma. A proposito della Repubblica di San Marino i canonici pennesi fanno di tutto per dimostrare che essa non è affatto indipendente, ma che è soggetta alla Santa Sede. In antico il Titano, a loro dire, era soggetto ai vincoli feudali del vescovo del Montefeltro, un vescovo-conte, che proprio dentro la Guaita, la Prima Torre, il fortilizio del luogo, aveva la sua residenza. A riprova adducono un rogito del 1243 - scoperto a Verucchio - stipulato in camera Domini Episcopi … in Monte Sancti Marini, nel quale il vescovo intervenne, a loro dire, come dominus loci. E, soprattutto, danno molto rilievo al tentativo del vescovo feretrano Benvenuto, attorno al 1320, di vendere al comune di Rimini i suoi ‘diritti feudali’ sul Titano, non potendoli esercitare perché il paese era ‘occupato’ dai Montefeltro. A seguito di tale occupazione da parte dei Montefeltro i sammarinesi, a detta dei canonici di Pennabilli, divennero da allora ‘vassalli’ dei Montefeltro. Poi ‘vassalli’ dei Della Rovere, succeduti ai Montefeltro nel ducato d’Urbino. Infine ‘vassalli’ della Santa Sede che per devoluzione, ha acquisito il detto ducato al diretto dominio. In un documento del 1720, elaborato dai canonici pennesi, la questione è così sintetizzata. La diocesi di Montefeltro fa parte del ducato d’Urbino; la Repubblica di San Marino fa parte della diocesi di Montefeltro; si conclude che la Repubblica di San Marino fa parte del ducato d’Urbino (Dioecesis Feretrana est in Ducatu Urbini; Respublica Sancti Marini est in Dioecesi Feretrana, ergo eadem Respublica in Ducatu Urbini continetur). Poiché il ducato d’Urbino nel 1631 è passato sotto il dominio diretto della Santa Sede, si conclude, definitivamente, che la Repubblica di San Marino è sotto la Santa Sede. Il vescovo Crisostomo CalviNel 1731 arriva in diocesi il vescovo Crisostomo Calvi. Questi sposa in pieno le tesi del capitolo dei canonici a favore di Pennabilli contro San Leo fino alla vittoria definitiva, ottenuta proprio per merito suo: egli riesce a strappare a Clemente XII l’annullamento e poi il ribaltamento di una decisione presa sotto il precedente pontificato a favore di San Leo. Mons. Calvi sposa anche la tesi del capitolo dei canonici di Pennabilli contro San Marino e si impegna a vincere anche questa partita. Dice di aver trovato nella cancelleria vescovile innumerevoli documenti che provano essere stati sempre soliti li Republichisti di S. Marino, quasi che fosse il peccato originale di quella Repubblica, caricare di falsità e d’imposture i Vescovi del Monte Feltro. Il contrasto Pennabilli-San Marino si acutizza al punto da costringere i governanti sammarinesi a progettare l’invio di una richiesta a Roma di distaccare il territorio sammarinese dalla diocesi del Montefeltro. È una lotta senza esclusione di colpi. Verso Roma, a ridosso dell’episodio alberoniano, partono da Pennabilli delle sollecitazioni di questo tipo: la recuperazione di questo Feudo, cioè di San Marino, alla Santa Sede è facilissima, perché alla comparsa improvvisa di non molte soldatesche Pontificie bisogna, che li Sammarinesi si sottomettino, e s’arrendino, per non aver forze da resistere. A San Marino si reagisce agli attacchi di Calvi non certo porgendo l’altra guancia: in tempo, che il Sig.e Valerio Maccioni era Capitano, fe’ chiudere in una sua Camera un certo, che poco prima era stato al servitio di mons. Vescovo di M.efeltro, e con minaccie di carcere e altro lo costrinse à depor falsamente cosa criminale e scandalosa contro lo stesso Vescovo. E, successivamente, Filippo Manenti in qualità di Capitano Reggente si adopera perché, egli dice, da Roma venga riconosciuto Monsignor Vescovo vero nemico di questa Repubblica. Proprio agli inizi del 1739, l’Arcidiacono pennese Pietro Antonio Calvi, nipote del vescovo Crisostomo Calvi, pubblica un libro sulla diocesi feretrana che è, sì, di sostegno a Pennabilli contro San Leo, ma anche nettamente schierato contro la Repubblica di San Marino. Nel libro compaiono una serie di documenti storici sfavorevoli alla indipendenza sammarinese, qualcuno per la prima volta in carattere di stampa. Confutando la tesi sammarinese della perpetua libertà, l’Arcidiacono Calvi asserisce (traduciamo dal latino) che il dominio temporale del Vescovo del Montefeltro (cioè oggi della Santa Sede) sul Castello di San Marino chiaramente si prova e prima della erezione della Cattedrale di San Leo nel 1173, e lungo tempo dopo la costruzione della stessa. Il dissenso interno alla RepubblicaDa dove nasce nella Repubblica di San Marino il dissenso interno su cui fa leva Pennabilli e, in particolare, Crisostomo Calvi per metterne in difficoltà il governo e pregiudicarne l’autonomia? Al vertice della Repubblica ci sono due Capitani che stanno in carica sei mesi, eletti da un Consiglio di 60 membri il quale un tempo era emanazione dell’Arengo, l’assemblea dei capifamiglia. Dal 1600 l’Arengo non è più convocato. Il Consiglio si rinnova da se stesso, per cooptazione, con nomina a vita. Ma c’è di peggio. ‘Non trovandosi idonei’ cui affidare l’incarico, il numero dei consiglieri è andato progressivamente riducendosi, nel corso del Seicento, da 60 a 45, poi a 40. La tendenza alla riduzione è continuata nella prima metà del Settecento fino ad arrivare, nel 1739, a soli 27 consiglieri, con manifeste proteste di chi riteneva di avere i requisiti per entrare in Consiglio e si vedeva la strada sbarrata da chi già c’era. In pratica il paese, nel 1739, è in mano ad un gruppo oligarchico facente capo a tre famiglie (Belluzzi, Bonelli, Gozi), con legami di parentela fra di loro. Altra ragione di dissenso interno alla Repubblica: il permanere di una grave discriminazione in materia di diritti politici, su base territoriale, risalente al 1463. San Marino, quell’anno, al termine di una guerra combattuta contro i Malatesta in alleanza con i Montefeltro ed il papa Pio II, ricevette dal papa quattro castelli: Fiorentino, Montegiardino, Faetano e Serravalle. Raddoppiò territorio e popolazione. Agli abitanti di detti castelli non è mai stata concessa una rappresentanza in Consiglio. I castelli vengono amministrati come castra subdita, cioè luoghi soggetti. La condizione di castra subdita sta molto stretta soprattutto a Serravalle, il castello più popoloso, col terreno più fertile di tutta la Repubblica e gravitante geograficamente ed economicamente su Rimini. Serravalle (come Faetano) appartiene fra l’altro alla diocesi di Rimini. Insofferente del giogo sammarinese, ha sempre colto ogni occasione per tentare di liberarsene. Ad esempio agli inizi del Cinquecento con l’arrivo in zona di Cesare Borgia. E poi con lo sbarco a Rimini dei veneziani.
Distretto vecchio e castra subdita La restrizione del numero dei consiglieri e la non possibilità per oltre la metà della popolazione di avere una rappresentanza in Consiglio, creano tensioni all’interno della Repubblica che si traducono nella richiesta di convocazione dell’Arengo, cioè dell’assemblea dei capifamiglia, per procedere alla nomina dei consiglieri mancanti o al rinnovo dell’intero Consiglio. Negli anni 1736-38 la rivendicazione sfocia in un abbozzo di sollevazione. A guidare la protesta è un nobile, Pietro Lolli, affiancato da un danaroso commerciante, Vincenzo Belzoppi. Aderiscono alla contestazione - o alla ‘congiura’ - alcune famiglie dei castra subdita, fra cui quella, numerosissima, dei Ceccoli di Fiorentino e quella dei Centini di Serravalle. Pennabilli dà forza al dissenso interno sammarinese garantendo a coloro che si espongono pubblicamente contro i governanti la sicurezza personale e familiare mediante il rilascio di patenti vescovili o della Santa Casa di Loreto che li sottrae (o dovrebbe sottrarli) al tribunale laico della Repubblica e quindi alla repressione dei governanti. Vincenzo BelzoppiFra i dissidenti, il primo a usufruire di protezione dall’esterno attraverso l’acquisizioni di patenti, è Vincenzo Belzoppi. Un uomo ‘nuovo’, un ‘borghese’ rampante. La sua famiglia, originaria di Fano, è arrivata sul Titano nel 1675. Già otto anni dopo il padre ottiene la cittadinanza sammarinese. Vincenzo eredita in Borgo una bottega-magazzeno fra le più grandi. La possiamo immaginare strabocchevole di zuccaro, salacche, baccalari, salmone, caviale. Il suo giro d’affari va oltre gli stipiti della porta del negozio o i bordi della piazza. Operare da San Marino, un luogo non dello Stato della Chiesa, pur dentro lo Stato della Chiesa, allarga gli spazi della sua intraprendenza e accresce le opportunità per il suo commercio. Non solo in Rimino, dove per lo più ha dimorato, e conversato; ma e in Venezia, e in tutte le città circonvicine, dove fa i suoi negozj è sempre stato riconosciuto per un ricco, e per un onoratissimo mercatante. Questa libertà di manovra presuppone una vasta ragnatela di aderenze presso le autorità dello Stato della Chiesa, sensibili ed esposte alla corruzione più di quelle di altri Stati. Belzoppi è ben inserito anche nella comunità sammarinese. Ha sposato nel 1703 una Faetani. I Faetani sono una famiglia di ‘mastri’ di Borgo imparentata coi Ceccoli, un clan vastissimo con nucleo a Fiorentino. Vincenzo Belzoppi, inoltre, fa parte della Confraternita della SS. Annunziata che ha la sede nel Convento dei Servi di Maria a Valdragone, nei pressi di Borgo. La confraternita, nel 1706, è stata riorganizzata col beneplacito del vescovo del Montefeltro mons. Pier Valerio Martorelli, il successore di Bernardino Belluzzi. Hanno concorso alla riorganizzazione e al rilancio, fra altri - attenzione ai cognomi! -, il venerabile Antonio Faetani, il chierico Giuliano Ceccoli, l’arciprete don Bartolomeo Ceccoli. Nello stesso 1706 mons. Martorelli concesse a Vincenzo Belzoppi la Patente di Depositario de’ Pegni‘n S. Marino per il tribunale vescovile della diocesi del Montefeltro. I confratelli della SS. Annunziata provengono in massima parte dai commercianti-artigiani di Borgo. Sono famiglie, in genere, che tendono a guadagnare un posto più alto nella società comprando terre e avviando i figli agli studi. Ma si trovano l’ascesa sbarrata in campo politico dai nobili che, in violazione degli Statuti, impediscono a molte di loro - da un secolo in modo via via più accentuato - l’ingresso in Consiglio. Qualche famiglia nobile non disdegna di scendere accanto a loro. Ad esempio nel 1716 il Nobile Sig. D.re Giuseppe Giacinto Lolli Benamati nel fare testamento ha espresso la volontà di essere sepolto vestito col sacco della Confraternita della SS. Annunziata. Il testamento fu redatto da Giuliano Ceccoli. Nella controversia fra governanti sammarinesi e vescovi di Pennabilli apertasi agli inizi del Settecento, la Confraternita ha sempre parteggiato per Pennabilli. Quando i governanti sammarinesi, con l’arrivo di mons. Crisostomo Calvi, strapparono e cassarono le Revisioni cioè i libri contabili di tutte le Confraternite, e Chiese perché non potesse il Vescovo riconoscere i pagamenti per l’avanti seguiti, tutte le entità ecclesiastiche della Repubblica si adeguarono all’infuori di una sola: la SS. Annunziata. Il Priore di quella Confraternita Sig.e Giuliano Ceccoli non volle darne loro tal Comodo. Siccome detto Sig.e Ceccoli non volle in cosa tanto illecita compiacerli, i governanti sammarinesi lo anno sempre odiato à morte, dicono a Pennabilli. Belzoppi, fra i sammarinesi, non limita le sue amicizie ai confratelli della SS. Annunziata: come uno dei più ricchi Mercadanti del Borgo, avendo molti poveri debitori seco loro graziosamente si diportava, e condonando, o rimettendo parte de’ loro debiti, e facendo nuove prestanze, di manieracché in breve tempo molti seguaci e clienti contar poteva. Belzoppi e le patentiLa ‘bottega’ Belzoppi è un porto di mare. Il notaio Giuliano Ceccoli vi rogita gli atti inerenti all’attività del proprietario, ma non solo. Evidentemente ci va spesso. Forse sta più lì che nel suo ‘studio’. Lì ha più occasioni di lavoro. Lì si trattano anche prodotti commerciali, per così dire, sofisticati, quasi dei prodotti finanziari, quali rendite o censi. Sulle transazioni dei censi che gravitano attorno al Convento dei Servi di Maria ed alla, annessa, Compagnia dell’Annunziata, Vincenzo Belzoppi e Giuliano Ceccoli sembrano avere l’esclusiva. Eppure, nonostante questa rete di conoscenze, di amicizie e di clientele, Vincenzo Belzoppi avverte il bisogno di rafforzare il suo livello di sicurezza con una ulteriore protezione esterna oltre alla patente vescovile di Depositario de’ Pegni. Appena a Loreto lascia l’incarico di governatore della Santa Casa il sammarinese mons. Melchiorre Maggio e subentra mons. Agapito Mosca di Pesaro, Belzoppi chiede e ottiene la Patente di Depositario e Conservatore delle questue raccolte in San Marino appunto a favore della S. Casa. La patente è rilasciata in data 22 maggio 1721. Lo stesso giorno a Loreto viene rilasciata pure una patente di questuante a Pietro Bartolotti, esponente di una famiglia emergente di Montegiardino, imparentata coi Ceccoli di Fiorentino. Nel 1727 oltre al consueto Vincenzo Belzoppi, che si fa confermare nuovamente la sua Patente di Depositario e Conservatore delle questue, nei registri di Loreto compare un nome nuovo: Pietro Lolli. Pietro Lolli, patentato sì e patentato noL’8 febbraio 1727 è Pietro Lolli a ottenere a Loreto una patente: quella di Denunziante dei Legati Pii per la Repubblica di San Marino a favore della Santa Casa. Quindi seguono a breve distanza, Giuliano Ceccoli (21 febbraio), Giambattista Ceccoli (11 marzo) e un certo ‘Sciacchi’ (22 maggio). Tutti e tre ‘questuanti’. Il 20 ottobre 1731 è la volta di Giuliano Malpeli e Giuseppe Ceccoli. Il 20 maggio 1735 prende la patente don Filippo Ceccoli. La patente di Pietro Lolli ha una storia tormentata. Già il 10 ottobre 1728 - non sappiamo per intervento di chi - egli è sostituito, quale Denunziante dei Legati Pii per la Repubblica di San Marino, da un certo Domenico Sensoli. Accanto al nome del Sensoli però una penna diversa da quella del compilatore del registro ha scritto: non è in archivio. Il 20 ottobre 1731 la stessa patente è data nuovamente a Pietro Lolli. Ma accanto c’è scritto ed ancora con penna diversa: levato. E risulta davvero che la patente a Lolli gli sia stata ‘levata’, cioè tolta, il 22 dicembre dello stesso anno per intervento della Congregazione Lauretana, con ordine emesso dalla stessa il 19 dicembre. A ritirare materialmente la patente a Pietro Lolli è stato incaricato, dal governatore di Loreto, Vincenzo Belzoppi. Questi obbedisce. Esegue il ritiro. Però lo stesso Belzoppi, appena ritiene che il governatore abbia perduto la memoria di quel ritiro, chiede la stessa patente per il fratello di Pietro Lolli, Beniamino. A Beniamino, dirà il governatore di Loreto, la accordai sotto li dì 29 settembre 1734, senza pensar più che tanto, in virtù della quale Patente, il medesimo Pietro, come Coabitante con Beniamino suo Fratello, veniva a godere dello stesso Privilegio. Con questo stratagemma cioè il passaggio della patente al fratello Beniamino, a Pietro Lolli gli riuscì di colludere gl’Ordini della Sagra Congregazione. Pietro Lolli dunque, pur non essendo titolare di una patente, è ugualmente coperto dai benefici di questa, in quanto coabitante di un titolare della patente, il fratello Beniamino. C’è chi sostiene però che la copertura indiretta, cioè attraverso il fratello, non dovrebbe essere operante in questo caso, in quanto in contrasto con la decisione della Congregazione Lauretana di ritirare la patente a Pietro Lolli proprio per togliere a lui, Pietro Lolli, tale copertura. Chi ha ragione? Non lo sa nemmeno il governatore della Santa Casa di Loreto, cioè la più alta autorità in materia. Cioè colui che rilascia materialmente le patenti. Infatti il governatore, richiesto di un parere sul caso specifico, afferma candidamente che un giudice avrebbe avuto in mano quanto bastava per ammettere o non ammettere il Lolli al privilegio della S. Casa; perché, ad effetto d’escluderlo, giovava la privazione della patente, e per farlo godere, giovava l’esser egli Fratello e Commensale di Beniamino. San Marino e le patentiLe assegnazioni delle patenti lauretane fra i sammarinesi rimangono segrete o semi segrete, nonostante che ci sia stato un serio tentativo nel 1731 di definire la materia prendendo contatti con Roma e anche col governatore della Santa Casa. Invece sono, in genere, palesi quelle vescovili distribuite con evidente generosità a Pennabilli specie dopo l’arrivo del vescovo mons. Crisostomo Calvi. La Repubblica di San Marino non riconosce la validità delle patenti vescovili e lauretane nel proprio territorio, Perché, appunto, non territorio dello Stato della Chiesa. Ne derivano altre occasioni di conflitto con Pennabilli, almeno per quelle vescovili, con conseguenti ricorsi a Roma presso la Congregazione delle Immunità. I sammarinesi rispondono punto su punto agli esposti di Pennabilli e, normalmente, l’hanno di vinta perché Roma, in genere, tende ad eliminare o almeno a ridurre i privilegi di dette patenti. Le patenti vescovili e lauretane non riescono a proteggere sempre e del tutto il titolare e la sua famiglia nello stesso Stato della Chiesa. A maggior ragione nella Repubblica di San Marino. Tanto è vero che Vincenzo Belzoppi, oltre alla patente vescovile ed oltre alla patente lauretana, a partire dal 1737, cioè da quando la contestazione al governo comincia a uscire allo scoperto, si premura di acquisire un’ulteriore copertura: un Libero Salvo Condotto di mesi sei che poi, puntualmente, a scadenza rinnova, presso la Legazione di Romagna a Ravenna, in quanto teme di essere dalla Giustizia molestato. |
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