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Alberoni a San Marino

17-29 ottobre 1739

0-0 Sintesi

0-1 Presentazione

0-2 Premessa

1-Il contesto

2-Il coinvolgimento di Alberoni

3-L’arrivo sul Titano

4-Roma sconfessa Alberoni

5-Verso il giuramento Viva la libertà

6-Domenica 25 ottobre 1739, il giuramento

7-Dopo il giuramento

8-Il ritorno a Ravenna

9-Verso la libertà

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IL COINVOLGIMENTO DI ALBERONI

 

L’arresto di Pietro Lolli

Il 9 settembre 1738 Pietro Lolli è incarcerato a San Marino, con l’accusa di ribellione, per ordine del Commissario Antonio Almerighi.

Lolli si batteva da tempo per far rimetter in piedi l'uso antico dell’Arringo d’uno per Casa, al fine di rinnovare il Consiglio o almeno completarlo. Era stato pure Capitano. Nobile e facoltoso, entrato in contrasto con le famiglie più potenti ed antiche, si era dimesso dal Consiglio per porsi a fianco delle famiglie emergenti, che premevano per entrare in Consiglio e non venivano fatte entrare nonostante ci fossero tanti seggi vacanti. Vista la inutilità di ogni altro mezzo, Lolli e i suoi seguaci tentarono di mettere in atto una prova di forza fra l'estate del 1737 e la primavera del 1738. Scattò pronta la reazione dei governanti. Furono raccolte delle deposizioni testimoniali dal Commissario Antonio Almerighi riguardanti Marino Belzoppi, figlio di Vincenzo, alcuni Ceccoli e alcuni Centini.

Almerighi è un avvocato ferrarese. Viene nominato Commissario nel 1737. Praticamente quando già era in corso lo scontro con Pietro Lolli e i suoi seguaci, spalleggiati dal vescovo feretrano Crisostomo Calvi. Viene nominato a tale delicatissimo incarico nonostante si sapesse dei suoi precedenti penali e della sua non esemplare condotta nell'esercizio di funzioni analoghe.

Dapprima Almerighi procede agli arresti dei seguaci di Lolli. Infine dello stesso Lolli. Però procede all’arresto di Lolli solo dopo essersi consultato con Gian Benedetto Belluzzi, un personaggio di primo piano fra i governanti della Repubblica, benché in genere assente da San Marino per lavoro. Anzi pare che Almerighi abbia preteso che Belluzzi rientrasse appositamente per l’occasione e impartisse lui stesso l’ordine direttamente agli sbirri di arrestare Lolli.

 

Lolli si difende

Pietro Lolli non accetta di essere accomunato agli altri ‘ribelli’ coi quali dice di non aver assolutamente nulla da spartire. La sua difesa è puramente politica. Egli dice di essere, in effetti, inquisito solo per aver tentata la Convocazione d’Uomini per rimettere in piedi l’uso Antico dell’Aringo, cioè l’intervento di uno per Casa ne’ Consiglio. Cioè per aver chiesto l’applicazione della Rubrica prima del libro primo di quel Statuto. Nient’altro. Avanzando detta richiesta non ha certo inteso offendere l’Autorità suprema del Principe. Per cui impropriamente lo si accusa del delitto di Lesa Maestà.

La famiglia Lolli, temendo una condanna a morte per Pietro, avvalendosi del notaio riminese Ottavio Amato Bartolucci (Doctor, ac Apostolica, et Imperiali auctoritate Notarius), inoltra un esposto alla Legazione di Romagna per chiedere il trasferimento del processo presso un tribunale ecclesiastico dello Stato della Chiesa sulla base dei privilegi della Patente Lauretana intestata a Beniamino, fratello coabitante di Pietro. La questione non si compone a livello locale e finisce a Roma. Nelle mani di chi? Del card. Firrao, il quale, oltre ad essere Segretario di Stato, è anche Prefetto della Congregazione Lauretana.

Firrao, come Segretario di Stato, il 18 agosto 1734, su disposizione del papa, aveva emesso un editto per contenere l’abuso che nelle Legazioni di Bologna, Ferrara, Romagna ed Urbino si andava facendo delle patenti. Nell’occasione aveva ribadito che il privilegio del foro riservato poteva essere rivendicato dal titolare di una patente in quelle sole cause che avessero per oggetto la materia per la quale detta patente era stata rilasciata. Infatti, coerentemente, il 9 ottobre 1734 aveva dato autorizzazione all’autorità civile (Stato della Chiesa) a procedere contro Paolo Antonio Santoni, Depositario dei Pegni della Curia del Vescovo della Penna, escludendo per lui il foro riservato, avendo egli commesso un reato per causa privata e propria e non per motivo dell’accennato Officio.

 Quindi Pietro Lolli, accusato di ribellione, in base alle disposizioni in vigore ed emanate proprio da Firrao, non avrebbe motivo di far valere i privilegi della patente lauretana non essendo affatto incriminato per un qualche atto commesso da lui o da suo fratello per l’attività di procacciatore di benefici per la Santa Casa di Loreto.

In conclusione, secondo i governanti sammarinesi, Pietro Lolli essendo aggravato di più capitali delitti, commessi fuori dal suo ministero, ne viene che non gode privilegio alcuno. Non ne potrebbe godere comunque, essi precisano, perché, questo di San Marino, è un Dominio libero, che non ha mai ammesso simili Patenti, né Patentati al godimento del Privilegio del foro, come del resto si pratica in tutti gli altri Dominii fuori dello Stato Ecclesiastico.

 

Firrao, lancia in resta

Firrao, venuto a conoscenza del caso Lolli come Prefetto della Congregazione Lauretana, convoca immediatamente, nella sua qualità di Segretario di Stato, l’Agente della Repubblica di San Marino a Roma, l’abate Marino Zampini, e, in barba alle disposizioni da lui stesso emanate qualche anno prima, gli ordina di consegnare Pietro Lolli alle autorità dello Stato della Chiesa perché venga poi giudicato in ottemperanza ai privilegi della patente lauretana.

Firrao dà un ordine. Come se San Marino fosse un luogo dello Stato della Chiesa. Zampini respinge la richiesta rivendicando al governo della Repubblica il diritto di giurisdizione sui cittadini sammarinesi (non ecclesiastici). Emerge chiara davanti a Firrao la situazione prefigurata nella Dissertazione compilata dagli esperti dell’Archivio Vaticano, circa lo status di San Marino: San Marino non si ritiene luogo dello Stato della Chiesa.

Per i governanti sammarinesi, informati da Zampini, già il fatto stesso che Roma abbia chiesto di consegnare Lolli costituisce una provocazione inaccettabile, perché un atto di per sé pregiudizievole alla indipendenza della Repubblica. Nel caso che la Repubblica obbedisse, tutti coloro che vorranno, potranno - scrive un sammarinese - sempre allegare questa risoluzione contro di noi in pregiudizio della nostra Sovranità; e sarà sempre contro di noi, e nostri successori un colpo fatale, per cui dovremmo procurare di sfuggire ad ogni costo, sacrificandoci per quanto necessario per non soccombere.

Firrao non si ferma di certo di fronte al no dei sammarinesi. Vuole che il suo ordine sia eseguito. Eseguito tout court. Vuole che Pietro Lolli gli sia consegnato proprio per dimostrare ai sammarinesi (e, soprattutto, all’impero) che la Repubblica di San Marino è luogo dello Stato della Chiesa. Incarica prontamente della questione il card. Giulio Alberoni, Legato di Romagna: non potendo Nostro Signore tollerare il presente disordine, desidera che Vostra Eminenza, armandosi del proprio zelo, prevegga nella forma che stimerà più opportuna, onde gli accennati fratelli Lolli non abbiano ad essere danneggiati nelle loro prerogative e privilegi e resti assieme illesa l'autorità della Congregazione Lauretana, che deve per ogni conto interessarsi in sì giusta pendenza.

 

Giulio Alberoni

Giulio Alberoni (Piacenza, 1664-1752) non è di quelli che nasce con la porpora, cioè da una famiglia importante con un destino di successo già acquisito col sangue, come era normale ancora nel Settecento. Egli è figlio di Pio Maria e Laura che vivevano de’ soli sudori della fronte nell’esercizio di coltivare orti. Nasce a Piacenza, una piccola città dentro un microstato, il Ducato di Parma, in mano ai Farnese. Orfano a dodici anni, un benefattore gli dà l'opportunità di studiare avviandolo al sacerdozio. Un vescovo, Alessandro Roncovieri, lo prende poi al suo servizio. E lo porta con sé come interprete quando è inviato dal duca Farnese a omaggiare il generale Louis-Joseph Vendôme, comandante dell’esercito francese in Italia, e a spiarne le mosse, temendosi un suo attacco al ducato. Quando Ronconieri deve lasciare il campo per ragioni di salute, Alberoni si assume lui l’onere di portare a termine - e con successo - l’impegno verso i Farnese e al contempo ha modo di svolgere qualche incarico anche per conto di Vendôme, guadagnandone l’apprezzamento e anche una - prima - piccola rendita.

Alberoni passa poi al servizio di Vendôme, mantenendo, in segreto, anche il precedente rapporto coi Farnese. Accompagna il generale in tutte le operazioni militari che il re Luigi XIV gli affida in Italia, in Francia e, infine, in Spagna in soccorso del re Filippo V. Morto Vendôme, Alberoni rimane alla corte di Filippo V - dal quale ha già avuto modo di farsi notare per le sue doti - come rappresentante dei Farnese.

Nel 1714 muore la regina di Spagna. Nella consueta gara fra gli Stati che si scatena quando un re rimane vedovo, pure Alberoni fa la sua offerta. Intuito che a scegliere per il re sarà la principessa Orsini, la camarera mayor, la guadagna alla sua causa. Con quali promesse non si sa. Comunque il duo Orsini-Alberoni vince. Filippo V sposa Elisabetta Farnese. Cioè, politicamente, una nullità. Il matrimonio avviene per procura. Quando Elisabetta arriva in Spagna, incontra subito la Orsini. Primo atto di governo della regina Elisabetta, dietro suggerimento di Alberoni: licenziamento in tronco della Orsini, con esilio immediato. Comincia in Spagna il governo di Elisabetta o, meglio, di Alberoni. Un dinamismo eccezionale conosce la Spagna nel periodo alberoniano: in economia, finanza, amministrazione e, soprattutto, in politica. Per garantirsi il futuro sul piano personale Alberoni si fa assegnare le rendite di due importanti diocesi, Siviglia e Terragona. E soprattutto diviene cardinale.

 

Alberoni, cardinale

L’Europa è divisa fra i Borboni, che regnano in Spagna e Francia, e gli Asburgo d’Austria. Su tutti incombe la minaccia dei Turchi. Papa Clemente XI, un Albani di Urbino, sferza la cristianità alla resistenza: abbattere i turchi gli pareva il compito più importante che la Santa Sede avesse allora da risolvere. Egli dà il buon esempio: accantona i motivi di contrasto con l’imperatore (Comacchio non restituito!) e autorizza i vari Stati - Spagna compresa - a imporre tasse straordinarie anche sul clero per mettere assieme le risorse necessarie alla guerra. Gli Asburgo si addossano l’onere di fronteggiare i Turchi sulla terra ferma. Ad una precisa condizione però: che la Spagna non ne approfitti, mentre essi sono impegnati coi Turchi, per riappropriarsi, a loro danno, dei territori precedentemente perduti in Italia.

La Spagna promette. Il papa, Clemente XI, si fa garante della promessa. Testimone del patto l’intera cristianità. Sul mare contrasteranno i Turchi le flotte di Venezia e di Spagna, cui si aggregheranno tutte le navi che gli altri Stati della cristianità, con uno sforzo corale, riusciranno ad armare. Nell’aprile del 1717 salpano da Civitavecchia le quattro galere dello Stato della Chiesa che andranno a raggiungere la flotta veneziana già nel Mediterraneo.

La Spagna però tarda. Si trattiene dal far prendere il largo alla sua flotta benché per allestirla pur’essa abbia usufruito dell’autorizzazione papale a imporre tasse speciali anche sul clero. Un cappello cardinalizio al potente abate Alberoni, avrebbe potuto sbloccare la situazione? Il cappello cardinalizio, concesso obtorto collo da papa Clemente XI nel concistoro del 12 luglio 1717, arriva in Spagna il 25 luglio. Quattro giorni dopo la flotta spagnola lascia Barcellona. Si ferma per una sosta tecnica a Maiorca. Quindi riparte - si pensa - per congiungersi alla flotta veneziana già nel Mediterraneo. Ma all’altezza della Sardegna all’improvviso cambia rotta. Punta su Cagliari. Il 22 agosto gli spagnoli cominciano a bombardarne dal mare la fortezza. Cagliari e tutta la Sardegna appartenevano agli Asburgo!

 

Alberoni nella polvere

Stupore e indignazione colsero il mondo cristiano alla notizia di quanto accaduto in Sardegna. Sembrò al momento che, per Clemente XI, altra soluzione non ci fosse che rinunciare al pontificato. Gli amici del papa ed in particolare i suoi concittadini di Urbino, si fecero ciascuno in quattro per confortarlo, per convincerlo a desistere da quel proposito. E si affannarono al contempo per tenere buoni gli infuriatissimi Asburgo, giurando e spergiurando che non aveva assolutamente alcun fondamento il sospetto di una connivenza fra papa e Alberoni. Infine Asburgo, Urbinati ed i numerosissimi cardinali nominati da Clemente XI, si trovarono tutti d’accordo nel promettersi reciprocamente di cogliere ogni possibile occasione per far pagare ad Alberoni quell’orribile voltafaccia.

 Tutte le potenze si coalizzano contro la Spagna. Questa ha la peggio. Deve gettare la spugna. La pace è concessa a condizione che Alberoni sia allontanato. Alberoni riesce a mala pena a salvare la pelle con la fuga in Italia, rintanandosi poi in un luogo segreto dove rimane fino alla morte di Clemente XI. Con un salvacondotto partecipa al conclave e viene riabilitato dal nuovo papa Benedetto XIII (per cui ha votato in conclave) e compensato con la rendita della diocesi di Malaga. Si occupa degli affari privati per una decina d’anni, riorganizzando il suo patrimonio, dandosi una decorosa abitazione a Roma. Poi verso il 1730 comincia a investire tutto quello che ha accumulato non in un palazzo signorile a Roma, come era allora consuetudine, né arricchendo i nipoti, come pure era consuetudine. Divenuto amministratore di un rudere di ospedale alla periferia di Piacenza (intitolato a San Lazzaro) getta le basi per un collegio enorme e di stupefacente fattura, che diventa per lui uno scopo di vita.

 

Alberoni in Romagna

Nel 1735 papa Clemente XII, un Corsini di Firenze, lo distoglie dai suoi impegni privati, per affidargli il governo della turbolenta provincia di Romagna, con capitale Ravenna. Una provincia dello Stato della Chiesa, fra l’altro, vessata dal continuo passaggio degli eserciti stranieri che scendono o risalgono la penisola. Alberoni ha 72 anni. È un personaggio ancora di grande nome sulla scena europea. Proprio quello stesso anno sono pubblicate due eccezionali opere con cui egli si cimenta, per così dire, come pensatore politico, avanzando proposte sostanzialmente nuove per una riorganizzazione dell’Europa.

Il Breve papale di nomina di Alberoni a Cardinal Legato di Romagna è datato 17 gennaio 1735, ma egli non prenderà subito servizio. Il passaggio delle consegne col predecessore, il card. Massei, avviene a Rimini il 2 marzo. Subito grane. C’è da fronteggiare una richiesta di migliaia di carri di foraggio da parte di truppe francesi. Alberoni scrive lo stesso giorno a Firrao: agli imbarazzi della Legazione, s’aggiungono quelli di un’armata vicina. Poco dopo analoghe richieste verranno da parte delle truppe spagnole e poi di quelle asburgiche. Come se la caverà Alberoni? Egli segue in proposito una linea annunciata, fin dal primo giorno del suo mandato, a Firrao: bisogna pensare di fare quel che si potrà e mostrare di dare di buona voglia, quello che negandolo se lo prenderebbero con beffa nostra.

Tuttavia Alberoni viene accusato, spesso, di non essere del tutto imparziale nel suo comportamento verso le truppe straniere: pare mostrare una certa condiscendenza quando le richieste di vettovaglie vengono dalle truppe spagnole. I comandanti delle truppe asburgiche protestano. Non mancano, con loro, momenti di tensione. Almeno in una occasione, alla fine del 1735, pare che Alberoni si sia salvato da loro con una fuga precipitosa da Ravenna.

Eccezionale ancora una volta il dinamismo che Alberoni tira fuori nel governo della Romagna. Come in Spagna, quand’era nel fiore degli anni. D’altra parte Clemente XII pare che gli avesse dato carta bianca con queste parole: Ella vada, signor Cardinale, che non Legato ma la costituiamo Papa nella Romagna. Certo è che Alberoni lascia il segno in ogni settore: ordine pubblico, riorganizzazione dell’amministrazione, lavori pubblici.

I lavori pubblici a Ravenna assorbiranno gran parte del tempo di Alberoni: Porto Corsini, il grande Ponte in Pietra, sistemazione dei fiumi. Vi lavorano centinaia e centinaia di persone. All’occorrenza si lavora anche nei giorni di festa, con grande scandalo e proteste del clero. E si lavora con competenza. Per i fiumi, ad esempio, Alberoni si avvale dei migliori tecnici di Bologna e di Venezia. Quando il tecnico veneziano è impossibilitato a raggiungere Ravenna, il vecchio Cardinale prende su i disegni, monta in barca e salpa per Venezia. Vale la pena metterci tanto impegno? È un lavoro grande e d’avanguardia, anche sotto l’aspetto tecnico-scientifico, quello che Alberoni sta portando avanti. Dicono gli esperti che, grazie a quel che si sta facendo a Ravenna, ora essi stessi conoscono molte cose, che non si possono conoscere ne avvertire al principio delle grandi opere in materia di acque fra le quali questa è grandissima.

 

Alberoni risponde a Firrao

L’incarico di occuparsi di San Marino è assegnato da Roma ad Alberoni agli inizi del mese di marzo del 1739. Quando già il suo mandato di Cardinal Legato di Romagna è ampiamente scaduto. Invano egli ha sperato in un rinnovo come in precedenza era stato concesso senza grandi difficoltà ad altri. Ad opporsi al rinnovo è a Roma un largo fronte di cardinali che hanno mal digerito il recupero alla politica di Alberoni ed a cui danno fastidio i successi da lui già conseguiti. Questi cardinali si sono messi ad appoggiare un’istanza presentata dal card. Carlo Maria Marini il quale va sostenendo che spetta a lui il governo della Legazione di Romagna, per una qualche ragione derivante da un precedente mandato non completato.

Alberoni, preso atto dell’impossibilità di ottenerne il rinnovo, ripiega sulla richiesta del prolungamento del mandato (o proroga nella Legazione) per il tempo necessario per portare a termine alcuni lavori pubblici fra cui, importantissima, la deviazione del Ronco e del Montone, due fiumi che da secoli alluvionavano periodicamente Ravenna. L’ottiene. A fine dicembre 1738, Alberoni ha inalveato un fiume, il Ronco. Ha impiegato quattrocento persone per due mesi, giorni di festa compresi. Ed è stato fortunato: se la stagione non fosse andata asciutta e temperata non si sarebbe potuto terminare questa operazione dentro il corrente inverno. Gli resta da inalveare l’altro fiume, il Montone. Egli procede come indicato dai matematici, i quali hanno suggerito d’introdurre questi fiumi uno alla volta nel nuovo Alveo. Suo fermo obiettivo: arrivare al totale adempimento della grande Idea che è stata di liberare questa Metropoli dal continuo pericolo di restare da un momento all’altro sommersa.

Alla richiesta di Alberoni di poter prolungare ulteriormente l’incarico di governo della legazione fino al completamento dei lavori sui fiumi, cioè la deviazione anche del Montone, Roma risponde il 12 febbraio 1739 con un lettera di Firrao: egli può rimanere sì al governo della legazione ma ‘in regime di prorogatio’, cioè fino alla nomina del successore (fra l’altro già noto, appunto il card. Marini). E ciò benché circoli la voce che il papa abbia detto di Alberoni: Questo sogetto è il migliore di tutti.

La nomina ufficiale del card. Marini a Legato di Romagna può avvenire da un giorno all’altro. Infatti egli già da mesi scalpita e non passa giorno che non elevi proteste presso i colleghi cardinali a cominciare proprio da Firrao, per quel ritardo nella nomina ufficiale. Ritardo che ritiene immotivato e offensivo verso la sua persona. Ritardo dovuto - a suo dire - solo alla codardia della corte romana, timorosa di affrontare l’iroso card. Giulio Alberoni.

Alberoni è ancora lì a Ravenna ai primi di marzo del 1739 quando riceve l’incarico da Firrao di occuparsi di San Marino, per una decisione ex gratia dello stesso Firrao. È in ‘regime di prorogatio’. Roma può porre fine al suo incarico da un giorno all’altro in piena liberalità. In particolare può porvi fine in piena liberalità (sentito, come al solito, il card. Corsini, nipote del papa) il card. Firrao, Segretario di Stato. Per cui, quando si sente chiedere proprio da Firrao e addirittura a nome del papa di interessarsi della questione di San Marino, Alberoni non può certo rifiutare.

 

Alberoni zelante

Alberoni - chi avrebbe fatto diversamente? - si investe prontamente della parte: assicura che si farà consegnare Pietro Lolli per processarlo a Ravenna e dimostrare - parole testuali sue - che il Titano sta situato nello Stato Ecclesiastico. Ci penserà lui a ischiantare da gli occhi di que’ Repubblichisti il velo, che non lascia loro conoscere di essere Uomini troppo fidati sulla loro indipendenza. E non vuole che altri si intrometta. Ad esempio quando il card. Massei offre i suoi buoni uffici, ritenendo che la questione sia nata da un malinteso fra Ravenna e Titano, Alberoni lo avverte senza tante perifrasi di tenersi alla larga: nell’affare, per cui l’Em. V.ra prende ad interporre la pregiatissima sua mediazione, siccome hò dovuto procedere a tenore de’ comandi ingiuntimi in nome di N.ro Sig.re dalla Segreterja di Stato, non risiede pertanto presso di me fin’ora alcun’arbitrio.

Insomma Alberoni dice a Massei, suo predecessore nella legazione, che nella questione non c’è niente di personale. Non è una quisquilia fra Ravenna e Titano. C’è di mezzo Roma. Lui, Alberoni, sta solo eseguendo degli ordini provenienti da Roma. Anzi, lo dice esplicitamente, dal papa stesso.

In parallelo con quello del card. Massei presso Alberoni a Ravenna, si svolgono e vanno ugualmente a vuoto due analoghi tentativi di mediazione del card. Ottoboni (Protettore della Repubblica) e del card. Riviera presso Firrao a Roma. I sammarinesi cominciano a capire che dietro la decisione di strapazzare la loro Repubblica da parte di Alberoni ci sono dei comandi supremi di Roma. Ma non riescono a porvi rimedio perché non ne conoscono i termini.

 Alberoni, per mostrare a Roma con quanto zelo si occupi del caso affidatogli, non esita a ricorrere ad espressioni d’effetto, che sono musica per Firrao. Contro San Marino: la sentina di tutti li contrabbandi. Contro i sammarinesi: uomini tristi, li quali altra legge non riconoscono, che quella che essi formano a sé medesimi, nulla riflettendo alla loro origine e pensando di non aver superiore al mondo. E non manca di solleticare direttamente Firrao, Prefetto della Congregazione Lauretana, nell’amor proprio: si potrà dire che la Patente Lauretana ha dato un bel pretesto a fare un gran colpo!

Roma ovviamente apprezza questo impegno, come si evince dalla seguente lettera di Firrao: rimane Nostro Signore molto soddisfatto della zelantissima prontezza dell'Eminenza Vostra in abbracciare la difesa de' Fratelli Lolli di S. Marino, e dell'autorità della Congregazione Lauretana.

 

Subito una rappresaglia

Di fatto Alberoni cerca di portare a termine la commissione senza perdervi troppo tempo. Risponde subito a Firrao: Io … verrò divisando le vie più spedite che conduchino al provvedimento voluto da Sua Betitudine. Fra queste vie quella che già altre volte sentii essere stata battuta da altri Legati Pontifizi, cioè far loro una Rappresaglia da cui quelle Genti imparino anco in questa congiontura a disingannarsi, che in sostanza nello Stato del Papa ’vivunt precario nomine’. Roma autorizza la rappresaglia. Alberoni incarcera due sammarinesi (Marino Bonelli e il figlio Costantino) sorpresi in un loro podere in Romagna, e propone uno scambio: Lolli contro i Bonelli.

I sammarinesi non cedono: manovreranno a Roma in modo che Bonelli padre sia liberato senza contropartita. Sono ben consci - come ben presto si accorge Alberoni - che consegnare Lolli allo Stato della Chiesa costituisce un colpo fatale all’alta loro sovranità.

Alberoni allora tenta con le buone. Manda una lettera ai sammarinesi con cui si propone egli stesso come mediatore fra loro e Roma, garantendoli che troverà il modo per tradurre Pietro Lolli in carcere a Ravenna seguendo una modalità tale che Roma sia soddisfatta e, al contempo, non venga recato pregiudizio alcuno alla giurisdizione sammarinese, verso la quale egli assicura pieno rispetto. E, per essere meglio accetto ai sammarinesi, si serve, come latore della proposta, di un sammarinese che è al suo servizio, Gian Benedetto Belluzzi.

 

Un sammarinese al servizio di Alberoni

Gian Benedetto Belluzzi (di qui in avanti solo ‘Belluzzi’) è un tipico rappresentante di quei 'funzionari itineranti del diritto' che caratterizzano per secoli lo scenario politico del microcosmo sammarinese. Uomini che peregrinano da un ufficio all’altro, dentro e fuori dallo Stato Pontificio, ed al contempo svolgono - magari saltuariamente - un qualche ruolo di responsabilità nel loro paese.

Belluzzi è uno dei massimi protagonisti della politica sammarinese. Già da diversi anni si trova proprio al servizio di Alberoni a Ravenna, come suo Luogotenente Civile nella Legazione di Romagna. Alberoni lo ha presentato a Firrao così: è un uomo della cui fede, probità, e dottrina, posso con certezza ripromettermi, per averne date buone prove nelle migliori cariche della Toscana, e nelle Ruote di Perugia, Lucca, e Genova.

Alberoni spedisce Belluzzi in missione sul Titano per farsi assegnare il ruolo di mediatore fra San Marino e Roma. Ma i sammarinesi respingono la proposta, benché presentata da un concittadino così autorevole. Non solo. A detta dello stesso Alberoni, addirittura il fratello di questi, Lodovico, si mette a rimproverare Gian Benedetto di essere poco amante della di lui Patria, vile, e codardo, per non essere ancora riuscito, lui nella sua posizione e con la sua capacità professionale, ad attirare Alberoni dalla parte di San Marino nello scontro con Roma.

Gian Benedetto Belluzzi sa che è Roma ed in particolare Firrao a spingere Alberoni contro San Marino. Cerca di spiegarlo ai suoi concittadini. Invano. Invano rivela che la rapresaglia che si è abbattuta sui Bonelli di Roma stessa fu ordinata e che Alberoni non poteva non eseguirla.

Belluzzi, pur ragionando in questi termini coi suoi concittadini, rimane tuttavia prudentemente guardingo verso Alberoni. Lavorando con lui gomito a gomito per anni, ha avuto modo di conoscerne i metodi di governo ed i risvolti della personalità. Alberoni invece sembra riporre sempre piena fiducia in Belluzzi. In una lettera del 28 marzo scrive a Firrao che Belluzzi, uno de' Principali di San Marino, a proposito dei governanti del suo paese va dicendo: Iddio non può più tollerare il governo iniquo e tiranno di quella combricola. E’ una affermazione che lascia perplessi. A distanza di pochi giorni - e Alberoni lo sa - Belluzzi sarà a San Marino per assumere, in coppia con Biagio Antonio Martelli, la carica di Capitano, cioè di capo di quella combricola. Quello fra Alberoni e Belluzzi è un rapporto - soprattutto dal 1° aprile 1739 - pericolosamente in equilibrio sulla lama di un rasoio. Belluzzi è primo Capitano di S. Marino e nell'istesso tempo … Luogotenente Civile di Alberoni. Un giorno Alberoni gli chiede a bruciapelo se aveva fondamento la ciarla fatta correre, forse per ispaventar Roma, che i sammarinesi volevano darsi al Gran Duca di Toscana, cioè ai Lorena-Asburgo. Risposta? Ce la riferisce lo stesso Alberoni: se ne mostrò confuso, e sorpreso, senza però dirmi né sì, né no. Belluzzi, insomma, non è uno sprovveduto.

 

Capitanato Belluzzi-Martelli

Quando Belluzzi va da Alberoni per accomiatarsi per finita luogo-tenenza, il Cardinale, saputo che rientrerà sul Titano, non si lascia sfuggire l’occasione per affidargli un nuovo pacchetto di proposte da portare ai concittadini. Belluzzi esegue. Puntualmente riferisce al Consiglio ed illustra lui stesso - da Capitano! - le proposte di Alberoni. Ebbene il Consiglio, dopo lunga discussione, fu d'unanime (unanime!) sentimento risoluto ... di non acettare. Motivazione: i proietti che da Sua Eminenza erano stati suggeriti ... furono creduti svantaggiosissimi per la Repubblica. Consegnare Lolli, come aveva scritto lo stesso Belluzzi in una lettera, equivaleva a menomare Indipendenza, e Sovranità della Repubblica.

Belluzzi nel maggio del 1739 si trasferisce a Bologna, dove è stato nominato giudice presso la rota (tribunale) di quella città, già prima che scadesse il suo incarico in Legazione. Raramente è a San Marino, benché Capitano. Il suo collega Capitano, Martelli, è costretto spesso a prendere le decisioni da solo in condizioni via via più difficili.

Martelli riferisce in continuazione a Belluzzi sui problemi dello Stato. Gli attesta in continuazione la sua buona volontà, la sua fedeltà alla causa della Repubblica. Eppure, da alcuni suoi concittadini del rango nobiliare è tacciato di voler fare le cose senza dipendere dal collega. Per difendersi dall’accusa, Martelli, supplichevole, chiede aiuto proprio a Belluzzi: V. S. Ill.ma ... può farmi giustizia del continuo carteggio avuto con Lei in ossequio della stima dovutale, e in adempimento del debito che me ne corre.

Conscio delle difficoltà in cui si sta cacciando il paese, Martelli vorrebbe Belluzzi più presente a San Marino e non tralascia occasione per rinnovare le suppliche pel suo ritorno, per il maggior vantaggio di questo Governo. Senza successo.

San Marino dunque è in difficoltà al suo interno. Al vertice, in pratica, c’è un solo Capitano, Martelli, per tutto il semestre dal 1° aprile al 31 settembre 1739. Fra l’altro, Martelli, oltre a fronteggiare i pericoli esterni, oltre a lottare quotidianamente con la malcelata diffidenza del gruppo nobiliare, deve tenere a freno le teste calde come il canonico Giambattista Benedetti-Leonardelli che vorrebbe risolvere la questione così: si cerchi ... con acquetta, sacchettate, o altro modo, di far morire il Loli ... e così finire questo contrasto; che quando sia morto, vadino a conoscere, con del tempo, da che sia provenuto, se da innedia, o da sacchettate!

Il contrasto con Roma si indurisce ulteriormente proprio a causa, fra i governanti, di estremisti come Leonardelli. Questi non solo sospettano del Capitano Biagio Martelli, ma anche dell’abate Zampini, Agente della Repubblica a Roma. Zampini è un abate molto ammanicato negli ambienti romani. Troppo ammanicato, per i sospettosi governanti del Titano. Essi temono che, aspirando egli a una qualche carriera personale in quegli ambienti, venga frenato, nell’azione a difesa delle prerogative della Repubblica, da questa sua aspettativa personale. Si sospetta che potrebbe anteporre l’interesse privato a quello pubblico. Nel dubbio i governanti sammarinesi in quattro e quattr’otto decidono di spedire a Roma, con la qualifica di Inviato, perché gli stia alle costole, addirittura il canonico Leonardelli, quello che consigliava di risolvere il caso Lolli con le sacchettate.

 

Alberoni insiste

Pietro Lolli, in effetti, continua a passare i suoi giorni in carcere nella Guaita. Niente trasferimento al cimitero come vorrebbe il canonico Leonardelli e nemmeno a Ravenna come vorrebbe Alberoni, per fare quel piacere a Firrao, che gli deve tenere buona lì, ferma in curia, la lettera di nomina di Marini.

Alberoni manda a Firrao lunghe e dettagliate relazioni sulla vicenda Lolli di modo che non si dubiti del suo impegno. Ma Roma non si accontenta di parole. Mira al sodo. La sostanza è che, appunto, Lolli continua a rimanere a San Marino. Ed in carcere. Insomma i sammarinesi - questo è il punto - si permettono di disattendere una ingiunzione legittima di una legittima, e altissima, autorità dello Stato della Chiesa. Visti da Roma, davvero si comportano come se non fossero soggetti allo Stato della Chiesa. Il che, con gli Asburgo stanziati a Carpegna, non è più possibile tollerare.

Ai primi di giugno del 1739 arriva in Romagna la voce che è imminente la partenza da Roma del card. Marini. Per alcuni giorni Alberoni addirittura sospende i lavori sui fiumi. A che pro’ continuare? Poi ci ripensa. Decide di reagire. Di protestare. La deviazione del Ronco e del Montone è un’opera importante. In tempo di Pio IV (papa dal 1559 al 1565) fu cominciata questa diversione  ..., per la quale furono spesi da 20 mila scudi. Sopravenne la morte del Sommo Pontefice, e subbito cessò il lavoro, con la perdita della detta somma che non è picciola. Ora Alberoni ha già inalveato un fiume, il Ronco. Chiede che non abbia a venire Persona nuova ad inalveare l’altro fiume, il Montone. Teme che questa Persona nuova, cioè Marini, sia un uomo inesperto ed incapace di condurla a fine, quell’opera. In effetti il vero motivo è un altro, e lo stesso Alberoni finisce per confessarlo: perché lasciare che un altro senz’alcun merito abbia a raccogliere il frutto delle mie fatiche e de’ miei sudori? A lui basta arrivare al dicembre del 1739 per potere, dice, rendere ultimata questa grand’opera (per la quale sudai et arsi) per salvezza della mia estimazione e del mio onore al quale non posso mancare.

Quanto ai sammarinesi Alberoni dimostra ancora una volta a Roma la sua buona volontà colpendoli, su suggerimento di Firrao, negli interessi economici: decide di non accordar loro l’estrazione delle loro grascie, che hanno in codesta Legazione. E fa capire che si potrebbe anche andare oltre, alzare il tiro, visto come sono divisi al loro interno. Firrao coglie subito: quando riuscisse all’abilità di V. E. che quelli Repubblichisti si sottomettessero volontariamente alla Santa Sede non avrebbe Nostro Signore discaro di riceverli, e di accordar loro tutti i Privilegi che godono presentemente.

Al nuovo progetto che si sta profilando, cioè quello di assoggettare i sammarinesi, i due cardinali sono stati molto probabilmente indotti da Almerighi. Questi, in qualità di commissario, si era prestato ad arrestare Lolli con l’accusa di ribellione su richiesta dei massimi esponenti del governo sammarinese ed obbedendo agli stessi aveva provveduto a imbastire il relativo processo. Poi, visto lo scontro che si stava profilando fra San Marino e Santa Sede, sulla base del suo personale tornaconto, ha deciso di cambiare fronte.

 

Almerighi il traditore

Alberoni su Almerighi a marzo ha dato questo giudizio in una lettera a Firrao: il suo carattere si è di falsario ... per tale è stato in Ferrara ... processato, carcerato e condannato alla galera ‘ad tempus’, e poscia relegato in fortezza, ... privato dell'offizio in perpetuo di Notaro e casso dal Dottorato. Alberoni se lo era trovato lì a Ravenna quando ha preso il governo della Legazione, quale Ministro criminale del predecessore, il card. Massei. Ma avendo scoperto essere falsi più processi, compilati da esso in qualità di giudice processante - aveva scritto Alberoni a Firrao - giunto io in questa residenza e venuto in chiaro brevemente de li comportamenti di costui, non lo volli a fronte di tanti impegni confermare nel posto. Perciò, aveva avvertito: converrà usare della ... somma prudenza e cautela nell'ammettere le di lui rappresentanze.

Ebbene nonostante ciò (o proprio per ciò?) Firrao aveva chiesto ad Alberoni di mandargli Almerighi a Roma. Dopo di che pure Alberoni sarà costretto a servirsene. Lo farà. E cambierà anche opinione su di lui, sino a descriverlo, a giugno, al card. Lanfredini come molto amante della Giustizia, molto divoto della S. Sede e assai delicato di coscienza.

Almerighi, ai primi di giugno, ha lasciato il Titano e si è messo al servizio dei due cardinali. Non si è presentato a mani vuote. Qualche giorno prima di lasciare il Titano aveva concluso all’improvviso e in gran fretta il processo contro i ‘ribelli’ sentenziando che detta causa era di competenza della Congregazione dell’Immunità, per cui gli imputati andavano consegnati allo Stato della Chiesa. Chiamato a rispondere di fronte al Consiglio della singolare sentenza, Almerighi, con non celata strafottenza, si era giustificato dicendo che aveva creduto suo dovere sentenziare nella forma che aveva fatto per averne avuto impulso da chi poteva comandare a tutto il mondo. Quindi se n’era andato dal Titano portando con sé, come se fosse un incartamento privato, la documentazione del processo: sentenza, deposizioni dei testimoni, eccetera.

Almerighi diventa per il duo Firrao-Alberoni il consulente principale per la questione sammarinese. Essi lo considerano un grandissimo conoscitore di quel microcosmo. Il fatto che non sia sammarinese, forse, ai loro occhi ne accresce la credibilità. I due cardinali finiscono per mettersi del tutto nelle sue mani.

Almerighi è il Traditore principale della Repubblica, dice di lui Giovanni Bianchi.

Con data 29 giugno 1739  e firmata da un certo Oreste Eliseo che dice di scrivere da Cesena, viene diffusa, manoscritta, una Lettera Concernente le Ragioni che Competono alla S. Sede Sopra la Terra di S. Marino. Se ne trovano copie in numerosi archivi, fra cui San Marino, Pennabilli, Ravenna, Forlì, Pesaro, Roma. Il che induce a supporre che la sua diffusione non sia stata affidata al caso. Probabilmente la lettera è opera di più mani, fra cui quelle di Almerighi e di Giovanni Bianchi, a giudicare da come Alberoni in prosieguo se ne servirà.

 

Alberoni costretto a impegnarsi

Assoggettare i sammarinesi, in effetti, per  Alberoni è una questione estranea ai suoi interessi. A lui preme che Roma si decida a toglierlo da quell’estenuante e umiliante ‘regime di prorogatio’. Roma, però, da quest’orecchio continua a non sentirci. Allora Alberoni, dopo averlo minacciato più volte, corre davvero giù a Roma, nel luglio del 1739, sotto il solleone, a perorare di persona la richiesta di un prolungamento dell’incarico almeno fino alla fine dell’anno. Cosa ottiene? Non certo la promessa del rimando della partenza di Marini. Nulla. Nemmeno assicurazioni di parole.

Così che Alberoni, per poter restare in legazione almeno fino alla fine dell’anno, è costretto a giocare l’unica carta che ha a disposizione: la questione San Marino, sapendo quanto essa stia a cuore a Roma, dopo l’occupazione di Carpegna da parte delle truppe tosco-imperiali.

Il 19 agosto Alberoni scrive a Firrao che, sì, potrebbe essere arrivato il momento di risolvere la questione San Marino una volta per tutte. Ci sono ragioni interne: San Marino reca disturbo alle più belle Provincie dello Stato Pontificio. Ci sono ragioni di politica internazionale: San Marino potrebbe essere occupato e guardato da qualche Potenza esterna e passare così in altre mani con soggezione e rischio molto maggiore per la Chiesa.

Un intervento di una qualche potenza sul Titano è un pericolo reale. Infatti i dissidenti sammarinesi, dice Alberoni, vedendosi abbandonati dalle autorità dello Stato della Chiesa col disprezzo della loro offerta di darsi alla Santa Sede, è quasi certo (gliel’ha riferito uno dei più animosi), che questa offerta essi la presenteranno ad altro Sovrano. Cioè, in sostanza, all’impero. Da questi, può ben credersi - conclude Alberoni - che non verrà trascurata occasione cotanto favorevole.

Esposta la questione, cioè adempiute quelle parti, che in onore, e coscienza spettavano a lui, Alberoni si rimette per una decisione a chi presentemente resta incaricato di servire più da vicino ai vantaggi del Principe, e del Principato, cioè del papa e della Santa Sede.

 

San Marino ci ripensa?

I sammarinesi hanno l’impressione di essere alle strette. Avvertono che attorno a loro sta maturando una situazione di pericolo. Però ancora non sanno da che parte possa arrivare questo pericolo. Cioè come possa concretizzarsi.

Il Capitano Martelli predispone un rafforzamento della sorveglianza in occasione delle prossime fiere d’agosto e di settembre, che vedono il concorso di tanto Popolo forestiero, e incognito.

La preoccupazione è salita grandemente fra i sammarinesi dopo il cambio di casacca di Almerighi. Scrive il Capitano Martelli al suo collega Belluzzi: temo che il suo perfido, e scellerato tradimento possa essere di qualche conseguenza per le notizie, che hà di tutte le nostre cose, che rivolterà per quel verso che più li torna in acconto. Almerighi, oltre a esser ormai di casa a Ravenna, scende spesso a Roma a incontrare Firrao. Anche il nipote del vescovo Calvi scende a Roma, osservano i sammarinesi. Cosa si sta rimuginando contro la Repubblica?

Il canonico Leonardelli, nella sua qualità di Inviato, desideroso di dimostrare di saper fare di tutto e di più rispetto a Zampini, è riuscito a farsi ricevere nientemeno che dal papa. L’incontro però è andato male. Il papa ha esordito sostenendo che la Repubblica aveva caminato con lui con poco riguardo. Se lui, Clemente XII, havesse domandato a qualche Corona un Reo anche digno di Morte glielo havrebbe concesso. Come dire che nessun governo si sarebbe opposto a una sua richiesta come, invece, ha fatto la Repubblica negandogli la consegna di Lolli.

C’è il rischio che di un papa così alterato verso la Repubblica (e non più compos sui) approfittino coloro che per un qualche motivo ce l’hanno con la Repubblica. Nemici interni, nemici esterni. Magari tutti uniti per l’occasione.

In questo stato di cose, vedendosi la rovina, o il precipizio imminente, Gian Benedetto Belluzzi, negli ultimi giorni di agosto, avanza ai suoi colleghi di governo una proposta dirompente: far il regalo a Nostro Signore del Reo! Insomma, consegnargli il Lolli. Si dirà che non lo si è fatto prima perché prima ai sammarinesi mai era stato fatto sapere il genio di S. Santità. Ossia il suo desiderio. Venutolo a sapere, prontamente la Repubblica consegna Lolli al papa, ricordando che in ogni altra occasione Sua Santità è stata sempre riguardata dalla Repubblica con quella venerazione che merita da tutto il Mondo.

Gian Benedetto Belluzzi è certo che, così facendo, la Repubblica non solo risolverebbe il caso, senza pregiudicare la sovranità, ma si ingrazierebbe il papa e, soprattutto, il card. Corsini: un Cardinale che potrà molto ne’ successivi Pontificati per il gran Partito che ha.

La proposta di Belluzzi, nonostante la pronta accettazione del collega Martelli, non ha seguito.

 

Alberoni lasciato sulle spine

Va avanti invece, ed a spron battuto, la proposta dell’acquisizione della Repubblica di San Marino alla Santa Sede avanzata da Alberoni il 19 agosto. Perché è quel che Roma si aspettava e da tempo e proprio da Alberoni. Firrao risponde già il 26 agosto: se dipendesse da lui non esiterebbe un momento ad abbracciar il partito. Ma ammette: non ho il coraggio da me solo di darci il consenso. Insomma deve parlarne con Corsini. Ad Alberoni, che avrebbe voluto che la cosa rimanesse fra loro due (in quanto non ha una gran considerazione di Corsini), non resta che rassegnarsi. Gliene parli pure a Corsini. E già che gliene parla, gli spieghi bene che questo è un negozio … rilevante, uno de’ maggiori forsi che siasi trattato sotto questo Pontificato per le gravi, ed alte conseguenze, che porta seco, particolarmente nella presente situazione, in cui trovasi l’Italia. Insomma Alberoni si aspetta, come contropartita, che Firrao e Corsini - con buona pace di Marini - gli prolunghino ufficialmente l’incarico o addirittura - perché no? - gli rinnovino il mandato di Legato di Romagna.

Il giorno 9 settembre parte da Roma una comunicazione ufficiale della Segreteria di Stato in merito al governo della Legazione di Romagna: una Congregazione particolare di cardinali deputata dal papa ha concesso ad Alberoni la proroga dell'esercizio di Legato fino a tutto dicembre ed a Marini ha concesso il diritto, sin d'adesso di prender Possesso di codesta Legazione.

All’apparenza, un colpo al cerchio ed uno alla botte. Di fatto una débâcle per Alberoni. Di rinnovo del mandato nemmeno l’ombra. E lo stesso prolungamento oltre ad essere brevissimo, è tutt’altro che ben definito. La precarietà della sua posizione è addirittura aumentata. Marini da adesso gli è letteralmente alle costole, in quanto è lui, di diritto, sin d'adesso, il titolare della legazione e potrebbe da subito prenderne il Possesso, sia pure solo formalmente.

Lo stesso 9 settembre - quando si dice le coincidenze! -, con una lettera confidenziale, Firrao fa sapere ad Alberoni di aver parlato con Corsini circa l’annessione di San Marino. In parole povere gli fa sapere, pur non accennando affatto al prolungamento dell’incarico, che detto prolungamento sia pure in quella forma umiliante, cioè col fiato di Marini sul collo, è stato possibile ottenerlo solo grazie a lui, Firrao. E solo perché lui, Firrao, si è sbilanciato fino a impegnarsi di persona per conto di Alberoni a mettere in cantiere l’acquisizione di San Marino. Gli racconta, infatti, che lui e Corsini nella stessa occasione sono convenuti … che non sij da disprezzarsi ne di abbandonarsi il pensiero di avere quella Terra, quando ciò possa seguire col maneggio, e non già per via di forza, che abbia aria di Conquista, o sorpresa, posto ciò sarebbe espediente, ch’ella con la sua destrezza inducesse quelli, che desiderano darsi alla Santa Sede, di sottoscriversi segretamente, o che con qualche segreto le inviassero qualche deputato da loro, per regolare con essi il modo da prenderne il Possesso senza strepito, e senza effusione di sangue e V.E. prometta pur loro tutte l’essenzioni e privilegij, che desiderano.

Dunque il prolungamento del governo della legazione fino al 31 dicembre è concesso ad Alberoni solo a una precisa condizione: l’acquisizione della Repubblica di San Marino da eseguirsi subito e nei termini suddetti.

 

Un piano improvvisato

Alberoni è finito in un cul-de-sac. Non ha scampo. Già il 16 settembre si sparge la notizia del Possesso preso appunto dal Sig. Cardinale Marini in Rimini per mezzo di un frate, ed in Ravenna da Monsignor Vicelegato. Alberoni è alle corde. Rischia di trovarsi Marini da un momento all’altro per le vie di Ravenna.

Due giorni dopo la presa di Possesso formale da parte di Marini, venerdì 18, Alberoni informa Firrao che l’operazione su San Marino, sì, si può fare. Il punto sta di prendere una pronta risoluzione, lasciando all’esecutore la cura dei mezzi necessari per ridurlo al fine. Certamente niente armi o effusioni di sangue. Per il resto chi deve operare ha bisogno di avere in mano le facoltà per accordare ai sammarinesi i Privilegi, che godono attualmente, e qualch’altro ancora che domandassero, che potrebbe essere l’esenzione dell’estrazione de Grani, e Bestiami che fanno dalle due Legazioni per il loro mantenimento. Niente pastoie burocratiche: mentre si opera, chi opera non può perdere tempo in consultar Roma per riceverne i di lei Oracoli. Anche l’operazione in sé è semplice: altro non si avrà a fare, se non chè que’ Popoli, che oggi si trovono sotto quella Repubblica, si faccino sudditi volontari della Santa Sede. E siccome questo deve farsi col maneggio, e con la destrezza, non ci si può certo mettere a spiegare per filo e per segno ogni più piccola mossa a Roma. Anche i tempi previsti sono brevi: il tutto potrà avvenire tosto che il Legato si presenterà ai Confini. Di tanto assicurano i Capi del Borgo, e tanto dicono i Parrochi de’ Communi, e luoghi della Repubblica. Ai governanti non resterà che rassegnarsi, cioè accettare il fatto compiuto. Altrimenti verrebbero dai medesimi del Borgo bloccati, ed assediati, e costretti a perire di fame in quell’orrido mucchio di sassi, quando lo prendessero per loro ricovero, e difesa. L’operazione potrà conchiudersi in poche hore. A condizione, però, che si mantenga il segreto. E aggiunge: V.E. m’insegna che il segreto non è durevole, ne sicuro. Infine un avvertimento: che questo segreto si conservi a Roma, ne lascerò a V.E. il pensiero: ben conoscendone la necessità e l’importanza.

Alberoni descrive a Firrao anche i dettagli della primissima fase: mi portarò a Sant’Arcangelo col pretesto di farvi otto giorni di villeggiatura. Da Sant’Arcangelo passarò a Verucchio distante due miglia, e questo è ai Confini della Repubblica.

È una lettera, quella del 18 settembre, che colpisce per la facilità con cui l’operazione è prospettata. Si sfiora, in certi punti, la superficialità. E’ probabile che ad Alberoni l’operazione sammarinese sia stata descritta da Almerighi alla stregua di quanto avvenuto sul finire del 1738 a ‘Torre de’ Bonarelli’, nelle Marche.

 

Torre de’ Bonarelli

Torre de’ Bonarelli era un piccolo feudo (oggi San Marco nei pressi di Fossombrone), il quale da diverso tempo era sfuggito al controllo del suo feudatario, il conte Bonarelli. Un luogo dalla storia tormentata. Una volta era governato dai duchi di Camerino e si chiamava, appunto, Castello della Torre di Camerino. Poi passò al dominio diretto della Santa Sede. Nel 1560 papa Pio IV, segregandolo dalla Giurisdizione della Chiesa lo donò al Duca d’Urbino con libera, plena giurisdizione. Nel 1738 era in mano - si fa per dire - al conte Pietro Bonarelli della Rovere, il quale non ne ricavava annualmente più di scudi cinquantacinque moneta romana. In effetti i Torreggiani, pagato il tributo al conte, si sentivano liberi. Svincolati da tutto. In tutti i sensi. Di padre in figlio si trasmettevano l’arte di contrabbandare in grave pregiudizio degli Appalti, e delle Regole dello Stato.

Tutto questo finché la Santità di Nostro Signore stanca di soffrire le Violenze, Contrabandi, Omicidij, ed altri eccessi, che di giorno in giorno con grande perturbazione del suo Animo udiva commettersi in questo Stato Ecclesiastico dagli Uomini nativi, ed abitanti del castello della Torre di Camerino decide di stendere sopra di essi, il suo braccio forte, e facendogli sperimentare gli effetti della sua autorità, e giustizia e a ridurli a vivere onestamente con utili leciti, e non con danno ed oppressioni degli altri. Il 24 dicembre 1738 piomba in paese con un adeguato numero di soldati mons. Ignazio Mario Crivelli, in veste di Commissario Apostolico. Ai Torrigiani non resta che firmare quanto segue: noi sottoscritti Gonfaloniere, e Priore del Castello della Torre di Camerino Diocesi di Fossombrone facciamo piena, ed indubitata fede à chiunque spetta mediante nostro giuramento qualmente ab immemorabili la Comunità del suddetto Castello soccombe oltre gl’altri pesi a quello del mantenimento del Podestà, ed Governatore del medesimo Castello ed altri. Fine della autonomia del luogo.

 

Torre de’ Bonarelli e San Marino

Il Titano è dipinto alla stregua di Torre de’ Bonarelli per quanto riguarda i danni che sta creando alla amministrazione pontificia. Si legge in un malevolo esposto contro San Marino del 29 giugno: quel luogo, che da più savj chiamato viene Nido di Gagge, e l’albergo dell’Iniquità, ad altro in mezzo lo Stato Pontificio non serve, che per ricetto de’ Malviventi, e Banditi, ed Omicidiarj e niente altro sia, alcuna occasione prossima al male, ed un continuo riffugio di Contrabandi in pregiudizio de’ Datj e Gabelle tutte dello Stato medesimo, e particolarmente di Sale, Polvere, e Tabacco; avvegna che di quest’ultimo, ne introducano 15 o 20 mila libre per volta, à sovrabondanza sarebbero sufficienti Due Mila libre all’anno per il bisogno di quel luogo stesso.

San Marino è stato dipinto ad Alberoni come Torre de’ Bonarelli anche per quanto riguarda la facilità con cui ottenerne la capitolazione? La lettera del 18 settembre induce a pensarlo.

Roma interpreta la lettera del 18 settembre… alla lettera. La considera un progetto. Un progetto già esecutivo. Da recepire in toto. Da tradurre in un ordine formale che può scendere anche nei particolari dell’operazione, fino a scandirne i passi, visto che questi passi sono stati già uno ad uno prefigurati con tanta minuziosità da chi li deve mettere in opera.

 

Obiettivo non improvvisato

La lettera di Alberoni spedita da Ravenna venerdì 18 settembre arriva velocemente a Roma: già martedì 22. Immediatamente Firrao va a leggerla con tutta la pausa e attenzione necessarie (dato lo stato di salute di questi) al papa, alla presenza di Corsini, cioè del nipote dello stesso papa. Corsini e Firrao - e il papa - decidono all’impronta di incaricare Alberoni dell’impresa, ufficialmente.

Siamo, all’apparenza, davanti ad un decisionismo veramente sorprendente per la corte Romana. In effetti dietro all’ema-nazione dei due documenti c’è un progetto che ha richiesto una lunga gestazione.

Firrao, Corsini - e il papa - almeno dall’aprile del 1738, cioè subito dopo l’invasione di Carpegna, hanno cominciato a preoccuparsi di San Marino. Dopo una veloce ricerca storica-giuridica, resisi conto che mancava alla Santa Sede un atto che attestasse indubitabilmente la sua sovranità sul luogo, hanno tentato di procurarselo, ordinando ai sammarinesi di consegnare Lolli. Essendosi la Repubblica di San Marino rifiutata di consegnare Lolli per non recare pregiudizio alla sua giurisdizione, hanno progettato di acquisire il luogo al dominio diretto, utilizzando il dissenso interno che il caso Lolli aveva portato allo scoperto.

Roma, con abile costrizione, riesce ad affidare l’operazione ad Alberoni: uomo di sicura fede anti imperiale e di grande esperienza. E decide di metterla in esecuzione in tutta fretta nel momento in cui gli Asburgo sono in grosse difficoltà per un rovescio militare attorno a Belgrado nella guerra contro i Turchi e per una emergenza sanitaria, la peste, sulla sponda dalmata dell’Adriatico.

Nella guerra contro i Turchi gli Asburgo sono supportati, di quando in quando, da contribuzioni provenienti dai vari luoghi della cristianità. Tali contribuzioni variano molto, in frequenza e importo, a seconda della evoluzione dei rapporti fra Vienna e Roma. Ebbene nel 1739 a partire da maggio, il papa, dimenticando Carpegna, ha promosso, per il sostegno della guerra contro i Turchi, una campagna per un sussidio straordinario gravante sulle diocesi dello Stato Pontificio, con scadenza nei mesi di ottobre e novembre. Parallelamente, ancora il papa, ha autorizzato gli Asburgo a imporre una tassa straordinaria sui beni del clero dei loro territori. In sovrappiù nel mese di luglio il papa ha firmato un Breve con cui si è impegnato a versare agli stessi Asburgo nell’arco di un anno un contributo straordinario di 170.000 fiorini in due tranche semestrali.

 A settembre, per far fronte alla emergenze militari e sanitarie, gli Asburgo chiedono, attraverso il loro rappresentante a Roma mons. d’Harrach, un ulteriore consistente sussidio. Ebbene? Prontamente è condiscesa Sua Santità a conceder assai più della domanda fatta! E, questa volta, la contribuzione di Clemente XII è di gran lunga maggiore anche rispetto a quelle, storiche, accordate da Innocenzo XI e Innocenzo XII all’imperatore Leopoldo.

Gli Asburgo, in un momento di così grande difficoltà di ordine militare e sanitario, rinunceranno a tanti soldi per questionare, nella eventualità, per un fazzoletto di terra come San Marino?

 

Breve e Istruzioni

Sabato 26 settembre partono per Ravenna da Roma un Breve a firma di Clemente XII e una lettera di Firrao, in qualità di Segretario di Stato, contenente le Istruzioni. Col Breve il papa incarica ufficialmente (negotium instud gerendum iniungimus) il card. Giulio Alberoni di recarsi, in veste di Delegato Apostolico, a San Marino per raccogliere la dedizione dei sammarinesi alla Santa Sede. Nelle Istruzioni è scritto: per accettare sotto il suo immediato dominio, e quello della Santa Sede gli Uomini del Comune di San Marino.

All’origine dell’operazione c’è l’accoglimento, da parte del papa, delle richieste di aiuto provenienti dagli abitanti del luogo (saepius illinc ad nos perveniant moestissimae lamentationum Voces), tiranneggiati da alcuni individui che hanno preso il sopravvento nel paese (qui vi aut astu dominari caeteris cupiunt). Nelle Istruzioni si legge che, rispondendo appunto alla richiesta dei sammarinesi, si vuole liberarli della oppressione, e vessazioni, che ricevano dalla violenza di pochissimi di quella Terra.

 La modalità dell’operazione è prestabilita dal Breve: il Delegato Apostolico sine strepitu - per evitare una contromossa dei tiranni? - presentatosi ai confini (ad Samarinensium fines progressus), accertatosi che lo richieda la maggior parte degli abitanti (si praecipuam illorum partem in eo perstare intelligas), accetti pure il luogo al dominio diretto della Santa Sede. Le Istruzioni vanno più nei dettagli: arrivata ... che sarà Vostra Eminenza alli Confini di San Marino, attenda Colà quelli, che volontariamente verranno ad implorare la di lei Protezzione, e quando si sarà accertata essere li Ricorrenti la massima, e più sana parte del Popolo di San Marino, faccia fare a medesimi in Iscritto atto autentico della loro Istanza di voler essere sudditi immediati del Sommo Pontefice, e della Sede Apostolica, e doppo di ciò passi pure ad accettarli per tali, in virtù delle facoltà comunicatele per Breve.

Nel Breve si dice che l’operazione va condotta singolari prudentia. Già perché - è puntualizzato nelle Istruzioni - il papa vuole che il Delegato Apostolico agisca in modo da dare a divedere al Mondo che il S. Padre non sia mosso per desiderio di acquisire la sudetta Terra, ma per sottrarre que’ Popoli dalla Tirannide di pochi.

     Alberoni non si aspettava che Roma prendesse la decisione di procedere nei confronti dei sammarinesi così velocemente. E che altrettanto velocemente formalizzasse l’incarico. Soprattutto non si aspettava che, nei documenti d’autorizzazione, si pignolasse a tal punto sulle modalità dell’esecuzione sino, in pratica, a pregiudicarne la fattibilità, se fosse necessario attenervicisi alla lettera. Si vorrebbe che tutto si svolgesse senza alcuna eco all’esterno - per non allarmare i tosco-imperiali a Carpegna - e al contempo si chiede una folla così grande ai confini, da poterla ritenere come la maggiore e più sana parte della popolazione! Si vuole fare un acquisto, però deve sembrare una liberazione!

 Per non esser concepiti, il Breve e le Istruzioni, nella maniera, a cui tirava il Sig. card. Alberoni, si comincia a Ravenna a dubitare dell’esito felice dell’impresa, benché progettata per cosa facile. Alberoni, d’emblée, decide di tirarsi indietro.

 

Alberoni tenta di ritirarsi

Il 30 settembre Alberoni scrive a Firrao: unita al consaputo Breve hò ricevuta lettera di Segreteria di Stato concernente l’affare. Con tutto però che sia fornito delle Facoltà necessarie, hò stimato bene di non presentarmi ai confini anzi di non muovermi di qui. Rimanda. C’è ancora della preparazione da fare. Non solo. Emergono dubbi sulla riuscita. Dice Alberoni a Firrao: nonostante le sicurezze, che vengono date, e le ottime disposizioni, che dicono esservi, non saprei tuttavia dire qual possa essere l’esito di quest’affare.

Alberoni ha percepito che è tutt’altro che scontato che, presentandosi sui confini, gli verrà incontro, ‘sua sponte’, una folla osannante. Per avere la folla, bisogna ricorrere ai soliti mezzi che si adoperano appunto per avere la folla. Bisogna metter mano alla borsa, almeno per costituire un primo gruppetto di persone, che funga da nucleo di condensazione. In quel primo moto Popolare del Possesso … non sarà che bene spargere qualche somma di Moneta per vieppiù animare, e disporre il Popolo ad universale acclamazione.

In un’altra lettera spedita lo stesso giorno a Firrao, Alberoni promette di farla più avanti, l’operazione. Usando tutta la prudenza e destrezza possibile. Perché - egli precisa - per una Bicocca non doversi sacrificare il Decoro di Roma, del Sagro Collegio e Mio con uno scredito sonoro presso il Mondo, e presso le Corti estere.

Il 3 ottobre altra lettera, altro motivo per rimandare. Il Soggetto (cioè Almerighi) che doveva avanzarsi per il concertato Processo è a letto con la febbre. Tutto il resto della lettera, molto lunga, è dedicato ai lavori. La stagione (grazie a Dio) continua ad essere buona per questi lavori, che proseguiranno con tutta felicità e a vista d’occhio. Nonostante le vendemmie - Alberoni racconta compiaciuto a Firrao - ho sempre avuti mille, e duecento uomini. E aggiunge: non però senza sentire clamori. Sì, le lamentele fra la gente di Romagna ci sono. Tante. La colpa però è di Marini, fa capire Alberoni, e di chi lo protegge a Roma. Infatti quello che si sarebbe potuto fare con comodo, e buona voglia di tutti, è bisognato farlo con incomodo, e strilli di tutto il paese. Sì, perché Alberoni per rimediare la manodopera necessaria ha dovuto commandar a i Comuni della legazione di mandar Gente. Cioè ha dovuto imporre, in pratica, alle singole comunità, un tributo di uomini.

 

Complicazioni e complicazioni

Alberoni accenna, alla fine della lettera del 3 ottobre, a una eventuale complicazione internazionale: pare che un altro Corpo di Tedeschi possa calar in Italia. Voglia Iddio che la guerra che si facea contro i Turchi, non si facesse nei nostri paesi. Come dire, non è proprio il caso di andare a cercare grane sul Titano, in questo momento. Gli Asburgo stanno patteggiando coi Turchi. Quindi potrebbero avere più tempo da dedicare all’Italia.

Il 7 ottobre altra lettera a Firrao. Lui, Alberoni, ha deciso di non partire proprio per San Marino, avendo saputo del peggioramento di salute del papa. Lo stato in cui trovasi Nostro Signore, scrive, non mi lascia luogo di tentare il consaputo affare. Se il papa dovesse morire quando l’operazione è già in avanzato stato di preparazione o addirittura già avviata, sarebbe impossibile mantenere il segreto, dato il trambusto che normalmente si verifica nella corte romana in tali circostanze. E se non si mantiene il segreto, come si sa, il progetto è destinato al fallimento. Anche rischiare di scoprirlo senza poterlo effettuare va evitato, per non pregiudicarsi la possibilità di riprenderlo in un altro momento.

In effetti da quanti anni Clemente XII sta male? Quante volte si è detto che sta per morire? Addurre lo stato di salute del papa per rimandare l’operazione è giudicato, da Firrao e dal suo entourage, un puro pretesto. Un pretesto che offende gravemente proprio Firrao, visto quanto egli ha fatto per rimandare l’assegnazione della Legazione di Romagna a Marini.

Ormai ad Alberoni, al punto in cui sono giunte le cose, la questione Marini potrebbe non riguardarlo più. Egli si è accorto che quando la stagione continui ad essere buona è in grado di poter incanalare nel nuovo Alveo il Montone entro la metà del mese prossimo di novembre. Avverte Firrao che se effettivamente gli sarà possibile completare i lavori sui fiumi dentro questo tempo, come spera, partirà in anticipo da Ravenna rispetto alla scadenza programmata. Come dire: l’acquisizione di San Marino la faccia Marini!

     Alberoni però, in effetti, non riesce ad accelerare i lavori. Anzi nella settimana successiva si verifica un rallentamento. Causa maltempo. Pioggia a catinelle. Inoltre gli viene meno la manodopera. I romagnoli - sobillati dagli amici di Marini? - gli disertano i cantieri per fare le loro Vendemie e preparare il terreno per le loro Sementi. Così che egli è costretto, verso il 10 di ottobre, a prender atto che per finire la deviazione del Montone deve rimanere a Ravenna necessariamente fino a tutto dicembre.

 

Recedere è impossibile

Arrivare a dicembre, continuando a glissare sulla questione San Marino, per Alberoni comincia a diventare veramente difficile. Marini, che ha già preso possesso della legazione formalmente, gli si potrebbe piazzare lì fra i piedi a Ravenna e intralciare, con la sua sola presenza, il proseguimento dei lavori.

D’altra parte Firrao ad Alberoni non dà scampo. Lo si vede da come taglia corto circa la salute del papa: nostro Signore ... va a migliorare di maniera che si potrebbe dire fuori di ogni pericolo. E non ha remore ad affermare: starò ora aspettando l'esito del negozio, il quale essendo nelle sue mani non dubito che sarà condotto felicemente al suo fine.

L’operazione su San Marino per Roma vien prima della deviazione del Ronco e del Montone. Per tale deviazione Alberoni, ad esempio, ha sempre avuto mille difficoltà a reperire le risorse economiche necessarie. Roma invece non bada a spese per tenere buoni gli Asburgo, in vista dell’operazione San Marino, perché la lascino effettuare senza troppo pignolare in termini di diritto. Il 10 ottobre il papa concede alla Maestà dell’Imperatore un nuovo indulto di 84556 fiorini sopra gli Ecclesiastici dello Stato di Milano. Il Nunzio da Vienna, di fronte a tanta manna distribuita con tanta inusitata generosità, non si trattiene dallo scrivere a Firrao: Dio faccia che a l’espressioni con cui si professa riconoscenza a Sua Santità per l’accennato sussidio, corrispondino gli effetti tanto desiderati. Dunque perfino al Nunzio viene il sospetto che la generosità di Roma verso gli Asburgo sia pelosa!

 

Verso San Marino, rivolto a Ravenna

Alberoni, di fronte a tanta determinazione da parte di Roma, non ha via d’uscita. Gli diventa impossibile ritardare ulteriormente l’operazione. E, purtroppo, la deve mettere in atto secondo quanto previsto nel Breve e nelle Istruzioni. Cioè secondo un progetto che non è stato preparato con l’accuratezza che gli è usuale e che le circostanze richiedono. Non si è preparato, forse, perché fino all’ultimo ha creduto di poterne evitare la esecuzione, scaricandola su Marini.

Il 14 ottobre Alberoni dice a Firrao che, avendo ricevuto buone nuove sul papa, ha dato avvio all’operazione: ha avanzato da ieri, cioè martedì 13 ottobre, sul luogo il Soggetto, cioè Almerighi.

Per il resto nella lettera, alquanto lunga, Alberoni parla di altro. Anzitutto dei lavori: lascio questi lavori con si buona disposizione che crederei non potesse il proseguimento de medesimi ricevere pregiudizio dalla mia assenza. Prevede comunque che il suo ritorno non sarà a breve, perché quando riesca - comincia a dubitare delle capacità di Almerighi? - occorrerà dare una regola, ed assesto al paese.

Poi segue un lungo sfogo, un amaro sfogo contro Roma che continua a privilegiare chi non è mosso che da violente passioni d’un vile interesse (cioè Marini). Questi non contento della dichiarazione del 9 settembre, rilasciata dalla speciale Congregazione dei cardinali, ha voluto prendere il Possesso da subito contro ogni regola del giusto, e della convenienza. Il che è senza esempio, cioè senza precedenti. Lui invece, Alberoni, ha sempre operato per il bene pubblico, come sta dimostrando con l’incanalare il Montone nel nuovo Alveo pur in tempo tanto bisognoso ai Poveri Paesani di fare le loro Vendemie, e le loro Sementi. Altre opere come il famoso naviglio le deve lasciare imperfette. È scandaloso che alle soddisfazioni d’un Particolari (cioè Marini) s’abbia a sacrificare il Ben Pubblico, la gloria e il decoro del Principe, cioè del papa stesso.

D’altra parte, le cose sono andate sempre così nello Stato della Chiesa, conclude amaro Alberoni. In tempo di Pio IV fu comminciata questa diversione, … furono spesi da 20 mila scudi, poi con la morte del Santo Pontefice, subbito cessò il lavoro e tutto andò perduto.

Per Alberoni lasciare quei lavori per andare a San Marino è una perdita di tempo. Da Ravenna, durante il suo governo, cioè dal 1735, egli si è allontanato il meno possibile. E sempre per una necessità inderogabile e contenendo al massimo l’assenza. Anche quando lo chiamavano per il suo Collegio in costruzione a Piacenza. Ogni volta che è andato a Piacenza ha avvertito quelli di Roma: lascio questi lavori in stato da non potersi risentire della mia breve assenza.

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