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Alberoni a San Marino 17-29 ottobre 1739 |
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0-0 Sintesi 0-1 Presentazione 0-2 Premessa 2-Il coinvolgimento di Alberoni 3-L’arrivo sul Titano 5-Verso il giuramento Viva la libertà |
- 3 - L'ARRIVO SUL TITANO DI ALBERONI |
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Alberoni si trasferisce a RiminiAlberoni si accosta ai confini della Repubblica di San Marino nella giornata di venerdì 16 ottobre. Non fa tappa, però, a Santarcangelo, come era stato preannunciato. Va a Rimini. Almerighi, mandato in avanscoperta, giovedì 15 gli ha riferito di possibili difficoltà nel guadare il Marecchia, ingrossato dalle piogge, per raggiungere la Repubblica da Santarcangelo. In effetti questo non è l’unico cambiamento e comunque non è il più importante. Il programma di Almerighi prevedeva l’arrivo del Cardinale venerdì 16 verso sera a Rimini presso il Convento dei Padri Rocchettini, ed il trasferimento sabato 17 di buonora presso il Convento dei Padri Olivetani sul colle di Covignano. Qui sarebbe arrivato a ‘prelevarlo’ un gruppo di sammarinesi per accompagnarlo poi ai confini distanti appena due miglia, dove lo avrebbe atteso il grosso della popolazione della Repubblica. Almerighi era arrivato a Rimini martedì 13 per predisporre il tutto. Resosi conto che le famiglie Lolli e Belzoppi non sarebbero state in grado di assicurare la presenza ai confini di un numero significativo di persone, Almerighi aveva preso contatto con due preti sammarinesi, don Filippo Ceccoli di Fiorentino e don Teodoro Faetani di Borgo. Questi da tempo (come forse altri preti delle famiglie Sabbatini e Centini ed alcuni parroci) erano andati promettendo che, all’ora convenuta, si sarebbero mossi incontro ad Alberoni alla testa di loro compaesani. Ma giovedì 15 i due preti gli avevano fatto sapere che non sarebbero stati in grado di onorare l’impegno: i compaesani non si sarebbero mossi dalle loro case, per il panico timore d’esser poi castigati dai governanti. I due preti, tuttavia, gli promisero, questo sì - e, su sua richiesta, glielo promisero per iscritto - che, coi loro compaesani, sarebbero usciti dalle case appena si fosse sparsa la notizia dell’avvio dell’operazione. Venerdì 16 i parroci di Serravalle e Faetano, parrocchie della diocesi di Rimini, sono stati convocati urgentemente - e, a quanto pare, separatamente - dal loro vescovo mons. Renato Massa, nel suo casino in Savignano. Egli li ha informati della venuta in Repubblica del card. Giulio Alberoni con l’incarico da parte del papa di raccogliere la dedizione dei sammarinesi alla Santa Sede. Ha sollecitato la loro collaborazione facendo riferimento al Breve ed alle Istruzioni e raccomandato, infine, sopra ciò tutto il silenzio. Lo stesso venerdì 16 ottobre, i due parroci, su indicazione dello stesso vescovo, hanno incontrato Almerighi a Rimini, nell’osteria della Posta. Pare che Almerighi, nella circostanza, non abbia avuto remore ad esibire ai due parroci una copia delle Istruzioni per supportare meglio la sua richiesta di collaborazione. Pare che non abbia esitato a ricorrere a mezzucci anche poco onorevoli, fino a dire: se v’abbisognasse denari ve li daremo. Senza successo. Vista la loro resistenza a impegnarsi a muoversi per primi incontro al Cardinale assieme ai loro parrocchiani, Almerighi - racconterà il parroco di Faetano - si è infuriato fino a gettare il Capello per terra. Cambiamento di programmaA Rimini Alberoni arriva venerdì 16 quando è buio. Pernotta, come stabilito, presso il Convento dei Reverendi Padri Rocchettini, dove apprende subito da Almerighi che l’indomani non ci sarà gente al confine ad accoglierlo perché li curati non sono riusciti a convincere i parrocchiani a uscire allo scoperto prima del suo arrivo in Repubblica, per timore dei governanti.
Nel Breve e nelle Istruzioni l’accorrere della gente al confine era dato come condizione essenziale, una conditio sine qua non, per dare inizio all’operazione. Altrimenti non si sarebbe potuto sostenere davanti alle grandi potenze e, in particolare, davanti all’impero che l’acquisizione della Repubblica era avvenuta per dedizione spontanea e volontaria della popolazione. L’ordine di Roma, in proposito, è chiaro e tassativo: arrivata … alli Confini di S. Marino, attenda colà quelli, che volontariamente verranno ad implorare la di lei Protezione. Nel caso che corra ad accoglierlo la massima, e la più sana parte del Popolo di San Marino, il Delegato Apostolico ha la facoltà di procedere oltre. In assenza di gente al confine, deve rinunciare. Alberoni, a rigore, deve riprendere la strada di Ravenna. Le disposizioni non gli consentono alternative. Alberoni pur sapendo che al confine non troverà gente, non ritorna a Ravenna. Scrive a Firrao la sera stessa di venerdì 16 per avvertirlo dell’imprevisto e anche per comunicargli che ha deciso di partire ugualmente alla volta di San Marino dandosi un atteggiamento da turista. Nel caso che la gente accorra a lui, allora, e solo allora, procederà all’accoglimento formale della eventuale richiesta di dedizione spontanea alla Santa Sede. Fra altri, accompagnano Alberoni: Barone Giorgio de Redegeltt, maggiordomo del cardinale, proveniente da Ravenna; Padre Giulio Martinelli, Abbate dei Lateranensi di San Marino in Rimini (Padri Rocchettini); due notai: Marino Bertozzi di Pennabilli e Ottavio Amato Bartolucci di Rimini; due sammarinesi: Giancarlo Lolli e Vincenzo Belzoppi. Soprattutto, a fianco del Cardinale, c’è Antonio Almerighi il ‘factotum’ dell’operazione. Il corteo dei ‘villeggianti’ muove da Rimini alla volta della Repubblica di San Marino di buon’ora, verso le 6,30 di sabato 17 ottobre. Giunge a Serravalle alle 8 passate. Lì il parroco, don Antonio Tommasi, su ordine scritto di Almerighi arrivatogli verso le 23 della notte precedente, mediante le sue premure usate per tutta la notte, era riuscito a radunare dei parrocchiani con questa aspettativa: udire la Dottrina Christiana che doveva insegnare Monsignor Vescovo di Rimini. Invece del vescovo di Rimini arriva il Cardinale Alberoni. L’unico in paese che avrebbe potuto contrastare l’azione del parroco sarebbe stato Lodovico Belluzzi (fratello di Gian Benedetto) che in quei giorni soggiornava appunto a Serravalle, dove la famiglia disponeva di una seconda casa. Ebbene don Tommasi, con il falso avviso di una grave emergenza familiare, lo aveva indotto, nella notte, a rientrare urgentemente a San Marino Città. La dedizione di SerravalleRacconta Alberoni a Firrao: a Serravalle è venuto il Paroco con più di trecento (!) uomini ad incontrarmi oltre il numero delle Donne, e ‘Viva il Papa, e il Cardinale Alberoni’. Don Tommasi, seguendo puntualmente le istruzioni ricevute da Almerighi, a nome dei parrocchiani, avanza al Cardinal Alberoni la richiesta di passare sotto il dominio diretto della Santa Sede. In questi termini: Eminentissimo Principe. Io col mio Popolo appiedi dell’Emi-nenza Vostra supplicante addimandiamo umilmente di essere accettati sotto l’Obbedienza, e così Sudditi della Santa Sede per giuste cause e motivi che qui sarebbe lungo il riferirli, onde a tale effetto imploriamo la grande protezione di Vostra Eminenza. Il Cardinale prontamente accoglie la richiesta: quando state disposti, e vogliate spontaneamente essere sudditi di Sua Santità, è ben ragionevole che io vi assista, come vi prometto di fare assicurandovi, che vi date a un Principe che vi sarà Padre Amorosissimo, vi solleverà dagl’incomodi, accordandovi li privilegi antichi con aggiunta de’ nuovi, che non siano nocivi agl’altri Sudditi del Santo Padre. Seguono le grida: viva il Sommo Pontefice, viva il Papa che è nostro Padrone; umilissime grazie all’Eminenza Vostra che supplichiamo di sua protezione. I due notai al seguito, Bartolucci e Bertozzi, stilano l’atto della Dedizione del Popolo di Serravalle come richiesto da don Tommasi. Firmano come testimoni Martinelli e Barone Giorgio de Redegeltt, cioè due personaggi al seguito. Racconta ancora lo stesso Alberoni: questo numeroso Popolo di Serravalle m'ha accompagnato al Borgo di S. Marino, cioè ai piedi del Monte Titano, sulla cui cima sta la capitale della Repubblica. L’imprevisto di BorgoA Borgo, aveva detto Almerighi, vi sarà altra gente. Invece altra gente a Borgo non c’è. Non c’è proprio. Nemmeno quella del posto. Eppure don Teodoro Faetani (di Borgo) aveva assicurato per iscritto Almerighi non più tardi di giovedì 15: i compaesani quando vedranno qui il loro Liberatore compariranno da lui e si daranno al Papa. No. La gente non esce dalle case. Invano Almerighi, da Foriere a Cavallo, è corso avanti al Calesse di Sua Em.za, e, giunto alla Chiesa, ha fatto suonare le campane ad un Mendico ivi a sorte ritrovato. Eppure a Borgo abita Vincenzo Belzoppi, figura di spicco degli artigiano-commercianti che hanno le loro botteghe attorno alla piazza del mercato. E lì vicino, a Valdragone, ha sede la potente e vasta Confraternita della SS. Annunziata, notoriamente in rotta coi governanti. Alberoni, paziente, smonta dal Carozzino per rigolarsi. Cioè per decidere il da farsi. Non si trattiene dal dolersi del silenzio de’ Borghiggiani. I quali Borghiggiani punto non si riscossero benché l’Almerighi scorrendo a Cavallo ogni Contrada colle mani, co’ Piedi, colle voci, cogli’occhi, li sollecitava a gridare: ‘Viva il Papa’. A Borgo, a detta di Almerighi, avrebbe dovuto esserci anche la gente proveniente da altri luoghi della Repubblica, fatta convogliare lì dai curati. Per Fiorentino don Filippo Ceccoli giovedì 15 aveva scritto ad Almerighi: se S.E. verrà in S. Marino i compaesani allora anderanno ancor essi a soggettarseli. Eppure non arriva nessuno né da Fiorentino né da altrove. Il tempo ci sarebbe stato. Alberoni è entrato a Serravalle verso le 8. Ha speso alcune ore per ricevere la dedizione di quella parrocchia e poi per salire a Borgo, piano piano, in calesse. Adesso è quasi mezzogiorno. In poco più di un’ora si raggiunge Borgo da qualsiasi angolo della Repubblica. La piazza, invece, è vuota. La dubbia dedizione di BorgoNonostante che la piazza di Borgo sia vuota, i due notai, Bartolucci e Bertozzi, stilano un atto sulla falsariga di quello di Serravalle che attesta la libera dedizione dei Borghiggiani alla Santa Sede e l’accettazione di tale dedizione da parte di Alberoni. Mentre però a Serravalle la richiesta è stata espressa dal parroco, di cui è riportato nel verbale nome e cognome, non è dato sapere chi abbia proposto la Dedizione del Popolo del Suburbio di San Marino. Nell’atto sono riportati solo i nomi dei due soliti testimoni: Martinelli e Barone Giorgio de Redegeltt. Nella preparazione dell’impresa era stato previsto che a Borgo una marea di gente avrebbe accolto Alberoni come liberatore e che poi lo avrebbe portato su per la costa del monte come sulla cresta di un’onda, su fin in Città, la capitale, e poi fin dentro il Palazzo Pubblico. I governanti in carica sarebbero scappati oppure si sarebbero rassegnati a firmare la dedizione. Alberoni e i suoi, fidandosi ciecamente di quel che da mesi andava millantando Almerighi, erano così certi dell’accorrere di tanta gente in Borgo che non era stata prevista alcuna alternativa. Alberoni, dopo essersi trattenuto per Piazza passeggiando per quasi un quarto d’ora, nonostante che alcuni suoi accompagnatori propendano per abbandonare l’impresa, decide di andare avanti. Saputo che in Città i governanti sono incerti se chiudere o no le porte, Alberoni, astutamente, lascia sulla piazza tutto il suo seguito, di modo che dall’alto del Monte si veda che il convoglio è fermo lì, e quatto quatto si defila. In tutta fretta, da solo o quasi, a dorso di mulo (anzi lui dirà a piedi) affronta non senza gran fatica, il camino di quel scoscese Diruppo ed entra nella piccola capitale per la porta principale, la Porta di San Francesco, che trova aperta. Ed una volta entrato si sistema a Palazzo Valloni, la dimora di una famiglia benestante che da qualche tempo si era trasferita a Rimini (e che era stata precontattata dal solito Almerighi). Nessuno ad accoglierlo. Non tenta nemmeno di salire verso il Palazzo Pubblico, sede del governo e del Consiglio. La tana dei governanti. Come avrebbe potuto affrontarli senza il sostegno di una folla? Primo contatto coi governantiVerso le 14 di quello stesso sabato 17 Alberoni spedisce da Palazzo Valloni un biglietto a Ravenna per avvertire che si tratterrà a San Marino ancora per otto giorni. Raccomanda ai suoi collaboratori di laggiù: voi dovete prendere le vostre misure per cotesti Lavori che non abbino a tardare a causa della mia assenza. Ordina che gli mandino subito il cuoco, dei salami e un prosciutto. Non si fida di quel che i sammarinesi potrebbero dargli da mangiare! Infine trasmette la richiesta d’un Piviale, d’una Pianeta, e di due Tonicelle. Poi aggiunge: se avete una cappa magna me la manderete. Infine decide per l’abito lungo di scarlato. Ordine tassativo: il tutto che si trovi Sabbato 24 qui in S. Marino. Alberoni dunque ha in programma di trattenersi sul Titano tutta la settimana veniente. Prima di rientrare a Ravenna presenzierà una cerimonia religiosa solenne, un Pontificale. Si immagina, a conclusione della vicenda. Dunque Alberoni si dà una settimana per risolvere la partita. Non sappiamo con quale strategia, dato che, quella prevista ed autorizzata dal Breve e dalle Istruzioni, fondata sulla sollevazione della gente contro i governanti, si è rivelata priva di fondamento. Dopo Ravenna, Alberoni scrive a Roma. A Firrao. Gli racconta quel che è avvenuto. Imprevisti compresi. Infine lo rassicura. Porterà comunque a termine l’operazione nel sostanziale rispetto delle modalità impostegli. Infatti, non è entrato in Città, nella capitale, senza che nessuno abbia osato contrastarlo, levare la voce contro di lui, mancargli di rispetto? Io potevo - si vanta con Firrao - condurre meco soldati e sbiraglia, ma ho creduto fosse di maggiore onore, e decoro della S. Sede, e perché il mondo veda che questa dedizione è stata fatta puramente volontaria, il comparire qui inerme, e senza altra assistenza, che quella del coraggio, e della mia rappresentanza, che in simili casi basta per incutere timore, e rispetto anche ai più arditi. Prima contestazioneAlberoni già dopo un’ora deve ricredersi circa la sufficienza della sua rappresentanza … per incutere timore, e rispetto ai sammarinesi. I Capitani inviano a Palazzo Valloni due esponenti di alto rango, Pierantonio Leonardelli (fratello del Canonico) e Giuseppe Onofri, ad inchinare S. Em.za e a chiedergli in che cosa possano servirlo. Il Cardinale ringrazia della cortesia, ma non scopre le sue intenzioni: risponde che a suo tempo avrebbero inteso lo scopo del suo viaggio. Nell’uscire i due ambasciatori trovano la Sala di Palazzo Valloni piena di Contadini di Fiorentino … armati d’arme curte, e l’anticamera con molti Preti susurroni (!) ed altri contumaci. Che cosa è successo? Don Filippo Ceccoli la sera di venerdì 16 invano ha cercato di convincere il parroco di Fiorentino don Carlo Salviati ad andare incontro ad Alberoni l’indomani di buon’ora coi suoi parrocchiani. Solo nella tarda mattinata di quello stesso sabato e solo dopo avergli mostrato la lettera della Segreteria di Stato contenente le Istruzioni, è riuscito a smuoverlo. Quindi tardi. Quando il gruppo (una ventina di uomini, fra cui molti Ceccoli) arriva a Borgo, il Cardinale è già passato. Non trovando lì, contrariamente alle attese e alle vanterie dei Ceccoli, né gente, né segno d’allegria, alcuni vorrebbero ritornare indietro. I Ceccoli però insistono e riescono a convincere i compaesani a salire in Città. Raggiungono la Città per la scorciatoia della ‘costa’, entrano per la Porta della Rupe e si presentano a Palazzo Valloni. Qui si trovano davanti Leonardelli e Onofri. Onofri si trattiene nel vederli. Leonardelli no. Comincia a inveire contro di loro. Si mette a far pratiche per spaventarli. Ad uno gli ha intimato la Carcere, annota Alberoni, cui subito hanno riferito l’accaduto. Una nuova strategiaAlberoni si guarda bene dal rimproverare quelli di Fiorentino per il ritardo. Anzi, li accoglie subito gentilmente. Li tira su di morale. Li incoraggia. Ne hanno bisogno dopo l’impatto con Leonardelli. Alberoni accoglie subito la loro richiesta espressa dal parroco di divenire sudditi della Santa Sede. E con sommo loro piacere, dice un Cronista di Pennabilli filoalberoniano (di qui in avanti solo ‘Cronista pennese’), eseguono l’ordine del Cardinale di trattenersi nella sala del Palazzo. A difesa della sua persona? Alberoni si rende conto che il comportamento di Leonardelli potrebbe essere il segno che i governanti non hanno alcun timore riverenziale verso di lui, visto di che cosa è stato capace uno di loro a due passi da lui. Allora cambia registro. Passa a intimorirli. Mette in giro la voce che saranno chiamati centinaia di soldati da Verucchio. Proprio da Verucchio. Verucchiesi e sammarinesi si odiano da secoli. Per secoli non hanno perso occasione per darsele di santa ragione anche fisicamente oltre che nelle aule dei tribunali per una controversia di confine nata nel 1463. Per i sammarinesi finire alla mercé di quelli di Verucchio è molto pericoloso. Ebbene Alberoni minaccia la Repubblica di chiamare i soldati di Verucchio. Nel contempo, però, offre ai governanti una scappatoia per evitarlo. Senza impegnarsi direttamente, cioè in prima persona, fa in modo, attraverso i suoi aiutanti, che il parroco di Fiorentino, don Salviati, prenda l’iniziativa di salire a Palazzo Pubblico, latore di un messaggio per i governanti. Alberoni, come risulta dal Breve e dalle Istruzioni, è stato inviato sul Titano col pretesto di liberare la popolazione sammarinese dalla oppressione dei governanti. In effetti quel che a Roma interessa è la dedizione della Repubblica di San Marino alla Santa Sede. Fallito il progetto di conseguirla attraverso la sollevazione della gente contro i governanti, Alberoni prova ad ottenerla dai governanti stessi. È una strategia diversa, anzi opposta a quella prevista ed autorizzata dal Breve e dalle Istruzioni. Il risultato però sarebbe lo stesso. A Roma, in fondo, quel che importa è il risultato. Una proposta ‘indecente’Alberoni, attraverso i suoi collaboratori, convince don Salviati a salire a Palazzo Pubblico con l’incarico di riferire, come parole esatte profferite dalla bocca stessa del Cardinale, il seguente messaggio: abbino giudizio, che domineranno loro. Messaggio che il parroco traduce ai governanti con l’invito e la sollecitazione ad avere giudizio, perché l’Eminenza sua istessa erasi espressa che avrebbero essi continuato il governo. Insomma per i governanti in carica e per tutta la classe nobiliare, non sarebbe cambiato nulla con la dedizione della Repubblica alla Santa Sede: le leve del potere sarebbero rimaste ancora nelle loro mani. Garante il card. Giulio Alberoni. A ricevere materialmente la proposta avanzata da Alberoni è la Congregazione appositamente costituita fin da settembre per affrontare la controversia con la Santa Sede scoppiata col caso Lolli. Vi fanno parte Onofri, Maccioni, Leonardelli, Manenti, Marino Giangi e Beni. Ed è presieduta dai Capitani pro tempore Gian Giacomo Angeli e Alfonso Giangi. La Congregazione, seduta stante, giudica indecente la proposta di Alberoni fatta arrivare attraverso don Salviati. Ed incarica lo stesso don Salviati a riferire di conseguenza. I governanti, respinta con sdegno - come riferirà lo stesso don Salviati - la proposta di barattare la fine della Repubblica con la promessa della mera conservazione delle loro posizioni di potere, personali e di rango, proseguono nel proposito, maturato già al ritorno di Onofri e Leonardelli, di resistere ad Alberoni con ogni mezzo, compresa la forza. Primo atto del governo sammarinese dopo l’arrivo di Alberoni: adunanza delle milizie. Alberoni, al rifiuto della sua proposta, reagisce mandando a Palazzo Pubblico un suo Ministro a cercare Leonardelli e per far sapere ai governanti, lì riuniti in permanenza, che se non verrà revocato l’ordine di adunare le milizie, egli sarà costretto a chiamare sul Titano i soldati pontifici. A cominciare da quelli di Verucchio. Verucchio o non Verucchio i sammarinesi non ‘consegnano’ Leonardelli e neppure ritirano l’ordine per il raduno delle milizie. Sono convinti che Alberoni minacci a vuoto. A loro risulta che Alberoni - è lo stesso Alberoni a raccontarlo a Firrao - non è più in grado di muovere soldati perché le facoltà di Cardinal Legato di Romagna sono ormai d’antica data e comunque sono cessate per il Possesso preso della carica da parte del nuovo Legato, il card. Marini. Dopo la presa di possesso di Marini, le cose a Roma, a parere dei sammarinesi, non possono essere cambiate, essendo noto a tutti che Nostro Signore da qualche tempo in qua, trovavasi in stato a non poter fare altri provvedimenti. I governanti sammarinesi, dunque, non ritengono possibile che il Cardinale sia entrato in Repubblica in base ad un ordine specifico della corte papale. Credono che si sia mosso per iniziativa personale. Propendono per un colpo di testa spiegabile con l’età ed i trascorsi del Cardinale e messo in atto all’insaputa della corte romana, quando il suo incarico di governo in Romagna è scaduto. Alberoni chiama i soldatiAlberoni viene a sapere di quelle voci, circolanti fra i sammarinesi, che mettono in dubbio le sue facoltà. Sospetta, forse, che siano state fatte arrivare sul Titano da Marini o da qualcun altro del Sacro Collegio dei cardinali. Potrebbe smentirle subito quelle voci esibendo il Breve o le Istruzioni. No. Preferisce stroncarle impartendo ordini che di per sé dimostrano che egli agisce nella pienezza delle sue funzioni ed in piena sintonia con Roma. Come apprende che il Capitano della milizia sammarinese girando per la Terra animava i più idioti - così scrive in una lettera a Firrao - a diffendere la libertà della Patria e, convocata la soldatesca, andava prendendo posizione alle porte e nella Guaita, cioè la fortezza del paese, Alberoni comunica ai governanti che se la Repubblica aveva desiderio di vedere le milizie, egli le avrebbe mostrate le sue. E fa venire davvero - racconterà egli stesso a Firrao - proprio da Verucchio ... 200 uomini commandati dal loro Capitano Sergenti e Caporali. I governanti inviano a Palazzo Valloni due Sacerdoti Cittadini per esplorare la mente di S.E. Da loro apprendono che Alberoni va sostenendo non solo di essere ancora Cardinal Legato di Romagna nella pienezza delle sue facoltà, ma anche di essere salito sul Titano in nome e per conto del papa, espressamente incaricato dal papa. Però non esibisce le carte. Le carte le ha effettivamente? Davvero papa Clemente XII ha incaricato Alberoni di porre fine, con un colpo di mano, alla indipendenza della Repubblica? Già Paolo III aveva tentato di sopprimere con un blitz l’autonomia sammarinese. Nel lontano 1543. Una improvvisa nebbia - miracolo del Santo Marino - calò sugli assalitori e ne scompaginò i piani. Dopo il Santo, intervenne a sostegno dei sammarinesi il ducato d’Urbino. Quella volta si interessò della vicenda perfino l’imperatore Carlo V mandando un suo rappresentante sul Titano ad offrire protezione. Offerta di protezione che i sammarinesi, con le dovute maniere, lasciarono cadere. Ora? Il ducato d’Urbino non c’è più. Quanto all’impero o al Santo se interverranno o no, chi lo può sapere? A notte fatta corre voce, secondo quanto racconta Alberoni a Firrao, che i governanti avessero spedito un messo alla Carpegna, dove sono di stanza truppe tosco-imperiali. Allora - continua Alberoni - ebbi timore non volessero costoro operar da disperati con chiamare in soccorso quel Presidio; spedii subito a Rimini l’ordine al Capitano Bertoldi (altrove Bertolli) che con duecento uomini marciasse nella notte per trovarsi in S. Marino di buon ora. Ad Alberoni non va di correre il rischio di finire nelle mani degli Asburgo coi quali ha in sospeso quel vecchio conto del 1717, quando alla guida della Spagna anziché scagliare la flotta contro i Turchi, come aveva promesso e ripromesso davanti a tutti, papa compreso, la rivolse proditoriamente contro le fortezze degli Asburgo in Sardegna. I soldati: un errore necessarioI soldati sono chiamati da Alberoni - a quanto egli dice a Roma - per fronteggiare la convocazione delle milizie repubblicane e per premunirsi contro una supposta richiesta di aiuto alle truppe tosco-imperiali di stanza a Carpegna. Alberoni è partito da Ravenna convinto, in base a quanto riferitogli da Almerighi e da altri, che tutti i Popoli della Repubblica sarebbero stati desiderosissimi di accoglierlo per sottrarsi ai Tiranni. Invece, arrivato sul Titano, è costretto à temere ancora nella Persona per scarsezza degli aderenti. Così che - dicono i sammarinesi - per sicurezza della Vita, e per onore della Porpora è stato necessitato a chiamare l’estranea milizia. Certamente chiamare i soldati per Alberoni è un errore. Gravissimo. Costituisce un’aperta violazione del Breve e delle Istruzioni, porta allo scoperto le mire reali della Santa Sede sul Titano ed offre ai tosco-imperiali un eccezionale pretesto per riprendere ad avanzare da Carpegna verso il mare. D’altra parte Alberoni non può non chiamare i soldati. I soldati gli consentono di sottrarsi all’umiliazione di finire, anche fisicamente, in balia dei governanti sammarinesi e di rimettere in sesto l’operazione altrimenti fallita. San Marino-Città non conta più di trecento abitanti. Ad un’ora di notte - a detta dei sammarinesi - giunsero a Tamburo battente le Soldatesche di Verucchio … e sulla mezza notte, e sul mattino arrivarono le Milizie di Rimino, e finalmente sopragiunse la Sbiraglia di Ravenna accompagnata dal ‘Boia’, sicchè dalle medesime restò innondato il paese, occupata la Cancelleria, ristretto il Palazzo, blocata la Rocca, e costernati da tanto furore li Cittadini tutti. Le famiglie più abbienti, nel timore di un saccheggio e comunque per proteggersi dalla marmaglia soldatesca, si affrettano a dare in custodia le loro robe alle monache del Monastero delle Clarisse. La capitolazione formaleNella mattinata della stessa domenica 18, i custodi della Guaita escono dal fortilizio per consegnare le chiavi. Alberoni, però, non le accetta. Esige una consegna formale di quelle e di tutte le chiavi dei luoghi pubblici. La vuole, quella consegna, per mano delle massime autorità della Repubblica: i due Capitani. Devono muoversi loro da Palazzo. Devono scendere loro a Palazzo Valloni e portargliele. Sopra un bacile d’argento! La consegna delle chiavi - sopra un bacile d’argento - avviene a Palazzo Valloni per mano dei Capitani e del Segretario di Stato, presenti come testimoni - quasi si fosse all’atto di resa al termine di una guerra - i comandanti che hanno compiuto l’impresa: i capitani dei soldati di Verucchio e di Rimini. Alberoni, scrivono i notai, unitamente alle chiavi accettò pure la ‘spontanea’ e pubblica dedizione della Repubblica alla Santa Sede (acceptavit eamdem publicam, et spontaneam Deditionem Sanctae Sedi). Non sono i vincitori a imporre il testo del documento di resa? La Repubblica di San Marino, attestano i notai, si è data ‘spontaneamente’ alla Santa Sede e la Santa Sede, per mezzo del card. Giulio Alberoni, investito delle specifiche facoltà, l’ha accettata. Così deve risultare nella storia. Alberoni potrebbe chiudere qui la partita. E, per certi aspetti, la considera effettivamente chiusa. Dopo i soldati fa salire da Rimini l’avvocato Bartolomeo Bonzetti perché lo aiuti a riscrivere le regole istituzionali, cioè gli Statuti della ex-Repubblica, ora terra soggetta al dominio diretto della Santa Sede. E fa pure venire su da Rimini Giovanni Bianchi (più noto come Jano Planco), medico, scienziato, poligrafo di una certa fama, col compito - dirà lo stesso Bianchi - di comporre un’iscrizione per una lapide da erigere a ricordo dell’avvenimento. Ed anche per cercare, proprio nell’Archivio della Repubblica, le prove documentarie delle ragioni dell’alta sovranità della Santa Sede sul luogo. Attraverso la fitta corrispondenza di Bianchi con i suoi numerosissimi interlocutori della ‘Repubblica Letteraria’, si ricava una quantità di informazioni su come l’impresa alberoniana è recepita dai circoli intellettuali del tempo. Cerimonia pubblica il 25 ottobreAlberoni non rientra subito a Ravenna, appena conseguita la capitolazione. Rimarrà per tutta la settimana veniente. Scrive, infatti, a Firrao: oggi a otto con Messa solenne e ‘Te Deum’ si renderanno le dovute grazie al Signore Iddio, che per il maggior servizio e gloria, un affare che poteasi rendere difficile, e spinoso, siasi terminato con tanta felicità, e con tanta altra gloria di Nostro Signore Clemente XII, che va rendere memorabile il suo Pontificato. Alberoni, nella stessa domenica 18, riunisce i parroci della ex Repubblica e chiede loro - ordina?- di presentarsi a lui nei giorni a venire con una delegazione di parrocchiani per procedere al giuramento di fedeltà alla Santa Sede sull’esempio di Serravalle (sabato mattina) e di Fiorentino (sabato pomeriggio). Così che risulti manifesta la volontà del popolo, cioè della gente comune, di passare sotto il governo della Santa Sede. E chiede pure la loro collaborazione per organizzare al meglio il solenne giuramento dei rappresentanti della comunità domenica 25 in Pieve, a conclusione dell’intera vicenda. Tutto risolto dunque? No. Qualche contestazione può essere ancora possibile. Nel caso, le tre torbide teste, cioè gli irriducibili, dice Alberoni a Firrao, non sarà bene lasciarle qui presentemente, ma allontanarle. Insomma prospetta l’esilio. Il vescovo di Pennabilli, nel frattempo, ingiunge alle monache del Convento delle Clarisse di non prendere in custodia eventuali robe da parte di chicchessia. Nessuno deve sentirsi tranquillo nel caso che, temerariamente, voglia opporsi al nuovo corso della politica. Per coloro invece che lo favoriranno, si spalanca da subito la generosità del Cardinale, compresa quella spicciola della elargizione di danaro. L’allontanamento delle teste pensanti (cioè degli ex governanti), la mobilitazione dei parroci e l’uso del danaro fanno intravedere un progetto di recupero, da parte di Alberoni, del consenso della gente. Di quella gente che, contrariamente alle previsioni e alle aspettative, finora non si è mossa. Alberoni farà di tutto per guadagnarla alla sua causa, smuoverla, darle una voce, una rappresentanza politica, in contrapposizione, ovviamente, ai vecchi governanti. I vecchi governanti che, altezzosamente, in gruppo, hanno ri-gettato la sua offerta di collaborazione ed anzi hanno tentato di contrastarlo con la forza, dovranno necessariamente rassegnarsi. Cominceranno a cedere prima o poi. Quando sarà passato l’inton-timento per la sberla ricevuta e si renderanno conto che il paese sta andando avanti senza di loro. Dapprima cederà uno, poi un altro, poi un altro ancora e infine lo smollo, come di solito avviene di fronte alla tentazione di guadagnare una posizione di potere. La presa di possesso del paeseLunedì 19, avendo in mano le chiavi dei luoghi pubblici, Alberoni le adopera per prendere possesso anche materialmente del paese. ‘Tira’ a sè ... la Bandiera e Ruolo de’ Soldati, i Sigilli. Visita la Rocca, poi il Palazzo. Infine ispeziona l’Archivio. In Archivio si mette lui stesso, di persona, poi seguito da Bianchi, a cercare i documenti che potrebbero suffragare i diritti della Santa Sede sulla Repubblica. Alberoni è ormai il padrone assoluto del luogo. Impartisce ordini a destra e a manca. Tira fuori dalle carceri Pietro Lolli. Assegna al fratello di questi, Beniamino, il comando delle milizie sammarinesi. Conferisce a Belzoppi l’incarico di occuparsi dei tributi. Piazza don Filippo Ceccoli nel Collegio Belluzzi, l’unica istituzione esistente a San Marino per formazione dei giovani (delle famiglie dominanti). Gli ex governanti sono ormai fuori gioco. Lo devono capire loro ed anche la gente comune, di modo che non ci siano dubbi su chi comanderà d’ora in avanti nel paese. E aspetta che succeda, qui sul Titano, quel che avviene normalmente ovunque dopo uno sconvolgimento politico: la corsa a salire sul carro del vincitore prima che sia tutto occupato. Alberoni, a ulteriore dimostrazione di forza, comincia a metter subito mano alla riorganizzazione politica e amministrativa del paese, per la quale, fra l’altro, egli ha un mandato amplissimo. Si legge infatti nelle Istruzioni: rimette Nostro Signore all’arbitrio e saviezza di Vostra Eminenza il dare al Governo Politico, Economico, e Giuridico di detta Terra, e suoi Annessi quella forma, che crederà la più adatta al Costume di quel Popolo. Alberoni ha in mente di partire, nel lavoro di riorganizzazione della ex Repubblica, con il rifacimento del Consiglio. Sarà poi quel Consiglio, il nuovo Consiglio, a formalizzare domenica 25 in Pieve la spontanea dedizione di San Marino alla Santa Sede in forma pubblica e solenne. In base allo Statuto della ex Repubblica Alberoni non potrebbe intervenire sulla composizione del Consiglio. Al più potrebbe esercitare delle pressioni perché i consiglieri già in carica al momento del suo arrivo, nominino tanti nuovi consiglieri quanti sono i posti vacanti fino a raggiungere il numero canonico di sessanta. Siccome i consiglieri in carica (una trentina) sono quasi tutti del fronte dei vecchi governanti, imboccando questa strada verrebbe fuori un Consiglio ancora tutto in mano ai vecchi governanti. Cosa che Alberoni deve assolutamente evitare, per non trovarsi domenica 25 in Pieve dei consiglieri che, anziché per la dedizione, alla Santa Sede si schierano per il mantenimento della Repubblica. Convocazione dell’Arengo?Alberoni ha la possibilità di rifare ‘legittimamente’ il Consiglio addirittura per intero, cioè nominando daccapo tutti i sessanta consiglieri, convocando l’Arengo, l’assemblea dei capifamiglia, facendo riferimento a un precedente storico. Verso la fine del Cinquecento, infatti, a seguito di una serie di disordini interni, alcuni sammarinesi sollecitarono l’intervento del Duca d’Urbino perché li aiutasse a porvi rimedio. Questi non si fece troppo pregare. Inviò un Commissario che, convocato l’Arengo, procedette per ballottazione al completo rifacimento del Consiglio e fece approvare nuove regole per il suo periodico rinnovo. Proprio la mancata convocazione dell’Arengo, per il rinnovo o il completamento del Consiglio, aveva costituito la ragione prima del contrasto fra la fazione di Lolli e quella dei vecchi governanti. Lolli non fu carcerato per altra Ribellione, che d'aver tentato di ritornare in piedi l'Arringo, dice Bianchi. E pure i seguaci di Lolli, i Ceccoli, i Centini, i Faetani non volevano altro che far rimetter in piedi l'uso antico dell’Arringo d’uno per Casa. E a tale Arengo, secondo Lolli ed i suoi seguaci, avrebbero avuto diritto di partecipare anche i capifamiglia dei castra subdita. Dunque Alberoni dispone di un calzante precedente storico per rinnovare per intero il Consiglio attraverso una riconvocazione dell’Arengo, che da più di 100 anni non s’era tenuto più, annota Bianchi. E, nell’occasione, avrebbe potuto far approvare dalla stessa assemblea dei capifamiglia anche la dedizione spontanea della Repubblica alla Santa Sede. E senza forzare il diritto. Si legge infatti nei testi dello Ius Civile in uso in quel periodo che l’Arengo (detto anche General Consiglio perché da intimarsi tutti per capita Domorum), rappresenta tutto il Corpo dell’Università … Appresso il medesimo ... risiedendo tutta la possibilità di disporre, ne viene in conseguenza, che nelle cose ardue, e di gran rilievo si deve precedere la risoluzione di tale organismo a quella del Consiglio vero e proprio (Consiglio Particolare). E quale cosa è più ardua e di grande rilievo per una comunità che la rinuncia alla autonomia politica per la sottomissione spontanea a un principe esterno? Arengo possibilmente noAdunando l’Arengo, Alberoni avrebbe continuato a presentarsi ai sammarinesi come il vindex della fazione di Pietro Lolli contro quella dei vecchi governanti, notoriamente contrari, ossessivamente contrari alla convocazione dell’Arengo. I vecchi governanti senz’altro avrebbero tentato di resistere, creando disordini nel paese ed anche nell’assemblea, aizzando, ad esempio, i capifamiglia del distretto vecchio contro quelli dei castra subdita. Alberoni dopo aver fatto così largo uso di soldati per piegare i sammarinesi ricalcitranti, ha bisogno che si ristabilisca una quiete totale nel paese. Fra l’altro le norme correnti dello Ius Civile vietano espressamente, nello Stato della Chiesa, la convocazione dell’Arengo qualora sussistano dubbi circa il suo regolare svolgimento. Cioè se non si è certi che l’assemblea non degeneri. In alcuni casi la stessa Sagra Congregazione del Buon Governo, per evitare le confusioni, ordina, che si faccia un Consiglio ristretto di persone più capaci, piuttosto che convocare l’Arengo, anche per decisioni di grande importanza. Alberoni, dovendo evitare di aggiungere altro rumore a quello dei soldati della cui eco a Firenze, Vienna e Roma ancora non si sa l’effetto, preferisce tentare di costruire un Consiglio di sessanta membri in cui tutte le parti si riconoscano, operando col consenso di tutte le parti, in una atmosfera di generale pacificazione. Un Consiglio, ovviamente, che comunque poi voti la dedizione, obiettivo di tutta l’operazione. Fine del surplacePer costruire un Consiglio di sessanta membri in cui tutte le parti si riconoscano, Alberoni ha bisogno che fra i vecchi governanti qualcuno cominci a cedere, ad accostarsi a lui. Ma non è così. Nonostante che abbia dimostrato, chiamando i soldati, che lui agisce nelle pienezza delle facoltà di Cardinal Legato di Romagna e, di fatto, in accordo con Roma. Nonostante che tenga occupato il paese con un mezzo migliaio di soldati (non fatti rientrare a Verucchio e a Rimini subito dopo la resa). Nonostante che stia dando prova di stare procedendo a una riorganizzazione globale, permanente anzi definitiva della amministrazione pubblica. Eppure nessuno dei vecchi governanti si fa avanti, si distingue dagli altri, tenta di guadagnare una personale posizione di vantaggio. Alberoni, visto che da parte dei vecchi governanti non vengono segnali di cedimento, prende lui l’iniziativa. Si incuneerà fra di loro adoperando uno di loro: Giuseppe Onofri. Onofri è un uomo pragmatico, disponibile al compromesso, attento al proprio prestigio personale ed ai suoi privati interessi (ha molti beni al sole) e gode di un certo ascendente sulla gente guadagnato attraverso la professione di notaio e dottore in legge. Egli, politicamente, appartiene alla fazione dei vecchi governanti ma non è inviso a Lolli, con cui, diversamente dagli altri, non ha interrotto i rapporti. Ha avuto fra i suoi clienti anche Vincenzo Belzoppi. E non ha mai interrotto i rapporti personali col vescovo del Montefeltro, Crisostomo Calvi, conosciuto in occasione del suo insediamento. Alberoni, dunque, rompe gli indugi, pone fine al surplace coi vecchi governanti, invitando uno di loro, Giuseppe Onofri, a Palazzo Valloni. Siccome questi - racconterà lo stesso Alberoni - sin dal primo giorno del mio arrivo quassù, mi fu descritto per uomo assai destro, quale avea sempre saputo navigar in due acque, mi parve perciò di poter credere, ch’egli potesse aspirare a farsi merito presso la Santa Sede. Dialogo coi vecchi governantiAlberoni chiede ad Onofri - dietro adeguato compenso per il merito presso la Santa Sede che egli acquisirebbe - di aiutarlo a convincere i vecchi governanti a rassegnarsi al corso degli eventi. Cioè a prendere realisticamente atto della necessità assoluta, inderogabile per la Santa Sede, di affermare la sovranità sul Titano, a causa del sovrastante pericolo degli Asburgo già arrivati a Carpegna. Tanto vale, di fronte a tale ineludibile evenienza, fare tutti, tutti assieme, buon viso. E - perché no? - approfittarne. Egli, Alberoni, assicura, garantisce che la comunità non ne avrà alcun danno: tutti i privilegi di cui gode al momento saranno mantenuti, e altri se ne aggiungeranno, per un impegno già preso in tal senso dal papa in persona. E nemmeno loro, i vecchi governanti, riceveranno alcun danno. Né come gruppo né singolarmente. L’Arengo non verrà convocato. Sarà lui stesso, Alberoni, ad assumersi la responsabilità di impostare la nuova struttura di governo a partire dalla composizione del Consiglio. E lo farà in modo che essi, cittadini di primo rango, possano continuare ad occupare i posti più elevati nel governo della comunità. Esattamente come prima. E non avranno alcun danno nemmeno singolarmente. Anzi dei vantaggi. Molti vantaggi. Si spalancherà, per ciascuno di essi, una nuova allettante prospettiva di carriera nello Stato della Chiesa, grazie al merito che acquisiranno collaborando con lui affinché la Santa Sede possa affermare la sovranità sul Titano senza ostacoli, cioè senza fornire alcun pretesto di intervento agli Asburgo. Sarà lui, lui stesso, a rendersi garante personalmente di tutto ciò. A lui direttamente potrà rivolgersi per qualsiasi evenienza, di qui in avanti, ciascuno di loro. E, ciascuno, troverà in lui sempre l’aiuto necessario. Il passaggio della Repubblica alla Santa Sede è già avvenuto con l’atto di dedizione firmato dai Capitani domenica 18. Tuttavia lui, Alberoni, per dimostrare la sua buona predisposizione d’animo verso i vecchi governanti, darà loro modo ugualmente di dimostrare la buona volontà di collaborare con la Santa Sede, per acquisire di fronte ad essa i relativi meriti. Domenica 25 ottobre in Pieve, quando si procederà al giuramento pubblico di fedeltà alla Santa Sede, essi, i vecchi governanti, saranno chiamati per primi: per rispetto al rango ed anche perché siano di esempio. Alla base della proposta del Cardinale ai vecchi governanti, trasmessa attraverso Onofri, c’è l’assunto che il passaggio della Repubblica al dominio diretto della Santa Sede, per altro già avvenuto, è incontrovertibile. Non c’è possibilità alcuna e per nessuno, nemmeno per lo stesso Alberoni, di rimetterlo in discussione: è stato deliberato dal papa in una fase di grave emergenza politica per lo Stato della Chiesa, minacciato nella sua sicurezza dagli Asburgo. Come gesto di buona volontà e segno esplicito di fiducia nei vecchi governanti, entro quello stesso lunedì 19, Alberoni fa rientrare tutti i soldati di Verucchio e di quelli di Rimini ne trattiene una cinquantina. Però, da Ravenna, arrivano gli sbirri, il bargello e, forse, il boia. Si va, diciamo, verso la normalità. Il Titano diventa un comune luogo soggetto alle solite autorità dello Stato della Chiesa. I sammarinesi miracolatiIl gruppo dei vecchi governanti è intento a riflettere sulla proposta di Alberoni, ricevuta attraverso Onofri, quando giunge nelle loro mani una copia delle Istruzioni impartite ad Alberoni da Firrao il 26 settembre ed allegate al Breve. Un miracolo. Sì un autentico miracolo dicono i sammarinesi: Dio ha fatto giungere nelle nostre mani la copia della lettera di Segreteria di Stato diretta a S. E.! Secondo i sammarinesi l’arrivo nelle loro mani della copia delle Istruzioni è la prova che, anche in questa occasione, S. Marino, il loro Santo, non li ha affatto abbandonati. Non è noto il luogo in cui il buon Dio, su sollecitazione del Santo Marino, ha realizzato il miracolo. Forse a Roma o altrove per mano di Maggio o Zampini o altri sammarinesi emigrati. Oppure sul Titano, magari all’interno dello stesso Palazzo Valloni. Oppure c’è di mezzo un doppiogiochista. Non è da escludere la corruzione. Se a noi, ammettono i sammarinesi, non capita fra le mani una copia della Lettera di Segretaria di Stato ... ci davamo tutti per perduti. Invece? Con quella in mano la situazione si rovescia. L’udire che … S.E. non poteva forzarci, essi dicono, ci animò. Sì perché scoprono che Alberoni effettivamente è stato autorizzato dal papa a salire sul Titano, non però con una delega in bianco come egli ha tentato di far credere. I sammarinesi vengono a sapere, leggendo le Istruzioni, che non è vero che il papa ha deliberato la soppressione della Repubblica tout court. Il papa ha incaricato Alberoni di accettare la dedizione della Repubblica alla Santa Sede se, e solo se, questa dedizione è spontanea e volontaria. L’ha subordinata, la dedizione, a un consenso della popolazione esplicito, manifesto, pubblico, di modo che non ci siano dubbi, appunto, sulla volontarietà e sulla spontaneità. È evidente dunque come Alberoni non dovesse, ne potesse usar la forza contro i sammarinesi e molto meno potesse violentarli contro il loro volere a giurare l'ubbidienza alla Santa Sede ‘in temporalibus’, come invece è avvenuto domenica 18, a seguito dell’invasione militare. Ecco perché Alberoni ha tenuto celate le carte! Perché non si sapesse delle trasgressioni alle disposizioni impartitegli. In particolare perché non si sapesse della condizione fondamentale, la conditio sine qua non per l’acquisizione della Repubblica da parte della Santa Sede: una dedizione manifestamente volontaria e spontanea. Alla luce delle Istruzioni, quello dei soldati è stato un abuso di tale gravità da poter essere utilizzato, e da subito, per impugnare l’atto di resa sottoscritto dai Capitani. Le due parti si studianoI vecchi governanti potrebbero, a ragione, precipitarsi a Palazzo Valloni e, carta in mano, pretendere il ripristino della Repubblica: restituzione delle chiavi dei luoghi pubblici e loro reinsediamento nei precedenti posti di governo. Non lo fanno. È vero che Alberoni non è stato autorizzato ad adoperare i soldati. È vero che non si è fermato ai confini ad aspettare la popolazione come gli è stato ordinato. Tuttavia non basterà certamente un pezzo di carta a indurlo a restituire sic et simpliciter il potere ai vecchi governanti, magari dopo avere loro chiesto scusa e prima di riprendere con la coda fra le gambe la strada per Ravenna! Alberoni ha in mano il paese. E di certo ha in sé il potere - un potere che a Roma è ritenuto legittimo perché conferitogli, questo sì, dal papa - di rimettervi ordine. Il che vuol dire, anzitutto, che egli ha la facoltà di riportare il Consiglio a 60 membri. Magari attraverso la convocazione dell’Arengo. Un Arengo aperto ai capifamiglia dei castra subdita. Troppo rischioso per i vecchi governanti affrontare vis-à-vis un personaggio navigato come Alberoni, anche se si ha il diritto dalla propria parte. Se non altro in riflesso dell’impetuoso e violento temperamento di questo Porporato. Meglio che sia Roma ad affrontarlo, a richiamarlo all’ordine, il card. Giulio Alberoni, visto che è stata Roma a mandarlo sul Titano e visto che ha trasgredito ordini impartitigli proprio da Roma. I vecchi governanti decidono di segnalare a Roma con un documento - che chiameremo di qui in avanti ‘Informativa’ - le trasgressioni alle Istruzioni di cui Alberoni si è reso responsabile. Calcano, in particolare, sull’uso della forza. Fanno sapere che non è loro intenzione arrendersi perché non intendono affatto rinunciare alla loro libertà. Non tralasciano di minacciare ampie proteste contro l’aggressione e la violenza che hanno subito e stanno subendo. L’Informativa è spedita dal Titano già martedì 20 per staffetta (come dire posta celere) attraverso il territorio della Legazione d’Urbino. Ci impiegherà ad arrivare a Roma un paio di giorni. Destinatario a Roma è il sammarinese mons. Melchiorre Maggio. Il tutto nella massima segretezza. La strategia dei vecchi governantiMercoledì 21 i vecchi governanti cominciano a presentarsi a Palazzo Valloni: chiedono udienza al Cardinale. Non per contestarlo, però. Ci vanno per riverirlo. Vanno per dimostrargli personalmente la loro gratitudine per i saggi consigli di cui li ha beneficati. Ci vanno ciascuno per conto proprio. Quasi che ciascuno sia mosso da una sua personale motivazione ad accettare la proposta che egli per pura benevolenza ha voluto far loro pervenire attraverso un loro collega, Giuseppe Onofri, che pure loro tanto stimano. Sono venuti ‘ad pedes’ - racconta Alberoni a Firrao mercoledì 21 a proposito dei vecchi governanti - col pregarmi voler perdonare la loro tardanza usata nel venir’a fare il loro dovere di dichiararsi sudditi della Santa Sede. Il vecchio Cardinale è sorpreso. Sabato pomeriggio, di fronte ad una proposta sostanzialmente analoga, cioè il mantenimento del potere in cambio di collaborazione, gli avevano risposto con un ‘no’ secco e stizzoso. Anzi, peggio: avevano adunato le milizie. Tanto che poi era stato costretto a chiamare i soldati. Ora, invece, ascoltati i suoi paterni suggerimenti, vanno uno ad uno da lui a omaggiarlo, a gettarsi ai suoi piedi, come fossero sudditi della Santa Sede da sempre. Già sudditi della Santa Sede da additare come esempio. Alberoni rimane perplesso. E’ sfiorato dal dubbio: non sò se possa credersi che in un Istante abbino a mutar massime, genio e costume. Poi l’ombra si dissolve a vederli lì, i vecchi governanti, venire a ringraziarlo fin in ginocchio, e con le lagrime agli occhj per gioia, e tenerezza. E fra di essi si distingue, per la particolare devozione alla Santa Sede, che nell’occasione affetta, Lodovico Belluzzi, il fratello di Gian Benedetto, già luogotenente del Cardinale per le cause civili a Ravenna e ora giudice a Bologna. Lusingato da quella nuova piega dei fatti, Alberoni è portato a ritenere che quel che succede sia frutto della sua abilità. Dice, compiaciuto, a Firrao: mostrano tutti di avere in me una somma fede, di credere quello che gli ho detto. E racconta che cosa ha promesso loro: che tra tutti i sudditi della Santa Sede saranno i più felici e i più fortunati, senza mai avere a ricordarsi del loro antico Governo; che d’esser più che sicuri che in questa mutazione io gli procurarò tutti i vantaggi possibili. E conclude, visibilmente soddisfatto: di qui la gran fiducia che hanno avuto ed hanno in me. Alberoni si sente gratificato. Si tranquillizza. Si rilassa. Si lascia andare. L’atteggiamento di rassegnazione da parte dei vecchi governanti lo induce a concedere loro - e in prima luogo a Onofri - piena, totale fiducia, tanto da pregarli di voler davvero collaborare con lui, di dargli davvero una mano a reimpostare le istituzioni pubbliche. In conclusione, finisce per chiamare a consulta sul nuovo assetto di governo quelli stessi che erano reputati i Capi delle passate oppressioni. La gente comune, per liberare la quale dalla tirannia dei vecchi governanti, egli aveva ricevuto l’ordine di salire sul Titano, viene dimenticata. Non serve più. Servono i vecchi governanti. Saranno, di qui in avanti, proprio i Capi delle passate oppressioni, i vecchi governanti, ad assorbire tutte le attenzioni di Alberoni. Saranno questi a suggerire a sua Em.za quelle notizie … più necessarie per portare avanti il lavoro di ristrutturazione delle istituzioni, a cominciare dal rifacimento del Consiglio. Il rifacimento del ConsiglioAlberoni ha bisogno di rifare il Consiglio in vista della cerimonia di domenica 25 in Pieve. Vuole un Consiglio nella pienezza della sua funzione rappresentativa. Un Consiglio completo, cioè di 60 membri, così come prevedono gli Statuti della ex Repubblica. Soprattutto un Consiglio disposto a votare la dedizione. Il resto non conta. Lolli è convinto da Alberoni a rinunciare alla convocazione dell’Arengo. Nella prospettiva della dedizione, ormai, che importanza ha l’Arengo? I vecchi governanti sono convinti da Alberoni a non opporsi a rifare un Consiglio di 60 membri, in quanto essi non solo non ne verranno esclusi, ma continueranno a svolgervi un ruolo preminente: i posti al vertice del potere rimarranno di loro esclusiva pertinenza. Entrambe le parti accettano la proposta di Alberoni di rifarlo, quel benedetto Consiglio, assieme, a tavolino. Se ne occuperà, materialmente, Onofri: consulente personale del Cardinale, rappresentante dei vecchi governanti e fiduciario di Pietro Lolli. Di fatto, Almerighi, Belzoppi, i Ceccoli passano in secondo piano. Anche Lolli è retrocesso in una posizione defilata. Ritornano a girare a testa alta per il paese i vecchi governanti con uno di essi, Giuseppe Onofri, assurto a quasi vice di Alberoni. Per la gente comune non cambia niente. Tutto come prima. Della gente comune Alberoni non si cura più, non essendogli più necessaria per arrivare alla dedizione. Un Consiglio tutto ‘urbano’Alberoni, alias Giuseppe Onofri, si mette all’opera da subito, quello stesso mercoledì 21, per ridare al paese un Consiglio di sessanta Persone. Anzitutto - chi se lo sarebbe aspettato? - vengono riconfermati tutti quelli che in Consiglio già ci stavano. Tutti con qualche eccezione relativamente ad alcune famiglie. Gian Benedetto Belluzzi viene sostituito dal fratello Lodovico che è stato fra i primi a recarsi a riverire il Cardinale (ad pedes) a Palazzo Valloni ed a pregarlo di accettarlo come suddito del papa. Ed al posto di Federico Gozi, vecchio e malandato in salute, è fatto subentrare il figlio primogenito di questi, Girolamo. Quindi vengono individuati i consiglieri nuovi. Questi, tutti, sono scelti esclusivamente - chi se lo sarebbe aspettato? - fra gli abitanti del ‘distretto vecchio’: Città, Borgo e vecchio contado. Vengono perciò esclusi in toto - con buona pace di Lolli e dei suoi! - gli abitanti dei castra subdita. È rispettata alla lettera la norma statutaria dell’ex Repubblica secondo la quale i 60 seggi devono essere attribuiti: 40 ad abitanti della Città, e Borghi (in pratica un’unica zona urbana, capitale del distretto vecchio) e 20 ad abitanti del Contado (cioè il resto del distretto vecchio). E viene pure osservata la consuetudine, per la quale si hanno tre Ordini o ranghi di persone: cioè Nobili, cittadini tra i quali gli artisti, e Paesani. In conclusione, i consiglieri in carica sono confermati e quelli nuovi - quasi una trentina - sono scelti di comune accordo fra le parti, nel rispetto delle norme statutarie e della consuetudine. Tutte le parti hanno motivo per ritenersi soddisfatte del Consiglio che viene fuori. A cominciare proprio da Alberoni, assurto ad artefice e garante della pacificazione, con la facoltà, riconosciutagli da entrambe le parti, di nominare i consiglieri (e dare vita a un nuovo governo) come se il conglobamento del territorio sammarinese nello Stato Pontificio fosse già perfezionato e la sua autorità, a nome della Santa Sede, fosse già affermata ed accettata. Tutti contentiLolli, con la sua fazione, ottiene ciò che ha sempre rivendicato: un Consiglio di 60 membri. Quanto al resto, cioè alla non convocazione dell’Arengo, poco importa. Poca importa anche il fatto che della sua fazione entrino in Consiglio solo Vincenzo Belzoppi, Giuliano Ceccoli e un paio di altri e non già la massa degli abitanti dei castra subdita, che da anni hanno militato con lui. La protezione riconoscente del Cardinale è, per Lolli ed i suoi, garanzia più che sufficiente tanto nella fase del trapasso dei poteri che in futuro, quando il territorio della ex Repubblica finirà definitivamente sotto il dominio diretto della Santa Sede . I vecchi governanti sono pure soddisfatti. Essi sono in Consiglio come lo erano prima e come prima lo controllano per la quasi totalità. Il che va a loro bene sia che l’Informativa spedita a Roma abbia successo sia che non ce l’abbia. E, come prima, in quanto appartenenti al Primo Rango, mantengono il diritto di accesso ai vertici del nuovo governo, non cessando mai di occupare il centro della scena politica, a scapito di Lolli e dei suoi, pur in presenza di Alberoni. Sono loro a far da filtro ad eventuali richieste di accesso ad Alberoni da parte della gente comune! Visto con gli occhi di Alberoni il Consiglio conta poco. Ecco perché egli concede tanto. La composizione del Consiglio non è importante per lui. O almeno non ha importanza in sé. Appena la dedizione della Repubblica alla Santa Sede sarà formalizzata, quel Consiglio, come negli altri luoghi dello Stato Pontificio, diventerà un semplice organo amministrativo al più con competenza nella ripartizione dei carichi fiscali all’interno della comunità. Il potere politico, dopo la dedizione, passerà automaticamente nelle mani del governatore la cui nomina, come per gli altri luoghi, spetta alle autorità pontificie. Insomma l’unico atto politico che il nuovo Consiglio è chiamato a promulgare è anche l’ultimo, quello di domenica 25: la dedizione della Repubblica alla Santa Sede. Dedizione che a questo punto, dopo l’accordo sul rifacimento del Consiglio, ormai la si può dare per acquisita. Alberoni la dà per acquisita. I vecchi governanti glielo stanno facendo credere. Alberoni orgoglioso del successoAlmerighi aveva millantato che sarebbe bastato lo spazio di un week-end a sistemare la questione sammarinese. In effetti c’è voluto qualche giorno in più. Perché le cose si sono subito complicate, fin dall’inizio. Anzi prima dell’inizio, essendo mancato il concorso della gente ai confini, come, appunto, Almerighi aveva assicurato. La gente, invece, non si è mossa. Questa è stata la grande sorpresa per Alberoni! La gente non si è mossa nemmeno quando Alberoni è arrivato in Borgo. Tanto meno in Città. C’è da dubitare che la gente sul Titano venisse effettivamente oppressa come avevano fatto credere a Ravenna e a Roma Almerighi, Lolli, Belzoppi, quelli di Pennabilli, nonché, forse, i sapientoni di Rimini. Insomma Alberoni, il vecchio Alberoni - settantacinque anni suonati! - ha dovuto rimediare una situazione praticamente già persa, perché tutta incentrata, erroneamente, sulla aspettativa della sollevazione della gente comune. Ed ha dovuto provvedervi da solo. Fin dal primo momento. Ha dovuto subito esporsi e rischiare di persona ed in prima persona. Operazione complessa questa di San Marino e densa di pericoli. Se per caso, ad esempio, fosse trapelato qualcosa prima del suo avvio, dice Alberoni a Firrao, non entravo né meno ne i confini del Stato di S. Marino. E continua: se io mi fermo nel Borgo, come fui consigliato, per sapere, come diceano, qual mossa si faceva nella terra (cioè in Città), il colpo era perduto, ed Io deriso. Adesso ce l’ha fatta. Ha vinto. Ha vinto grazie all’abilità e alla tenacia che sono proprie dell’uomo politico navigato: invece di sobillare la gente contro i governanti, ha convinto direttamente i governanti ad accettare la dedizione. Ha vinto però anche grazie all’ardimento ed al gusto per la sfida che sono vanto dei giovani: nell’affari grandi bisogna dare qualche cosa all’azzardo, e tal volta molte cose non riescono al Uomo, poiché non ha il coraggio d’intraprenderle. Alberoni dalla parte dei sammarinesiNon è una impresa da poco quella che Alberoni ha compiuto. Adesso può cominciare a vantarsene di fronte a Roma. E se ne vanta, da subito, con Firrao. San Marino non è mucchio di sassi, uno dei tanti paesini sparsi per l'Appennino. Questo è un luogo governatosi fin qui sotto nome, e con leggi di ‘Repubblica’. Un qualcosa di raro, di eccezionale. Il suo riacquisto fatto alla S. Sede e in così breve tempo, può ritenersi un complesso di reiterati miracoli. Sì perché questa che vi abita - dice Alberoni a Firrao - è gente ... acerrima, tenace e, può dirsi, superstiziosa di questa loro libertà, nella quale consisteva il vivere a modo loro. Egli arriva a riconoscere che ha un certo fondamento la distinzione di cui i sammarinesi godevano ne’ paesi circonvicini. Una distinzione così alta ché sino i Cavaglieri Bolognesi domandavano d’esser cittadini della Repubblica. Agli occhi di Alberoni adesso San Marino non è più una Ginevra, o la sentina di tutti i contrabbandi. È un paese che va aiutato, protetto, adesso che si è dato alla Santa Sede. In primis sta a lui proteggerlo, perché è stato lui l’artefice della dedizione. Sta a lui cogliere le preoccupazioni dei neosudditi e farsene carico. Da subito si impegna nel nuovo ruolo. E vuole che anche Firrao si impegni perché ai sammarinesi venghi stabilito un Governo sotto il quale abbino a vivere con leggi piene di Giustizia, e d’equità, adattate per quanto sarà possibile al loro genio ed antico costume, e non abbiano mai a pentirsi della fiducia avuta in quelli che han cooperato alla loro dedizione. Se i sammarinesi finissero per trovarsi male sotto la Santa Sede, se dovessero pentirsi della dedizione, dice a Firrao, confesso Em.mo Padrone che se ciò mai succedesse troppo grande sarebbe il mio dolore, e nel poco tempo che mi resta a vivere, dovrei forse augurarmi di non aver avuta parte in quest’affare. Alberoni è così ben disposto verso i sammarinesi che si mette subito a concedere loro, per così dire, qualunque cosa gli chiedano. Cosa si chiede ai potenti nell’ancien régime? Privilegi. I sammarinesi chiedono privilegi. I privilegiSan Marino nel momento in cui perde la libertà politica, cessando di essere una entità separata dallo Stato della Chiesa, corre il rischio di finire del tutto uniformato agli altri luoghi dello Stato della Chiesa, anche per gli aspetti giuridici, amministrativi e, in particolare, fiscali. Trattandosi di una dedizione spontanea è logico attendersi che ai sammarinesi come minimo vengano confermate le condizioni di privilegio godute precedentemente. Ad Alberoni, attraverso il Breve e le Istruzioni, è stata conferita un’ampia delega in materia di privilegi. Già domenica 18 egli aveva capito che occorreva attingere abbondantemente a tale delega per farsi perdonare l’uso dei soldati. Ha messo subito le mani avanti scrivendo a Firrao: converrà chiudere gli occhi sopra qualche cosa cioè in materia economica e contentarsi di avere assicurato quello che importava di più, cioè la soppressione dell’autonomia politica. In effetti Alberoni è molto generoso coi sammarinesi. Concede molto. Moltissimo. Si va dal Privilegio della provvista del Sale al solito prezzo senza la menoma alterazione alla completa esenzione di qualunque Colletta Camerale imposta, e da imporsi in avvenire nello Stato Pontificio. In sostanza si potrebbe dire che il territorio della ex Repubblica entrerebbe sì a far parte dello Stato della Chiesa, ma, di fatto, almeno sotto l’aspetto fiscale, continuerebbe a restarne fuori. Alberoni, per dimostrare ulteriormente la sua generosità, aggiunge il Privilegio di poter portare per tutto lo Stato Ecclesiastico lo Schioppo ad uso di Caccia. Aggiunge l’esenzione dalle Confiscazioni de’ ... Beni per qualunque Delitto. I sammarinesi, inoltre, non saranno in qualunque modo soggetti, né per cause Civili, né Criminali, né per qualunque Interesse, anche Economico, ò Comunitativo ai tribunali romani, ma unicamente alla Legazione di Romagna, ed al Legato prò tempore. Seguono poi altri privilegi che esonerano i sammarinesi dalle tante altre vessazioni cui sono soggetti i normali sudditi della Santa Sede, al di là dei brevi confini della ex Repubblica. Provvedimenti tanto nel Politico, economico che giuridico che sono adattati a un Governo avvezzo da lungo tempo a vivere in libertà, si giustifica Alberoni. In effetti vengono concessi soprattutto per uno scopo immediato: guadagnare consensi fra i sammarinesi in vista della cerimonia di domenica 25 in Pieve. Appena pronta, la lista dei privilegi è inviata celermente a Ravenna per farla stampare sotto forma di manifesto. I manifesti saranno affissi in tutta la Repubblica entro sabato 24 in modo che tutta la popolazione ne possa prendere visione. Tutta la popolazione della Repubblica è invitata a partecipare alla cerimonia del giorno dopo in Pieve, per una festa corale della intera comunità stretta attorno ad Alberoni, come una famiglia attorno al padre. Il nuovo governoAlberoni si impegna a cercare di costruire per i sammarinesi la miglior forma di governo possibile. Non gli è facile. Questo è un luogo che si è retto sempre a repubblica. Ora, il luogo, passa al dominio diretto della Santa Sede. Alberoni vorrebbe conciliare le istituzioni di una comunità ab immemorabili libera, cioè amministrata da membri della stessa comunità, con quelle proprie di una comunità soggetta, cioè governata da autorità imposte dall’esterno. È come quadrare il cerchio. Alberoni ci mette tutta la sua buona volontà per risolvere la questione. Ma trova subito delle difficoltà. Pensa che le difficoltà che incontra derivino dal fatto che è salito quassù senza ministri, dice a Firrao. Cerca di rimediare con intellettuali reperiti sul posto (due savi sammarinesi) o lì attorno (Bianchi, l’avvocato Bonzetti entrambi di Rimini). Ci si mette lui stesso, di persona, ad osservar lo Statuto, e riconoscere alcuna delle scritture ... del pubblico archivio. Il lavoro però non va avanti. Alla fine Alberoni getta la spugna: si è concluso non esser questa una impresa da farsi in angustia di tempo. Conviene rimandarla e pensare a tali cose da altro luogo e con comodo. Si decide di comune accordo, esperti sammarinesi e non sammarinesi, di limitarsi a stendere un Piano Provvisionale. Proponendosi in appresso di vagliare le decisioni che più maturamente si riterranno necessarie, e proficue alla direzione de pubblici interessi. In base a detto Piano Provvisionale al vertice dell’amministra-zione, al posto dei due Capitani (un nobile e un non nobile) che stavano in carica sei mesi, d’ora in avanti, per una durata di due mesi, ci sarà un Gonfaloniere (consigliere del primo rango) affiancato da due Conservatori (due consiglieri, uno del secondo ed uno del terzo rango). Nella contingenza i due ex Capitani Gian Giacomo Angeli e Alfonso Giangi, in carica dal 1° ottobre, vengono nominati da Alberoni rispettivamente Gonfaloniere e Conservatore per il secondo rango. A Conservatore per il terzo rango è nominato Giuliano Malpeli, anch’egli già consigliere. In pratica Alberoni utilizza la ristrutturazione dell’amministra-zione pubblica, come già il rifacimento del Consiglio, per uno scopo meramente politico a breve: accontentare quanta più gente possibile in vista della cerimonia di domenica 25. Lascia ai vertici tutti quelli che già vi erano e, al contempo, allarga il ventaglio dei posti di comando per far salire altri. Massima cura dedica Alberoni ad instaurare un buon rapporto coi consiglieri. Sono loro al centro di tutto. Loro, uno ad uno, saranno chiamati a giurare sul libro del Vangelo, aperto sulle sue ginocchia domenica 25. Sono stati scelti, sì, di comune accordo fra le parti e in particolare su suggerimento di Onofri, però è il suo segretario a firmare, a nome suo, per ciascuno di essi singolarmente la lettera di nomina. Per ciascuno di essi cerca di creare un motivo personale di riconoscenza nei suoi confronti. Non possono non essergli grati, ad esempio, i consiglieri di nuova nomina (F. Baroncini, S. Franzoni, L. Canini, G. Casali, G. Vita, M. Biondi, D. Bertoni, L. Valentini e altri), o quelli che sono stati elevati di rango (M. Giangi, B. A. Martelli) o che rimanendo nello stesso rango hanno guadagnato una carica nuova (G. Malpeli). Alberoni ascolta tutti. Riceve tutti. Nella sua anticamera è un susseguirsi ininterrotto di sammarinesi. Di vecchi governanti, anzitutto. Dice Gozi: in anticamera del cardinale ci si va qualche volta per tenerli in fede di modo che non sospettino, ma la nostra intenzione non è mai stata di prestare il giuramento! La gran tavola che Alberoni si era premurato di allestire fin dal primo giorno, la tiene sempre imbandita. Non manca di sfoderare, all’occorrenza, la lusinga del rinfresco delle Cioccolate. Il pensiero a RavennaMercoledì 21 ottobre, ritenendo ormai prossima la conclusione dell’impresa, Alberoni comunica a Firrao che non gli resta che fermare in ogni miglior modo le cose più essenziali, e poi correrà giù a Ravenna. Tanto più che - aggiunge - trattenermi più lungamente quassù in paese cotanto alpestre, di aria così rigida ... con nebbia e pioggia, che mai non cessano, non può riuscirmi se non eccessivamente nocivo: oltre il grave riflesso di dovermi restituire ad assistere alli lavori de’ fiumi in Ravenna. Già i lavori. La deviazione dei fiumi. Resta da incanalare il Montone nel nuovo alveo, per completarla. A San Marino diluvia. Laggiù a Ravenna si sarà ugiato dal lavorare, pensa Alberoni. Anche il tempo si è messo contro di lui, con quell’autunno così piovoso. Ma egli recupererà. Come ha recuperato la situazione a San Marino, data da tutti per persa già al mattino del primo giorno del suo arrivo. Alberoni è così sicuro che domenica 25 in Pieve potrà concludersi felicemente l’intera operazione col giuramento pubblico e solenne dei nuovi consiglieri, che non ritiene più necessario nemmeno proseguire la raccolta degli atti di dedizione delle parrocchie attraverso i parroci. La sospende. Si ferma a quelli già ricevuti nei giorni passati: Serravalle e Faetano il 17; Acquaviva il 19; Faetano il 20. Visto che è in programma la dedizione dell’intera comunità, che bisogno c’è di continuare a raccogliere quegli atti di dedizione parziali? Alberoni è così sicuro che all’inizio della settimana veniente (forse già lunedì 26) potrà essere di ritorno a Ravenna che dà ordine di lasciare già correre a Ravenna la posta a lui indirizzata transitante per Rimini. Ritenuta ormai risolta l’incombenza affidatagli dal papa, Alberoni ne dà notizia direttamente anche al card. Corsini, nipote del papa: ho creduto di non dover tediare l’E.V. con mie lettere credute anch’inutili, giacche le notizie di questo successo le avrebbe vedute dalle lette-re di Segreteria di Stato. Io non ho che portar’all’E. V. le piu vive, e le piu devote congra-tulazioni, che questo acquisto, che involve in se gravissime conseguenze per la S.ta Sede, siasi fatto nel modo, e forma desiderate da N. Sig.re, e sotto il di lui memora-bile Pontificato, nella di cui gloria ho avuto la fortuna d’es-sermi interessato. |
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