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Alberoni a San Marino

17-29 ottobre 1739

0-0 Sintesi

0-1 Presentazione

0-2 Premessa

1-Il contesto

2-Il coinvolgimento di Alberoni

3-L’arrivo sul Titano

4-Roma sconfessa Alberoni

5-Verso il giuramento Viva la libertà

6-Domenica 25 ottobre 1739, il giuramento

7-Dopo il giuramento

8-Il ritorno a Ravenna

9-Verso la libertà

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VERSO IL GIURAMENTO

VIVA LA LIBERTà

 

La macchinazione allo scoperto

Nella prima mattinata di venerdì 23 ottobre, essendo pronto fin dal giorno precedente l’organigramma del nuovo governo, compresa l’intera composizione del Consiglio, Alberoni (che nulla sa di quanto sta succedendo a Roma), visibilmente compiaciuto, ai designati alle varie cariche comincia a far recapitare la lettera di nomina, con l’invito-ordine a partecipare alla solenne cerimonia del giuramento di domenica 25 in Pieve. Tutta la popolazione della Repubblica è invitata ad assistervi. Ed anche quella delle zone circonvicine.

Nel corso della stessa mattinata di venerdì 23, però, il clima per Alberoni cambia. Decisamente. La notte del Giovedì venendo il Venerdì, racconta lo stesso Alberoni a Firrao, i Tirannetti, cioè i vecchi governanti, mandarono al Castello di Serravalle uomini armati a minacciare quell’Arciprete ed alcuni altri di detto luogo. Qualora essi fossero andati domenica a prestar il solenne giuramento in Pieve, ben presto avrebbero reso conto alla Repubblica, una Repubblica risorta che li avrebbe riguardati come Ribelli. E per essere più convincenti, i Tirannetti erano andati raccontando che era imminente un Conclave, e che sotto un’altro Papa la Repubblica sarebbe appunto risorta gloriosa e trionfante.

 

Viva la libertà

Fra coloro che sono stati colti in flagranza nello svolgimento di detta attività terroristica, c’è Lodovico Belluzzi, il fratello di Gian Benedetto. Sì, quello stesso Lodovico Belluzzi che si era distinto fra i vecchi governanti agli occhi del Cardinale meno di 48 ore prima, a Palazzo Valloni, perché aveva affettato particolare devozione alla Santa Sede. Ad Alberoni viene il sospetto che tutti coloro che sono scesi a Palazzo Valloni e gli hanno fatto credere che potean ormai contarsi fra i sudditi i più ben affetti della Santa Sede, in verità tutti facciano parte di una congiura tesa a far fallire la cerimonia del giuramento. Uomini di assoluta malafede, questi sammarinesi, sbotta Alberoni nel resoconto a Firrao. Gli stessi che hanno collaborato con lui per giorni e giorni per costruire di comune accordo la lista dei consiglieri che domenica 25 in Pieve giureranno la dedizione della Repubblica alla Santa Sede, ebbene, a distanza di poche ore, sono sorpresi a tramare perché non segua Domenica quel solenne giuramento.

Alberoni dice a Firrao - quasi parlasse a se stesso - che bisogna star’all’erta con costoro. Bisogna non fidarsi d’un Popolaccio, che si volta ad ogni vento. In questo stato di cose, fa sapere a Firrao, ho creduto necessariissimo il mutar sistemma nell’operare coi sammarinesi e dalla piacevolezza passare al rigore. Chi è stato sorpreso a manovrare contro di lui? Valerio Maccioni, Pier Antonio Leonardelli e Lodovico Belluzzi. Sul mezzogiorno di venerdì 23 Alberoni prende le misure per farli catturare tutti e tre nello stesso tempo, senza che l’uno potesse sapere dell’altro. Impartisce ai soldati l’ordine di cingere le loro case. Leonardelli riesce a scappare nella Legazione d’Urbino. Maccioni e Lodovico Belluzzi no. Nel mentre che uno di questi due, Belluzzi, veniva condotto alle Carceri gridò: Viva la libertà, Viva S. Marino. Lo racconta lo stesso Alberoni a Firrao. E gridò anche dell’altro: che più tosto che darsi al Papa, si sarebbe dato al Turco, e mangiati in brani i Figliuoli. Almerighi (o il Bargello), per farlo tacere, gli gettò adosso parte del ferraiolo e gli pose un fazzoletto alla bocca.

La contestazione da oltre confine

Gozi, Giacomo Begni e Martelli, allarmati da Onofri ed Onofri stesso corrono a rifugiarsi nella chiesa più vicina nel timore che Alberoni, scoperta la macchinazione, non si limiti ad arrestare chi è stato colto in flagranza.

In effetti il Cardinale non prosegue negli arresti. La severità mostrata nei confronti dei tre che si sono esposti pubblicamente, gli pare sufficiente sia per spaventare qualche altro malintenzionato se vi fosse che per confermare i buoni ad essere fedeli.

Dentro la Repubblica il lavorio dei vecchi governanti ritorna nell’ombra. Continua invece allo scoperto, al di là dei confini, nel territorio della Legazione d’Urbino. Alberoni tenta di far rientrare Leonardelli, esercitando delle pressioni sulla famiglia. Non gli riesce. Come non gli riesce di far rientrare Filippo Manenti, scappato domenica 18 all’arrivo dei soldati, pur sapendo esattamente, il Cardinale, dove si trova: la casa di un Parocco a otto miglia dal confine della Repubblica.

La Legazione d’Urbino, si sa, non aiuta di certo Alberoni. Qualche dispiacere però glielo procurano anche certuni della Legazione di Romagna. Fra questi Bianchi che non esita, con le sue lettere, a fare da cassa di risonanza ai clamori che vengono dal Titano. Racconta, ad esempio, a Muratori: Lodovico Bellucci, andava pubblicamente … per la Terra gridando: Viva San Marino, Viva la Libertà; anche nelle mani de’ Sergenti della Giustizia, seguitava a gridare viva la Libertà, e così va gridando nelle Carceri Medesime. Quasi che continui ancora a gridare mentre Bianchi scrive e lui lo senta fino a Rimini.

In effetti le grida di Lodovico Belluzzi, il quale, secondo Bianchi, era andato protestandosi qual altro Bruto o Catone, d’essere pronto a soffrire qualunque infortunio per l’amore della pretesa Libertà della sua Patria, vanno lontano per opera appunto dei vari ‘Bianchi’ che le rilanciano per l’Italia e per il mondo. Verso la metà del Settecento, sparsi qua e là, ci sono tanti ‘Muratori’ ansiosi di ricevere il ragguaglio di codesto avvenimento che va consumandosi sul Titano. Tanti ‘Muratori’ che assillano Bianchi con pressanti richieste di notizie e che al contempo sembrano mettere in dubbio quanto Bianchi va loro riferendo, come si rileva dalla insistenza con cui essi - increduli a quel che apprendono, perché per loro amaro - gli pongono e ripongono la domanda: veramente quella povera Rep.ca ha spirato l’ultimo fiato?

I ‘Muratori’ sanno che Popolo avvezzo a Repubblica se non dopo lungo si quieta, e si accomoda al giogo.

Un presidio militare

Anche Alberoni, adesso, dopo quanto verificatosi a Serravalle e quel che è accaduto durante l’arresto di Lodovico Belluzzi, è costretto a riconoscere che Popolo avvezzo a Repubblica se non dopo lungo ed a fatica si può sperare di domarlo. Mercoledì gli sembrava tutto risolto. Tanto che la sua principale preoccupazione era divenuta quella di assicurare ai nuovi sudditi un governo degno della loro storia e della fiducia che avevano riposto in lui. Ora, a distanza di un paio di giorni, deve avvertire Firrao che per mantenere il luogo è indispensabile presidiarlo militarmente. Altroché sudditi fedeli! Ci vuole un nucleo di soldati permanente. Ed anche consistente: cinquanta Uomini. E ben strutturato: un Tenente col titolo di Comandante, Alfiere, Sergente e suoi Caporali. Già ha deciso dove alloggiarlo quel presidio e con pochissima spesa: il sito delle Porte, e della Rocca.

Alberoni si rende conto che quella del presidio militare fisso è  una richiesta non da poco. Cerca di supportarla richiamando dei precedenti che giustificherebbero la dislocazione di tale presidio sul Titano. Torre de Bonarelli, ad esempio. Anche quel luogo,  come S. Marino, un nido di quattro disgraziati contrabandieri. E suggerisce a Firrao anche come mettere assieme quei soldati senza aggravare la Camera: facendoli venire da Ferrara dove c'è stabile un presidio di mille uomini, di cui spesso si mandavano cento soldati alla Mesola. Certo è - questo è il punto - che questo luogo non può stare solamente con cinque o sei Birri!

Le grida di Lodovico Belluzzi, Viva la libertà!, che non si tacque nemmeno quando ammanettato veniva condotto in carcere, devono aver turbato non poco il vecchio Cardinale e forse hanno continuato a risuonargli ancora negli orecchi mentre scrive, sabato 24, a Firrao, influenzandone lo stile e anche la consueta chiarezza espositiva.

A lettera ultimata, gli arrivano altre allarmanti segnalazioni. Alberoni riprende la penna in mano. Post Scriptum: i cinque tiranni ... continuano a far correre voce, e s'ingegnano a farla  cre-

dere, che all'imminente Conclave ed anche prima, quando il Papa abbia vita, che la Repubblica ritornerà ad essere quella che era. A lui sembra, dice a Firrao, una diabolica invenzione. Eppure l’invenzione ha messo in timore più d'uno. Fra quelli ‘messi in timore’ c’è lo stesso Alberoni? Le voci, oltre che insistenti, sono divenute più precise: oggi - scrive Alberoni - hanno sparso che il Conte Zambeccari di Bologna (rappresentante della Spagna in quella città) siasi portato a Roma per le poste per assisterli e proteggerli, e che impegnarà il card. Acquaviva.

A Bologna c’è Gian Benedetto Belluzzi, il suo ex Luogotenente per le Cause Civili a Ravenna. Vien subito da pensare che sia stato lui a contattare Zambeccari. Per cui è ormai chiaro allo stesso Alberoni che i sammarinesi, tutti i sammarinesi, dentro e fuori il territorio, stanno operando contro di lui ed hanno messo in campo tutte le risorse di cui dispongono per contrastare la dedizione.

Riprende la  dedizione delle parrocchie

Alberoni, cacciati in galera o costretti alla fuga i sammarinesi colti in flagranza ad operare contro di lui, riprende immediatamente il programma delle dedizioni delle varie località attraverso i parroci, interrotto martedì 20, quando ormai sembrava che non servissero più, per la profferta disponibilità dei vecchi governanti a collaborare all’attuazione di un’unica cerimonia per l’intera comunità, appunto domenica 25 in Pieve. Quegli atti di dedizione settoriali, dato che non si è più sicuri del regolare svolgimento della cerimonia di domenica 25, ritornano in primo piano negli interessi del Cardinale. Alberoni, tradito dai vecchi governanti, ha bisogno di nuovo della gente. Della gente comune. Quella che, nei giorni passati, egli - ahimè! - ha trascurato per dedicarsi esclusivamente appunto ai vecchi governanti.

Esaminando, venerdì 23, il quadro delle dedizioni delle parrocchie, risultano mancanti Montegiardino, Faetano e Domagnano. Alberoni spedisce in tutta fretta in questi luoghi i suoi collaboratori. Ma questi gli riferiscono che i  parroci adesso sono restii.  L’atmosfera è cambiata. Non è più quella che si riscontrava nei primi giorni dopo il suo arrivo, a ridosso della capitolazione, quando sembrava che per la Repubblica non ci fosse più speranza. Le voci messe in circolo dai vecchi governanti circa un mutamento di indirizzo nella corte romana stanno rendendo difficile  anche farsi obbedire dai parroci. Alberoni, un Cardinale, deve ricorrere alle maniere forti anche con loro.

Il parroco di Montegiardino, un non sammarinese, si rifiuta di salire in Città con una delegazione di parrocchiani a firmare l’atto di dedizione della sua comunità. Non c’è modo di smuoverlo. Resiste. Resiste alle ingiunzioni scritte. Resiste alla minaccia dell’invio di una squadra di Soldati a farli insulti. Alberoni deve accontentarsi di una delegazione costituita da due sole persone, i figli delli Vice Capitani del castello, che arrivano a Palazzo Valloni quello stesso venerdì 23, al calar della notte.

Pure il parroco di Chiesanuova cerca di resistere. Si presenta con una delegazione di parrocchiani a Palazzo Valloni solo sabato 24. Motivo di tanto ritardo? Ufficialmente a cagione delle cadute piogge e di un Torrente che s’infrapone. In effetti non ne voleva sapere. Tanto che poi dirà di aver firmato l’atto della dedizione volontariamente per forza.

Della parrocchia di Domagnano non c’è traccia nei rogiti dei notai alberoniani.

Un monumento al papa

Secondo Alberoni l’atto di dedizione generale firmato domenica 18 dai Capitani e gli atti di dedizioni particolari delle varie località raccolti durante la settimana sono già sufficienti per ritenere, sabato 24, come già avvenuto il passaggio del territorio della ex Repubblica al dominio diretto della Santa Sede.

Come i grandi eventi storici, anche questo di San Marino sarà ricordato con un monumento. Lo annuncia lo stesso Alberoni, proprio sabato 24, sia ai sammarinesi che a Roma.

Scrive Alberoni a Firrao: per il glorioso e memorabile riacquisto fatto alla Santa Sede sotto l’Au-gusto Pontificato di Nostro Signore affinché se ne perpetui la memoria appresso i Posteri, si erigerà un monumento. Avendo saputo che in Rimini vi è un Busto rappresentante l’immagine di N. S. senza che abbia quel Pubblico potuto ser-virsene, Alberoni decide di comprarlo e di farlo portare sul Titano. Accanto al Busto del papa un’iscri-zione degna del-l’evento descriverà l’impresa.                                                   

Alberoni manda a Firrao anche un bozzetto dell’opera affinché lo stesso Firrao e con lui l’Em.mo Corsini n’abbino sotto l’occhio in qualche modo l’idea.

Onofri viene allo scoperto

Alberoni, messi in condizione di non nuocere i più esagitati, completati gli atti di dedizione delle varie frazioni dell’ex Repubblica, annunciata l’erezione del monumento al papa, sabato 24 cerca di riallacciare i rapporti coi vecchi governanti. Li ricontatta ancora una volta. Non per discutere della dedizione, data per acquisita, ma per riprendere in esame l’ammontare dei privilegi, facendo intendere che questi possono essere accresciuti ulteriormente. Non è noto quante e quali persone abbiano partecipato all’incontro né se, nell’occasione, si sia effettivamente trattato solo di privilegi. Alcuni sostengono che i presenti alla riunione si sono impegnati tutti senza remora alcuna a professare, l’indomani, il giuramento di soggezione alla Santa Sede. Altri dicono che si è parlato d’altro e che comunque nessuno ha lasciato trapelare il comportamento che avrebbe tenuto l’indomani. Altri ancora negano addirittura che la riunione abbia avuto luogo.

Di sicuro a una certa ora del pomeriggio di sabato 24 si presenta davanti al Cardinale il dott. Giuseppe Onofri. Questi, a nome di tutti i sammarinesi e sia pure in forme rispettose ed appropriate, gli chiede - niente meno che - di non procedere, l’indomani, durante la celebrazione del Pontificale, alla chiamata dei consiglieri per il giuramento di fedeltà alla Santa Sede.

Per Alberoni è un colpo da rimanerci secco.

È giunta tant’oltre la sua cecità - racconta, incredulo alle proprie orecchie, Alberoni a Firrao - da farmi proporre di assumere io stesso l’impegno di restituire al Paese l’antica libertà, con promessa di soggettarsi a quelle Leggi che da me gli si imponessero.  

Quella che Onofri propone ad Alberoni è, in sostanza, una via d’uscita onorevole: restituzione ai sammarinesi della loro libertà, accompagnata però dall’imposizione di precise regole di modo che non si ritorni, dopo la sua partenza, al disordine precedente. L’imposizione di dette regole fornirebbe una giustificazione credibile alla sortita del Cardinale sul Titano: non rimarrebbe deteriorata l’immagine della corte romana e nemmeno la sua. Non era scritto nel Breve e nelle Istruzioni che il fine della operazione era l’eliminazione dei soprusi dei Tirannetti e il ripristino della concordia civile?

Alberoni rifiuta la proposta di Onofri. Lui non è salito sul Titano a nome proprio e di sua iniziativa. Lui sta eseguendo un ordine di Roma. Del papa. Tutti devono piegarsi davanti al papa, sia lui che i sammarinesi.

Onofri non si spaventa davanti al richiamo al rispetto dell’autorità massima, quella romana, il papa. Con - sfrontata? - sicurezza rivela ad Alberoni, ex abrupto e con espressa dichiarazione, che i sammarinesi anno qui tanto in mano da non temere alcunché dal papa. Anzi lo avverte che è lui, il card. Giulio Alberoni, che deve cominciare a guardarsi da Roma: per l’incorrere della mia disgrazia presso il papa, racconta Alberoni a Firrao. Espressione questa, che per verità mi sorprende, commenta il vecchio Cardinale evidentemente scosso.

Alberoni non riesce a dar spazio dentro di sé al sospetto che Roma lo abbia tradito. Egli si è mosso da Ravenna per salire sul Titano non certo di testa sua. È stato costretto. Ricattato. Non ha fatto altro che eseguire un ordine scritto arrivatogli in forma ufficiale, un Breve, firmato dal papa. È entrato in Repubblica nella veste di Delegato Apostolico. Come può non andare avanti se non riceve un nuovo ordine dal papa?

Roma i nuovi ordini li ha impartiti, ma non glieli ha fatti arrivare con la celerità necessaria. Comunque non con la celerità con cui comunicano i sammarinesi di Roma con i concittadini del Titano e viceversa.

Alberoni non si ferma

Non avendo nuove istruzioni da Roma, quanto Onofri gli è andato manifestando Alberoni lo interpreta - potrebbe fare diversamente? - come frutto del malanimo di questo individuo. È emerso, questo suo malanimo, proprio quando il Cardinale aveva più bisogno di lui per concludere il lavoro portato avanti assieme in piena - reciproca? - fiducia. Proprio quando mi lusingavo di trovare in lui quei sentimenti di saviezza, che dimostrava, dice Alberoni a Firrao, l’ho ... scoperto più perfido degl’altri Tiranni di lui Compagni. E continua nello sfogo: Onofri e gli altri Tiranni di lui Compagni si sono tanto ingegnati con le loro machine, che sono fin giunti a far titubare alcuni de’ Consiglieri stessi, ch’erano ridotti al solo numero di ventitre, quando doveano essere al numero di sessanta prescritto già dallo Statuto; e da me ora ristabilito con universale soddisfazione. Quel che veramente preoccupa, scrive Alberoni, è che questi Consiglieri, che ora paiono titubanti, sono quegl’istessi, li quali prima con me medesimo avevano scopertamente, e ne’ termini più forti affettata la loro volontaria dedizione, ed eransi protestati in eccesso nauseati dell’antica Schiavitù, riguardando come Tiranni li pochi Capi suddetti.

Per Alberoni ormai è impossibile procedere a un nuovo rifacimento del Consiglio. Troppo tardi. Ah, se avesse a suo tempo convocato l’Arengo!

D’altra parte Alberoni, non avendo ricevuto nuovi ordini da Roma, non può non andare avanti fino al completamento anche formale del progetto assegnatogli, cioè quello di acquisire al dominio diretto della Santa Sede la Repubblica. È suo dovere. Scrive a Firrao: non di meno farò domattina la funzione di assistere alla solenne messa nella Chiesa matrice, e ricevere il pubblico solenne giuramento.

Il paese già si va riempiendo di forestieri come ci racconta il Cronista pennese: oggi 24 sabato sono giunti molti Musici, e Sonatori, così pure il Sig. Marchese Spreti, mons. Rasponi, molti Cavallieri di Rimino, e d’altre Città circonvicine per vedere la funzione pubblica che sarà fatta domattina nella Chiesa Principale di S. Marino da S. E. di prendere dà questi popoli il giuramento di fedeltà alla S. Sede.

Onofri prova col vescovo Calvi

I sammarinesi sono decisi a resistere, a rifiutare di giurare soggezione alla Santa Sede. Capitoleranno, eventualmente, come già domenica 18, solo davanti a un manifesto atto di forza nei loro confronti. Sperando, tuttavia, che a tale atto non si arrivi, per non far correre dei rischi alle persone e ai beni.

Fallita l’ambasceria presso lo stesso Cardinale affidata a Giuseppe Onofri, i sammarinesi decidono - extrema ratio - di chiedere aiuto nientemeno che al vescovo del Montefeltro, mons. Crisostomo Calvi, perché provi lui a convincere il Cardinale a sospendere la cerimonia del giuramento dell’indomani. Tentativo estremo, praticamente inutile, sapendosi come la pensa quel vescovo su San Marino e sui sammarinesi. Eppure i sammarinesi, seriamente preoccupati per quel che l’indomani potrebbe succedere, ci provano lo stesso. Tutti uniti per l’occasione davanti al grande pericolo che incombe sul paese.

Nella sera de’ 24 il Dottore Giuseppe Onofri, saputo dell’ar-rivo sul Titano del nipote del vescovo (mandato in anteprima a complimentar sua Eminenza), corre da lui, facendosi accompagnare e presentare niente di meno che da Pietro Lolli. Lo scongiura, a nome di tutti - tutti! - i sammarinesi, con le lacrime agli occhi perché volesse gittarsi a piedi del Sig. Cardinale, e piagnere, e pregare per loro. Ma l’Archidiacono Calvi Nepote di quel Prelato, non si presta. Si defila. Per l’età sua giovanile? Uscito Onofri e Lolli, accertatosi che non ci fossero in sala orecchie indiscrete, il giovane confida ai presenti di aver speso, a Pennabilli, molte notti per guastare questo nido di Furbi. E forse avrà citato il suo libro, uscito agli inizi di quello stesso anno, in cui è messa in tutta evidenza la lunga soggezione del Titano ai vescovi feretrani. Figurarsi se si mette ad aiutarli lui i sammarinesi. Ora. Ora che il nido sta per essere sfatto!

Onofri non si rassegna. Impaziente dimandò, e ridimandò mille volte in quella sera fatale, se nulla sapeasi di certo circa la venuta del Vescovo. Nessuno gli sa o gli vuole rispondere. Il vescovo non arriva. Forse non solo per colpa della pioggia che da giorni cade incessante e rende difficile la viabilità.

Regolarmente invece giunge ad un’ora di notte, cioè verso le 19, da Ravenna tutta la Guardia Svizzera di S.E. Solo per decoro o anche a protezione del Cardinale?

Alberoni mobilita i castra subdita

Gli invitati forestieri alla cerimonia di domenica 25 sono molti. Ma non tanti da assicurare ad Alberoni una prevalenza all’interno della Pieve nel caso che i Tirannetti mettano in atto una contestazione. Per cui si adopra fin da venerdì 23 per portare dentro la Pieve quanti più uomini possibile, ostili ai vecchi governanti. Li fa venire dai castra subdita.

 Venerdì 23 il notaio sammarinese Antonio Righi è mandato da Alberoni a Serravalle con l’ordine di convocare l’assemblea dei capifamiglia. La riunione va deserta. Nella serata dello stesso venerdì arriva una Persona a detto Castello con la notizia della carcerazione seguita de’ Signori Bellocci e Maccioni, e con la minaccia del saccheggio e soldatesche a tutte le Case del Castello se prontamente non ubbidivano. L’assemblea dei capifamiglia è riconvocata per sabato 24. Ha luogo. Vi partecipano 36 capifamiglia, che eleggono due Delegati per la funzione del giuramento di fedeltà alla Santa Sede che avrà luogo il giorno dopo in Pieve. I due si assumono il compito di comparire avanti l’E.mo e Rev.mo Signor Cardinale Giulio Alberoni, e prestare in nome pubblico in mano del medesimo E.mo Sig. Cardinale Legato qualsivoglia giuramento di fedeltà alla S. Sede Apostolica, con promettere di essere sempre veri, e fedelissimi Sudditi, e Vassalli di detta Santa Sede.

Quanti da Serravalle l’indomani saliranno in Città a dare manforte ai due loro rappresentanti?

Per quanto riguarda Faetano e Montegiardino, le assemblee dei capifamiglia per le nomine dei Delegati, Alberoni le fa convocare la mattina stessa di domenica 25, in Città. In 26 sono presenti a quella di Faetano. In 20 a quella di Montegiardino. In entrambe le assemblee funge da notaio Giuliano Ceccoli, neoconsigliere. Si sottoscrivono come testimoni, in entrambe le assemblee, don Teodoro Ceccoli (braccio destro del più famoso don Filippo Ceccoli) e il capitano Antonio Bertolli di Rimini.

 

Alberoni si ripropone liberatore

Le assemblee dei capifamiglia di Faetano e di Montegiardino sono state convocate in Città per ‘costringere’ poi i partecipanti a salire in Pieve ed occupare posti che altrimenti avrebbero potuto essere nella disponibilità dei fedelissimi dei vecchi governanti.

     Alberoni, con un documento scritto, invita i rappresentanti dei castra subdita - e con essi tutti i sammarinesi - a riflettere sulla parola ‘libertà’, di cui i vecchi governanti si riempiono la bocca. Ricorda che prima del suo arrivo, la libertà in S. Marino era fatta solamente per quattro o cinque individui che tenevano sotto il loro giogo tutti gli altri, cioè la gente. Gente che  martirizzavano con le loro vessazioni. E fa questo esempio: a San Marino per piccoli delitti si paga le cinquantine di scudi, mentre sotto la S. Sede non si va oltre pochi paoli.

Se tornassero al governo i vecchi governanti, avverte Alberoni, essi metterebbero subito delle Gabelle per rinfrancarsi delle grosse spese fatte ultimamente in Roma. Spese, fra l’altro, senza fondamento, perché del tutto inutili. Invece passando sotto la Santa Sede il Popolo sammarinese sarà il più felice di tutti gli altri sudditi del papa, perché è sicurissimo di non aver mai in eterno alcuna gravezza, cioè non pagherà mai alcun tributo. Inoltre gli saranno in eterno mantenuti tutti li Privilegi vecchi e nuovi. Soprattutto sarà libero da tutte le ingiustizie procurategli, in passato, dai Tirannetti.

Alberoni era arrivato sul Titano per mettersi a capo della gente per liberarla dai Tirannetti. La gente, però, non lo seguì. Allora passò a circuire i Tirannetti. Questi finsero di accettare le sue proposte, poi gli voltarono le spalle. Ora si ripropone di nuovo alla gente come liberatore.

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