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Alberoni a San Marino 17-29 ottobre 1739 |
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0-0 Sintesi 0-1 Presentazione 0-2 Premessa 2-Il coinvolgimento di Alberoni 5-Verso il giuramento Viva la libertà 6-Domenica 25 ottobre 1739, il giuramento
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- 6 - DOMENICA 25 OTTOBRE 1739 IL GIURAMENTO |
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Onofri insiste col vescovoIl vescovo del Montefeltro, mons. Crisostomo Calvi, arriva sul Titano la mattina delli 25 Ottobre all’ore 15, cioè verso le ore 8,30. Prende alloggio nel Palazzo de Ss.i Angeli … col suo Vicario generale, due Canonici col Mastro di Cerimonie, e con tutta la sua famiglia. Onofri, come apprende del suo arrivo, si fa subito vedere in Casa dell’Arciprete Angeli per intender dall’Archidiacono quanto fosse per operare il vescovo riguardo alla richiesta fattagli la sera prima. Mons. Calvi è disponibile ad aiutare i sammarinesi per tentare di convincere Alberoni a non procedere nella richiesta di giuramento? Va ricordato che Onofri ha mantenuto, diversamente dalla maggior parte dei vecchi governanti, un rapporto personale di reciproco rispetto col vescovo Calvi, che ha avuto occasione di andare a riverire, a nome della Repubblica, già al suo insediamento in diocesi, nel 1730. Onofri non viene ricevuto né dal vescovo né dal nipote del vescovo. Gli si negano entrambi. I due gli fanno rispondere da altri che ormai è troppo tardi. Che manca troppo poco all’ora in cui il Sig. Cardinale intim’avea la funzione. Insomma stata sarebbe temerità il voler muovere bocca in un affare tanto avanzato! Mons. Calvi, in effetti, se la prende comoda. Solo dopo un’ora circa esce da casa Angeli e coi suoi collaboratori venuti da Pennabilli e con molti Preti Sammarinesi si porta a Palazzo Valloni à complimentare S.E. E lì, sappiamo, si è trattenuto sino alle 17 e mezza (cioè le 11). La insistenza con cui i vecchi governanti hanno cercato di far sospendere la cerimonia del giuramento, forse viene interpretata dal Cardinale e dal Vescovo come un segno di debolezza, di difficoltà. Essi procederanno secondo programma. Giuramento compreso. La funzione in Pieve ha inizio regolarmente verso le ore 12. Uno strano verbalePer la ricostruzione dello svolgimento della funzione in Pieve ci si potrebbe basare sull’atto specifico rogato ‘in solidum’ da quattro pubblici notai estranei a San Marino, ingaggiati per l’occasione da Alberoni. Vi dovremmo poter trovare una miniera di informazioni. In effetti le informazioni ci sono. Anche tante. Ma di che tipo? Apprendiamo che Alberoni parte dalla Casa de’ Signori Valloni situata in detta Città di San Marino, ove risiede l’Eminenza Sua, scortato da due Corpi di Soldati di Cavalleria, e Fanteria (dodici uomini a cavallo e cinquanta fanti in maggior decoro di quella Sacra Funzione), preceduto dal Clero della stessa Città, da molta Nobiltà forestiera de’ luoghi circonvicini ... da Cittadini e da grandissimo numero di Popolo d’ogni Rango tra le pubbliche continuate voci di ‘Evviva’ di tutta la Gente che acclamava la Santa Sede, si trasferì alla Chiesa Matrice di S. Marino. Apprendiamo che prima di entrare in Pieve il Cardinale è passato per la chiesetta di San Pietro ad adorare l’Augustissimo Sacramento dell’Altare, avanti del quale, sopra uno Sgabello preparato, fece breve, e devota Orazione; che si vestì (in disparte) con Cappa Magna; che in Pieve è accolto dal Signor D. Francesco Angeli Arciprete di detta Chiesa vestito con Piviale e dove genuflettendosi Sua Eminenza sopra un cussino ivi preparato, li fu presentata la Croce. Apprendiamo poi che il Cardinale si alzò, e successivamente presentatoli l’Aspersorio dell’Acqua Santa, dopo aver asperso se stesso, asperse il Clero, e Popolo tutto; di poi postasi in capo la Beretta, mise nel Turibolo l’Incenso, col quale dal detto Signor Arciprete Angeli fu tre volte incensato e, finalmente, a suon di musica, giunse al Faldisterio ivi preparato, e dopo altri canti, dal detto Signor Arciprete Angeli così vestito col Piviale, stando in Cornu Epistolae fu recitata l’orazione prescritta in detto Pontificale. E così via. Non si manca di sottolineare che attraverso il solito Arciprete - si chiama Angeli, per chi non l’avesse inteso! - fu pubblicata l’indulgenza di Cento giorni da Sua Eminenza concessa al Popolo. Poi il Cardinale dall’Altare si trasferì al suo Trono eretto in Cornu Evangelij ed invece l’Ill.mo e Rev.mo Monsignore Giovanni Grisostomo Calvi Vescovo di Monte Feltro vestito Pontificalmente ... poscia a Sua Eminenza ... si trasferì al Faldistorio preparato a Cornu Epistolae col suo Postergale. Si va avanti con egual tono e pedanteria fino al Vangelo, cantato il quale fu dato a baciare a Sua Eminenza, il quale poi incensata, sedé. La ratifica degli atti precedentiIl verbale, finora così provvido nel descriverci un normale Pontificale, scendendo anche in particolari del tutto banali, diventa, di qui in avanti, stringato, contorto e avaro di informazioni. Dopo il Vangelo, secondo i quattro notai, non si passa immediatamente a chiedere ai singoli consiglieri di giurare per la dedizione, come ci si sarebbe aspettati. Si legge che immediatamente, cioè subito dopo la lettura del Vangelo e appena Sua Eminenza … si sedé, ecco che comparvero al Trono dell’Eminenza il Signor Giacomo Angeli Confaloniere, e moltissimi altri Signori Consiglieri d’ogni Rango, i quali, pieni di Giubilo per essere stati benignamente accettati per Sudditi della Santa Sede, ratificarono la spontanea Dedizione fatta sotto li 18 corrente Ottobre. Però di questi moltissimi altri Signori Consiglieri d’ogni Rango, tanto ‘felici’ di poter finalmente divenire sudditi della Santa Sede, non viene riportato il nome. E nemmeno si accenna alla modalità con cui il Gonfaloniere col suo contorno di consiglieri innominati avrebbe proceduto a detta ratifica. Subito dopo ad accostarsi al Trono dell’Eminenza sarebbero stati i sei delegati dei castra subdita, Serravalle, Faetano e Montegiardino, eletti in tutta fretta nelle assemblee della sera precedente e della mattina dello stesso giorno. Essi, indicati con nome e cognome, ratificano - anche qui non è detto con quale modalità - gli atti di dedizione firmati rispettivamente il 17, il 19 ed il 23. Alberoni, dunque, parrebbe aver modificato il programma della cerimonia, inizialmente incentrato sul giuramento solenne della comunità attraverso i membri del Consiglio, per mettere in primo piano gli atti di dedizione già raccolti. Quasi che la sola esibizione pubblica di tali atti costituisca di per sé una prova dell’avvenuto passaggio della Repubblica al dominio diretto della Santa Sede. Di certo dopo il Vangelo Alberoni prende la parola per complimentarsi, con dotto e breve discorso, coi sammarinesi per la decisione di darsi alla Santa Sede e per garantire loro che essi avranno sempre dalla Santa Sede tutta l’assistenza, ed aiuto di cui potessero avere bisogno. Alberoni, con questo intervento, parrebbe considerare conclusa la parte fondamentale della cerimonia incentrata sulla dedizione. In effetti la cerimonia prosegue. Pure il verbale. La formula del giuramentoI quattro notai dopo aver riferito della ratifica degli atti di dedizione raccolti in precedenza e dopo aver sunteggiato il discorso del Cardinale sui vantaggi della profferta soggezione al papa, scrivono: datosi di mano … dal prefato Em.mo Signor Cardinale al Libro de’ Sagrosanti Vangeli presentatoli aperto dal Signor D. Ignazio Carpigiani Mansionario della Chiesa Metropolitana di Ravenna e Maestro di cerimonie, tenendolo così aperto l’Eminenza Sua l’esibì a tutti li sudetti. Prima di procedere nella lettura vien da chiedersi: chi sono tutti li sudetti? Oltre al Gonfaloniere, indicato con nome e cognome, ed i sei rappresentanti dei castra subdita (indicati pur’essi con nome e cognome), ci sono anche dei consiglieri? I quattro notai non si curano di precisarlo. Vanno avanti dicendo che tutti li sudetti … uno dopo l’altro toccando il Sagrosanto Vangelo, in mano all’Eminenza Sua defferente in forma, alla presenza degli infrascritti Testimoni, di Noi Notari, e del Popolo tutto pubblicamente e solennemente giurarono. I quattro notai, restii a riferire chi ha (o avrebbe) giurato, sono rigorosamente chiari e completi circa l’oggetto del giuramento. Questa è la formula: Noi, per, et in nome nostro e de’ nostri rispettivi Popoli e Publici, giuriamo in mano dell’Eminenza Vostra Delegato dalla Santità di Nostro Signore Papa Clemente XII felicemente Regnante, e con strettissimo et indissolubile vincolo di Giuramento promettiamo di essere in avvenire perpetuis futuris temporibus fedelissimi et obbedientissimi Sudditi, et veri Vassalli della Santa Sede Apostolica, della Santità del Sommo Pontefice Clemente XII e di tutti gl’altri suoi Successori in perpetuo, procurando sempre l’esaltazione della Santa Romana Chiesa e Santa Sede Apostolica: Quelle sempre in qualsivoglia Tempo et Occasione difenderemo, ne da quelle mai ci ribelleremo, ne ci levaremo dal loro Supremo Dominio e Giurisdizione, che ora in nome Nostro, e Publico spontaneamente di bel nuovo abbracciamo: Accettaremo le leggi et Ordinazioni, che dalla sudetta Santa Sede Apostolica, Sommi pontefici Romani, o da qualsivoglia altra Persona, che in qualsiasi tempo dalli medesimi Sommi Romani Pontefici venga delegata, sempre ci saranno ingionte e prescritte, e quelle inviolabilmente osserveremo, riconoscendo Noi ora così in nome nostro e de’ nostri Publici per nostro Supremo, vero, ed assoluto Principe il Sommo Romano Pontefice, e la Santa Sede Apostolica. I sammarinesi dunque, secondo i quattro notai, quel 25 ottobre alle ore 14 circa avrebbero deciso spontaneamente di chiudere con la storia. Di voltare pagina. Loro, che già dal Medioevo potevano vantarsi di non aver obblighi verso nessuno (nemini teneri), adesso, all’improvviso, avrebbero optato per i vantaggi di farsi sudditi e vassalli di qualcuno. Cioè di darsi a un Supremo, vero, ed assoluto Principe, il quale potrà disporre di loro a suo piacimento sia con ordini diretti sia attraverso qualsivoglia altra Persona da lui delegata! La contestazioneI sammarinesi mai sono stati governati da una autorità esterna. Da tempo immemorabile in piena libertà scelgono fra loro stessi i propri governanti (eligunt duos Capitaneos et sibi iustitiam reddunt in civilibus et criminalibus); pur abitando un luogo sito dentro lo Stato della Chiesa, essi non sono mai stati soggetti al papa (non admittunt potestatem Ecclesiae, nec aliquem exercentem nomine eius); essi non hanno mai avuto un’autorità superiore a cui dover rispondere (neminem superiorem in temporalibus recognoscentes). Ebbene i quattro notai, dopo aver riportato la formula del giuramento, affermano che omnes supradicti, cioè quegli stessi che alcune righe sopra erano indicati come tutti li sudetti, ebbene tutti - tutti! - iurarunt. Giurarono tactis Evangelijs. Giurarono toccando il Vangelo e senza condizione alcuna. Giurarono punto e basta. Anzi punto e a capo. A capo, si legge: Improvvisamente s’affacciò al Trono dell’Eminenza Sua il Signor Dottor Giuseppe Onofri, che seguito dalli Signori Girolamo Gozi, Biagio Martelli, Giovanni Marino Giangi, Alfonso Giangi, Lodovico Amatucci e Marino Tini, sedotti ed ingannati dal detto Dottor Onofri, sfacciatamente protestarono in favore della libertà e Repubblica, et insolentemente procurarono di suscitare il Tumulto del Popolo. Dunque dal verbale risulta che solo dopo il giuramento di quei tutti li sudetti (che non si capisce chi siano), Onofri ed i suoi compagni avrebbero rivendicato il diritto al mantenimento della libertà della Repubblica, additando, di fatto, il Cardinale Giulio Alberoni, Delegato Apostolico, come un oppressore. Pare una protesta a freddo. Una cosa fuori di testa. Quasi che loro non c’entrassero affatto con la cerimonia. Sì, perché di Onofri e dei suoi compagni i quattro notai dimenticano di riferire che essi sono lì non a titolo personale. Non dicono che sono consiglieri. Essi, invero, sono consiglieri a pieno titolo: o riconfermati (Onofri, Amatucci, Tini, i due Giangi) o addirittura nominati ex novo (Gozi) proprio da Alberoni. Altre descrizioni del giuramentoAlberoni nel resoconto a Firrao, dopo aver ridotto la valenza della cerimonia a una semplice ratifica degli atti di dedizione già raccolti in precedenza, lo informa che la successiva richiesta di dare il solenne giuramento di fedeltà alla Santa Sede ha posto in tal furore quattro dei Tiranni, che si sono approssimati al Trono protestando contro tutto ciò che si faceva contro la libertà. Il neoconsigliere Girolamo Gozi narra così l’accaduto in una lettera al figlio giovincello, studente a Pesaro: Domenica mattina fece il Sig. card. Alberoni Capella, ed all’Evangelio volle ricercare il Giuramento di fedeltà al Papa. Il Capitano Angeli lo diede; il Giangi giurò fedeltà a S. Marino, così fece Onofri, così feci io. Il Cronista pennese riferisce: terminato il Vangelo … sono stati dà un Notaro chiamati ad uno ad uno avanti S.E. i sessanta consiglieri (20 Gentiluomini, che avranno titolo di Gonfalonieri, il secondo d’altretanti Cittadini col titolo di Conservatori, ed il terzo di 20 Contadini col titolo pure di Conservatori) e sono stati pure chiamati li Deputati delle tré Communità cioè di Seravalle, Faetano e MonteGiardino. Dopo di che S.E. con parole assai piacevoli, e con termini pieni d’amore disse d’esser quà venuto con ordine e Breve di N.S. per ricevere questi Popoli sotto il Dominio Pontificio, e che attesa la volontaria e spontanea deditione de’ medesimi fatta ne’ scorsi giorni, allora era necessario, che in sue mani prestassero publicamente il giuramento di fedeltà alla S. Sede, e che esso fratanto in nome di N.S. confermava tutti li privilegj goduti sin’ora e si offeriva di accordarne de’ nuovi qual’ora fossero ricchiesti. Il Cronista pennese va nei dettagli: il primo di Magistrato, cioè il Sig.e Gio. Giacomo Angeli e l’ultimo cioè Giuliano Malpeli, giurarono tactis Evangelijs fedeltà alla S. Sede in nome loro e del Popolo. Invece li Sig.i Giuseppe Onofrj, Girolamo Gozj, GianMarino Giangi, Biagio Martelli, M.ro Ludovico Amatucci, e Marino Tini, col secondo di Magistrato, cioè Alfonso Giangi, uno dopo l’altro (non ostante che li giorni antecedenti erano stati ancor essi da S.E. à dichiararsi veri Sudditi Pontificj) ridicolosamente si protestarono d’essere sempre stati buoni Sudditi della Republica e d’esser ancora pronti à giurar fedeltà solamente per la medesima. A questo punto c’è il parapiglia. Il Cardinale, riportata la calma, fa chiamare i rappresentanti dei castra subdita, i quali tutti d’unanime sentimento tactis Evangelijs giurarono fedeltà a N. S. e alla S. Sede. Ecco come Bianchi racconta i fatti a Muratori: Domenica, mentre dal Vescovo di Montefeltro si cantava nella Pieve la Messa a cui il Legato assisteva per ricevere in tal tempo il Solenne giuramento dai sessanta novelli riordinati Consiglieri, il secondo di questi, che era stato creato Anziano, protestò contro, e gridò: viva San Marino, Viva la Libertà; così altri quattro fecero alternativamente, finche si arrivò al nono Consigliero, nel quale bisognò fermarsi per cagione del Tumulto nato, per cui S. E. s'alzò in piedi e parlò con fuoco al Popolo, esortandolo all'obbedienza alla S. Sede, e gridando Viva il Papa, e periscono i Tiranni e i Ribelli, e finitasi, come si potea il meglio, la messa, senza seguitare a dare il giuramento agli altri. Il giuramento in dettaglioI sammarinesi concordano, nella sostanza, con la versione di Bianchi e del Cronista pennese e la integrano scendendo nel dettaglio. Cominciano col dire che dopo il Vangelo furon chiamati gli antichi Consiglieri, indi i nuovi da Sua Eminenza eletti fino al numero di sessanta, e poscia i Communi de’ Castelli, tutti in schiera per prestare il giuramento di fedeltà. Il primo in assoluto ad essere chiamato a giurare fedeltà alla Santa Sede è Gian Giacomo Angeli, ex Capitano, ora consigliere del primo ordine, nominato Gonfaloniere. Angeli, zio di Lolli, giura fedeltà alla Santa Sede senza esitazione e senza proferire parola: toccando il libro del Vangelo. Il secondo è Alfonso Giangi, l’altro ex Capitano, ora consigliere di secondo rango nominato Conservatore. Giangi rifiuta di prestare giuramento di fedeltà alla Santa Sede ed accompagna il rifiuto con la seguente motivazione espressa ad alta voce: il primo giorno di Ottobre giurai fedeltà al legittimo Principe della Repubblica di S. Marino (cioè il Santo Marino), lo stesso giuramento adesso io confermo, e così giuro. Un’affermazione secca che raggela l’ambiente. Per terzo viene chiamato Giuliano Malpeli, consigliere di terzo rango, nominato Conservatore. Egli di certo tocca il Vangelo. Quindi, secondo gli alberoniani, giura per la Santa Sede. Secondo i sammarinesi no, perché toccando il libro degli Evangeli’ disse, sebben fra’ i denti: giuro per la libertà. Dopo i tre consiglieri che ricoprono le più alte cariche del nuovo governo, chiamati in ordine gerarchico, si fanno avanti, alla rinfusa, gli altri. Il primo di questi senza incarico di governo (il quarto in assoluto) è Pietro Lolli, il quale giura inequivocabilmente fedeltà e sottomissione alla Santa Sede toccando semplicemente il Vangelo senza proferire parola. Si presenta OnofriSi presenta (quinto) Giuseppe Onofri. Questi tira fuori una carta e, ad alta voce, si mette a leggere: Io son richiesto di prestare il giuramento di fedeltà alla Santità di nostro Signore Clemente XII, felicemente regnante. Se il Santo Padre m’obbliga al prefato giuramento con assoluto suo venerato Commando, io son pronto a prestarlo. Se poi la Santità Sua rimette questo all’arbitrio della mia volontà, io confermo il giuramento da me altre volte prestato, e giuro d’esser fedele alla diletta mia Repubblica di S. Marino. Onofri, in sostanza, mette in dubbio pubblicamente le facoltà di Alberoni di chiedere ai sammarinesi il giuramento di fedeltà alla Santa Sede. Dà corpo alle voci miranti a delegittimarne l’autorità. Insinua un travalicamento delle autorizzazioni ricevute. E lo fa in termini precisi e chiari, ostentando una proterva sicurezza, come se già sapesse - lui sì - della nuova linea assunta da Roma. Certamente la sua è una dichiarazione preparata con molta cura sia nella forma che nella sostanza. Il Dottor Onofri aveva scritta questa sua protesta, e la leggeva con riso degli astanti, tenendola nel Capello, osserva, nel tentativo di ridurne la portata, un Commentatore, forse di Rimini, notoriamente filoal-beroniano (di qui in avanti solo ‘Commentatore riminese’). Dopo Onofri è la volta di Girolamo Gozi (il sesto). Anch’egli non giura. E anch’egli ne dà la motivazione ad alta voce: Eminentissimo Signore, sono in grado di porgere a V. E. quella stessa preghiera, che fece Gesù Cristo nell’Orto al Padre Eterno, ‘si possibile est transeat a me calix iste’; mentre a vista di questa S. Testa (il semibusto d’argento contenente le reliquie del Santo Marino) non hò cuore di farle un cotal sfregio; anzi sempre dirò: Viva S. Marino, Viva la sua libertà. La partecipazione popolareIn alcuni resoconti della fase del giuramento si accenna anche a una partecipazione, per così dire, popolare, ai fatti. Alberoni, nella lettera che lo stesso giorno scrive a Firrao, dice che, dopo le proteste dei Tirannetti a favore della libertà, il Popolo ha comminciato ad alte voci: Viva il Papa, e moiano i Tiranni con tal rabbia e sdegno, che credevo non restassaro col corpo massacrati in Chiesa. I quattro notai registrano a verbale gli Evviva il Papa, ma ignorano gli Evviva San Marino, Viva la libertà riportati invece nelle versioni dei sammarinesi e di altri. Scrivono i sammarinesi che, a un certo punto, alle affermazioni di un Protestante fece plauso un nostro buon Prete di Campagna, Musico, che stava fra gli altri Cantori sull’Organo, con dire ad alta voce: ‘Bravi : Viva la libertà’. Dopo di che, continuano i sammarinesi, s’udiron di nuovo dal tumultuante Popolo replicare l’istesse acclamazioni nelle quali proruppe lo stesso Sacerdote che assisteva da Diacono Monsignor Vescovo Celebrante. Il Commentatore riminese si limita a dare notizia di sciocche voci d’eviva che dall’Organo cantando proferiva un ardito, e scostumato musico. Gli fa eco il Cronista pennese: nacque un qualche piccolo bisbiglio e furono sentite le voci di 19, ò 20 de’ loro accordati, che dissero =E viva S. Marino e viva la libertà= quali voci per altro furono di gran lunga superate dà altre di tutto il Popolo, che altamente gridava =E viva il papa, e viva il Papa= a segno che il Popolo stesso si quietò solo quando S. E. fece motto dal Trono che si quietasse. I consiglieri non nobiliAlberoni, alle parole dei contestatori, monta su tutte le furie, ma si trattiene. Non reagisce pubblicamente. Subisce ed incassa. Lascia che si vada avanti. Aspetta gli altri. Spera di trovar miglior esito negli altri. Aspetta quelli che non appartengono alla stretta cerchia dei nobili, dei Tirannetti. Aspetta i tanti che sono stati beneficati direttamente da lui. Uno di questi è senz’altro Martelli, già pronto a giurare. Biagio Antonio Martelli - è arrivato il suo turno - è stato più di ogni altro favorito da lui, Alberoni, fino ad averlo posto fra i Consiglieri di primo Rango e fatto - si noti! - Segretario perpetuo della comunità. Egli appartiene ad una famiglia emergente. Per una famiglia emergente in una qualsiasi comunità di quel periodo della storia, specie nello Stato Pontificio, riuscire ad entrare a far parte della nobiltà significa raggiungere una posizione, oltre che di prestigio, di enorme privilegio. Fra l’altro Martelli, che è stato Capitano nel semestre 1° aprile - 1° ottobre in coppia con Gian Benedetto Belluzzi non era, notoriamente, ben visto da molti dei vecchi governanti, perché sospettato di portare avanti la battaglia contro Lolli ed i suoi protettori esterni, con scarsa convinzione. Era bastata quest’ombra di dubbio a far scattare la minaccia - quando ancora era Capitano! - di bruciargli la casa. Con l’ac-quisizione della nobiltà, graziosamente concessagli da Alberoni, egli può collocarsi definitivamente al livello massimo della scala sociale e del potere. Inoltre con la carica di Segretario perpetuo - perpetuo! - della comunità, pure concessagli graziosamente da Alberoni, si assicura un’entrata regolare e costante, preziosissima per la sua famiglia che dispone, contrariamente a gran parte delle famiglie più in vista, di pochi beni al sole. Dopo Martelli c’è Marino Giangi, anche lui elevato alla nobiltà da Alberoni quantunque faccia parte di una famiglia di artigiani-commercianti. Segue Lodovico Amatucci, artigiano-commercian-te. Poi Marino Tini, un contadino analfabeta. Ebbene? Prestarono il giuramento Biagio Martelli, Giammarino Giangi, Lodovico Amatucci, e Marino Tini nella maniera, ch’avevan fatto il Gozi, ed Onofri.A questo punto per Alberoni la situazione si fa difficile. Non sono solo i Tirannetti a negargli la dedizione ed a contestarlo. Si uniscono ad essi i consiglieri, diciamo così, di estrazione popolare, ed anche quelli direttamente da lui beneficati. L’ira di AlberoniAlberoni a questo punto non riesce più a controllarsi. Pare che ora si facesse pallido, ora infocato. Temendo l’Em. S., che il restante dei consiglieri giurasse a favore della Repubblica, come senza fallo sarebbe seguito, dopo aver rigettati Pierantonio Leonardelli, e Gianni Beni, che s’erano presentati a giurare per la libertà, non volle ammettere gli altri Consiglieri al giuramento. Si alzò in piedi e non riuscì a trattenersi dal prorompere … in un assai ardente risentito discorso al Popolo. A Firrao Alberoni racconta di aver preso la parola solo per quietare il Popolaccio: un breve discorso per assicurare i popolani che come sudditi fedeli … della Santa Sede sarà cura della medesima proteggerli contro chiunque vorrà opprimerli, cioè contro i vecchi governanti. Secondo i quattro notai Alberoni avrebbe ribadito che la Santa Sede trovasi già in possesso di questa Città et Annessi, ed in assoluto Dominio e piena Giurisdizione, a seguito della consegna formale delle chiavi avvenuta da parte dei Capitani domenica 18. Per cui le proteste dei vecchi governanti sono da ritenersi inutili e fuori luogo, perché non possono produrre alcun effetto. Alberoni reagisce. Non si arrende. Non è un pugile suonato. Messo all’angolo, si scuote e passa all’attacco. Tenta di ribaltare la situazione rivolgendosi alla gente. Si mette a incitare apertis verbis la gente a cogliere l’occasione per ribellarsi ai vecchi governanti, ai Tiranni, che l’hanno da sempre oppressa e che per continuare ad opprimerla e solo per continuare ad opprimerla non vogliono che il governo del paese passi alla Santa Sede. È il momento giusto per ribellarsi, dice alla gente. Ora la gente lo può fare senza timore alcuno. Loro, i vecchi governanti, non comandano più. Non hanno più alcun potere. Sono stati sconfitti. Irrimediabilmente. La Santa Sede infatti non accetta, né io per la medesima accetto - urla Alberoni rivolto alla folla - anzi ripudio e rigetto l’impertinente Protesta fatta da questi pochi Tiranni, quali solo ambiziosi di Dominio, per opprimere i Poveri con le loro angarie, malvolentieri soffrono il vedersi spogliati di quel tirannico Commando, col quale sin ora hanno sfogato le loro barbare Passioni, colle loro manifeste Ingiustizie. Alberoni dunque ritorna a proporsi come liberatore e protettore della gente comune contro gli oppressori, i vecchi governanti. Essi, i vecchi governanti, sono quelli stessi, che fin’ora vi anno tenuto sotto il giogo tirannico d’un Comando iniquo - urla - e vorrebbero ancora continuare à deprimervi. Essi non sono che dei sepolcri imbiancati. Ma il gioco, per loro, è finito. La maschera, Alberoni, gliela toglie davvero, lì, davanti a tutti, perché la gente tutta veda coi propri occhi che essi, dietro i richiami ai grandi ideali della tradizione, in effetti si preoccupano solo di continuare a salvaguardare il loro tornaconto personale e di rango, a scapito della gente. Da se medesimi - rivela - si sono voluti publicamente scoprire per quelli, che sono. A cosa si riferisce? L’affondo di AlberoniVi ò promesso - ricorda il Cardinale ai sammarinesi - di confermarvi tutti li privilegij goduti fin’ora. E vi ò data parola di concedervene de’ nuovi col levarvi specialmente il fisco e le Cavalcate (cioè i tributi generali usuali nello Stato della Chiesa). Ebbene per proseguire le angherie contro di Voi - prosegue il Cardinale - li medesimi quattro Tiranni e Ribelli mi chiesero giorni scorsi la gratia, che io non levassi le Confiscationi. Perché? Volevano che le Confiscationi (altro tipo di tributo) io le lasciassi a loro. A detta di Alberoni, dunque, i vecchi governanti avrebbero accettato la dedizione a condizione che lui, come contropartita, decidesse di non esentare la comunità dalle Confiscationi e decidesse che gli introiti di detto tributo finissero nelle loro tasche anziché consegnati alla Camera Apostolica. Sarà vero? Tanto è ciò vero - dice il Cardinale - quanto è verissimo, che in mie mani conservo il foglio stesso presentatomi da essi. Alberoni conclude: se gli accordavo detta gratia essi non si sentivano oggi qui à far le proteste, che anno fatte. Ma sono proteste vane, inutili, ribadisce il Cardinale: perché io non le ammetto e ritorno a dirvi in questo punto, che per nuovo Privilegio vi levo tutte le Gabelle e Confiscationi e le Cavalcate ed à soldati concedo permissione di portar Archibugio e Pistola anche per tutto lo Stato Pontificio. Tanto vi prometto, Popolo mio, e tanto vi sarà mantenuto. Alberoni ormai è un torrente in piena. Tenta il tutto per tutto. Dice che i sammarinesi passando sotto la Santa Sede conserveranno tutti i privilegi che avevano prima e ne acquisiranno di nuovi. In più si liberano dai vecchi governanti. Racconta il Cronista pennese: tutto ciò detto e S.E. ponendosi nuovamente à sedere sul Trono, nel medesimo istante si sentì un gran tuono di voci di tutto il Popolo, che altamente gridava =Viva il Papa, viva S.E. e non i Tiranni= Così replicando più e più volte, e poi mutando frase si sentì il Popolo stesso à gridare =Viva il Papa, viva S.E. e muoiano i Tiranni= il ché fù tante volte replicato, che S.E. fù necessitato alzarsi nuovamente in piedi sul Trono e fatto più volte motto indicante silentio così finalmente, benche con fatica il Popolo medesimo si quietò per allora. Anche i ‘quattro notai’ registrano a verbale gli Evviva la Santa Sede; evviva il Papa, e moiano i Tiranni ed il Mal Governo. Dicono pure che la Messa prosegue e che da ultimo il vescovo Calvi che s’era vestito di Piviale, ad alta voce intonò il ‘Te Deum laudamus’, il quale fu cantato solennemente in musica sino in fine. Amen. Il Cardinale non lascia subito la Pieve. Deve mettere a punto il verbale assieme ai quattro notai. La conclusione del verbaleIl verbale dei quattro notai non termina con la descrizione della fine della cerimonia. Su proposta di uno di essi, Romualdo Saporetti di Ravenna, prosegue con una appendice. Nell’appendice al verbale i quattro notai ribadiscono che non è stata accettata la Protesta fatta dal detto Signor Dottor Onofri e dagli’altri suoi compagni da lui sedotti di modo che le ragioni della Santa Sede Apostolica siano illese, e preservate per il suo pieno Dominio, Giurisdizione, e Possesso di detta Città di San Marino e suoi Annessi. Detto Possesso, è ben precisato, nessuno ardisca rimetterlo in discussione: l’Eminenza Sua a nome della medesima Santa Sede pigliato questo solenne e pubblico Possesso, non intende ne vuole, che mai in alcun tempo la Santa Sede Apostolica, sia e debba essere rimossa dal Dominio e Giurisdizione di detta Città di San Marino e suoi Annessi. Infine viene pure ratificato e legittimato ogn’Atto sin qui fatto dall’Eminenza Sua e da ogni altro, che da lui, o da qualunque altra Persona deputata o subdelegata … dimodoche la partenza che farà da questa Città e luoghi l’Eminenza Sua non debba mai pregiudicare alla predetta Santa Sede Apostolica e Sommi Pontefici per il detto acquistato Dominio e Possesso, quali siano sempre fermi et inviolabili. Il card. Giulio Alberoni, Legato di Romagna e Delegato Apostolico per ricevere la libera e spontanea dedizione della Repubblica di San Marino alla Santa Sede, ha portato a termine l’operazione. Il risultato dell’operazione non può più essere rimesso in discussione. Da chicchessia. Neppure dallo stesso papa perché detto territorio è un bene acquisito in via definitiva alla Santa Sede. Nessun papa può dismetterlo, perché nessun papa può danneggiare lo Stato della Chiesa che amministra pro tempore. Sono le ore 15 circa quando il Cardinale e il suo seguito lasciano la Pieve. Il saccheggioAlberoni lascia la Pieve senza ordinare l’arresto dei Protestanti, cioè senza dichiararli dei Ribelli. I forestieri rimangono sorpresi di tanta tolleranza. Si meravigliano che come tali, cioè come ribelli, non li facesse arrestare in Chiesa ... come anche sugeriva il Vescovo di Montefeltro, che si facesse per punirli secondo che meritavano. Alberoni preferisce che sia la gente, la gente comune, a mettere fuori gioco i vecchi governanti: sollevandosi contro di loro. Ci spera. I vecchi governanti hanno fatto un’opposizione di pura idealità. Egli gliel’ha demolita, mostrandone l’altra faccia: l’egoismo rozzo e gretto da cui sono mossi. I Protestanti, sentito il discorso del Cardinale, percepito quanto andavano mugugnando quelli del suo seguito e, soprattutto, prevedendo dal loro volto adirato sinistri eventi, si ristettero nella stessa Chiesa. Basterà la sacralità del luogo, una chiesa, a proteggere i Protestanti dall’ira del card. Alberoni? Alberoni, appena uscito dalla Pieve, se ne torna a Palazzo Valloni. Coi suoi ospiti. Però non sta a tavola con loro, perché molto alterato e riscaldato per le cose successegli antecedentemente. Il Cardinale mangia da se in Camera. E, ci verrà riferito, mangia parcamente. Infatti deve raccontare, quasi in diretta, a Firrao quel che avviene: nel tempo che sto a tavola m’è venuto l’avviso che il Popolo infuriato contro i Protestanti è corso alle Case loro a saccheggiarle. Ho spedito subito 50 soldati riminesi che avevo di guardia per vedere di frenare questo Popolo; ma sono ritornati indietro col dirmi che ne meno si sono potuto accostar’a dette case. Chi ha ordinato il saccheggio?Il saccheggio, secondo Alberoni, è opera dei sammarinesi stessi. Cioè del Popolo sammarinese adirato verso i Protestanti per aver questi cercato di impedire la dedizione alla Santa Sede nel tentativo egoistico di evitare di perdere potere e vantaggi economici. Scrive il Cronista pennese: il saccheggio non fù già dato per ordine di S.E. mà motu proprio del Popolo, che contro detti Sig.i altamente s’infierì sin dà che S.E. disse in Chiesa, che essi avrebbero volute, che fossero restate le Confiscationi. Insomma sarebbe stata la rivelazione secondo cui i vecchi governanti avrebbero tentato di tenere per sé gli introiti di certi tributi riscossi in Repubblica a indurre la gente comune a mettere in opera il saccheggio. Però lo stesso Cronista pennese finisce poi per contraddirsi. Sì, perché non riesce a nascondere la partecipazione attiva al saccheggio di soldati e di sbirri (i quali, com’è noto, sono forestieri). Si viddero moltissime genti in più truppe infuriate correre quali dà una parte, e quali per l’altra con alcuni soldati, e così come furie si portarono à dare il sacco alle Case de’ nominati Ss.i Giuseppe Onofrj, Girolamo Gozj, Biagio Martelli e di Alfonso Giangi essendo altresì andata nello stesso giorno una squadra di Sbirri in Borgo à dare il Sacco alla Casa del Sig.e Gio. Marino Giangi; ne vi fù modo potersi riparare una tal furia di Popolo. Scrive il notaio riminese Ubaldo Marchi: nel mentre che si pranzava, non si sa se fosse ordine del Legato o de suoi ministri, o mossi dalla propria avidità, molti Soldati della Truppa Papalina spalleggiati anche da Birri, entrarono nelle Case di quei Cittadini, che avevano ricusato di prestar giuramento. Per Bianchi non ci sono dubbi: S.E. … ordinò il sacco alle cinque case di quei che aveano avuto campo di protestare, ... ed il saccheggio fu tosto severamente eseguito. Anche la gente comune del circondario è del parere di Bianchi: esso Porporato ordinò l’assacco alle case ... come subito fu eseguito. Certo è che il saccheggio ha uno svolgimento che non può essere frutto del caso. Il vescovo di Pennabilli, ad esempio, non nega di aver impiegati tutt’i suoi ufficj più calorosi per que’ di loro, che s’erano a Lui raccomandati e dice che ne può far testimonianza il Giangi Chierico Coniugato, la di cui casa senza la di lui interposizione sarebbe forse stata preda del furore del Popolo. Come dire che chi si è raccomandato a mons. Calvi ha avuto la casa salva. Fu un vero sacco?Marchi scrive che i soldati diedero un Sacco formale [sic], rubando il migliore, e specialmente danaro, argenteria ed anelli d’oro, e per le Finestre gettarono quelle supelletili grosse, che non si potevano, se non con difficoltà muovere e maneggiare. Ruppero a forza Cantarani, Casse, Scrigni, e per poco tempo fecero molte altre insolenze e barbarie, che forse una Truppa regolata entrando in una Città nemica non avrebbe fatte; e la nostra Soldatesca Ariminese in questo fatto molto si distinse. Il Cronista pennese a sua volta racconta che i sacchi durarono fino alle 23 ore (cioè le 16,30 circa), e molte Supelletili, Biancheria et abiti dà Uomo e dà Donna di dette Case furono portate e poste dentro il Palazzo Valloni, cioè parte nel Quartiere de’ Sbirri, e parte di maggior Copia nel Quartiere de’ Soldati, e così pure Argenteria, Denari e gioie ... Correndo altresì voce, che in tal Bollore di cose fossero di più portate delle fascine alla Casa del Sig.e Onofrj per darvi fuoco, e che ciò non seguisse, perché fù dato riparo ad un tale maggiore sconcerto. Girolamo Gozi scriverà al figlio studente a Pesaro per informarlo di quanto ha subito la loro casa e chiedergli perdono per essersi ridotto un pover’uomo. Lo stesso Signor Cardinal’Alberoni mostrò dapoi dispiacere d’una esecuzione cotanto avanzata e si protestò non essere stata né di suo consentimento, né ordine. Lo dicono i sammarinesi stessi. In effetti, sembra che anch’egli sia rimasto spiazzato da certi eccessi. Tanto che a un certo punto, temendo di non riuscire più a riportare la situazione sotto controllo, ha fatto venire sul Titano in tutta fretta altri soldati: giunsero nella notte da Verucchio, scrive il Cronista pennese, 200 soldati Tamburo Battente, quali furono distribuiti parte alle due Porte della Città, e parte al Pubblico Palazzo. Soldati di Verucchio per riportare sotto controllo soldati di Rimini! La eco del saccheggioFormale o non formale, quel saccheggio guastò ogni cosa, osserva Bianchi. Nel senso che danneggiò irreparabilmente Alberoni. E conclude: quel dì solenne ... diventò così lugubre. L’amarezza di Bianchi deriva in parte dall’aver appreso, fra l’altro, del comportamento non proprio eroico dei soldati riminesi. A San Marino mai si sono verificati disordini di tal gravità. Mai. Né a seguito di contrasti sociali o politici interni né per effetto di nemici esterni. Nemmeno nel periodo dei guelfi-ghibellini o durante lo scontro fra Malatesta e Montefeltro, quando la guerra per decenni i sammarinesi l’ebbero sull’uscio di casa e non mancarono tensioni all’interno della comunità sammarinese fra i sostenitori di Rimini e di Urbino. Il fatto, dunque, storicamente non ha l’eguale. La gente ne rimane profondamente scossa. Abbandona del tutto Lolli, per stringersi attorno ai vecchi governanti. Il tentativo di Alberoni di sollevare la gente contro i vecchi governanti fallisce definitivamente. Anzi gli si ritorce contro come un boomerang. All’esterno di San Marino gli effetti non sono meno devastanti per Alberoni. Scatta attorno ai sammarinesi la simpatia per il coraggio dimostrato in Pieve, avendo essi osato contestare il Cardinale benché fosse attorniato il luogo da’ Soldati colle Baionette e una Squadra di trenta Birri alle Porte. Si aggiunge la solidarietà umana per il saccheggio. La presenza di tanti autorevoli personaggi ne spingerà l’eco fino a Roma e di lì in tutto il mondo. La notizia della contestazione e quella del saccheggio entrano in risonanza. L’effetto è dirompente. Va in frantumi l’intero progetto Firrao-Alberoni. Giuseppe Onofri: il registaLa resistenza dei sammarinesi sul Titano ha indubbiamente in Giuseppe Onofri la sua punta di diamante. Sì, proprio in colui che assai più di qualunque altro era stato contradistinto con amorose finezze dal Cardinale. Sfruttando il ruolo assegnatogli da Alberoni e l’autorevolezza di cui gode presso i suoi concittadini, Onofri scandisce i tempi e regola le forme sia della collaborazione che della contestazione. Ognuno di noi - dice Gozi - aveva qualche incombenza. Onofri è giudicato molto severamente dagli alberoniani: siccome qual più fine Ippocrita vorrebbe poter ingannare ancora lo stesso Dio, mentre benche di Coscenza molto nera fà giornalmente vedersi con somma esemplare modestia à collo torto frustar i Banchi per le Chiese, cosi non tralascia con modi li più abominevoli d’ingannare il Prossimo alla giornata. La sua dichiarazione al momento del giuramento, durissima nella sostanza ed irreprensibile nella forma, è stata ben coordinata con quelle di Giangi e di Gozi (scritte pur’esse da Onofri, a detta degli alberoniani). Ed anche con quella di Martelli, se, come pare, a questi è stato affidato il compito di rivendicare la nullità di tutti gli Atti fatti antecedentemente da Alberoni come atti fatti per forza. Alberoni rimane letteralmente sconcertato da tanto ardire dei sammarinesi. Pur essendo stato preavvisato. Non ha di fronte, come gli è capitato altre volte, una forza militare o un ostacolo giuridico. Non ha di fronte nemmeno un fermento di quelle idee che, oltralpe, stanno preparando gli animi al fuoco delle rivoluzioni. La contestazione che Alberoni si trova a fronteggiare è un misto di religione e di politica. Egli fatica a dominarla. Ne è sorpreso. Il terreno della commistione fra politica e religione, l’aveva scelto lui, convinto di avervi una supremazia totale. Muoversi su quel terreno, senza scottarsi, richiede una spregiudicatezza, che è propria solo dei grandi che si sono lungamente cimentati con le burrasche della storia. Eppure agli abitanti di quel paesino - chi se lo sarebbe aspettato? - viene quasi naturale, quasi fossero usi da sempre a viverne i pericoli e le difficoltà. Alberoni, il 25 ottobre, organizza le cose in modo che la dedizione, che è un atto di natura squisitamente politica e quindi di competenza del Consiglio, sia formalizzata non attraverso una deliberazione del Consiglio nella sua collegialità, in una riunione appositamente convocata a Palazzo Pubblico, ma attraverso i giuramenti individuali di fedeltà al papa dei singoli consiglieri, quasi che fosse un problema personale di coscienza e sensibilità religiosa, all’interno di una cerimonia di natura squisitamente sacra come la celebrazione della Santa Messa. I sammarinesi, all’incontrario, partono dal sentimento religioso, diffuso nella comunità ed attivissimo sul piano personale, la fedeltà al loro Santo, per affermare il diritto politico della comunità nel suo insieme a rimanere libera. Contro Alberoni che ha scelto di adoperare la religione per sopprimere una libertà politica, i sammarinesi inalberano un'idea di religione che è un tutt’uno con la loro libertà politica. È il Santo Marino il Fondatore e l’Autore della loro libertà. Sta scritto sulla porta della Pieve dove si svolge la funzione del 25 ottobre. Un’idea di libertà certamente anacronistica, in pieno Settecento, quella dei sammarinesi, sia sotto l’aspetto religioso che politico. Anacronistica perché è un cimelio della storia. Frutto di una credenza medioevale. Eppure un’idea efficace di fronte a quella minaccia alla sopravvivenza politica della comunità che si presenta ancora in forme medioevalizzanti con quella richiesta di giuramento all’interno di una funzione religiosa di fronte ad una autorità che è al contempo religiosa e civile. Proprio la concezione superstiziosa di questa loro libertà - di cui ha parlato Alberoni a Firrao il 21 ottobre - ha dato ai sammarinesi la sicurezza d’animo ed il coraggio necessari per non lasciarsi intimorire ed affrontare il cardinale nella pienezza dei suoi poteri religiosi e civili, con il sacro libro del vangelo sulle ginocchia ed i soldati alla porta della chiesa. |
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