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Alberoni a San Marino

17-29 ottobre 1739

0-0 Sintesi

0-1 Presentazione

0-2 Premessa

1-Il contesto

2-Il coinvolgimento di Alberoni

3-L’arrivo sul Titano

4-Roma sconfessa Alberoni

5-Verso il giuramento Viva la libertà

6-Domenica 25 ottobre 1739, il giuramento

7-Dopo il giuramento

8-Il ritorno a Ravenna

9-Verso la libertà

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IL RITORNO A RAVENNA

 

La sorpresa di Ravenna

Alberoni come arriva a Ravenna trova le lettere di Firrao partite da Roma sabato 24. Da esse apprende che il papa non intende accettare la dedizione della Repubblica di San Marino alla Santa Sede: ci sono dubbi sulla volontarietà.

Per il vecchio cardinale è una sassata. Ben tre lettere Alberoni spedisce con la posta di sabato 31 ottobre a Firrao: con sommo mio dolore di cui confesso di non aver provato giammai nelle vicende di questo mondo ... rilevo che la mia condotta tenuta nell'affare di S. Marino ... vien'appresa tutta differentemente.

Se Alberoni avesse avuto notizia del cambiamento di linea politica deciso a Roma quand’era ancora sul Titano, avrebbe trovato il modo di adeguarsi. Sarebbe bastato che le Nuove Istruzioni deliberate a Roma venerdì 23 gli fossero state inviate con un corriere speciale o per staffetta, anziché per posta ordinaria con partenza il giorno dopo. Avrebbe, forse, davvero potuto compiere lui stesso il beau geste di restituire lui, ai sammarinesi, la libertà. Magari non procedendo al giuramento domenica 25, come gli aveva suggerito Onofri. Oppure prendendo semplicemente atto della volontà del Consiglio nella seduta di mercoledì 28, dopo aver dettato alla comunità, come un buon padre, nuove regole di convivenza civile. Adesso, solo adesso, solo dopo l’arrivo a Ravenna si rende conto che Onofri non farneticava quando andava sostenendo che Roma non approvava il suo comportamento e che si avviava a sconfessarlo.

Ha danneggiato non poco Alberoni pure l’ordine, da lui stesso impartito con troppo anticipo, di lasciar correre a Ravenna tutta la posta a lui indirizzata, transitante per Rimini. Altrimenti la lettera di Firrao che annunciava il capovolgimento di linea politica e conteneva le Nuove Istruzioni spedita da Roma sabato 24, sarebbe potuta arrivare - con un po’ di fortuna - sul Titano entro mercoledì 28. Cioè quando Alberoni era ancora lì. Essendo ancora lì, forse, avrebbe potuto ancora modificare qualcosa. Magari rinviando la partenza.

 

Roma: decida il Consiglio

Alberoni quando già è a Ravenna  riceve da Roma l’ordine di riunire il Consiglio perché  detto Consiglio si esprima liberamente sulla dedizione. In effetti lui il Consiglio lo ha già consultato ben due volte: domenica 25 e mercoledì 28. Con esito disastroso. Quindi non può obbedire.

Alberoni risponde a Roma: a cose fatte fu prescrittomi, di esplorare la volontà di un Consiglio Generale, perché servisse di conferma delle comuni spontanee dedizioni, né mai potesse apprendersi, che avessero avuto aria di forza, o di conquista. Insomma dice che l’ordine gli è arrivato troppo tardi. In effetti gli sarebbe bastato prendere penna e calamaio e scrivere al Dottor Fogli, il governatore.

Talvolta Alberoni tenta di giustificare la mancata convocazione del Consiglio sostenendo che l’ordine impartitogli non è stato sufficientemente chiaro. Ma lo fa con un argomentare affannoso, pasticciato, un arzigogolare senza costrutto, buttato là per confondere più che per convincere. In codesto Consiglio, che radunar si dovea in San Marino affin d’esplorare per Voti liberi le volontà di que’ Popoli, si pretendeva consenso unanime di tutti, o no? Se di tutti, dunque ancor de’ Tiranni; ma chi di sana mente poteva mai presumere, che la Tirannia dominante, contro cui si fece la spedizione avesse ad accedere spontaneamente alla propria degradazione, e sbalzamento dal comando tirannicamente usurpato?

Ad Alberoni non resta che glissare sulla convocazione del Consiglio, ordinatagli con le Nuove Istruzioni. D’altra parte egli non intende affatto restituire la libertà ai sammarinesi, come le Nuove Istruzioni, in alternativa, prevedono. Insiste perché la curia romana accetti la dedizione in base agli atti da lui raccolti. Per averla di vinta deve riuscire a far ‘rinsavire’ se non il papa (che nel suo stato di salute - non sempre compos sui - diceva e disdiceva con facilità), almeno qualcuno di quelli che stanno accanto alla persona del papa.

 

Alberoni si difende

Alberoni ha appena finito di rispondere alla lettera di Firrao del 24 ottobre contenente le Nuove Istruzioni, con cui gli veniva ordinato o di riunire il Consiglio o di restituire la libertà ai sammarinesi, che da Roma gliene arriva un’altra. Gli arriva quella del 28 ottobre, con cui Firrao gli ingiunge tassativamente di uniformarsi alli sovrani Pontefici sentimenti. Consiglio o non Consiglio, Alberoni deve restituire senza indugi ai sammarinesi la loro libertà.

In allegato a quest’ultima lettera, Firrao ha unito, per espresso ordine del papa, la Informativa spedita dai sammarinesi il 20 ottobre. Così che per la prima volta Alberoni, a Ravenna e solo a Ravenna, scopre che i Tirannetti fin dai primissimi giorni del suo arrivo sul Titano erano venuti in possesso delle Istruzioni impartitegli da Firrao. Mentre era tenuto impegnato da Onofri a cercare le migliori istituzioni da dare al paese ed a inventare privilegi di cui il paese già non godesse (per lasciare un segno della sua generosità), gli altri Tirannetti con la complicità dello stesso Onofri o forse proprio sotto la sua guida, inviavano proditoriamente un tal rancoroso esposto a Roma contro di lui. Uomini senza scrupoli, i sammarinesi. Uomini senza religione. Capaci di giurare e spergiurare a distanza di poche ore senza alcuna remora morale e religiosa. Un comportamento, quello dei sammarinesi, a dir poco sconcertante. Non da cristiani. In cima a tutti, Onofri. Se si facesse venire a Ravenna l’Onofri - mastica amaro Alberoni - assicuro che, a proposito di San Marino, non si sentirebbe più parlare né di Repubblica, né di libertà!

Ormai è chiaro. Roma si è messa dalla parte dei sammarinesi. Ha deciso di fare di lui quello che lui aveva temuto per Almerighi: una vittima sagrificata alla rabbia e all’orrore di quattro Villani Republichisti fieri quanto sono i Doghi più arrabbiati d’In-ghilterra. Lui, però, Alberoni non si arrende. Reagisce. Risponde subito a Firrao con una lunghissima lettera contestando punto per punto quanto i sammarinesi avevano raccontato nella Informativa. Preannuncia che passerà a difendersi anche pubblicamente, visto che Roma, senza alcun riguardo verso di lui, ha diffuso presso le corti estere Breve e Istruzioni per addossare  a lui la responsabilità dell’operazione. Crede di averne diritto: io non mancarò alle mie parti. Scriverò, parlarò, protestarò, anche a costo della mia vita. E preannuncia che rivelerà al mondo intero il vero scopo della missione: io sono stato  mandato non a rimediare li disordini come oggi Roma vorrebbe far credere, ma ad accettar Popoli che per sottrarsi dalla tirannia di pochi si assoggettano alla S. Sede. A suffragio di quanto sostiene ci sono, a suo dire, tanti documenti pubblici e legali. Questi documenti - dice Alberoni - li farò stampare tutti affinché il mondo veda che sono stato fedele esecutore della Commissione Pontificia.

Alberoni non perde tempo. Dà prontamente alle stampe il Ragguaglio della maniera tenuta…da lui sul Titano. Ne spedisce una copia a Firrao già il 4 novembre e tante copie a tanti altri. Roma, dice Maggio, ne è, per così dire, inondata. Maggio aggiunge che, però, detta stampa di Alberoni non ha punto minorato l’urlo universale contro di lui. Sarà così?

 

Alberoni: temporeggiare

Alberoni si preoccupa di difendere la sua onorabilità, ma al contempo anche il suo operato. La Santa Sede ha ottenuto quel che voleva: l’acquisto della Repubblica di San Marino. Cerchi di non perderlo tale acquisto. Lui, Alberoni, nonostante tutto è pronto a fare la sua parte. A beneficio della Santa Sede. Ancora una volta. Ancora una volta non manca di far avere a Roma i suoi consigli, per il bene della Santa Sede.

Il 29 ottobre, quando Alberoni fa ritorno a Ravenna, San Marino è un paese, di fatto - anche di diritto? - soggetto alla Santa Sede. Nel Palazzo Pubblico c’è un governatore nominato dal Cardinal Legato come in tanti luoghi della Romagna e dello Stato della Chiesa. Il paese è pacificato. Nel senso che non ci sono disordini: ho lasciato il paese contento, e in stato a non temersi la minima novità dall’interno, dice a Firrao, con orgoglio, Alberoni. Ed anche dall’esterno non vengono problemi. Da Carpegna le truppe tosco-imperiali non si sono mosse. E non c’è alcun segno che si muoveranno.

Alberoni suggerisce a quelli della curia papale di fare come, a Roma, si è sempre fatto in circostanze del genere: nulla. Basta dare tempo al tempo. Spiega: se Roma ha per massima di temporeggiare negli affari; questa è necessarijssima a praticare in questo; tanto più che presentemente quel Paese gode una perfetta Pace, e tranquillità. Ed ancora: la prudenza e saviezza vorrebbe che non si precipitasse l'affare, poiché a precipitare c'è sempre tempo. Egli è sicurissimo del fatto suo: ho detto, e replicato tante volte, che col guadagnare tempo, si può guadagnare il Possesso, come ben sa - o sapeva - Roma nel trattare gli affari.   Un suo collega cardinale aggiunge a rinforzo: può facilmente avvenire che quei Popoli, costretti per lo passato a sopportare il giogo di pochi Prepotenti, si affezionino talmente alla Sede Apostolica, che più non pensino di ritornare allo Stato antico dell’apparente ma non vera libertà, che credevano di godere. 

Fra l’altro, sostiene Alberoni, per come l’affare è stato condotto, l’acquisto di detto territorio alla Santa Sede è vero e legittimo. Essendo un acquisto della Santa Sede avvenuto secondo diritto, a suo parere, in termini di diritto, è da ritenersi che ne meno il papa lo possa cedere.

Alberoni arriva ad affermare in tutta sicurezza: questa è un’opera di Dio, e a Dio sta conservarla.

Comunque, fa sapere Alberoni alla curia romana, quel che ho fatto non verrà da me certamente ritrattato. E continua minaccioso: starò a vedere chi sarà il ministro di iniquità che avrà il coraggio di disfarlo.

Grazie a Dio e a lui, Alberoni, ora San Marino fa parte della Legazione di Romagna. Fino al 31 dicembre è lui il Legato di Romagna. In due mesi possono succedere tante cose. Fra l’altro la salute del papa ha ripreso a peggiorare. Quando muore un papa il governo dello Stato della Chiesa, nel primo interregno, passa nelle mani dei tre Cardinali Capi d’Ordine. Ebbene - quando si dice il caso! - uno di questi tre cardinali è proprio Alberoni.

In conclusione, per Alberoni basta aspettare. Guadagnare tempo. Il tempo gioca a suo favore.

 

I sammarinesi: fare in fretta

I sammarinesi, al contrario di Alberoni, hanno fretta. Non vogliono aspettare. Non accettano che a Palazzo ci sia un forestiero. Non era mai avvenuto nella loro lunga storia. Rivogliono la libertà di autogovernarsi. E quanto prima. Non possono aspettare. Il tempo non gioca a loro favore. Per una comunità così piccola è difficile continuare a mantenere a lungo l’attenzione su di sé a Roma e nel mondo.

Per continuare a mantenere viva l’attenzione su di sé, i sammarinesi non hanno altro modo che difendersi attaccando. Attaccano non il papa, però, e nemmeno Firrao né alcun altro della curia romana. Attaccano Alberoni e solo Alberoni. Senza tregua.

Secondo i sammarinesi, il papa e l’intera curia romana sono stati indotti in errore circa la loro situazione interna: il Giudizio rettissimo della Santa Sede è stato sedotto da falsi maligni rapporti. Se non ci fossero stati quei falsi maligni rapporti non ci sarebbero stati né Breve né Istruzioni con tutto il resto. Ora però a quanto avvenuto a causa di quei falsi maligni rapporti, bisogna porre rimedio. È una questione di giustizia: prima di imporre un Giogo di Servitù ad un Popolo libero e per natura e per leggi, urlano sempre più forte i sammarinesi, va riconosciuta ... o la verità o le imposture delle accuse. Poiché Alberoni non ha tenuto conto della loro volontà di soggettarsi o di rimanere liberi, come avrebbe dovuto in base al Breve e alle Istruzioni, si rimedi mandando qualcuno ad accertare quale veramente sia la loro volontà.

I sammarinesi non chiedono la libertà tout court. Chiedono solo che si esegua l’accertamento sulla loro volontà, previsto nel Breve e nelle Istruzioni, e che Alberoni ha omesso di effettuare. Si degni il papa, essi dicono, di spedire in S. Marino un Em.mo Porporato distinto fra tutti gli altri per fedeltà, per zelo e per giustizia, ad esplorare la verificazione. Verificazione che del resto Firrao a nome del papa si era impegnato ad effettuare nella comunicazione ufficiale ai nunzi il 24 ottobre. Le corti estere se lo aspettano.

I sammarinesi si mostrano così sicuri del risultato della verificazione che sembrano non attribuire alcuna importanza né alle modalità di svolgimento né alla scelta dell’incaricato. In effetti poi, sotto sotto, qualche condizione tentano di accamparla. Ad esempio vorrebbero che l’accertamento avesse luogo solo dopo l’allontanamento del governatore e, quindi, dopo il ripristino del vecchio governo. Quanto alla personalità da incaricare non riescono a nascondere la loro preferenza: il card. Riviera. Come dire che vorrebbero giocare in casa e con un arbitro a favore.

 

Roma sotto pressione

Roma è costantemente tenuta sotto pressione dai sammarinesi, specie da quelli di fuori, che hanno più libertà di manovra. Uno di questi - un caso esemplare, ma non unico - è mons. Maggio.

Maggio da subito si mette a fare quanto mai può desiderarsi da qualunque onorato, e buon cittadino, che possa esservi amante della patria libertà. Egli, dall’interno della curia romana, si dedica totalmente alla causa: io non penso ad altro che a questo importante affare, per cui non ho cosa, o riguardi alcuni, che mi trattenga dal far tutti que’ passi, che potrò mai credere profittevoli per rivedere nella pristina libertà l’amata patria. La sua preoccupazione è per i compaesani del Titano, ai quali dà questi suggerimenti: che obbedischino, ma lo faccino in forma da far conoscer l’ubidienza quasi forzata, e che la volontà sia costante nel desiderare la libertà.

Il Ragguaglio di Alberoni è diffuso a Roma nella prima metà di novembre. Nella seconda metà dello stesso mese già è pronta la risposta, pure a caratteri di stampa, dei sammarinesi. Lo apprendiamo da una lettera di Maggio a Gian Benedetto Belluzzi: questi fogli (allegati  alla  lettera),  a  dirgliela  confidentemente,  benché

fatti qui (cioè a Roma), ad ogni buon fine, dovranno colla posta di domani venire in Roma trà le altre lettere come fossero di là (cioè da San Marino) trasmesse, a tutto il Sagro Collegio, ed altri.

 

Lo scontro a Roma

Alberoni deve assolutamente impedire che da Roma parta davvero qualcuno per il Titano in qualità di Fiscale sopra le operazioni fatte da lui, un Cardinale di Santa Chiesa. Nel caso, la questione va trattata perlomeno nel Sacro Collegio dei cardinali, dovendosi giudicare l’operato di un cardinale.

I cardinali, nello Stato della Chiesa, hanno in mano molto potere. Sempre. Ancor più in un periodo di grande debolezza della corte, per la perdurante malattia del papa, accanto al quale ci sono un card. Nipote, Corsini, dalla personalità piuttosto fragile ed un Segretario di Stato, Firrao, la cui consistenza politica è tutt’altro che eccelsa. Fra l’altro da mesi il conclave è dato per imminente e già sono cominciate le manovre per l’elezione del nuovo papa.

Nel Sacro Collegio Alberoni conta pochissimi amici. Di sicuri soltanto Querini e Lanfredini. Per converso ha tanti, tanti nemici. I successi conseguiti da Alberoni nel governo della Legazione di Romagna hanno accresciuto l’ostilità verso la sua persona. Il caso San Marino dà l’occasione ai suoi nemici, quelli storici e quelli recenti, per ricacciarlo nell’isolamento.

Fra i nemici di vecchia data di Alberoni si distinguono, per aggressività e livore, gli Urbinati e gli Amici degli Urbinati. Essi, scrive Corsini ad Alberoni, sono i più accesi nemici di Vostra Eminenza ... e paiono più favorevoli ai sammarinesi. Il card. Domenico Riviera ne è il capo.

Riviera ha il dente avvelenato con Alberoni per il grave affronto da questi arrecato a papa Clemente XI, un urbinate, nel 1717 ai tempi di Spagna. Ma ha motivi di rancore e di rivalsa, per ragioni personali, anche contro Corsini e Firrao. Dopo la morte del card. Banchieri, abile Segretario di Stato, il card. Corsini non permise che la Segreteria di Stato passasse al card. Riviera assai capace, e fece invece eleggere Segretario di Stato il card. Firrao che non gli dava ombra.

 Il caso San Marino fornisce a Riviera l’occasione per dare addosso a tutti e tre, alzando la voce contro l’incapacità dimostrata da tutti e tre nell’operazione e screditandoli anche sul piano personale davanti all’universo mondo, facendo fede, apertamente e come cardinale, delle vessazioni d’ogni sorta inflitte da Alberoni ai poveri sammarinesi.

 

Riviera contro Alberoni

Riviera già il 30 ottobre era uscito allo scoperto con una lettera a Firrao a sostegno dei sammarinesi. Pur non avendo, a rigore, alcun titolo per intervenire. Questa è l’apertura: mi permetta V.E., che ritrovandomi nelle vicinanze, cioè a Urbino, confidentemente le comunichi alcune notizie, che possono forse contribuire al buon Servizio della S. Sede.

Riviera non va per il sottile. Salta a piè pari la cabala della spontanea dedizione e parla subito di sorpresa ed occupazione di S. Marino. E non ha remore ad affermare che dette sorpresa ed occupazione hanno suscitato prima maraviglia e poi universale dispiacere nella Legazione d’Urbino. Ed enumera una serie di elementi che inducono a pensare appunto a un blitz militare: uno strepitoso numero di Sbirraglia; alcuni Fuorusciti, e facinorosi; buon numero di Miliziotti: i Cittadini minacciati, e vilipesi, obligati la magior parte a rifugiarsi in Chiesa; Proibito di portar loro la sussistenza per vivere, ed in tanto spogliare le Case di molti, levati i Mobili, aperti i Granaij, e le Cantine, per obligarli ad uscire dal Rifugio, e dare il Consenso di soggettarsi alla S. Sede.

Riviera dice che giungono in continuazione da San Marino a famiglie di Urbino lettere di parenti che parlano del dramma che sta avvenendo sul Titano. Racconta di aver visto lui stesso, coi suoi occhi, un Giovinetto di Casa Belluzzi, che stanco di dormire la notte in Chiesa sopra una Pradella, fugì di Colà, ed in farsetto a piedi arrivò giorni sono assai malconcio in Urbino (il che è stupefacente: la casa Belluzzi non ha subito danni!).

 Quanto alle Dedizioni e ai Consensi registrati da Alberoni attraverso i suoi notai, Riviera si limita a fare dell’ironia. E passa senz’altro a suggerire come uscire dalla situazione. Nostro Signore … faccia da persona autorevole verificare la verità di quanto è accaduto sul Titano. E per indurre a fare in fretta accenna a voci circa l’intenzione dei sammarinesi di presentare ricorsi a Corti estere. Infine butta là un’accusa pesante come un macigno: io mi suppongo, che prima di prendere la deliberazione di accettare la soppressione di quella Republica, avranno molto bene Costà ponderata la situazione de tempi nostri, le pretensioni straniere sopra il MonteFeltro. Com’è stato possibile dare corso a  un’operazione del genere sotto gli occhi degli Asburgo lì a due passi,  a Carpegna? Mai, per Roma, c’è stato momento meno propizio per un blitz su San Marino. Eppure Firrao, Corsini e Alberoni sono stati capaci di tanto!

 

Bianchi: Teste di Cedro

Bianchi, realisticamente, ritiene che per i sammarinesi non ci sia più speranza di riacquistare la libertà. Egli legge i fatti alla luce di un suo personale ragionamento: l'impresa ... è stata fatta da un Cardinal Legato con un Breve di Roma; può essere che si sia variato nel modo di occuparlo o anche ecceduto se volete, ma pure la sostanza del Breve era che si sottomettesse alla S. Sede quel Luogo. San Marino, a suo avviso sarà, come dicono i Legali, ‘Male captus et bene retentus’. E ad ulteriore rinforzo della sua tesi - e della sua aspettativa? - osserva: quando uno stato viene occupato da un Principe Grande è molto difficile che questo più ritorni nel suo essere primiero. Il fatto che il Principe Grande, in questo caso, sia un uomo di religione, anzi il Sommo Sacerdote, il Pontefice stesso, è irrilevante: il Sacerdozio oggidì, o per dir meglio da molto tempo, s'è confuso troppo con l'imperio. Insomma Roma non mollerà San Marino. A meno che non sia costretta. Chi può costringere il papa, un Principe Grande, a mollare San Marino? L’altro Principe Grande, cioè l’imperatore.

Solo l’impero può cacciare il papa da San Marino, sostiene Bianchi. Carpegna docet. Nel 1731 Clemente XII ha spedito il card. Marini a prendere possesso di Carpegna. Possesso che poi ha dovuto subito lasciare alla prima protesta dell’impero. Nel 1737 Clemente XII si riappropria di Carpegna nominandovi un feudatario senza interpellare l’impero. Poco dopo l’impero fa occupare Carpegna da truppe toscane. Di lì quelle truppe non se ne sono più andate.

Bianchi giudica i sammarinesi, sic et simpliciter, delle Teste di Cedro. Non capiscono, appunto, che l’unico modo per ritornare liberi è quello di rivolgersi agli Asburgo. Siccome non lo capiscono dovranno rassegnarsi. I sammarinesi credono di riuscire ad averla di vinta senza umiliarsi a chiedere aiuto a nessuno, perché c’è del clamore attorno a loro, perché si sentono oggetto di molte attenzioni. Ma si illudono. Il clamore durerà magari per anni. Durerà finché il popolo incostante trovi qualch'altra materia da parlare, e intanto i pretesi Republichisti saranno morti o stanchi dalle spese, e avvezzi già alla servitù. La fine di San Marino, a detta di Bianchi, è segnata. A meno che i sammarinesi rinsaviscano e si rivolgano, appunto, agli Asburgo.

 

Arrivano i tedeschi?

A Roma il clamore attorno alla vicenda sammarinese dà un fastidio insopportabile. E’ d’uopo di pensare seriamente alla maniera di sgombrare il sinistro concetto, che può cagionare nell’Europa questo fatto, scrive Firrao ad Alberoni. Ma, si sa, per Roma prendere una decisione è sempre molto difficile. Le ci vuole molto tempo. E non è certo solita arrivare al dunque per la via dritta. Anche in questa occasione non si smentisce. Osserva il Marchese di Salas dalla corte di Napoli (la quale corte, fra l’altro, ha un debole per Alberoni): Roma disapprova adesso, ciò che poco fa ha approvato; vorrebbe, e non vorrebbe; dice, e disdice; e dopo di avere ottenuto quello che voleva, e desiderava ora teme, e trema per averlo ottenuto, e si mostra a tutto il mondo irresoluta, e imbarazzata. Certo che sarebbe pure curioso - continua il Marchese - se pochi tedeschi che si dicono … partiti dalla Toscana alla volta di S. Marino finissero, e le sue irresoluzioni, e li suoi imbarazzi!

Anche a Modena è corsa voce agli inizi di novembre che s’erano messi in viaggio cento tedeschi della Toscana.

Sul Titano sono i vecchi governanti a spargere la diceria che presto i papalini vedranno qui li tedeschi, coi quali dovranno combattere. Lo fanno per rinsaldare gli animi dei loro concittadini. Come dire che il governatore nominato da Alberoni avrà vita breve e presto, prestissimo, torneranno loro, i vecchi governanti, a comandare.

In effetti all’inizio di novembre si registrano dei movimenti di soldati dalla Toscana verso Carpegna, ma più al fine di rafforzare il presidio già esistente, proprio tenendo conto della nuova situazione creatasi in zona con la sortita di Alberoni sul Titano, piuttosto che per avviare nuove operazioni. Insomma, diciamo così, più per ragioni difensive che offensive. Quasi si temesse che Alberoni, dopo il successo del Titano, volesse ripetersi con un blitz su Carpegna!

 

Zampini contro Leonardelli

Le voci sui movimenti delle truppe tosco-imperiali, aiutano certamente i sammarinesi. Anche se infondate. Anzi, meglio che siano infondate. Altrimenti anche per San Marino, oltre che per la Santa Sede, costituirebbero una preoccupazione. Già perché se liberarsi dalle truppe del papa, come dice Bianchi, è difficile, liberarsi da quelle dell’imperatore sarebbe veramente impossibile.

I sammarinesi, secondo Zampini, non devono rivolgersi all’imperatore per liberarsi dal papa, come suggerisce Bianchi. Ma rivendicare presso la corte romana il diritto a riavere la libertà in base al fondamento stesso della loro libertà, il testamento del Santo Marino: filii, relinquo vos liberos utroque homine. Testamento pubblicato nel 1717 su Italia sacra: come dire in epoca non sospetta e in un libro non sospetto.

Zampini, anche se non vuole che si chieda formalmente protezione all’impero, si adopera per tenere costantemente sotto pressione la curia romana con la minaccia di chiederla quella protezione. Una minaccia che egli alimenta quel tanto che è necessario perché rimanga viva, senza darle mai fuoco però, come invece improvvidamente altri vorrebbero. Fra questi altri c’è quel canonico Leonardelli che i governanti - sospettando del suo impegno a favore della patria - gli hanno messo alle costole.

Zampini ha un ottimo rapporto con Maggio il quale - racconta lo stesso Zampini - nonostante la minaccia di Firrao di cacciarlo in galera, continua a far ... la parte sua, per la Patria. Invece non sopporta il canonico Leonardelli. Fra l’altro Leonardelli, a suo dire, non possiede i rudimenti della diplomazia e - forse - dell’educazione. Gli crea solo problemi: vuol far l'Uomo di testa, ed è un sollenne Coglione, aveva scritto Zampini il 31 ottobre a Belluzzi. Cos’ha combinato Leonardelli? E' andato a cercare protezione per la Repubblica presso i rappresentanti di altri Stati. Pensa, lo sprovveduto, che i Preti sieno coglioni! Addirittura, da vero imbecille, ha lasciato in mano di alcuni diplomatici carte scritte di suo pugno: non sa che i Ministri medesimi delle Corone talora son quelli che svelano i segreti? Infatti Zampini è venuto a saperlo subito. E proprio da uno di quei Ministri che si era impegnato con Leonardelli alla massima riservatezza. Questa mattina - continua Zampini - appunto Monsignor d'Harrach, Ministro dell'Imperatore, mi ha mostrato un Memoriale ..., scritto di carattere del Canonico ... in cui si domandava la Protezione dell'Imperatore medesimo per le antiche pretese ragioni ... sopra il Monte Feltro. Aggiunge, secco: l'ho pregato a stracciarlo!

 

Due strategie a confronto

A raccontarla tutta, Leonardelli - all’insaputa di Zampini? - ne aveva progettata un’altra: andare a Napoli e, senza rinunciare alla Protezione della Santa Sede, richiedere la protezione di quel Sovrano. Insomma, davvero pensava che i preti … non capissero niente? A Napoli non ci è andato perché avrebbe preferito viaggiare per mare e all’ultimo momento, si è accorto che per mare avrebbe speso troppo.

Zampini è arrabbiato con Leonardelli e con tutti quelli che a San Marino - Gian Benedetto Belluzzi compreso! - vorrebbero cercare protezione presso qualche potenza come Francia, Spagna o impero. Chiedendo protezione all’esterno, si finirebbe, a suo parere, per fornire alla Santa Sede la giustificazione dell'occupazione alberoniana: Alberoni si è mosso per impedire che San Marino finisca in mano ad altro Stato. Giustificazione credibile, credibilissima sul piano internazionale e che la curia romana, forse, avrebbe immediatamente sposato. I cardinali, anche i più acerrimi nemici di Alberoni, si sarebbero sentiti in dovere di difendere gli interessi della Santa Sede di fronte ad una minaccia esterna, e quindi, sia pure obtorto collo, avrebbero finito per avallare il comportamento dello stesso Alberoni. I sammarinesi si sarebbero trovati a Roma di colpo tutte le porte chiuse. E dall’esterno ben difficilmente sarebbe potuto arrivare a loro un aiuto concreto: nessuna potenza, all’infuori dell’impero, ha un qualche interesse per intervenire militarmente sul Titano. E se intervenisse l’impero, si può essere certi che per la Repubblica di San Marino sarebbe la fine: o non se ne andrebbe più o, qualora decidesse di andarsene, patteggerebbe il ritiro direttamente con Roma. Roma, di certo, non si lascerebbe sfuggire l’occasione per risolvere - definitivamente - la querelle coi sammarinesi circa la sovranità.

Zampini (e Maggio) lavora invece per far sconfessare l'operato di Alberoni dal papa stesso ed indurre il papa stesso a ristabilire a San Marino lo status quo ante. Questa sì, secondo Zampini, è la strategia vincente: con questo metodo io camino. A breve i frutti: la Republica sarà Repubblica ...; tutto sarà rimesso ‘in pristinum’, e dato di bianco a quel che s'è fatto fin qui dal Legato. Insomma, secondo Zampini, non ci vogliono Protezioni di Principi, ma solo della Santa Sede. Con questa siamo vivuti sempre, e con questa si tirerà avanti.

 

Zampini profetizza

Proverà a rimediare, Zampini, al disastro combinato da Leonardelli, pur protestando: gli altri fanno il male, ed a me tocca raddrizzare le gambe ai cani. Sia per l'amore di San Marino! Certo non sarà facile far vedere e capacitare questa Corte che mai da noi s'è pensato di cercar alcun'altro appoggio. Ma ci riuscirà: io lo conosco questo Paese un po' più di qualcun altro di San Marino. E si sbilancia in un sogno: si spedirà un Comissario aposta da Sua Santità a S. Marino per cassare ed anullare tutto quello che s'è fatto ... dal Legato. Di più sarà cura mia, che la scelta del Commissario cada in persona degna, di petto, ed affezionata alla Republica. Facilmente sarà Monsignor Lantes [cioè Lanti] od un altro egualmente amico nostro. Vittoria, vittoria, viva S. Marino e la libertà.

     Queste - esagerate - attestazioni di fedeltà alla patria, hanno lo scopo di rassicurare Gian Benedetto Belluzzi e tutti i vecchi governanti che lui, Zampini, nonostante l’affronto fattogli con l’invio a Roma del Canonico, rimane fedele alla causa. E rimane fedele nonostante che a San Marino Alberoni gli abbia scarcerato il fratello, in galera per reati comuni. Insomma, lui è capace di anteporre gli interessi della patria a quelli familiari e lo dice in termini che a noi, lontani da quel tempo e da quelle circostanze, appaiono eccessivi: se vedessi appiccati, e strozzati tutti i miei per questo capo, non ostante non mancarei d'aiutar la Patria in questo necessario frangente; e crederei di esser Traditore della Patria, se no'l facessi.

Zampini (al di là degli eccessi verbali) descrive una strategia politica ben precisa, che è poi la stessa già abbozzata nella Informativa: indurre la Santa Sede a sconfessare l'operato di Alberoni, pungolandola, se necessario, con una campagna di informazione che tenga vivo il caso, di modo che la stessa Santa Sede avverta la convenienza di por fine al più presto alla occupazione.

 

D’Harrach: il ‘protettore imperiale’

Zampini, amico personale di mons. d’Harrach, ambasciatore dell’imperatore presso il papa, ottiene da questi la promessa di tenere sotto pressione la corte romana facendo intravedere un interesse dell’impero per la vicenda sammarinese (che, in pratica, non esiste).

Quando Firrao, agli inizi di dicembre, interpella d’Harrach per chiedergli se effettivamente le truppe Cesaree in Toscana siano in moto per liberare, colla viva forza, i sammarinesi, egli nega. Nega che ci siano in corso movimenti di truppe. Rivela che sin’ora egli non aveva assunto commissione di ingerirsi in quest’affare. Però, spiega, tutto ciò è dovuto al fatto, solo al fatto, che l’imperatore, di cui è nota la pietà … per soccorrere gli oppressi, si è trattenuto dal fare alcun passo, essendo ben conscio che la Santità Sua, secondo la sua solita giustizia, non aveva bisogno di stimoli per far ciò che la ragione volea. In conclusione, l’impero le truppe non le ha ancora mosse, perché è certo che Roma risolverà il caso quanto prima, sua sponte.

Firrao ribadisce che è intenzione del papa non acquisire la Repubblica di San Marino al suo diretto dominio, ma rimettere quel luogo nella sua antica libertà dopo avervi riportato l’ordine. Dice d’Harrach all’imperatore: è lecito supporre che non così facilmente si sarebbe abbandonato il pensiero di questo acquisto se gli strepiti e la disapprovazione di tutto il mondo non gli avesse consigliato ad appigliarsi al partito più giusto e più sano! Insomma il papa ha tentato. Gli è andata storta. Meglio lasciar stare, purché chiuda però la faccenda quanto prima.

D’Harrach, su richiesta di Zampini, chiede dunque all’imperatore di non rimanere indifferente agli strilli dei miseri San Marinesi, che piangono la libertà perduta, e alle voci di tutto il mondo che biasima la violenza usata. E chiede di non levar agli San Marinesi totalmente la speranza di poter essere assistiti anche in altra forma qual’ora le loro calamità dovessero durare più lungamente.

 

L’impero? Indifferente

La vicenda sammarinese ha preso avvio a Roma dopo l’invasione di Carpegna da parte delle truppe tosco-imperiali. Obiettivo: togliere agli Asburgo un pretesto per intervenire sul Titano, data la incerta sovranità sul luogo. Si disse allora: una potenza che venisse chiamata ad occupare San Marino, sarebbe un gran stacco al Papa visto l’esempio di Comacchio. Successivamente, in concreto, è cambiato qualcosa in zona per quanto riguarda il pericolo asburgico?

A Firenze i Lorena nell’autunno del 1739 ancora non si sono insediati. C’è un Consiglio di Reggenza a governare il Granducato. Tutte le proteste per l’occupazione di Carpegna da parte della Santa Sede sono state sempre respinte, formalmente, da detto Consiglio. Di fatto, sono stati i Lorena a decidere da Vienna, di concerto con gli Asburgo.

Ora cosa succederà? Le truppe tosco-imperiali che non sono corse a San Marino da Carpegna quando il paese è stato invaso dai soldati di Alberoni, si muoveranno per impedire che la Santa Sede consolidi definitivamente la sovranità sul luogo?

Per cercare di tenere ferme le truppe tosco-imperiali a Carpegna, la curia romana, attraverso i nunzi, il 24 ottobre ha fatto sapere alle corti estere che quanto avvenuto sul Titano era da addebitare esclusivamente al card. Alberoni, il quale aveva disatteso le disposizioni impartitegli. Nessuna intenzione da parte di Roma di acquisire quel luogo. Come è stata accolta questa comunicazione a Firenze e a Vienna?

Il Nunzio di Firenze il 3 novembre fa sapere a Firrao: quanto avvenuto a San Marino non lascia di dar materia quì a molti discorsi … Quanto à Ministri di questo Governo non ho fin’ora penetrato, che abbiano dimostrato di ricevere questo successo, se non come cosa a loro indifferente. In sostanza, Firenze non si cura di San Marino.

 Il Nunzio di Vienna riferisce che ha dovuto con più d’uno far uso della comunicazione del 24 ottobre per rintuzzare le relazioni - che egli giudica oltremodo alterate - pervenute da Firenze e da Venezia. Fa intendere comunque che la corte viennese non mostra interesse alcuno e tanto meno preoccupazione per i fatti di San Marino.

In sostanza l’impero considera, di fatto, il caso sammarinese una questione interna allo Stato della Chiesa. All’impero interessa Carpegna. Non San Marino.

Proprio mentre era in corso l’operazione alberoniana a San Marino, l’impero ha stretto il morso su Carpegna. Il Consiglio di Reggenza del Granducato di Toscana ha privato di tutte le sue entrate il Conte Francesco Maria Carpegna (contea Carpegna-Castellaccia), confiscando anche le rendite dei suoi beni privati. Il Conte ha chiesto aiuto a Roma. Roma, a nome del Conte, ha protestato a Firenze. A Firenze il Consiglio di Reggenza, sentiti Lorena e Asburgo, risponde in dicembre che il Conte se ha qualcosa da ridire si rivolga direttamente a Firenze, come è suo dovere. E, piuttosto, si decida a rassegnarsi a compiere gli atti di sudditanza a Sua Altezza Reale e finché questo non avverrà i suoi diritti sono sospesi.

Ebbene - questo è il punto - nella controversia sulle rendite del Conte di Carpegna né Firenze né Vienna (e tanto meno la Santa Sede) tirano in ballo San Marino.  

San Marino, per liberarsi dalla Santa Sede, deve fare da sé. Non può contare su altro che sulla sua intellighenzia e sul suo Santo. Come sempre del resto. Si legge in una vita del Santo confezionata attorno al 1715: se bene l’umile dominio che la Repubblica tiene, pare solamente ristretto fra’ balze, e dirupi, pur governa al pari d’ogn’altro Prencipe di gran lunga a Lei maggiore, ... perché essendo feconda nel corrente secolo di figli letterati, non solo resta proveduto per sé ma anche serve d’aiuto ad altri Regnanti nello spirituale, e nel temporale.

Sono questi figli letterati laici o ecclesiastici, residenti o no in territorio (Maggio, Zampini, Gian Benedetto Belluzzi, Onofri eccetera), a organizzare la resistenza a nome dell’intera comunità. Comunità che ha ritrovato la sua unità proprio di fronte alla minaccia esterna.

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