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Alberoni a San Marino

17-29 ottobre 1739

0-0 Sintesi

0-1 Presentazione

0-2 Premessa

1-Il contesto

2-Il coinvolgimento di Alberoni

3-L’arrivo sul Titano

4-Roma sconfessa Alberoni

5-Verso il giuramento Viva la libertà

6-Domenica 25 ottobre 1739, il giuramento

7-Dopo il giuramento

8-Il ritorno a Ravenna

9-Verso la libertà

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VERSO LA LIBERTà

 

Scendere per le scale

L’impero non si occupa di San Marino nonostante l’uso dei soldati da parte del papa per appropriarsene. Da ciò si evince che era del tutto infondato il timore - che sta alla base di tutta la vicenda alberoniana - che dopo Carpegna gli Asburgo avrebbero puntato sul Titano.

Però Roma continua a temere gli Asburgo a proposito di San Marino, a causa dell’atteggiamento, tutt’altro che rassicurante, che mantiene sulla questione il loro rappresentante, mons. d’Harrach. Non è certa, Roma, che di fronte ad una formale richiesta di aiuto avanzata dai sammarinesi, gli Asburgo non si muoverebbero. Scrive un cardinale: quei Popoli malcontenti, o per rimettersi nella pretesa libertà, o per vendicarsi del preteso torto, potrebbero fare delle macchinazioni, implorare qualche braccio straniero, e ridurre a mal partito, la reputazione e gli interessi della Sede Apostolica Per cui a Roma non resta che cercare di evitare che parta dal Titano una richiesta di aiuto agli Asburgo. Come? Anzitutto recuperando un buon rapporto coi sammarinesi o, almeno, non irritandoli ulteriormente.

I sammarinesi fanno capire a Roma che non chiederanno aiuto all’impero e a nessun altro all’esterno dello Stato della Chiesa se verrà esaudita la loro richiesta di inviare sul Titano una personalità, scelta dal papa stesso, per eseguire l’accertamento sulla loro volontà di darsi o no alla Santa Sede. Per Roma, quella sammarinese, non implicando un coinvolgimento di poteri esterni allo Stato della Chiesa, è una proposta accettabile. E viene accettata. Chi costringe Roma ad accettarla ed accettarla piuttosto in fretta? I sammarinesi stessi col loro chiasso.

I sammarinesi non la smettono di attaccare Alberoni. Alberoni ovviamente reagisce. E siccome pensa che i sammarinesi non possano fare tanto chiasso da soli, vede nemici da ogni parte, Roma compresa. Attacca tutti, Roma compresa. Anzitutto, a Roma, se la prende con Firrao, artefice primo di tutta la vicenda. Firrao si arrampica sugli specchi per difendersi. La sua posizione diventa giorno dopo giorno più difficile. Finché è costretto a defilarsi. Appena Alberoni ha minacciato di pubblicare le lettere confidenziali che i due si sono scambiati quando preparavano di comune accordo l’operazione. Ad occuparsi di San Marino, dalla prima metà di novembre, sarà, direttamente, Corsini.

Corsini con Alberoni non va per il sottile. Taglia corto. Ai clamori di un Pubblico, d'un sacro Collegio, e forse delle Corti Estere, per una Bicocca, non si resiste, scrive ad Alberoni. A che serve continuare a dare di testa per le muraglie? Roma ha deciso di uscirne. Di scendere. Con decoro, però bisogna scendere. Cioè per la scala, senza dover gettarsi della finestra, come si potrebbe essere costretti a fare, se si scegliesse di temporeggiare. Perciò meglio por fine alla questione quanto prima. Si invierà quanto prima da Roma sul Titano qualcuno a verificare come sono andate le cose e, se necessario, restituire ai sammarinesi la loro libertà.

Mons. Enrico Enriquez

A Roma si esclude di inviare sul Titano un cardinale, ad esempio Riviera, per non far emergere all’esterno la divisione nel Sacro Collegio. Vi andrà una personalità di livello inferiore, un vescovo. E con una qualifica inferiore, rispetto a quella di Alberoni: Commissario Apostolico, anziché Delegato Apostolico. Si sa che i sammarinesi vorrebbero che l’incarico fosse affidato a mons. Marcello Lanti. Lanti, sì, è vescovo, ma anche Presidente della Legazione d’Urbino. Non si può far emergere il contrasto fra le legazioni di Romagna e di Urbino. Dunque occorre individuare un altro vescovo che sia nelle grazie di Roma, nelle grazie dei sammarinesi e che, ovviamente, se la senta di affrontare le ire di Alberoni.

Bianchi dà per certo che non si troverà nessun vescovo che accetti un tal incarico. Nessun vescovo, a suo dire, avrà tanto coraggio di portarsi colassù, sul Titano, per riporre in Libertà que’ Popoli; perciocché così si farebbe uno sfregio troppo grande al Sig.r card.e Alberoni.

In effetti un vescovo disponibile a sfidare le ire di Alberoni, Roma lo trova subito. Si tratta di mons. Enrico Enriquez, vescovo e governatore di Perugia, come subito fa sapere il 18 novembre Maggio ai suoi concittadini: si tiene per quasi fatto che mons. Enriquez Governatore di Perugia, e di già qui venuto, sia per essere mandato in qualità di Commissario Apostolico.

In quello stesso 18 novembre Corsini - senza far parola di Enriquez - informa ufficialmente Alberoni che la decisione di restituire la libertà ai sammarinesi è stata presa e conclude: Ella, Signor Cardinale, potrà o prender parte, o no all'esecuzione. Gli offre insomma ancora una volta la possibilità di intervenire lui stesso sul Titano.

Alberoni preso in giro

Alberoni come apprende - da altri - che Roma ha contattato Enriquez ancor prima di aspettare la sua risposta, anzi addirittura prima di interpellarlo, fatica a trattenersi: si è mai veduto modo più strano, più irregolare e più burlesco di scrivere, e di operare? Mi si chiede se voglio … rilasciare S. Marino …, e nell’istesso tempo si vuole spedire un altro per eseguirlo!

Alberoni è così irritato che non corre giù a Roma di persona solo perché non può lasciare i lavori sui fiumi, ormai vicini al compimento, nonostante il tempo - meteorologico - decisamente sfavorevole. Scrive a Corsini che non può accettare che la missione di un Prelato renda obbrobriosa la Porpora, la sua Porpora, che è un tutt’uno col suo onore. E poi, dice, non è necessario mandare qualcun altro. Ci andrà lui. Volendosi ridonare la libertà agli oppressori, cioè ai vecchi governanti, scrive, lo si può fare attraverso quello stesso Delegato Apostolico, il quale ha canonicamente fatto il riacquisto di S. Marino. Insomma sì, ci ha ripensato. Andandoci lui, a San Marino, c’è modo di far ritornare le cose a un sistema, in cui vi avesse … il suo luogo l’onore di ciascuno. Cioè con buona pace di tutti. Si porrebbe così fine alle penose lacerazioni che stanno recando tanto danno alla corte romana.

Roma non rigetta - come potrebbe? - la profferta disponibilità di Alberoni a recarsi lui sul Titano, benché, di fatto, Enriquez sia già al lavoro. Vada pure Alberoni a San Marino. Dubitando però della sua sincerità, temendo che egli si sia proposto solo per guadagnare tempo, fissa per lui un termine preciso e inderogabile entro il quale concludere il tutto: il 31 dicembre. Cioè entro la fine del suo mandato in legazione. Manca meno di un mese!

Per Alberoni avergli fissato come termine ultimo per la restituzione della libertà ai sammarinesi il 31 dicembre, suona come una presa in giro: è giusto il tempo, che basta ad allontanare me di qua, scrive subito, visibilmente alterato, e non è certo quello che è necessario al decoro di tutti!

 Alberoni, dunque, ancora una volta rifiuta - o, meglio, è costretto a rifiutare - di restituire lui, lui stesso, la libertà ai sammarinesi. A San Marino andrà Enriquez. Quanto al risultato finale della sua missione, difficile fare previsioni. La questione rimane aperta. Roma rinuncerà veramente al dominio diretto sul luogo di fatto conseguito?

Esse o Erre?

"S" o "R"?  San Marino o Repubblica di San Marino? Come verrà indicato d'ora in avanti il Titano? Se ne discute fra intellettuali e curiosi della politica. Sembra quasi che ci scommettano sopra.

Bianchi ha fra i suoi corrispondenti abituali, a Venezia, lo stampatore Giambattista Pasquali il quale, fra l'altro, proprio in quel periodo  sta curando l'aggiornamento del Grand Dictionnaire géographique et critique par M. Bruzen  La Martinière, cui lo stesso Bianchi  collabora  per alcune voci relative alla Romagna. Il pezzo su San Marino era già composto  prima dell'episodio alberoniano, sotto la lettera "R" cioè alla voce Republique. Alla fine di ottobre, visti i cambiamenti intervenuti,  si decide   di aggiungere   una  'nota' che informi  della recente  mutazione dello stato libero di questo luogo in quello di suddito.  Nella seconda metà di novembre,  perdurando l'incertezza sulla evoluzione della situazione sammarinese, si ritorna sulla decisione: meglio lasciare il  pezzo com'è senza l'aggiunta della nota ed inserire  San Marino anche  alla lettera "S"  e collocare  lì gli eventuali aggiornamenti.   In dicembre altro cambiamento: si trasferirà   tutto il  pezzo   dalla lettera  "R" alla lettera "S", perché, come dice Pasquali, S. Marino alla lettera S ... starà molto meglio che alla lettera R.

Bianchi cambia casacca

Bianchi  fa dell’accademia coi suoi interlocutori circa gli sviluppi della vicenda sammarinese. Nel contempo però non trascura gli affari. Come sa che Roma ha deciso di mandare sul Titano Enriquez a riprendere in mano il bandolo della matassa, prefigura che anche questi vorrà lasciare il segno, magari cambiando l’iscrizione accanto al monumento del papa, mettendo il suo nome al posto di quello di Alberoni. Non perde tempo: gli offre subito i suoi servigi. Si mette a sua disposizione ancora prima che questi parta da Roma. Già perché il testo da lui proposto per l’iscrizione commissionatagli da Alberoni, è stato bocciato dai collaboratori ravennati di Alberoni. Que' Criminalisti ribaldi e ignoranti di Ravenna hanno avuto l’ardire di por mano nelle cose fatte dalle genti di lettere, scrive ad un suo corrispondente. E da una cosa latina, propria e favorevole alla S. Sede, n'hanno fatta un'altra barbara, ridicola e impertinente!

Bianchi ai primi di dicembre chiede a un suo conoscente romano: se ha occasione di vederlo, l’Enriquez, prima che parta pregola a dirgli qualcosa in mio prò, e vedendo se S. S.a. Ill.ma volesse servirsi dell’opra mia per rifare l’Iscrizione che si farà a N. S. per questo esempio raro di sua magnificenza e liberalità, e ciò non perchè importi a me nulla di codeste ciance, ma per far vedere a que’ Criminalisti ribaldi e ignoranti di Ravenna come si fa a fare iscrizioni.

Almerighi cambia casacca

Bianchi non è l’unico importante protagonista del fronte alberoniano a cambiare casacca, in vista della nuova situazione politica che si va profilando. Anche Almerighi, il responsabile della preparazione e della esecuzione della sortita di Alberoni sul Titano, non è da meno. Il 17 dicembre chiede a Firrao di raccomandarlo al card. Marini, nemico storico di Alberoni, che fra una decina di giorni prenderà il posto di Alberoni a Ravenna. E, poco dopo, con una lettera dal tono manifestamente ricattatorio, ‘invita’ Gian Benedetto Belluzzi a non denigrarlo presso il nuovo governo della Legazione di Romagna, minacciando, per ritorsione, la pubblicazione di lettere molto compromettenti che i due si sono scambiati in precedenza.

Il 31 dicembre 1739 Alberoni lascia la Legazione di Romagna. Subentra, come previsto, il card. Marini. All’inizio di gennaio arriva sul Titano mons. Enrico Enriquez, in qualità di Commissario Apostolico col compito di sondare la volontà dei sammarinesi di assoggettarsi o meno alla Santa Sede. Si legge nelle istruzioni impartitegli da Firrao: il Commissario … impiegherà tutta la sua diligenza per inquirire se la maggiore o la massima parte de’ San Marinesi voglia costantemente continuare in quello stato di libertà, che da loro si godea prima delle mutazioni seguite nello scorso mese di Ottobre; e quando avrà prove sufficienti esser tale il desiderio ... farà ... l'atto pubblico ..., a nome e coll'autorità del Papa, di rimetterli nel predetto stato di libertà.

Il Breve per Enriquez

Ma quale era il predetto stato di libertà? La curia romana non ha ancora le idee chiare circa il reale status della Repubblica di San Marino in fatto di sovranità. Nemmeno col Breve che affida l’incarico di Commissario Apostolico a Enriquez la questione si chiarisce.

Della stesura del Breve per Enriquez ha cominciato ad occuparsi, fin dalla seconda metà di novembre, una Congregazione di quattro cardinali: uno filoalberoniano (Ruffo) e tre antialberoniani (Porcia, Riviera e Gentili). In precedenza era stato costituito un Congresso formato, fra altri, da Firrao, Corsini e lo stesso Enriquez col compito di vagliare le Ragioni della Santa Sede sopra San Marino, come ha subito riferito, con una certa preoccupazione, Maggio ai suoi concittadini. Sono state ricavate appositamente ed in gran segreto (al lumicino dice Maggio) le cose vecchie da Archivi e Biblioteche impegnando gli uomini più eruditi di cui la curia potesse disporre.

La prima stesura del Breve, presentata da Firrao alla Congregazione, è stata stilata materialmente dal Coadiutore del Sig.r Can.co de Pretis Prefetto, e Custode dell’Archivio Segreto Vaticano, l’abate Filippo Ronconi. Questi si era premurato di non nominare ne Sovranità per la Santa Sede ne libertà per i San Marinesi ed aveva pure evitato di richiamare esplicitamene il supremo dominio della Santa Sede sulla Repubblica di San Marino. Tuttavia non aveva mancato di difendere in altro modo, cioè in forma implicita, i diritti e le prerogative della Santa Sede sul luogo,

·      facendo menzione di tutti l’atti di dominio e di vera giurisdizione esercitati da parte della Santa Sede in trasandati secoli sula medesima Terra di San Marino;

·      assicurando la continuazione della protezione papale su detta Terra in quella stessa maniera, che si concede a quei Figli, che per dovere ubidienti sieno alle di lei determinazioni;

·      dichiarando che il papa accettava di riconoscere i sammarinesi per sudditi naturali della Santa Romana Chiesa.

I sammarinesi, in base a detto Breve, avrebbero sì potuto ricominciare ad autogovernarsi come prima dell’episodio alberoniano, ma dopo aver accettato, ingoiato, uno status politico di manifesta sudditanza alla Santa Sede. Un ricatto. La Santa Sede, in questo modo, avrebbe ottenuto, passando dalla finestra, quello che le era sfuggito entrando dalla porta. L’operazione affidata ad Alberoni, sostanzialmente fallita, si sarebbe tramutata in un successo. Sì, perché alla fine di tutta la vicenda, la Santa Sede avrebbe raggiunto comunque l’obiettivo che si era proposta mandando Alberoni sul Titano: l’affermazione della sua sovranità sul luogo.

      La proposta di Breve stilata da Ronconi è bocciata dalla Congregazione, la quale trova poi l’accordo al suo interno su una nuova versione. In questa nuova versione si fa una scelta diametralmente opposta a quella suggerita da Ronconi. Ronconi aveva raccomandato di non scrivere mai né Dominio Apostolico Libertà. Ebbene nella nuova versione del Breve, invece, molte volte, tante volte si fa menzione sia del Dominio Apostolico in San Marino sia della libertà dei San Marinesi. Quasi che - osserverà amareggiato Ronconi - siano frà di loro conciliabili Dominio per una parte e Libertà per l’altra.

Le Ragioni della Santa Sede

Ronconi ha cercato - invano - di far capire ai Signori Cardinali come, alla Santa Sede, in particolare non convenisse di nominare già mai nel detto Breve la parola di libertà la quale poteva secondo l’intelligenza commune essere troppo dannosa, e fatale alla Sovranità Pontificia. Però non è stato ascoltato. Nel Breve di nomina di Enriquez la parola libertà riferita alla Repubblica c’è. Non è affatto demonizzata. Anche se compare pure quel Dominio Apostolico che, ovviamente, gioca a favore della Santa Sede.

Ronconi aveva avanzato la sua proposta di Breve sulla base di una lunga e dotta dissertazione commissionata da Corsini a De Pretis e che lo stesso Ronconi, in qualità di collaboratore di De Pretis, aveva contribuito a confezionare. Titolo: Ragioni della Santa Sede sopra San Marino. Sottotitolo: Memoria istorica e cronologica delle ragioni della Santa Sede sul castello, e contado di San Marino desunta dai documenti, che si conservano nell’Archivio Segreto Vaticano.

La dissertazione di De Pretis è la più vasta ed accurata di quelle elaborate precedentemente dagli esperti dell’Archivio Segreto Vaticano e da altri a proposito di San Marino. Essa dimostra (come le altre della serie) che il Castello di San Marino, che in oggi dal Volgo vien contradistinto con lo specioso titolo di Repubblica … è sotto la vera incontrastabile Sovranità della Santa Sede. Sovranità che sempre intatta, ed illesa … per tanti secoli si è nella Santa Romana Chiesa pienissimamente conservata. In fine vi si accenna - senza nominare esplicitamente Alberoni - alla dedizione dei San Marinesi ultimamente seguita. Una dedizione giudicata spontanea, liberamente cercata e voluta dai sammarinesi à fine di sottrarsi dalle discordie fra loro stessi insorte. Per cui ha fatto benissimo la medesima Santa Sede nell’accettarla, quella dedizione conseguita materialmente da Alberoni. Un risultato che non può e non deve più essere rimesso in discussione, scrive De Pretis.

Firrao manda a De Pretis un viglietto di Segreteria di Stato con l’ordine che si dieno a Mons. Enriquez tutte quelle notizie e copie di documenti che riguardano S. Marino. In sostanza la dissertazione. Ebbene l’ordine non ha effetto. De Pretis consegna la dissertazione solo a Corsini. Il 14 dicembre. A Enriquez verrà data successivamente e solo dopo che questi, per ricevimento, avrà apposto la sua firma su un foglio in cui è chiaramente specificato che le notizie e i documenti in questione, estratti dall’Archivio Segreto Vaticano, comprovano il supremo e alto dominio della Santa Sede su San Marino. Come dire: questa è la linea cui il Commissario Apostolico deve attenersi. La sua missione non può che concludersi con una esplicita riconferma dei diritti della Santa Sede sul Titano.

In vista della ricognizione

I vecchi governanti nella seconda metà di novembre diffondono fra i loro concittadini la voce che il papa ha deciso di far venire sul Titano una Persona a fare Processo per tutte le cose fatte qua sù da Alberoni. A riferirlo, proprio ad Alberoni, è il neogovernatore Amato Bartolucci. I vecchi governanti aggiungono pure che la Repubblica ritornerà al primiero stato al più entro il Santo Natale prossimo e preannunciano guai a quelli che saranno contrari. E cominciano a pretendere da subito, da quelli che avevano firmato gli atti di soggezione, una pronta ed esplicita ritrattazione. Dicono alli Poveri che gl’addimandano la Carità (cioè ai mendichi di Serravalle e Borgo?) che vadino a gridare ‘Viva il Papa’. Avvisano i Frati Capucini ... che li callaranno le Carità, se continuano a mostrarsi neutrali fra Repubblica e Santa Sede.

Bartolucci è preoccupato. Molto preoccupato. Dal 26 novembre ha preso il posto del troppo mite Gaspare Fogli, per decisione di Alberoni, intenzionato a cambiare registro nei confronti dei sammarinesi. Si è passati dal guanto di velluto al pugno di ferro. Ma con quali mezzi? Solo dei proclami via via più minacciosi, che tradiscono vieppiù la debolezza dell’autorità che li emana.

I vecchi governanti, a detta di Bartolucci, incutono tanto timore alli Parrochi che quelli di Fiorentino e Faetano hanno davvero iniziato a convincere li loro sudditi a disdirsi a proposito degli atti di dedizione a suo tempo firmati. E quello di Serravalle si è dichiarato disposto lasciare il suo Popolo e ritirarsi in Rimino. I due parroci hanno dovuto rilasciare delle dichiarazioni giurate in cui ammettono di aver incontrato il vescovo di Rimini alla vigilia dell’ingresso di Alberoni in Repubblica e di aver incontrato pure, nella stessa circostanza, Almerighi del quale riferiscono testualmente gli ordini.

Esemplare è quanto succede al Sacerdote D. Filippo Ceccoli Ministro del Collegio Belluzzi…, reo del grande delitto di aver ospitato in una parte di detto Collegio li Musici, che furono alla funzione del giuramento il 25 ottobre in Pieve: è cacciato letteralmente dal Collegio. E la vendetta nei suoi confronti non si ferma qui. Don Filippo, per continuare ad alloggiare in Città, si procurò ... l’abitazione in casa d’una certa donna Margherita Silvestri, che li diede la parola, e di poi disdisse terrorizzata dalla minaccia che per lei vi sarebbe stata la frusta, e l’esiglio. Don Filippo allora si portò ... in casa del Chirurgo Miccoli, dalla quale fù parimenti prontamente scacciato. Insomma, per farla breve, è stato obbligato portarsi ad abitare due Miglia lontano in Campagna, quantunque habbia la Cappella da officiare in Città, se bene anche questa si dice, le verrà prontamente levata.

Dalla - preoccupata - relazione di Bartolucci si viene a sapere che i vecchi governanti sono in grado di influire sui risultati dell’accertamento che eseguirà Enriquez anche se questo accertamento dovesse aver luogo in presenza del governatore nominato da Alberoni.

Enriquez all’opera

Bianchi, senza aver letto né Breve né Istruzioni e tanto meno la dissertazione di De Pretis, sa già come andranno le cose con Enriquez. A suo parere Roma - la cui fame di danaro è proverbiale - non rinuncerà mai e poi mai al dominio d'un Feudo di cinque o sei Castelli, che si potrebbe vendere ben dugento mila scudi! Anche i più sprovveduti sanno, a parere di Bianchi, che il risultato della verifica condotta da Enriquez è scontato: ogni ragion vuole ...  che S. Marino al Patrimonio di S. Pietro perpetuamente s'aggiudichi. Perché? Monsignor Henriquez, come Prete, non dirà mai che sia minor felicità il vivere sotto la S. Sede, che nello stato della Repubblica.

Il card. Lanfredini, conoscendo Enriquez, contrariamente a Bianchi, non dubita che egli eseguirà il sondaggio in modo scrupoloso. Ed essendo amico di Alberoni non dubita che gli atti di dedizione da lui raccolti non siano volontari. Per cui, anche Lanfredini finisce per prevedere che il risultato sarà favorevole alla Santa Sede: pochi saranno quelli che reclameranno appresso del Prelato, e dalla qualità loro si verrà in chiaro non esser’altri, che questi stessi, i quali soperchiavano il misero popolo, abusando dello Stato di Repubblica a vantaggio proprio, e con danno pubblico.

Mons. Enrico Enriquez arriva sul Titano sotto la neve sabato 9 gennaio 1740. Sale da Rimini all’improvviso e anticipatamente rispetto al previsto per non dar modo di organizzare manifestazioni pro e contro la Santa Sede, come Bartolucci aveva paventato. La neve durerà per tutto il mese della sua permanenza su quella montagna, ove sin l'aria che si respira è ghiacciata, ma non rallenterà il suo frenetico attivismo.

Ha fretta il Commissario Apostolico. Corre voce che il Santo Padre ... abbia qualche sconcerto nella sanità. Bisogna far presto. Bisogna far tutto prima che muoia il papa. Scrive accorato Muratori: preghino i Sammarinesi Dio che non prima cel tolga che sia teminata la loro pendenza. Enriquez, appena arrivato sul Titano, si preoccupa di revocare tutti gli incarichi assegnati da Alberoni a partire da quello di governatore ricoperto da Bartolucci.

Già alla fine di gennaio Bianchi può informare i suoi consueti interlocutori che Enriquez ha esaminati tutti gli abitanti, cioè i Capi di Casa ed Ecclesiastici e intorno 300 si sono sottoscritti per la Repubblica e appena dodici sono in favore del Papa. In effetti è così. Sono per il ripristino della libertà, riferisce Enriquez a Firrao, quasi tutti i Consiglieri, e gli Ecclesiastici di questo Luogo, e tutti i parochi rurali, e Deputati de’ Castelli.

I nuovi consiglieri come i vecchi

Il Consiglio che Enriquez interpella è quello rifatto da Alberoni. Non lo interpella però attraverso una convocazione. Roma glielo ha vietato, a quanto pare, con questa stramba motivazione: per non ballottare per così dire il Papa. Interpella i consiglieri singolarmente. Riferisce a Firrao: con mio mal grado pur troppo fan corpo, e pur troppo desiderano la libertà. In particolare annota che la maggior parte de’ nuovi consiglieri, cioè quelli nominati da Alberoni, entrati per la prima volta in Consiglio grazie appunto ad Alberoni, ebbene anch’essi si mostrano gelosi della loro libertà e, con sua grande sorpresa, si conformano in ciò coi vecchi. Non conoscendo i retroscena del rifacimento del Consiglio effettuato da Alberoni, Enriquez è portato a sopravvalutare il fatto che i nuovi consiglieri ragionino come i vecchi, quasi a concludere che Alberoni non è riuscito in tutta la ex Repubblica a rimediare una trentina di capifamiglia disposti a schierarsi per la Santa Sede. O comunque è questo che, forse, i vecchi governanti fanno credere ad Enriquez. O è questo che Enriquez vuol far credere a Roma.

Enriquez solo successivamente, cioè solo dopo aver interpellato i membri del Consiglio nella composizione trovata al momento del suo arrivo, procede ad un nuovo rifacimento del Consiglio stesso. Rifacimento che effettua a norma di Statuto. Considerati legittimi solo i consiglieri in carica prima dell’arrivo di Alberoni, li ‘costringe’ a eleggere tanti colleghi-consiglieri quanti erano i seggi allora vacanti. Ebbene - per Enriquez è una sorpresa nella sorpresa - tra i nuovi consiglieri aggiuntivi la maggior parte è stata dei surrogati dal Sig. card. Alberoni! Il che dimostra ancora una volta che Onofri, a suo tempo, era riuscito effettivamente a far immettere in Consiglio, da Alberoni, persone pressoché tutte contrarie alla dedizione.

Il ritorno della libertà

Mercoledì 3 febbraio mons. Melchiorre Maggio scrive dell’infe-lice stato della corte romana per cagione della disperata salute del papa il quale in oggi si trova agli estremi. Riuscirà Enriquez a completare la missione prima della morte del papa? Sì. Già alla fine di quella stessa settimana Bianchi diffonde da Rimini la notizia: S. Marino ... venerdì adì 5 del corrente fu riposto da Monsignor Enriquez in libertà. E proprio mentre egli scrive ecco passare per Rimini tre Corrieri che portano la morte del Papa.

Enriquez avea frettolosamte ultimato l'affare di S. Marino appunto perché sapeva lo stato cadente del Papa. E voleva che in tempo che il papa era ancor vivo fosse seguita questa sua intenzione. Di modo che nessuno avesse poi a ridire sulla legittimità dei suoi atti. Enriquez promulga il Decreto, che restituisce la libertà ai sammarinesi, appunto Venerdì 5 febbraio 1740, dopo desinare. Se, quel Decreto, l'avesse firmato poche ore dopo, cioè nel giorno del sabbato, secondo Bianchi la restituzione di Libertà si sarebbe imbrogliata per la morte del Papa che seguì quella mattina.

Il Decreto che restituisce ai sammarinesi la libertà è promulgato, dunque, ‘a Papa vivo’. Alberoni, benché sia uno dei tre Cardinali Capi d’Ordine cui passa immediatamente il potere dopo la morte del Papa, non può bloccarlo. Non potendo bloccare il Decreto prima dell’apertura del conclave, Alberoni mette in discussione la relazione ufficiale di Enriquez, quando questa giunge a Roma, a conclave già in corso: a suo avviso a San Marino era stato eseguito il contrario di quanto era stato ordinato.

Enriquez, invero, non ha messo in atto alla lettera tutte le disposizioni impartitegli. Ad esempio con un pretesto ha mancato di lasciare sul Titano, come, a rigore, avrebbe dovuto, un presidio militare pontificio fisso. Non ha provveduto - se non fittiziamente - a nominare, come pure avrebbe dovuto, un giudice specifico per la osservanza degli impegni che i sammarinesi nell’occasione si erano assunti. Quisquilie. Il fatto importante è che Enriquez si è sbilanciato troppo, veramente troppo, a favore dei sammarinesi sul punto cruciale dell’intera questione: la sovranità.

Nel Breve di nomina di Enriquez a Commissario Apostolico - osserva Ronconi - si parla della Sovranità per l’uno, cioè per la Santa Sede, e della libertà per l’altro, cioè per la Repubblica di San Marino. Per cui Enriquez nel Decreto doveva necessariamente far menzione dell’uno e dell’altro oppure tacere dell’uno e dell’altro. Invece Enriquez emette un Decreto in cui figura la parola libertà per la Repubblica di San Marino e non figura la parola Sovranità per la Santa Sede. Siccome non è credibile che il Commissario Apostolico non abbia esattamente fatto il suo dovere, secondo Ronconi è più probabile che i sammarinesi, di cui è nota la malizia in difesa della loro libertà, tale Decreto lo abbiano falsificato. Un’accusa gravissima, dalle conseguenze esplosive, se trovasse credito.

Alberoni, nonostante il supporto fornitogli da Ronconi, non riesce a far riconoscere alla questione sammarinese il carattere dell’urgenza all’interno del conclave. Formalmente, quindi, su di essa il conclave non può esprimersi. Sarà il nuovo papa a decidere. Quando verrà nominato. Cioè fra mesi e mesi, prevedendosi un conclave lunghissimo, quale non è mai stato  da  secoli.

Enriquez sulla difensiva

In data 10 marzo 1740 a Perugia (città di cui Enriquez è governatore) a firma di Zenone Riquierio, compare una dissertazione intitolata: La sovranità della Sede apostolica sopra il Castello, e Dipendenze o sia la piccola Republica di San Marino, Esposta in occasione della reintegrazione, e confermazione dell’Antico Stato di libertà, in cui è stata rimessa dal Sommo Pontefice Clemente XII.

     Riquerio esordisce con un riferimento alla vicenda alberoniana. Il Sommo Pontefice Clemente XII, richiesto dagli stessi abitanti di San Marino di procurar loro quella pace e sicurezza, che da qualche tempo veniva sconvolta dalle fazioni civili, mandò Alberoni con l’incarico non di acquisire quel territorio al diretto dominio, bensì di sospendere a tempo la giurisdizione, che mercè di essa Santa Sede, godeano que’ Popoli di governarsi a modo di Repubblica. Successivamente lo stesso Sommo Pontefice mandò Enriquez, il quale estirpati gli abusi (non per altro così considerabili, come si era esposto a Sua Santità) rimesse nel pristino vigore le antiche Leggi, e soprattutto ristabilita la pace, e sicurezza tra Cittadini; reintegrolli coll’autorità ed a nome del Sommo Pontefice nella loro primiera Libertà.     

La primiera Libertà a San Marino è stata ripristinata, formalmente, con un Decreto firmato da Enriquez in base ai poteri che gli derivavano dal Breve papale di nomina a Commissario Apostolico. Ronconi ha osservato che in detto Decreto non compare la sovranità della Santa Sede sul luogo, sovranità che invece avrebbe dovuto figurare in osservanza a detto Breve. Errore o macanza grave del-l’Enriquez? Falsificazione dei sam-marinesi? No, so-stiene Riqueiro. È

tutto regolare.

Nel Decreto si precisa che il ripristino della primiera Libertà è effettuato sulla base del Breve: ad formam Brevis (è scritto nel Decreto stesso). Siccome nel Breve si parla della sovranità della Santa Sede su San Marino, questo diritto della Santa Sede su San Marino è fatto salvo anche se non figura esplicitamente nel Decreto. Tale diritto è comunque affermato: indirettamente, attraverso il richiamo al Breve che sta a fondamento del Decreto stesso.

Riquerio con la sua dissertazione ribatte una ad una le accuse di Ronconi. Senza però nominarlo. Anzi sostiene di aver confezionato la dissertazione per controbattere voci maligne che, all’opposto di Ronconi, accusano Enriquez di aver favorito la Santa Sede a scapito dei sammarinesi.

In effetti Riquerio vuole solo far sì che l’operato di Enriquez non venga rimesso in discussione né in conclave né successivamente. Sostenendo che il Decreto non pregiudica i diritti storici della Santa Sede su San Marino, ma lascia le cose com’erano prima dell’episodio alberoniano, egli porta acqua al fronte dei cardinali antialberoniani, decisi ad accantonare la questione, non costituendo più, questa, una emergenza per lo Stato della Chiesa.

Le Ragioni di San Marino

La dissertazione di Riquerio, come già quella di De Pretis, rifà la storia dei rapporti fra San Marino e Santa Sede. Si avvale dello stesso apparato documentario (anche se Riquerio aggiunge i documenti reperiti da Enriquez presso gli archivi del Comune di San Marino, e di Verucchio, e di altri Luoghi del Montefeltro). Si prefigge apparentemente la stessa finalità: dichiarare che San Marino è sotto la sovranità della Santa Sede. In effetti Riquerio si tradisce, per così dire, fin dall’esordio: San Marino è un luogo famoso non meno pel sacro deposito del Santo Levita, che gli diede la denominazione, che pel valore, e merito de’ suoi Cittadini, e molto più per quella Libertà (benché non del tutto indipendente) che da alcuni secoli hanno essi saputo in tanta destrezza acquistare, e con tanta gelosia conservare. Egli non perde occasione per sottolineare - con malcelata partecipazione - le tappe del cammino dei sammarinesi verso una autonomia via via più accentuata, così da indurre il lettore a ritenere non proprio infondata la loro pretesa di una raggiunta indipendenza. Ecco qualche esempio.

1371. Il card. Anglico nella sua relazione sui vari i luoghi dello Stato della Chiesa, a proposito dei castelli del Montefeltro, per ognuno indica a margine il signore o l’autorità ecclesiastica che lo governa. Osserva Riquerio: per San Marino non v’ha nulla nel margine.

1541. In un documento ufficiale dello Stato della Chiesa compare più volte l’appellativo, riferito a San Marino, Terra libertatis. Annota Riquerio: se da tali espressioni di libertà, non si può trarre argomento che, nell’occasione, sia stata formalmente riconosciuta da Ministri Pontifici la indipendenza de’ sammarinesi, s’inferisce bensì, ch’essi già nutrivano que’ semi d’illimitata libertà, o sia indipendenza, per i quali erano già allora famosi.

1548. Il card. camerlengo in una lettera ai sammarinesi (poi confermata da un Breve di Paolo III l’anno successivo) prende atto che essi da tempo immemorabile non riconoscono nessuna autorità sopra di sé (aliquem superiorem), secondo la nota formula di Bartolo di Sassoferrato. Riquerio non nasconde il suo stupore ed osserva che quelle  parole - cioè non riconoscere superiore -  da sole, secondo rigore, escluderebbero la Sovranità Pontificia.

1603. Papa Clemente VIII, ammettendo in un suo chirografo le rappresentanze dei sammarinesi avanzategli attraverso il Duca di Urbino, di fatto pare averle accettate riconoscendo

·      che il Castello di San Marino godesse una piena libertà, affatto indipendente fin dalla fondazione;

·      che questa libertà fondolla l’anno di Nostra Salute 220 il Santo Levita che gli diede la denominazione;

·      che dal detto anno, cioè 220, fino all’anno di compilazione del documento, 1603, il Castello di San Marino avesse sempre conservata intatta la sua libertà.

Riquerio osserva che, a suo parere, tali rappresentanze… pur troppo si oppongono alla Sovranità della Santa Sede sul Titano. Come dargli torto?

Riquerio dopo aver sostenuto che la Santa Sede, col Decreto di Enriquez, ha mantenuto integri i diritti su San Marino che aveva prima della vicenda alberoniana, fa osservare che il livello di autonomia già conseguito dai sammarinesi passo dopo passo con un lavorio protrattosi per secoli, è molto alto. Altissimo. Esattamente a che punto è? La Repubblica di San Marino, a detta di Riquerio, va annoverata fra quegli Stati che hanno la potestà di governarsi da sé, ma non hanno il Sommo Imperio. E fa degli esempi: il Re delle Due Sicilie, e quel di Prussica, il Duca di Baviera, il Palatino, e gl’altri elettori e Principi di Germania.

 Gli Stati indicati da Riquerio, come paragonabili, in quanto ad autonomia, alla Repubblica di San Marino, sono, di fatto, ordinariamente considerati indipendenti, in campo internazionale. Ad esempio, il Regno di Napoli (Due Sicilie). A Napoli si è insediato, nel 1734, re Carlo di Borbone a seguito di un’azione militare. Nonostante i diritti di alta sovranità da sempre in precedenza vantati dalla Santa Sede su quel Regno, nel 1738 papa Clemente XII ha riconosciuto la situazione di fatto lì creatosi, incondizionatamente. La Repubblica di San Marino, dice in sostanza Riquerio, è come  il Regno di Napoli.

Il nuovo papa

Dopo sei mesi di conclave, nell’agosto del 1740 è eletto papa (col nome di Benedetto XIV) Prospero Lambertini, un cardinale che aveva parlato e scritto in più occasioni a favore dell'Alberoni, fino a dichiarare, quello di San Marino, un acquisto ... legale e canonico. Alberoni fa trovare subito sul tavolo del nuovo Segretario di Stato, card. Valente Gonzaga, uno scritto informativo sulla vicenda di San Marino, per annullare l’operato di Enriquez. Arriva pure sullo stesso tavolo un esposto da Verucchio: diversi verucchiesi, che avevano fatto il loro dovere di soldati salendo sul Titano agli ordini di Alberoni, riconosciuti dai sammarinesi sulla piazza del mercato di Borgo, sono stati malmenati. Altro esposto: i Capitani del ripristinato governo repubblicano sammarinese si accingerebbero a demolire il monumento a papa Clemente XII fatto erigere da Alberoni e  buttarne i pezzi dai finestroni del Palazzo Pubblico.

     Benedetto XIV, pur eletto con l’appoggio del card. Alberoni, suo amico di vecchia data, punta i piedi e decide di non riaprire la questione San Marino. Non ne vede né la necessità né l’urgenza. Sul Titano, diversamente da altri luoghi dello Stato della Chiesa, non ci sono rivendicazioni di sovranità da parte di altri Stati. Nemmeno da parte dell’impero.

     La sovranità sul Titano, diversamen-te, ad esempio, da Carpegna (ancora in mano all’impero), è in ballo soltanto fra la Santa Sede e gli abitanti del luogo.

Quindi, visto da Ro-ma, il caso San Mari-no può essere deru-bricato a questione interna allo Stato della Chiesa. In quanto interna, sen-z’altro meno perico-losa di altre. Co-munque non urgente. Insomma può essere rimandata. E viene effettivamente ri-mandata.

Il busto di Clemente XII rimane al suo posto a San Marino, nel Palazzo Pubblico. La lapide fatta mettere da Alberoni è rigirata e vi si incide una nuova iscrizione preparata da Zampini e fatta propria da Enriquez.

Da notare, per inciso, che gli stessi sammarinesi non sono proprio del tutto soddisfatti del Decreto di Enriquez: non vi trovano un’affermazione esplicita della loro indipendenza. Enriquez risponde loro: nel decreto reintegrativo della libertà io ho prescritto l’articolo della Sovranità, poiché non si disputava di questa, ma bensì dell’esercizio impedito, o sia sospeso (da Alberoni) della giurisdizione. Quanto alle disquisizioni sottili fra mero e misto Impero, e sommo Impero, bisogna aver letto e studiato molto a saper queste differenze. E poi conclude: se codesta Repubblica godeva prima la Sovranità, ancor oggi la gode: se poi non la godeva, pel mio decreto non ha acquistato nulla di più, né perduto niente. Roma non credo che pensi a ciò. Infine un consiglio: la Repubblica non deve stuzzicare questi tasti, che son sempre pericolosi.

Considerazioni finali

La vicenda alberoniana che riguarda San Marino nasce in conseguenza dell’espansionismo degli Asburgo in Italia, dopo l’acqui-sizione della Toscana e di Carpegna. Roma sosterrà di essersi mossa secondo le massime del diritto delle genti. Era necessario, a suo dire, prevenire con l’occupazione positiva la venuta, appunto, di una estera Potenza in un luogo situato nello Stato Ecclesiastico. Un luogo, San Marino, sito a due passi da Carpegna ed in mezzo a quel Montefeltro su cui la Toscana à sempre ingiustamente preteso d’haverne delle ragioni.

Roma, per eseguire detta occupazione positiva, si avvale di Alberoni, un cardinale sicuramente antiasburgico e di provata esperienza politica. Alberoni a San Marino - dice lo stesso Alberoni parlando di sé in terza persona - per ubbidire alla volontà Pontificia dal solo suo coraggio assistito in un’età di 76 anni, dopo d’aver molto temporeggiato, e contro anche l’ondeggiamento della propria inclinazione: non gli fan breccia fatiche, strapazzi, e pericoli: tutto sprezza, tutto pospone a quel debito, che alla S. Sede egli professa. Ebbene, portata a termine la missione, al suo ritorno a Ravenna in vece di raccogliere dalle Lettere di Segreteria di Stato il clementissimo gradimento del Papa, egli con disdoro della medesima S. Sede, del Ministero, e col sagrificio del proprio onore, si vede sconfessato, per non aver potuto eseguire alla lettera le Istruzioni ricevute. Insomma Roma, preoccupata delle conseguenze, ha preferito recedere dall’impresa.

Secondo Bianchi fu fortuna grande dei sammarinesi che l’impresa fosse fatta dal Sig. Card. Alberoni, che è Persona odiata dagli altri Cardinali. Per cui la Santa Sede ha potuto senza difficoltà addossare a lui tutta la responsabilità della vicenda quando, spaventata dal clamore, decise di recedere. Contucciò se Alberoni si contentava del primo atto (consegna delle chiavi e sottomissione delle parrocchie), e se dopo l’impresa non faceva fare per maggior fasto quel Giuramento solenne e molto più se non ordinava il saccheggio alle cinque case di coloro che protestarono, S. Marino in oggi quietamente sarebbe incorporato al Patrimonio di S. Pietro.

I sammarinesi sostengono che la loro vittoria è dipesa da altro. Essi ritenevano la loro libertà già spenta, cioè si davano ormai per perduti, quando Dio ha fatto giungere nelle loro mani una copia della lettera della Segreteria di Stato contenente le Istruzioni. Un miracolo. Da questo miracolo ricavarono la certezza che il Santo Marino non li aveva affatto abbandonati. E presero a battersi con la tradizionale determinazione per ritornare in possesso della loro libertà.

Enriquez ha completato il miracolo, perfezionato poi da papa Benedetto XIV.

San Marino riceve molti vantaggi dall’episodio alberoniano. All’interno: il Consiglio ritorna - tassativamente - a sessanta membri. All’esterno: la Repubblica, percepita da oltralpe, specie in Francia, come uno Stato sovrano, acquista una visibilità internazionale che sarà decisiva per superare indenne il ciclone napoleonico e poi per salvarsi, grazie a Napoleone III, dall’unificazione politica della penisola italiana.  

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