Articoli

Altri libri

Accadde oggi a San Marino

Repubblica di San Marino

Storia / History

Meteo San Marino

San Marino webcam

Sismografo San Marino seismo

 

Il cammino di un'idea

Come San Marino si è salvato

0-0Frontespizio e intento

0-1Premessa

1-La culla dell'idea

2-L'ingresso nella storia

3-L'emancipazione dal feudalesimo

4-L'autonomia amministrativa

5-Fra autonomia e Stato

6-L'apporto del mito

7-L'idea sconfigge anche i grandi

8-Riconoscimenti di fatto

9-La sovranità rispettata

10-La forza moderna dell'idea

11-La sovranità conclamata

12-Conclusione

 

- 11 -

 la sovranità conclamata

  

Verso il primo trattato con l'Italia

 

San Marino arriva a  definire la sua posizione giuridica nell'ambito della nuova sistemazione politica della penisola italiana,  con un trattato, il primo trattato italo-sammarinese, il 22 marzo del 1862. E' trascorso quasi  un anno  dalla morte del Cavour. Al governo c'è Urbano Rattazzi, un politico che  ha  molti amici nella sinistra   (in primo luogo Garibaldi),  un politico che è uso uniformare le sue decisioni a quelle del Re Vittorio Emanuele II. Re e Capo di Governo si sono proposti di  ingraziarsi,  oltre alla sinistra, anche Napoleone III. La ragione? Ne hanno bisogno per tentare di risolvere le questioni nazionali rimaste in sospeso, Veneto e Roma. Si  vorrebbe procedere sulla falsariga cavouriana: intervenire con mezzi diplomatici e militari dopo che moti cospirativi e insurrezionali hanno creato il caso o, se si vuole, spianato la strada. Mazziniani e garibaldini, loro sono pronti, da sempre, anzi fremono di impazienza in quella forzata inattività.

     A quel trattato, il nostro paesello di montagna descritto, appena un anno prima, con tanto disprezzo dall'About, arriva con qualche fatica, ma arriva. E' un traguardo importante per la comunità del cucuzzolo. Un traguardo che oggettivamente desta meraviglia. Basta tener presenti le sproporzioni di popolazione e di territorio fra i due stati; si aggiunga che lo stato più  piccolo non si trova al confine di quello grande (come in altre situazioni, anche europee), ma tutto all'interno; infine è da notare che quello grande è in un periodo di altissima eccitazione nazionalistica, ancora la stessa che ne ha determinato la formazione.

     Comesi arriva a quel trattato? A San Marino la politica estera è sempre stata legata a filo doppio alla questione della sopravvivenza. E perciò della sicurezza. Sicurezza che gli altri stati poggiano abitualmente sulla difesa militare, dove  investono molte  risorse, impegnano le migliori intelligenze, dove sono ammesse anche procedure amministrative semplificate per consentire la necessaria rapidità nelle decisioni, sino a sfiorare a volte - si sa - i limiti della legalità.

     Ebbene a San Marino tutto questo si verifica, mutatis mutandis, proprio in  politica estera. Per scegliere, ad esempio,  un maestro di scuola o un semplice impiegato, secondo gli statuti del 1600 (è l'ultima versione) sentite qual è il  meccanismo procedurale: a fine di togliere ogni cattivo sospetto si estraggano a sorte tante persone, quanto dovranno essere gli eletti per tale faccenda, e questi abbiano piena autorità di eleggere qualunque che dichiareranno essere atto, ed abile a tale affare. Questi però così eletti non abbiano altra autorità che quella di prendere informazioni e di trattare, e delle informazioni prese, e delle cose trattate riferire ed esporre il loro parere al general Consiglio dei Sessanta, dove poscia si delibererà ciò che sia stato fatto, se però allora dal detto Consiglio non si disponga  diversamente. Insomma una macchinosità che non sottintende solo prudenza ma piuttosto, diciamolo pure,  diffidenza. Invece per scegliere gli Oratori, i Nunzii, gli Ambasciatori che saranno mandati a trattare qualche faccenda per cose spettanti al Comune [leggi politica estera], si eleggano dai Signori Capitani Reggenti a loro arbitrio....

     Insomma quel che conta (per dirla con ordinaria banalità) è scegliere l'uomo giusto nel momento giusto, il migliore in assoluto, per risolvere quella determinata faccenda: consigliere o non consigliere, sammarinese o non sammarinese. Si sceglie in funzione dello scopo, senza alcun altro vincolo. Nel periodo napoleonico hanno in casa l'Onofri? Non vanno a cercare altro. Ora, per trattare col nuovo stato italiano, un sammarinese andrebbe bene? Forse non ce l'hanno. Comunque preferiscono scegliere uno di fuori,  addentro alle faccende dello stato con cui devono trattare, addentro allo stato piemontese, all'ambiente di  corte...  Scelgono il Conte Luigi Cibrario. Chi è? Un piemontese di una sessantina di anni. L'hanno iscritto alla cittadinanza sammarinese - per così dire, prenotato - fin dal 1860, cioè prima dell'unità d'Italia. Non meravigli troppo questo fatto: San Marino ha  a Torino un proprio console  fin dal 1857, Zenocrate Cesari, che assurge poi al rango di Incaricato d'Affari;  nel 1859 gli subentra  Raffaele Conforti  che lascerà l'incarico nel 1862 quando diventerà Ministro di Grazia e Giustizia del Regno d'Italia.

     Come si vede quei montanari, di cui parla l'About, incolti, rozzi ecc. ecc. hanno un certo fiuto nello scegliere le persone, ed anche  un indubbio tempismo. Ma ritorniamo al Cibrario. Nel 1862 il nostro Conte firma quel trattato in qualità di  "Consultore delle Relazioni Diplomatiche e Commerciali della Repubblica di San Marino col Regno d'Italia". E' uno statista affermato il Cibrario. E' stato  più volte ministro a partire dal 1848. Ed è anche uno studioso  molto noto in ambito regionale  per i suoi scritti storici su luoghi piemontesi e sulla monarchia dei Savoia, con una riconosciuta  competenza particolare per il periodo medioevale. E' singolare questa sua tesi: i Savoia hanno sempre favorito, rispettato, protetto,  le autonomie libertarie locali nel loro lungo  regno. Meglio di così?

 

 

Il primo trattato con l'Italia

 

Il Cibrario aveva cominciato a lavorare concretamente per San Marino con l'obiettivo di quel trattato, fin dal 1861: le difficoltà incontrate non furono poche né presso il Cavour né presso Bettino Ricasoli che al Cavour successe nel governo. Col pretesto che San Marino proteggeva i renitenti di leva, le trattative non andavano avanti. Anzi sia il Cavour che il Ricasoli spedirono lettere di fuoco contro San Marino, dal tono, a dir poco, minaccioso.

     La firma di quel trattato, si noti bene, già pronto da molti mesi, può avvenire  solo il 22 marzo 1862,  dopo che al governo si è insediato Rattazzi, da appena una ventina di giorni. Rattazzi, lo sappiamo, si distingue dai suoi due predecessori e per posizione politica in parlamento e per il rapporto col re. Inoltre,  d'accordo col re, tende a riavere dalla sua parte Napoleone III per riprendere a parlare con lui del Veneto e di Roma, questioni ancora una volta ben più importanti e sostanziose dello staterello  del Titano, per il quale, fra l'altro, quell'imperatore - ormai lo sanno tutti - ha  una fisima.

     La firma di quella convenzione costituisce per la Repubblica di San Marino un traguardo importantissimo: è un vero atto bilaterale fra stati sovrani, un atto che presuppone l'eguaglianza giuridica dei contraenti.

     E' vero che il trattato  dedica la più parte  (17 articoli su un totale di 30) alla questione dei rifugiati a San Marino, soprattutto dei renitenti di leva; è vero che vi si parla ambiguamente, molto ambiguamente, di "amicizia protettrice"  dell'Italia verso San Marino; è vero che alcune prerogative di stato  non  figurano o sembrano ancora in discussione, tuttavia resta quel riconoscimento sostanziale che consacra il diritto della Repubblica alla sua indipendenza nel nuovo contesto politico della penisola italiana ormai unificata.

     San Marino riesce a regolare una materia che è - per San Marino e non certo per l'Italia - del tutto essenziale (libero transito delle merci, dazi ecc.), materia che invece comunemente nei rapporti fra due stati è, per entrambi, preferenziale.           San Marino può spendere ora quel riconoscimento di stato come biglietto da visita, come documento base per instaurare rapporti con altri stati, gli stati d'oltralpe. Ricordiamoci che, quand'era  dentro lo Stato Pontificio, San Marino non poteva trattare con realtà esterne, in quanto la Santa Sede aveva sempre rivendicato a sé la sovranità sul territorio sammarinese!

     Quel trattato con l'Italia è il primo vero, importante timbro sul cammino dell'idea. Importante perché  dà l'accesso ad altri timbri. Anche se  passerà ancora del tempo prima che il consesso internazionale sanzioni il definitivo riconoscimento del  "non dipendere da nessuno", l'antica aspirazione della nostra comunità. Seguiamo anche quest'ultimo tratto del cammino. E' un tratto meno variegato dei precedenti: prevale ormai il clima delle ovattate atmosfere delle burocrazie. Ma anche i timbri sono da  guadagnare  uno ad uno, anche i timbri vogliono lavoro, pretendono la solita coerente tenacia, la consueta determinazione.

     Per una trentina d'anni San Marino  non adopera (o non può adoperare) la facoltà che, almeno sulla carta, gli è riconosciuta, di superare i confini dello stato in cui è enclave, per trattare con altri stati. Cerca piuttosto di migliorare la sua posizione nei confronti dell'Italia, modificando e rimodificando quel primo trattato. Nuove convenzioni si hanno nel  1872 e nel 1897. Il numero degli articoli,  da 30 della prima convenzione è passato a 47 nella terza, essendo  aumentata la complessità della materia e degli interessi. Si tratta per San Marino, ogni volta, di irrobustire il riconoscimento della sovranità (solo nella terza convenzione, quella del 1897 si arriva a parlare dell'ammissione di uffici consolari!), magari cedendo o comunque negoziando sul transitorio, ma non mollando sull'essenziale: l'essenziale è perseguito con tenacia, fermezza e puntiglio. Col passare degli anni, anche a San Marino cambiano ovviamente gli uomini, le circostanze, gli ideali politici dei titolari della politica estera, ma non cambia  l'obiettivo:  guadagnare in ogni modo, con ogni mezzo, in ogni occasione un nuovo tassello al pieno riconoscimento della sovranità. Qualche anno prima di quella terza convenzione, con una celeberrima orazione, il poeta scrittore Giosuè Carducci aveva sintetizzato i tratti salienti del nuovo mito di San Marino quale andava prefigurandosi nel mondo culturale della nuova Italia, ormai concluso il Risorgimento. Con quell'orazione   viene  a cadere (se mai ce ne fosse stato il progetto), ogni remora circa la sopravvivenza della Repubblica: in  San Marino è  sopravvissuta la libertà italica espressa nel grande, glorioso periodo dei comuni. Perciò, tanto di cappello. Poi verrà il Pascoli. Poi tanti altri.

 

 

Stato moderno in un contesto internazionale

 

Nel periodo  a cavallo del nuovo secolo - circa un quarantennio - la comunità ha un sussulto di vitalità. Ne guida una profonda azione di rinnovamento la minuscola, sparuta intellighenzia locale che dà buone prove di sé: una primavera da lungo attesa. Prove non certo da esaminare col metro usuale: nel rapportarle a una scala di valutazione assoluta si finirebbe per schiacciarle in dimensioni insignificanti. Ingiustamente e scorrettamente insignificanti. Un po' tutte le migliori risorse del paese, soprattutto culturali, vennero messe al servizio del paese: si dibatterono con vigore e partecipazione questioni di interesse generale. Vi contribuì il nucleo di insegnanti che poteva sostenersi grazie al Collegio Belluzzi, un istituto scolastico affiancato al Liceo Classico, frequentato da molti giovani romagnoli e feretrani. Ma non solo. Vi parteciparono anche altri, come  liberi professionisti, preti, e (perché no?) poeti dialettali. Producendo dialettica, contrasto, interesse, passione, amministravano idee di rinnovamento e di progresso, muovendosi al contempo dentro e fuori della tradizione.  In massima parte  si sono occupati di storia, della nostra storia. Quasi sempre con metodi non rigorosamente scientifici, come oggi si usa  dire, a volte con intenti ingenuamente manifesti. Tuttavia ne venne un contributo reale alla storia, un riguardare al passato comunque dignitoso. Molti, oltre a scrivere di storia, facevano anche storia partecipando alla vita politica direttamente.  In quel quarantennio avvenne realmente uno svecchiamento delle istituzioni, uno svecchiamento del paese e, nello stesso tempo, un  rafforzamento interno, attraverso una più estesa partecipazione alla vita pubblica: si riparte riconvocando dopo secoli  l'Arengo, cioè l'assemblea di tutti i capi famiglia. Ovviamente la riunione ha luogo in pieve, davanti alla statua del Santo. E' il 25 marzo del 1906. La data segna l'inizio della democrazia moderna della Repubblica.

     Quell'ammodernamento era necessario alla stessa sopravvivenza di San Marino. Avrebbe potuto reggere più a lungo, nell'era incipiente dei media e nel contesto della nuova Italia, un rinnovo del Consiglio per cooptazione? l'assenza o l'impedimento  di qualunque forma di aggregazione politica o sociale?

 

     Ritorniamo alla politica estera. Negli ultimi anni del 1800 San Marino  comincia  a cercare  rapporti oltre l'area italiana. Perché? I rapporti con altri stati e, successivamente, le adesioni alle organizzazioni internazionali, potrebbero influire, prima o poi, anche sull'ancora tormentato rapporto italo- sammarinese, potrebbero favorire la risoluzione delle questioni ancora aperte fra i due stati.

     Nel 1899 viene firmato  un trattato per l'estradizione dei delinquenti con la Gran Bretagna, nel 1902 un analogo trattato con i Paesi Bassi, un altro ancora con il Belgio e nel 1903 con gli Stati Uniti. Insomma in 8 anni San Marino firma ben 4 trattati internazionali.

     Non è che dentro la Repubblica di San Marino (figurarsi negli altri stati contraenti!) fossero un gran che preoccupati per quei delinquenti che non si potevano estradare. Personalmente non ricordo un caso, un solo caso di applicazione di quei trattati. E' chiaro: quei trattati, per  San Marino hanno un valore in sé. San Marino ne fa un uso puramente strumentale:  mira  ad acquisire il riconoscimento  che vi sta dietro, cioè l'uguaglianza giuridica dei contraenti.

     Il 30 maggio 1908 la Repubblica di San Marino aderisce all'Istituto Internazionale d'Agricoltura, adesione che costa   annualmente ben £ 1.500. E' una spesa grande per la piccola Repubblica, in un periodo poi (ma quando non lo è stato?) segnato da una miseria che tormenta il paese, aggravata dall'esplodere della popolazione (unico sfogo l'emigrazione, la solita emigrazione di poveri in concorrenza  con altri poveri).

 

 

Linee di politica estera

 

Da Olinto Amati, in Consiglio, nel 1914, si ha una chiara illustrazione della linea politica seguita da San Marino a partire dall'unità d'Italia fino ai giorni nostri: Non abbiamo il diritto di censurare il Governo del Re [d'Italia] se adempie anche rigidamente al dovere di fare l'interesse dello Stato cui presiede; dobbiamo, bensì, metterci noi in grado di poter fare accortamente e bene l'interesse nostro. Prepariamoci con vigile previdenza dell'avvenire; prepariamoci con un'attività di diplomazia, della quale, fino ad ora, abbiamo creduto di poter fare a meno. Affermiamo la nostra esistenza di Stato Sovrano, intervenendo direttamente nelle convenzioni e commissioni internazionali... Non importa che il nostro sia uno Stato piccolissimo, poiché anche il forte può trovarsi in circostanze di aver bisogno del debole, cui poi ha il dovere di tener conto del servizio prestatogli; mentre tutti gli Stati, piccoli o grandi, deboli o forti, hanno parità di diritto a farsi rendere giustizia dal Tribunale dell'Aja. Le modeste spese di questa nostra rappresentanza nei convegni internazionali ci daranno ricchi frutti di decoro e di considerazione, che, al bisogno, si tramuteranno in utilità pratiche, e renderanno più agevole l'esercizio, o la negoziazione, delle nostre prerogative sovrane; ad alcuna delle quali dobbiamo ora rinunciare in cambio di non adeguati compensi.

     Nella quarta convenzione con l'Italia, quella del 1939, tuttora in vigore, si parla per la prima volta di "rappresentanza diplomatica", da mettere in atto quando dai due stati, di comune accordo, ne verrà ravvisata l'opportunità. Il primo ambasciatore, da parte sammarinese, può essere nominato  appena nel 1979. Un passo alla volta, dunque. Ogni passo strappato con la solita tenacia, la solita determinazione. Occorre, come sempre,  tenere costantemente nel mirino un obiettivo, per anni ed anni. A reggere le sorti del piccolo paese  si sono alternati, anche in questo ultimo mezzo secolo,  uomini profondamente diversi, come si è già detto, diversi fra loro per cultura, formazione, ideologia, concezione politica, temperamento. Eppure, in politica estera, é come se avesse operato  una sola mente, una sola volontà.

     Dopo il 1970 San Marino  aumenta il suo interesse per le organizzazioni internazionali, in quanto crescono le  opportunità di parteciparvi. In precedenza varie difficoltà  ostacolavano le adesioni dei  paesi con territorio e popolazione esigui. Ad esempio nel 1920, l'Assemblea della Società delle Nazioni, sospese l'esame della  domanda di adesione del Lussemburgo, ravvisando l'opportunità di un ulteriore studio per definire le modalità e le condizioni per l'associazione o la collaborazione di stati sovrani che a causa della loro piccola dimensione non potrebbero forse essere ammessi come membri ordinari. L'Organizzazione delle Nazioni Unite all'inizio non si comporterà diversamente. L'atteggiamento comincia a mutare con  la decolonizzazione.  Come negare la partecipazione a piccoli stati che hanno bagnato nel sangue la lotta per la indipendenza? Il problema  da giuridico diventa politico e, al contempo, morale.

     Cadranno poi, come nell'Atto Finale di  Helsinki, i concetti di forza e di potenza e si faranno strada  quelli del dialogo, del negoziato e della ricerca del consenso che pongono tutti gli stati sullo stesso piano.

     Oggi San Marino (dati del 1985) aderisce  a 7 Organizzazioni Internazionali della famiglia delle Nazioni Unite ed a 12 Organizzazioni ed Istituti Internazionali. A partire dal 1862 San Marino ha sottoscritto 260 atti bilaterali e multilaterali; ha aderito a 54 Convenzioni internazionali; ha concluso 77 atti fra convenzioni ed accordi convenzionali con l'Italia.

     La sovranità di San Marino ormai non è più messa in discussione: ha trovato solenne consacrazione, fra l'altro, nella Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, il cui Atto Finale ha sancito, formalizzandolo con una norma, l'eguaglianza e la parità di diritti degli stati membri: lì c'è anche San Marino.

     E' questa la forma che assume nei tempi moderni il riconoscimento di quel "non dipendere da nessuno" che è stato da sempre l'obiettivo della nostra comunità e di cui abbiamo cominciato a parlare all'inizio della nostra conversazione.

 

 

Ed ora l'Europa

 

Oggi, alla soglia del terzo millennio, è l'unificazione europea che viene a modificare attorno al Titano lo scenario politico, creando problematiche ancora una volta nuove.  E, ancora una volta,  ci vogliono  mezzi e strategie adeguate,  da inventare e mettere in atto con  determinazione e tenacia. Come nel passato. Proprio il passato può essere di aiuto a capire questo nostro presente che è  da studiare, sezionare, vagliare, analizzare alla  ricerca della strada che permetta comunque  di raggiungere  l'obiettivo.              

 

     Quel processo di unificazione  muta la geografia delle vecchie nazionalità. Anno dopo anno passano alla CEE prerogative proprie dei singoli stati, fra i quali  l'Italia.  Diventano di competenza europea anche materie già definite in accordi italo- sammarinesi. Il punto:  San Marino rischia, per effetto di tali accordi,  di essere trascinato, in campo internazionale, in situazioni giuridiche del tutto nuove. Il meccanismo è  in moto: si è  innescato automaticamente nel  momento in cui l'Italia ha scelto di aderire alla Comunità Economica Europea.

 

     Il pensiero corre al 1631 quando la grande autonomia del ducato di Urbino si dissolse nello Stato della Chiesa. San Marino, piccola, piccolissima autonomia, legata a filo doppio a quella grande autonomia, riuscì a conservare il suo status grazie proprio all'intervento diretto e specifico di quella grande autonomia. L'osservazione non è fuori luogo.  Da più parti viene suggerita una trattativa diretta San Marino CEE, auspice l'Italia. A Bruxelles (tutor l'Italia) verrebbero  ridefinite materie regolate a suo tempo direttamente fra i due stati.

Altro momento similare al presente? Il 1861: lo Stato Pontificio, che racchiudeva la comunità del Titano, fu assorbito dallo  stato italiano: dentro lo stato italiano San Marino di colpo ed automaticamente si ritrovò,  enclave ancora, ma in altra  e ben più vasta realtà.

 

     Oggi? L'analogia coi due eventi richiamati, è più di forma che di sostanza. E' vero che cambia lo scenario politico attorno al Titano. E' vero che ancora una volta San Marino si  ritroverà enclave in un'entità politica più grande, con  centro ancor   più lontano. Ma questa volta non deve fare i conti con un nuovo stato, anzi con uno stato tout court.  La Comunità Economica Europea "non è uno stato". E' una "comunità transnazionale", una entità con orizzonti politici così vasti da  apparire indeterminati, tanto  che chiunque, qualunque europeo, stenta  a riconoscersi in essa:  chiunque fatica a trasferire nella nuova entità politica  le tradizionali idealità nazionali. Non c'è quindi la "minaccia" alla libertà dovuta all'onda di nazionalismo che, in genere, nella storia, accompagna la formazione di nuovi stati.

 

     Allora?  Se pericolo c'è, questo assume altre forme ed altre connotazioni, comunque  diverse dal passato. Non è chiaramente identificabile, localizzabile. Ha contorni incerti, non definiti. Forse, per certi aspetti,  temibilmente non definiti. 

In passato la piccola comunità rispose alle mutevoli attenzioni degli enormi vicini con un mimetismo da sopravvivenza: boccone amaro, boccone insignificante, comunque boccone a portata di mano, per cui non si imponeva alcun motivo di fretta. Oggi?

 

     Oggi siamo  davanti a processi storici eccezionali, che incidono profondamente nella storia, che rivoluzionano il corso della storia. Sta entrando in crisi in tutta Europa lo stato- nazione tradizionale. Emergono altre identità collettive. La gente tende a riaggregarsi in comunità caratterizzate da precisi valori, da peculiari credenze (gli individui ne necessitano per il proprio equilibrio psicologico e mentale). Di qui il persistere o il riesplodere di particolarismi che  a prima vista, sorprendono: in effetti sono il segno del bisogno di appartenere a una comunità ben identificata, cioè con confini delimitati, con una storia, con dei valori, con una tradizione, da ergere come emblema o distintivo, da condividere e da trasmettere.  

     San Marino? San Marino da sempre ha una propria identità. Ha dovuto lottare, questo sì, per la sua sicurezza. Infine l'ha raggiunta questa sicurezza, entrando a pieno titolo nel consesso delle genti, attraverso l'adesione agli  organismi internazionali. Si è procurato cioè garanzie reali.   Ma oggi queste garanzie così a lungo perseguite e con tanta fatica una ad una guadagnate, oggi che  finalmente sono state acquisite, queste garanzie sono più sufficienti?      Di fronte alla crisi di identità di stati-nazione di ben altra portata, di ben altra cultura e storia e tradizione, che riduce  nomi illustri e blasonati a espressioni geografiche, anche il suo essere stato, nonostante quelle garanzie formali, potrebbe stemperarsi in una etichetta folcloristica o peggio, se non venisse mantenuto vivo  il senso antico di comunità che ne ha guidato la  storia: comunità vuol dire  precisa identità (anche da difendere) nella quale gli individui naturalmente  si riconoscono, alla quale essi fanno costante riferimento nel quotidiano del loro vivere. Il fatto poi che la comunità coincida con uno stato, ecco questa è la singolarità che può continuare a distinguere il Titano nel grande, infinito arcipelago della nuova Europa.

     Le garanzie formali, retaggio degli ultimi secoli, appaiono, di per sè, labili, quasi risibili nell'era del villaggio planetario. Ritornano ad essere importanti i valori della tradizione, i convincimenti profondi che stanno alla base di una aggregazione. La comunità del Titano dispone del necessario zoccolo duro da mettere a fondamento di quel suo testardo voler continuare a "non dipendere da nessuno": non è nata da estemporanee concessioni di prìncipi;  la ricerca di patenti c'è stata sì, ma  è venuta dopo, quando  lo ha richiesto la contorta e deformata mentalità dei legulei. Alla base della comunità del Titano c'è l'idea: l'idea antica nata nei secoli del silenzio, dell'isolamento, che si è alimentata alla fonte del profondo medioevo cristiano, da cui ha ricavato la forza necessaria per affrontare il cammino lungo i secoli della storia. 

     Ovviamente  l'identità di uno stato non può consistere solo in ragioni del passato. Bisogna dimostrare di saper porsi in modo proprio, di fronte al futuro. San Marino può costruire questo suo modo  attingendo ancora una volta alla forza dell'idea, mettendo a frutto la originalità, la singolarità dell'idea. E' stato detto ai sammarinesi: Il vostro problema è certo quello di preservare le vostre antiche tradizioni, ma anche quello di proiettarvi in modo inventivo verso il domani, così da offrire al mondo qualcosa che le nazioni dotate di grandi eserciti e afflitte da immensi territori non possono. Sono parole di Umberto Eco, lo scrittore di fama mondiale, che da qualche tempo frequenta le cime del Titano.

Articoli

Altri libri

Accadde oggi a San Marino

Repubblica di San Marino

Storia / History

Meteo San Marino

San Marino webcam

Sismografo San Marino seismo