|
||||||
|
Libera abuntrocle Relinquo vos liberos ab utroque homine |
||||||
|
0-Premessa 1-Convincimenti ed ipotesi |
- 1 - CONVINCIMENTI ED IPOTESI |
|||||
|
Il convincimento dei sammarinesi “Libera abuntrocle, concludeva nonna Marina stroppiando il latino del testamento del Santo”, quando si parlava della Repubblica. Così Gino Zani in un suo scritto (anche il latino del Pater noster del resto, si sa, non subiva stravolgimenti minori presso la gente comune). La nonna di Zani intendeva riferirsi al Relinquo vos liberos ab utroque homine, presente talvolta nel cartiglio del Santo in alternativa a Libertas. Evidentemente il motto, per essere così penetrato nella mente della gente comune, doveva richiamare un valore largamente e profondamente condiviso, come, appunto, le formule religiose. In effetti sintetizza un convincimento ben radicato nella comunità. Ed è un convincimento antico. Se ne rileva traccia già nel libretto di Matteo Valli, la prima pubblicazione di storia sammarinese, edita a Padova nel 1633: “Il buon Marino ... tenne come fratelli, e non come sudditi gli habitatori di Titano, e nel punto della sua morte fattigli chiamare à se, gl’esortò a servire à Dio, et à godersi in pace, e in carità comunemente il Monte, che egli in libertà gli lasciava; Onde fatta publica, e comune à tutti l’heredità di Marino, la posero gli heredi suoi in Stato di Republica, e l’antico nome di Titano mutarono nel bene avventurato nome di San Marino“. Per i sammarinesi il Santo è assai più del consueto Protector che si riscontra presso ogni comunità: è l’Auctor stesso della comunità, come sta scritto dal 1602 sul semibusto del Santo contenente le reliquie. Egli “è ... quello che ha dato origine, principio, nome e fama à questa terra n.ra et di più co’ li suoi prieghi apresso il grande Iddio, lha sempre diffesa et protetta da ogni potentia humana mantenendola nella sua antichissima libertà”. Già nel Medioevo i sammarinesi affermavano essere il loro castrum... liberum et absolutum [da certi tributi] per privilegium concessum Beato Marino a Sancta Felicissima... a tempore quo... venit de Dalmatia, per cui essi, eredi del Santo, non si ritenevano vincolati a nessuna autorità terrena: nemini teneri... nisi Domino nostro Jesu Christo. Da sempre dunque i sammarinesi credono che la loro libertà sia eredità del Santo. Il relativo testamento, ai tempi di nonna Marina, cioè alla fine dell’Ottocento, veniva sintetizzato e tramandato attraverso il motto. Nel primo Novecento non era considerato anacronistico “che un giovane di liceo facesse così parlare in versi Marino: Figli, questo per me manda il Signore, siate in perpetua libertà redenti!” Tra le due guerre mondiali, un intellettuale sammarinese, temendo che certe disquisizioni sulla storicità del motto potessero creare dubbi sulla storicità del testamento, si è messo a difendere l’uno e l’altro, in blocco, a spada tratta: “... noi crediamo di poter rivendicare al nostro Santo la frase che la tradizione gli fa pronunciare al suo letto di morte: Relinquo vos liberos ab utroque homine, vi lascio liberi dal Vescovo e dall’Imperatore ... Questa sentenza ... può ritenersi risalga a Marino ... [Essa] non fu una divinazione di un Santo, ma l’espressione di vita vissuta nel secolo di Marino”.
Aveva osservato il Carducci nel suo discorso del 1894: “Le supreme parole Relinquo vos liberos ab utroque homine (Liberi io vi lascio dall’un uomo e dall’altro) non le poté Marino aver pronunziate: troppo era aliena l’idea barbarica del doppio feudalesimo nell’impero e nella chiesa dal concetto della romanità pur cristiana del secolo quarto: ma verissime elle sonavano nel decimo o undecimo quando al santo moriente le diede lo scrittore qual si fosse della sua vita e degli atti”. Il Carducci, per questo passo, si è basato senz’altro sul libro del Delfico, uscito nel 1804, dove si legge: “L’Autore degli Atti o della vita del Santo, scritta circa il secolo decimo, dice che lasciò i suoi socj liberi ‘ab utroque homine’”. In sostanza il Delfico fa intendere che esiste un documento concernente il Santo e confezionato intorno al Mille, in cui è riportato il motto. Ma non ne indica gli estremi. Non dice, ad esempio, dove si trova o come egli ne è venuto a conoscenza. Insomma non fornisce la fonte della sua asserzione. Il Carducci non ci fa caso e così tanti altri, prima o dopo il Carducci. Ma il fatto non sfugge all’Aebischer il quale, riferendosi appunto al Delfico, sbotta: “bisogna convenire che il meno che si possa dire è che il nostro autore non è dei più cristallini”! Tuttavia anche l’Aebischer finisce per concordare col Delfico (e col Carducci) circa il periodo in cui il motto sarebbe stato confezionato: “se è chiaro che la formula ‘ab utroque homine’ non si può intendere come da ‘un uomo qualunque’, ma bensì ‘dall’uno e dall’altro’, questa espressione si può applicare semplicemente al papa ed all’imperatore, i quali ambedue avrebbero potuto sollevare delle pretese sulla sovranità di San Marino. Ne scaturisce che .... non può essere stata scritta che nel medio evo ... dopo la metà dell’VIII secolo e cioè dopo la donazione fatta da Pipino il Breve ... in un momento storico in cui le prime libertà di San Marino erano minacciate da destra e da sinistra ed ha dovuto essere l’opera di un giurista, di un patriota locale desideroso di dare un fondamento legale al mito della libertas perpetua ...”. L’Aebischer, a proposito dell’origine del motto, indirizza la sua ricerca verso i documenti anteriori al XVIII secolo, che trattano della Vita del Santo. Ne trova una dozzina sparsi in molte città d’Italia ed oltralpe: Torino, Rimini, Bologna, Roma, Como, Muster. |
||||||
|
||||||