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Libera abuntrocle Relinquo vos liberos ab utroque homine |
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0-Premessa 3-Carpegna e San Marino, un tandem 4-Ritorna l'impero |
- 4 - RITORNA L'IMPERO |
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Tutti i luoghi (come del resto le persone) nell’ancien régime sono alla ricerca continua di nuovi privilegi, essendo quello un mondo fondato sulla disuguaglianza. A maggior ragione nello Stato della Chiesa, dove tale disuguaglianza fra luoghi (e persone) è spinta a un livello più alto che altrove. I privilegi di per sé non sono sufficienti a far raggiungere ad un luogo la piena autonomia, che è l’obiettivo massimo a cui normalmente ogni luogo aspira. Servono ad accrescerne le differenze dagli altri luoghi, a marcarne le caratteristiche. Tuttavia sono atti interni allo Stato, rilasciati da chi detiene il potere verso chi vi è sottoposto. Chi li riceve ne gode sì il beneficio, ma al contempo ammette la sua sudditanza nei confronti del concedente. Per arrivare alla piena autonomia occorre mettere in conto la rottura con lo Stato cui il luogo appartiene. Quest’ultimo passaggio può avvenire, in genere, solo se quel luogo trova all’esterno di quello Stato un altro Stato o comunque un potere forte che lo aiuti nel grande salto. I Carpegna, quando vorranno, non avranno difficoltà a trovare chi da fuori dello Stato della Chiesa li aiuterà nel grande salto verso la completa autonomia. Ce l’hanno già pronto, e da tempo: l’impero. Non resta a loro che aspettare il momento propizio: quando lo Stato della Chiesa per un qualche motivo venga a trovarsi in difficoltà e, per converso, l’impero si trovi in auge e, ovviamente, sia disposto a sponsorizzare l’operazione. Per San Marino, invece, le cose sarebbero più complicate. San Marino non ha un punto di riferimento esterno. Quando Toscana ed impero gli offrirono la loro protezione, non raccolse. Quel rifiuto è stato senz’altro utile nelle tante successive trattative con la Santa Sede, ma ora potrebbe costituire un handicap. Infatti è velleitario per un luogo aspirare all’autonomia totale se non si dispone di un aggancio adeguato all’esterno.
Mentre San Marino continua a cercare di migliorare il suo livello di autonomia con atti interni, cioè rafforzando il monte dei privilegi, i Carpegna si preparano davvero al grande salto. Decidono in tempi brevissimi, cogliendo al balzo una improvvisa opportunità. Non è la prima volta che i Carpegna, nel loro pragmatismo, fanno scelte impegnative in base a una logica di immediata convenienza suggerita dalla situazione del momento. Alla fine del Quattrocento, quando l’equilibrio in zona si era ormai rotto per la sconfitta dei Malatesta e cominciava, incontrastato, il predominio dei Montefeltro, le contee dei Carpegna, temendo appunto lo strapotere dei Montefeltro, si vincolarono a Lorenzo il Magnifico con un trattato di protezione (accomandigia). Nel trattato c’è una clausola capestro: in caso di estinzione della famiglia, i territori della contea passano tout court a Firenze. All’approssimarsi della fine del ducato d’Urbino, i Carpegna, temendo di essere pur essi travolti da quel crollo, non si rivolsero né al granduca né all’imperatore, perché l’uno debole e l’altro lontano. Trattarono invece con la corte romana dominata dai Barberini, noti per il loro spregiudicato decisionismo: ottennero quella incredibile scalata ai vertici dello Stato della Chiesa ancora in atto ed un cumulo di privilegi per le loro contee che sta sforando il livello di guardia. Negli ultimi decenni del Seicento, essendo tornato forte sulla scena europea, e su quella italiana in particolare, l’impero, passato in mano agli Asburgo, non resistono alla tentazione di raggiungere d’un sol colpo la completa autonomia per dar vita ad un loro Stato con l’appoggio, appunto, dell’impero. La prima a lanciarsi nella nuova operazione è la contea di Scavolino-Gattara. Il conte Ulderico, succeduto al padre ancor giovanissimo, nel 1682, dopo alcuni anni passati a Parigi, si spostò a Vienna dove si mise al servizio dell’imperatore Leopoldo I, impegnato allora nella guerra contro i Turchi. Ne ebbe “il titolo di principe del Sacro Romano Impero col predicato di Bascio, unitamente al diritto di partecipare alle diete imperiali col diritto di voto”. Insomma una cosa non da poco. Il nuovo legame fu subito messo alla prova: nel 1691 truppe toscane invasero la contea di Scavolino-Gattara per un contrasto col feudo di Santa Sofia, in mano alla famiglia fiorentina dei Colloredo. Leopoldo I intervenne mandando a Firenze un emissario. I soldati toscani furono ritirati. L’incidente con la Toscana, in sé insignificante, mette in luce l’effettivo status del feudo Scavolino-Gattara: è intervenuto, a proteggerlo, l’imperatore e non il papa. In pratica sembra che la contea, anzi il principato, sia già fuori dallo Stato della Chiesa, che l’alta sovranità sul luogo sia già passata di mano. L’invasione di Scavolino-Gattara aveva fatto un certo rumore in Europa (fra l’altro la moglie del conte Ulderico era imparentata con un potente ministro di Francia). ll modo nel quale la questione è stata risolta non passa inosservato. Tanto meno nell’altro feudo dei Carpegna, quello di Carpegna-Castellaccia, su cui vigila l’onnipotente card. Gaspare che vi sta finendo di costruire un palazzo grande come una reggia, dalle linee severe, dure, quasi teutoniche.
Il pronto intervento dell’imperatore da Vienna a favore della minuscola Scavolino-Gattara, sperduta fra i monti dell’Appennino della penisola italiana, non è un fatto accidentale: fa parte di una strategia politica di espansione che coinvolge soprattutto la penisola italiana. “L’11 giugno 1697 [Leopoldo I] fece affiggere nel suo palazzo due editti imperiali, i quali dicevano che ognuno il quale possedesse in Italia un feudo dell’imperatore, dovesse presentare entro tre mesi, pena la devoluzione, i relativi documenti”. Innocenzo XII si oppose con tutte le sue forze alla promulgazione di quegli editti perché essi minacciavano sì tutta l’Italia, ma in primo luogo lo Stato della Chiesa, dove avrebbero potuto avere un effetto dirompente. Il caso Carpegna dimostrerà quanto tale allarme fosse fondato. Francesco Maria, conte di Carpegna-Castellaccia, rispose all’appello e fece iscrivere il suo feudo fra quelli imperiali. Francesco Maria è il nipote del card. Gaspare. Il card. Gaspare Carpegna avrebbe mille motivi per prendersela col nipote per quella iscrizione. Egli è pubblicamente noto come propugnatore della linea dura contro le prepotenze dell’imperatore. E’ il leader degli oltranzisti nel Sacro Collegio quando si tratta di difendere i diritti della Chiesa nei confronti di Vienna. Egli è il vicario del papa. E’ il vicario di quel papa, Innocenzo XII che ha dichiarato essere gli “editti per lo stato della chiesa nulli e irriti”. Eppure acconsente che il nipote faccia quella mossa. Anzi sembra che sia stato proprio lui a suggerire al nipote di iscrivere il feudo di famiglia fra quelli imperiali. Ogni consiglio del card. Gaspare, a Carpegna, è un ordine.
L’Italia di fronte agli Asburgo La linea politica dei Carpegna non è stata sempre così decisamente orientata verso l’impero come vorrebbe far intendere il Guerrieri. Dice un erudito feretrano del Settecento: “altre volte i Conti di Carpegna si professavano sudditi della Santa Sede, la quale di tempo in tempo avea trattato quelli come Vassalli; e lo stesso avea fatto l’ultimo duca d’Urbino” . I Carpegna verso la fine del Seicento hanno fatto quel passo verso l’impero perché l’impero è ritornato forte sulla scena europea, mentre il papato è in rapido declino. L’impero torna ad essere una presenza politica attiva sulla scena europea dopo che gli Asburgo, titolari dello scettro, sono riusciti a bloccare l’avanzata turca in Ungheria e nei Balcani. Non disponendo di una flotta e di porti importanti, dovendo perciò rinunciare ad acquisire ‘spazi vitali’ oltre gli oceani, come invece stanno facendo le altre potenze (Inghilterra, Francia, Spagna, Olanda), gli Asburgo posano gli occhi sui vicini, in primo luogo sugli staterelli della penisola italiana: “Les provinces de l’Italie sont les Indes de la Cour de Vienne“. Il Settecento si apre con una guerra di successione: quella per il trono di Spagna. Tutta la prima parte del secolo è segnata da guerre di successione. Poiché è l’assolutismo regio a costituire, prevalentemente, negli Stati europei l’ordinamento politico, il carattere più evidente delle guerre è, di conseguenza, quello dinastico. Le guerre nascono da conflitti di interessi tra le principali case regnanti, Borboni ed Asburgo in primo luogo, le quali mirano ad ingrandire i loro domini insediandosi direttamente o attraverso rami cadetti negli Stati nei quali si fossero estinte le dinastie locali. Gli Asburgo hanno una chance in più rispetto alle altre famiglie, ed in particolare rispetto ai Borboni: sono titolari della corona imperiale. Il che ha ancora un peso in qualche parte d’Europa. In particolare ha un peso nella penisola italiana, zona marginale e debole rispetto a quelle che si affacciano sull’oceano, ormai proiettate alla conquista del mondo. Gli Asburgo si presentano nell’arretrata Italia ancora rivolta al passato, con le insegne del passato. Si arrogano i diritti che una volta erano propri degli imperatori dell’epoca medioevale e rivendicano l’alta sovranità sui feudi sorti su investitura imperiale. Quando in uno di questi si estingue la famiglia feudataria, ne rivendicano la devoluzione. Arrivano a considerare la penisola italiana nel suo complesso “il più prezioso feudo del Sacro Romano Impero”. E supportano quella loro singolare interpretazione del diritto con una smaccata esibizione di muscoli. L’imperatore Leopoldo I già il 18 novembre del 1700, dopo aver condotto una rapida “indagine sui diritti storici di sovranità dell’impero sull’Italia”, ordina: “le truppe destinate all’Italia ... devono mettersi in moto il più presto possibile”. Gli Asburgo però non riescono, in quello stesso novembre del 1700, a far eleggere papa un cardinale della loro fazione. Nemmeno, dall’altra parte, la spuntano i Borboni. Viene scelto un ‘neutrale’: Giovanni Francesco Albani - Albani di Urbino - che si dà il nome di Clemente XI: “un carattere schietto, una vita intemerata e una straordinaria generosità verso i poveri”. Era un uomo “pio, austero, studioso” che ragionava, anch’egli, all’antica: il suo “sogno era quello di far valere i vecchi diritti di sovranità del romano pontefice sull’Italia”. Chiaramente quelli del papato erano “diritti ormai desueti al pari di quelli del Sacro Romano Impero.” Sembra di essere riprecipitati nel Medioevo. Con una differenza non da poco: adesso all’attacco c’è l’imperatore. Canossa si è rovesciata. Non è più il papa a mettere in difficoltà l’imperatore sciogliendo i feudatari dal giuramento di fedeltà, ma è l’imperatore che sconvolge l’ordine costituito nella fragile penisola italiana e addirittura nel dominio stesso del papa, come dire in casa, imponendo ai feudatari di dichiararsi se imperiali o papali.
Lo Stato della Chiesa in pericolo Il nuovo papa si sente direttamente minacciato dagli Asburgo per quella presa di posizione sui feudi, che potrebbe mettere in pericolo la esistenza stessa dello Stato della Chiesa, uno Stato nel quale sopravvivono una miriade di feudi, alcuni dei quali hanno alla base un diploma di investitura imperiale, altri papale, altri ancora - i più?- double face. Da Roma, di quando in quando, e non per tutti, si è fatto qualche controllo: ma limitatamente alla legittimità, senza, in pratica, discriminare troppo fra investitura papale o imperiale. L’appello dell’impero potrebbe provocare la disgregazione dello Stato: potrebbero rivolgersi a Vienna non solo i feudi ‘sicuramente’ imperiali, ma anche quelli la cui origine è del tutto incerta o che non sono mai riusciti a dare un fondamento giuridico al loro status o addirittura le terrae immediate subiectae che potrebbero cogliere l’occasione per tentare il salto verso l’autonomia. Già in altri momenti della storia l’impero era intervenuto nelle faccende interne dello Stato della Chiesa. Ma sporadicamente. Nella prima metà del Cinquecento Carlo V aveva dato un decisivo appoggio al ducato d’Urbino contro Paolo III con cui era entrato in rotta di collisione in merito al ducato di Camerino. Lo stesso Carlo V aveva offerto a San Marino una formale protezione a seguito dell’attentato di Fabiano da Monte, organizzato con l’assenso o la connivenza delle autorità pontificie. Ora gli Asburgo pianificano la loro interferenza nello Stato della Chiesa. Il papa tenta di sfuggire alla minaccia incombente assumendo, sull’esempio di Venezia, una posizione di neutralità nella lotta fra Asburgo e Borboni. Ma agli Asburgo la neutralità non basta: nel 1701 le truppe imperiali attraversano i territori veneziani senza remora alcuna. E’ un segnale per tutti. Siccome è tutta la penisola ad essere minacciata da Vienna - il duca di Mantova sarà deposto con un semplice decreto imperiale - e nessuno prende l’iniziativa, è il papa stesso a chiamare a raccolta gli staterelli italiani e a proporre la costituzione di una lega. Senza risultato. “Il papa fu lasciato praticamente solo a resistere all’avanzata trionfale degli Asburgo”. Cade nel vuoto anche la richiesta di aiuto ai re e ai principi cattolici, in primis ai Borboni già in lotta con gli Asburgo nella guerra per la successione sul trono di Spagna. Anatemi e altre minacce del genere da tempo hanno cessato di produrre un qualche effetto in una società via via più desacralizzata, in un periodo in cui il prestigio del papato sta scivolando verso il punto più basso della sua storia.
Il papato intensifica il controllo sulle autonomie I feudi, “loghetti, e dominij di franchigia, e di libertà”, costituiscono di per sé un pericolo per lo Stato della Chiesa, pronti come sono, appena ne vedano la convenienza, a fare l’occhiolino all’impero. Sono cause di malumore fra le popolazioni per gli ovvi confronti in merito ai carichi fiscali. Recano un danno diretto all’erario pubblico per il contrabbando che ingenerano. Creano problemi di ordine pubblico in quanto ricettacoli di banditi ed avventurieri. Clemente XI, che ha doti per essere un “efficiente amministratore”, ne è ben conscio. Egli non ha dubbi sui diritti di sovranità della Santa Sede su tutto il territorio dello Stato, feudi compresi. Si richiama, in materia, a Pio V che, nella seconda metà del Cinquecento, aveva iniziato quel processo di riassorbimento dei feudi che produrrà, fra l’altro, la devoluzione dei ducati di Ferrara e di Urbino. In conclusione, come già Leopoldo I, anche Clemente XI si mette a “rivangare nella storia feudale”, soprattutto a proposito di quei “loghetti”, i quali diventano sempre più spesso oggetto di lunghe relazioni storico-giuridiche, compilate con una attenzione ed una accuratezza assai maggiori che in passato: si rovista negli archivi, si chiede - quando necessario o utile - il contributo di eruditi locali. Questo nuovo modo di porsi del papato di fronte ai “loghetti”, in effetti era iniziato già negli ultimi anni del Seicento. E fu subito percepito dalle popolazioni. Le conseguenze furono immediate anche per San Marino, come si vede, ad esempio, dalla brusca impennata che subisce una antica controversia con Verucchio. I sammarinesi erano riusciti a ‘temporeggiare’ addirittura dal Quattrocento sul pagamento di certi ‘gravami’ sui prodotti agricoli estratti da terreni di loro proprietà siti in quel luogo. Ora devono mostrarsi arrendevoli, cercare una transazione, fare loro ai verucchiesi la proposta di nominare di comune accordo un mediatore. Insomma, dopo tre secoli di tira e molla, i sammarinesi devono impegnarsi, per la prima volta, a pagare. Con Rimini le cose non vanno meglio. Fra l’altro ritorna in ballo la questione della “tassa forestiera” che si vorrebbe far pagare ai sammarinesi nonostante, anzi contro i numerosi brevi che li esenterebbero. Nel Montefeltro si plaude subito alla nuova politica papale verso le autonomie e si chiedono “le necessarie notizie affine di gravare ripartitamente i Feudatarij egualmente che gli altri sudditi della Chiesa”. E si farà sapere a Roma che “i sammarinesi vendono a chicchessia il sale avuto prima dal Tesoriere di Ravenna o dalla Reverendissima Camera e perciò ne fanno sopra del sale molto guadagno”.
Un commercio a lungo raggio, “Carta, e Cera” In effetti, per il mercato di Borgo non transitano soltanto prodotti di largo e immediato consumo, colpiti da una bassa imposizione, ma anche merci a più alto valore su cui le gabelle sono più pesanti. Ad esempio la carta. “L’arte della stampa ... in Roma lavorava a prezzi così alti che gli autori dei libri erano costretti a far stampare altrove le loro opere, specialmente a Venezia. In questa elevatezza di costi non concorreva soltanto il costo eccessivo della mano d’opera, ma anche la gabella della carta”. In altri luoghi la situazione non era migliore: “un libro stampato in Bologna, con carta terriera, dopo aver pagato un dazio rigoroso come carta, ne pagava un altro alla dogana come libro”. Non solo si colpisce con gabelle la carta ma anche ‘Cenci, e Stracci ad uso di far Carta’. Analogamente tante altre merci sono gravate da tributi ‘camerali’ e da dazi che mettono lacci e laccioli alla circolazione delle cose (e delle idee). Un altro tipo di merce, spesso accostata alla carta è la cera. Tutte le cere forestiere ‘di qualsiasi sorte,..., tanto lavorate, quanto non lavorate’ sono gravate da gabelle. Poiché su “Carta, e Cera” l’imposizione scatta in casu venditionis faciendae in Statu e non se destinate extra Statum Pontificium, si può immaginare cosa succede in un San Marino che si considera al di fuori dello Stato Ecclesiastico pur collocato dentro di esso e per giunta in posizione non distantissima da un porto come quello di Rimini da sempre ben collegato con Venezia. Per la cera, più di Rimini, sembra essere interessante Ancona: absque ulla pretensae Gabellae solutione pro libera extractione, et extra Statum Pontificium trasmissione Cerae Croceae orientalis, quae Ancone libere aemi solent. “Terra di confine ai margini del Montefeltro, area collocata fra le Marche odierne, l’Umbria, la Toscana, l’Emilia Romagna ... San Marino era inserita nel sistema delle relazioni politiche e commerciali proprie di quest’area, luogo di transito del commercio fiorentino con il Levante dal Medioevo al Settecento attraverso la ‘via anconitana’ da San Sepolcro al mare”.
Nello scontro fra papato ed impero diventa emblematico il caso di Comacchio. Nel 1598 la Santa Sede assorbendo, a seguito dell’estinzione della famiglia d’Este, il ducato di Ferrara, feudo papale, acquisì (o credette di aver acquisito) anche Comacchio. Comacchio, secondo Vienna, sarebbe dovuto restare fuori, in quanto era governato sì dalla famiglia d’Este, ma come feudo imperiale. Qualcosa di analogo potrebbe verificarsi nel Montefeltro. Lo Stato della Chiesa assorbì, nel 1631, il ducato d’Urbino a seguito dell’estinzione della famiglia dei Della Rovere e si prese pure, nell’occasione, anche il Montefeltro governato dagli stessi Della Rovere. I Della Rovere, succedendo ai Montefeltro, avevano ereditato da questi un doppio titolo: duchi di Urbino su investitura papale e conti di Montefeltro su investitura imperiale. Ora l’impero, come già nel caso di Comacchio, potrebbe rivendicare la sovranità sul Montefeltro, in quanto, in origine, feudo imperiale. Il Montefeltro ha sempre creato qualche problema all’amministrazione pontificia, frammentato com’è, senza un centro importante, senza una capitale, con tutti quei cucuzzoli che vorrebbero ciascuno fare stato a sé come nel Medioevo. Ogni volta che si interviene per cercare di mettere un po’ d’ordine, apriti cielo: scintille da ogni parte. Lo spostamento della sede vescovile da San Leo a Pennabilli, decisa alla fine del Cinquecento, ha aperto una controversia fra le due località che ancora perdura accesissima. Da una relazione compilata nei primi anni del Settecento emerge un quadro di stupefacente disordine amministrativo e politico. Ci sono terrae immediate subiectae e terrae mediate subiectae. Le prime (cioè le immediate) a loro volta si dividono fra quelle che appartengono alla Legazione di Romagna e alla Legazione di Urbino. Il card. legato di Urbino governa Pennabilli, San Leo e Pietra Maura, Macerata, Monte Cerignone e Montegrimano. Piandimeleto invece è sotto il card. legato di Romagna, che ha anche S. Sisto, Monte, Antico, Petrella Guidi ed altre località. Il card. legato di Urbino ricompare a Pietracuta, a Savignano di Rigo. Insomma non c’è continuità territoriale nemmeno nei territori governati dalle Legazioni. Poi vengono le zone, diciamo così, ‘autonome’ (cioè le terrae mediate subiectae), ovvero quelle che non sono governate dai cardinal legati: Perticara (Principe Panfilio), Talamello e Mercato (Principe Panfilio-Segni), Montebello, Ginestreto, Monte Tiffi (Marchese Bagno), San Marino con annessi (Repubblica), Scavolino Gattara, Bascio (Principe Carpegna), Miratoio (card. Gaspare Carpegna), Carpegna-Castellaccia (Conte Carpegna), Santa Sofia (Marchese Colloredo), Cicognaia, Sestino (Granduca di Toscana). All’impero, i pretesti - e gli alleati - non mancheranno, qualora decidesse di incunearsi in questa parte della penisola. Il Montefeltro è una zona strategica: a cavallo di due Legazioni, al confine con la Toscana dove la famiglia dei Medici si sta spegnendo, e vicino alla costa adriatica dove passano le merci e gli eserciti nei trasferimenti fra il nord ed il sud dell’Italia. La politica di Clemente XI, tesa ad abbassare la cresta alle autonomie sulla falsariga della tendenza già espressa dal suo predecessore, diventa - vorrebbe diventare - severa in una zona a rischio come è il Montefeltro e potrebbe farsi severissima con un San Marino che, fra il “loghetti”, non è certo l’ultimo in quanto ai fastidi che crea.
(Fine prima parte) In appendice al libro sono trascritte tre versioni in lingua italiana inedite della Vita del Santo: la prima, senza data e di autore anonimo, conservata nella “Raccolta Bonelli” dell’Archivio di Stato della Repubblica di San Marino; la seconda confezionata nel 1661 dai giuristi Alessandro Belluzzi e Gian Francesco Manenti per i Bollandisti, di cui si è potuto avere copia a Bruxelles; la terza stesa dal sacerdote Giuseppe Moracci nel 1713. |
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