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Riforme secondo la storia

Alcune considerazioni sulla questione costituzionale nella Repubblica di San Marino

0-0Introduzione

0-1Premessa

1-Affezione all'ordinamento

2-La scelta del 1906

3-Il secondo dopoguerra

4-Voglia di costituzione

5-Perché no

6-Alcune proposte

7-Conclusione

 

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 AFFEZIONE ALL'ORDINAMENTO

     

L’impatto col costituzionalismo

Costituzione sì, costituzione no. Non è la prima volta che la Repubblica è davanti a questa scelta. Cioè non è la prima volta che incrocia il costituzionalismo. Ogni volta, in passato, ha scelto No.      Perché?

La Repubblica ha incrociato il costituzionalismo già nel Settecento. Cioè appena il costituzionalismo nasce. Anzi quando ancora è in gestazione. Infatti si interessano agli ordinamenti della piccola Repubblica già i primi studiosi della materia costituzionale. I padri fondatori. Alcuni, come il Montesquieu, si arrampicano fin quassù appositamente. Altri come Adams e De la Croix si avvalgono delle relazioni dei viaggiatori. In particolare ha un gran peso nei loro giudizi quanto pubblicato dall’Addison, salito sul Titano all’inizio di quello stesso secolo, spinto da ragioni turistiche, culturali e formative (Grand Tour).

Perché, nel Settecento, questo interesse per un luogo così piccolo e marginale come San Marino? Perché San Marino è repubblica.

Per questi studiosi del Settecento la Repubblica di San Marino non è un vacuo argomento di oziosità intellettuale. E’ oggetto di studio. Essi cercano di capire come è nata e come è maturata, sul Titano, l’idea di repubblica e, soprattutto, come questa si è potuta conservare nei secoli. Già perché quel che più sorprende gli studiosi della politica è la stabilità che i sammarinesi sono riusciti a dare alle istituzioni repubblicane (e quindi democratiche, nella concezione del tempo).

Questi studiosi, i fondatori della materia costituzionale, come i costituzionalisti che verranno nei secoli successivi, in sostanza cercano di carpire ai sammarinesi come si fa a fondare e conservare le repubbliche destinate a prendere per misura della loro durata i millenni.

Il primo vero impatto col costituzionalismo la Repubblica lo ha con l’arrivo in Italia di Napoleone Bonaparte. Nel 1797. Molti Stati non reggono all’urto delle baionette e delle idee che tracimano dalle Alpi. Sono travolti. Travolte anche antichissime e gloriose repubbliche: Venezia, Lucca, Genova. Nascono nuovi Stati sul modello della Repubblica Francese. I pochi che si salvano sono costretti ad adeguarsi, sostituendo i vecchi ordinamenti con moderni testi costituzionali copiati in tutta fretta da quelli francesi.

La Repubblica di San Marino? Si salva e non modifica gli ordinamenti. Si propone ai pomposi francesi addirittura come antesignana dell’idea di libertà da loro testé scoperta, mettendosi a vantare di fronte a quei parvenus una ascendenza di antichissima e indiscussa nobiltà: la Greca e Romana Repubblica. Quanto agli ordinamenti, i governanti sammarinesi, a chi accenna a qualche cambiamento in assonanza coi tempi, rispondono stizziti: quasi che noi avessimo bisogno di prendere in prestito quella libertà che da tempo immemorabile siamo in possesso di godere! Gli stessi giacobini sammarinesi che colgono l’occasione dell’eccezionale momento politico per tentare di limitare lo strapotere di quei loro governanti, ottusamente conservatori, si limitano a proporre riforme nella perfetta osservanza dello Statuto, definito, dagli stessi, antica e democratica Costituzione.

 

Il costituzionalismo di metà Ottocento

Le costituzioni seminate da Napoleone per l’Europa muoiono, recise unitamente alla sua fortuna politica. Ma il costituzionalismo non muore. Riaffiora ben presto qua e là. Sia pure a fatica ed a prezzo di non poco sangue. Tutta la prima parte dell’Ottocento è contrassegnata, in Europa, dalla rivendicazione di testi costituzionali da parte di movimenti rivoluzionari liberali nei confronti dei monarchi, per limitarne il potere. Nel 1848, la svolta. Il fuoco della rivoluzione borghese-liberale incendia, quasi a un segnale convenuto, pressoché l’intero continente. I monarchi, sotto la minaccia delle piazze, devono rassegnarsi a concedere la costituzione. Sono costretti, insomma, ad accettare dei paletti al loro potere. Nella penisola: 29 gennaio, Napoli; 17 febbraio, Firenze; 4 marzo, Torino (cioè i Savoia, Statuto albertino); 14 marzo, Roma (cioè Stato della Chiesa di cui la minuscola Repubblica di San Marino è enclave). I testi di tali costituzioni sono redatti - molto frettolosamente, mentre le vie sono percorse dai rivoluzionari - sulla base di quelli francesi. Ad esempio nello Statuto albertino si ritrovano sancite le libertà tipiche del costituzionalismo d’oltralpe: uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, libertà individuale, inviolabilità del domicilio, libertà di stampa, libertà di associazione, diritto di proprietà.

Sul Titano? Il 19 marzo (cioè cinque giorni dopo la promulgazione della costituzione a Roma da parte di papa Pio IX) compare un documento a caratteri di stampa in cui vengono proposte Riforme da approvarsi da una Assemblea Nazionale come leggi addizionali alla vigente Democratica Costituzione. Cioè sulle precise basi dello Statuto della Repubblica, come si preciserà in seguito.

In conclusione la Repubblica di San Marino, anche nel 1848, come già nel 1797, diversamente da altri Stati, non cambia gli ordinamenti e, in particolare, non adotta, nemmeno nella fase più acuta della rivoluzione borghese-liberale, un testo costituzionale vero e proprio.

Nel 1849 la reazione prevale ancora una volta in Europa e in Italia. I monarchi si affrettano ad abrogare le costituzioni appena concesse. Con qualche eccezione. I Savoia, ad esempio, mantengono in vigore lo Statuto albertino, guadagnandosi così la simpatia dei liberali di tutta la penisola e, con essa, l’appoggio per unificarla sotto la loro corona.

La proclamazione del Regno d’Italia ha luogo nel marzo del 1861. Da quell’anno la Repubblica di San Marino viene a trovarsi enclave di uno Stato monarchico dotato di una moderna costituzione. Cioè uno Stato dominato culturalmente e politicamente dai liberali che del costituzionalismo hanno fatto la loro bandiera.

Nel giro di qualche mese, San Marino, un frammento d’un mondo estinto da secoli, si trovò incastrato in uno di novissima formazione. Come potrà, la piccola Repubblica, sopravvivere coi suoi vecchi statuti ed i suoi vecchi cerimoniali in un tale contesto politico-culturale sprizzante modernità?

 

Uno statuto fra le costituzioni

La Repubblica di San Marino si presenta e si fa conoscere nella nuova Italia (e oltralpe) per quel che è o crede di essere o vuol far credere di essere: un comune medievale che si è mantenuto fedele a quella forma antica di democrazia. E' una strategia sul filo del rasoio. La Repubblica verrà messa in elenco coi Ruderi politici medioevali, che il vento della rivoluzione liberale ancora non ha finito di abbattere oppure sarà celebrata come un raro - unico? - esempio di democrazia medioevale sopravvissuto all'assolutismo e di fronte al quale anche il liberalismo - che l'assolutismo ha combattuto e vinto - si deve, meravigliato e riconoscente, inchinare?

Pare che Bettino Ricasoli, succeduto a Cavour nel governo nel giugno del 1861, abbia detto: San Marino è una repubblica, che va serbata come un prezioso ed antico cammeo. Insomma la addita a simbolo di quella civiltà comunale, magnificata in quegli anni, come il frutto più importante della sapienza italica.

A contribuire al successo dell’operazione di immagine che mira a presentare San Marino come un prezioso, antico gioiello anziché una anticaglia medioevale sopravvissuta fortunosamente dentro uno Stato ultra conservatore, ci sono anche molti, tanti liberali. Anzitutto quelli di orientamento repubblicano. Poi coloro che, pur avendo servito fedelmente i Savoia nella lotta per la unificazione, non condividono dei Savoia la decisione di consolidare quel loro Stato, messo assieme in quattro e quattr’otto con regioni, città, paesi aventi storie, tradizioni e culture diversissime, centralizzandone fortemente la struttura. Fra i liberali, con meriti risorgimentali, che si schierano - invano - a difesa delle autonomie locali, c’è Pietro Ellero: friulano, aveva studiato diritto a Padova, ancora sotto l’impero austroungarico; dopo l’unificazione fu nominato professore di diritto a Bologna.

Contrario a recepire modelli costituzionali stranieri (in subordine ai francesi preferisce quelli tedeschi e ancor più quelli di alcuni cantoni svizzeri), Ellero sostiene che l’Italia nuova può andare avanti nel processo democratico attingendo al suo patrimonio politico-culturale dell’epoca comunale. Di qui il suo interesse per la Repubblica di San Marino, un esempio emblematico della vitalità dei comuni italici. Ne prende a studiare la storia, l’economia, le istituzioni. Fino a stendere, alla fine del 1867, una accurata, dettagliata Relazione, che dà una visione del piccolo Stato, completa, sostanzialmente esatta e, al contempo, per quegli anni, intrigante.

 

Ellero e l’ordinamento  sammarinese

Ellero, nella Relazione, a proposito della costituzione sammarinese, scrive: essa è né più né meno [che] una delle antiche costituzioni de’ comuni italiani, simile similissima alle altre… Questo carattere tradizionale, eminentemente nazionale, è quello appunto che la contraddistingue dalle moderne costituzioni esotiche e teoretiche. E’ un carattere che non la fa sfigurare rispetto alle altre. Anzi. Sogliono le costituzioni politiche dichiarare espressamente e consacrare diritti, che nondimeno sussisterebbero senza di esse; ma i popoli europei già oppressati da’ loro reggitori, hanno creduto utile l’esuberanza, cioè di affermargli in scritture solenni. Nella costituzione sammarinese alcuni di questi diritti, come l’eguaglianza innanzi le leggi, la libertà di riunione e di parola, l’inviolabilità della persona, del domicilio, della proprietà, non sono in nessun modo categorico scritti; però talmente impliciti e sicuri, da non abbisognare di alcuna manifestazione ulteriore. Altri però manifestamente guarentisce, e in una guisa meglio evidente che nelle carte costituzionali moderne; tra quali il diritto di petizione (e inclusovi quello di popolare accusa e forse di popolare resistenza) trova nell’arringo, non solo un riconoscimento, ma un organo costituzionale.

Certamente - dice Ellero - una costituzione pensata a priori potrebb’essere meglio architettata di quelle, come la sammarinese, che sono prodotte dalla storia. La storia - si sa - non opera con la simmetria, colla eleganza d’un lavoro intellettuale e letterario. Però i suoi prodotti sono meglio efficaci e durevoli, perché alla realtà e possibilità delle cose meglio corrispondenti. Insomma, per Ellero, è basilare che la costituzione di un paese sia frutto della storia di quel paese: una costituzione, sia pur buona, se non ha radici presso il popolo cui si vuole applicare, o non alligna, o sì miseramente, che il primo soffio la atterra.

Ellero conclude: io auguro alla repubblica [di San Marino] che perfezioni sì, ma non cangi i suoi ordini; e … non si diparta dalla sua pratica tradizionale.

La Relazione viene pubblicata, pochi mesi dopo la compilazione, nei primi numeri della rivista Archivio Giuridico, fondata dallo stesso Ellero. Una rivista di grande prestigio, dal grande avvenire, subito balzata all’attenzione degli studiosi di diritto dell’Italia intera e anche d’oltralpe.

 

Non solo Ellero

A ‘laudare’ San Marino per la sua antica costituzione comunale non c’è solo Ellero. Pure Giosuè Carducci, ad esempio, ne è ammirato e ne tratta diffusamente nel suo celebre discorso sulla ‘libertà perpetua’ tenuto sul Titano proprio in occasione dell’inaugurazione del nuovo Palazzo Pubblico realizzato nello stile degli antichi edifici comunali. Francesco Paolo Cestaro, elogiato dallo stesso Carducci, dedica alla antica costituzione sammarinese dei lavori specifici.

Cestaro, come Ellero, come Carducci, sale sul Titano in un giorno d’ingresso dei nuovi Capitani Reggenti. E pure lui come tanti altri rimane colpito, preso dalla cerimonia, di cui si compiace di descrivere le fasi salienti attraverso brani tratti dallo Statuto, riportati in latino. Di fronte a quella cerimonia le cui regole, a fine Ottocento, sono ancora in latino, anche Cestaro finisce per porsi la solita domanda: donde tanta longevità?

Marino Fattori gli espone le cause che hanno conservata la Repubblica di San Marino. Cioè: fortezza del luogo…povertà del territorio … benevolenza dei principi… istruzione e moralità… partecipazione ai pubblici Consigli… brevità delle cariche … l’idea della libertà, annessa all’idea religiosa… credenza che il fondatore della Repubblica sia stato un Santo.

Cestaro ascolta. Le analizza una ad una, quelle cause indicate da Fattori. Le confuta una ad una. Per lui la ragione della longevità della Repubblica di San Marino è una sola ed altra: la costituzione. Tanto che afferma categorico: la costituzione salvò San Marino dalla sorte di tutti gli altri Comuni italiani, dal cadere, cioè, sotto il dominio d’una famiglia cittadina od estranea: ne salvò la libertà e l’indipendenza. Cos’ha di straordinario la costituzione sammarinese? E' una pianta indigena, ultima rappresentante d’una grande flora italica distrutta, una pianta dal tronco robusto, cresciuta liberamente in condizioni di suolo e di clima propizie, senza innesti esotici, per opera di sole forze naturali. Pianta spontanea, è venuta via via mettendo un tallo sul vecchio, e mantiene il rigoglio e il viluppo selvaggio de’ suoi rami. Si distingue nettamente in mezzo alle nuove piante da serra, dalla disposizione freddamente simmetrica, dalla vita stenta, dalla cultura artificiale.

La costituzione sammarinese è così originale e così diversa, che si trova difficoltà di riconoscerne l’intima natura e definirne la vera forma.

Cestaro non propone certo ai sammarinesi di adeguare la costituzione della loro Repubblica a quella degli altri Stati. Gli piacerebbe il contrario: peccato… che costituzioni come la sammarinese, richiedano, per formarsi, l’azione lenta e combinata della natura e della storia, e non possano essere create artificialmente, come le …costituzioni moderne, sulla base di sistemi dottrinali, fantastici, soggettivi.

 

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