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Riforme secondo la storia

Alcune considerazioni sulla questione costituzionale nella Repubblica di San Marino

0-0Introduzione

0-1Premessa

1-Affezione all'ordinamento

2-La scelta del 1906

3-Il secondo dopoguerra

4-Voglia di costituzione

5-Perché no

6-Alcune proposte

7-Conclusione

 

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 IL SECONDO DOPOGUERRA

      

 

San Marino esempio europeo

Le proposte del Gruppo Consiliare Socialista del 1917 vengono riprese a distanza di un trentennio in un quadro politico e culturale profondamente mutato: dopo la seconda guerra mondiale.

Al termine di quel conflitto le carte costituzionali balzano nuovamente all’attenzione del mondo politico e di quello giuridico, specie in Stati come l’Italia, la Germania (e il Giappone) che hanno necessità di rompere col passato e di dare forza massima alla recuperata democrazia.

Pure a San Marino, con la fine della seconda guerra mondiale, si verifica un cambiamento politico di centottanta gradi. Sale al potere un governo formato da Socialisti e Comunisti, presentatisi alle elezioni unitamente sotto il nome di Comitato della Libertà.

Dall’esterno non sarebbe certamente arrivato alcun biasimo al Comitato se anche la Repubblica di San Marino si fosse convertita al costituzionalismo, nel momento in cui l’Italia, appena divenuta repubblica, si accingeva a dotarsi di un nuovo, moderno, avanzato testo costituzionale.

Nessun impedimento - sostanziale di ordine politico - nemmeno all’interno. Messo a punto un testo costituzionale, il Comitato avrebbe potuto sottoporlo a referendum in analogia, mutatis mutandis, con quanto avveniva in Italia, oppure, più semplicemente, farlo votare in Consiglio, ove disponeva di una maggioranza qualificata (quaranta seggi su sessanta).

Eppure il Comitato della Libertà, benché ci fossero dunque le condizioni, esterne ed interne, per far compiere alla Repubblica il grande passo, riprende la strada segnata da Pietro Franciosi: riforma ed adegua l’antico ordinamento alle nuove esigenze anziché metter mano a una costituzione. E a dare alla scelta un adeguato supporto giuridico-culturale chiama, nel 1948, un luminare di indiscussa fama: Piero Calamandrei, fresco del recente impegno per la stesura della costituzione italiana, entrata in vigore proprio all’inizio di quello stesso anno.

Calamandrei sale sul Titano il 1° ottobre 1948 per tenere il discorso per l’ingresso dei nuovi Capitani Reggenti. Trova uno Stato fermo al Medioevo in quanto a istituzioni. Anacronisticamente, c’è ancora un vertice collegiale: due uomini. Dove succede più? Quei due uomini stanno in carica sei mesi. Un periodo ridicolmente breve. Dove succede più? Poi c’è quella cerimonia di ingresso, con la spola, più volte, tutti e quattro, i vecchi ed i nuovi reggenti, fra palazzo e chiesa. Vestiti, per giunta, come secoli fa, quasi si girasse un film di costume. Ebbene, Piero Calamandrei, che ha contribuito, attivamente e da protagonista, a licenziare il testo costituzionale della nuova Italia democratica, un testo moderno, modernissimo, fondato laicamente sul lavoro, conquistato con una lotta civile combattuta contro una dittatura legata - a suo parere - a filo doppio alla religione, ebbene Calamandrei non si vergogna di partecipare a quella cerimonia. Di aggregarsi a quel corteo. Calamandrei non ironizza. Non irride. E nemmeno riapre la borsa e tira fuori i ferri del mestiere appena riposti e, a quei montanari, si mette lui a costruire una costituzione come va fatta. Avrebbe potuto approfittare di quei montanari per sperimentare, sia pure in uno Stato lillipuziano, quel suo personale progetto di testo costituzionale, capolavoro di democrazia, di avanguardia sociale e di intelligenza giuridica, con cui si era presentato a Roma e di cui così poco era passato nel testo finale italiano, per le infinite mediazioni cui ogni decisione era andata soggetta.

Piero Calamandrei intitola il suo discorso: San Marino esempio europeo. E lo pronuncia, quel discorso, al culmine di quella singolare cerimonia, in un’aula parlamentare che sembra una chiesa, dominata com’è dalla figura del Santo che giganteggia al centro di un quadro che occupa una intera parete. La scena di quei due uomini che, sotto lo sguardo del Santo, trasmettono il potere ad altri due uomini dopo appena sei mesi, come sei mesi prima loro l’hanno ricevuto da altri due uomini, e così di sei mesi in sei mesi fin dal 1243, obbedendo a una legge che in pratica è scritta solo nella loro testa - solo nella loro testa -, deve aver profondamente scosso l’animo dell’incallito positivista uso, per principio, a non prestare attenzione alcuna a norme non materializzate su un supporto fisico. Egli ammette: qui a San Marino … ci si accorge della scarsa importanza delle costituzioni. E conclude: ciò che fa la stabilità degli Stati non è tanto la perfezione tecnica dei loro ordinamenti costituzionali quanto lo spirito che i popoli ci mettono dentro.

 

La Carta dei diritti

Dopo la seconda guerra mondiale il costituzionalismo ritorna in auge e conosce una nuova formidabile occasione di diffusione su scala planetaria quando, a seguito della decolonizzazione, esplode nel mondo il numero dei paesi che raggiungono l’indipendenza. Come raggiunge l’indipendenza, uno Stato si mette subito all’opera per racimolare una carta costituzionale, necessaria - il passaporto - per entrare negli organismi internazionali. Gli serve per certificare il suo nuovo status di piena sovranità e per garantire che al suo interno le regole della democrazia sono rispettate.

La Repubblica di San Marino è senza costituzione. Come pochi altri Stati molto antichi. Ad esempio l’Inghilterra. Ma la Repubblica di San Marino non ha certo le dimensioni, il peso politico, la notorietà di uno Stato come l’Inghilterra. E nei massimi organismi internazionali non c’è già come l’Inghilterra, fin dall’avvio. Nei massimi e più importanti organismi San Marino, pur Stato antichissimo, deve ancora entrare. Come gli Stati di recente indipendenza.

La porta degli organismi internazionali, nella seconda metà del Novecento, viene aperta, spalancata, per accogliere la folla degli Stati di nuova indipendenza. La Repubblica di San Marino coglie l’occasione per entrare pur essa, mescolata a quella folla di nuovi Stati. I nuovi Stati però si presentano con la loro costituzione. Senza costituzione la Repubblica di San Marino potrebbe essere ritenuta uno Stato dalla sovranità ancora incerta o con una vita politica non ben regolata in quanto a democrazia.

Sul Titano si decide allora di affidare a un gruppo di luminari del diritto una ricognizione dei principi fondamentali contenuti nell’ordinamento sammarinese e di raccoglierli poi, quei principi, in un testo legislativo che, in qualche modo, potesse essere recepito come un documento costituzionale. Nasce la cosiddetta Carta dei Diritti, cioè la Legge 8 luglio 1974 n. 59: Dichiarazione dei diritti dei cittadini e dei principi fondamentali dell’ordinamento sammarinese. Un documento importante in campo internazionale, come si deduce dal successivo ingresso della Repubblica in organismi anche di primaria importanza: CSCE, Consiglio d’Europa e, infine, ONU.

Nell’ultimo quarto del Novecento, la pressione degli organismi internazionali nei confronti dei singoli Stati comincia a focalizzarsi sul rispetto dei diritti fondamentali, che vengono elencati in specifiche convenzioni, delle quali si comincia a chiedere ad ogni Stato la sottoscrizione e la puntuale applicazione.

Negli Stati dotati di costituzione, trattati e giurisprudenza internazionale sui diritti dell’uomo hanno finito per integrare la definizione dei diritti costituzionali. Negli Stati senza costituzione il recepimento è avvenuto (o sta avvenendo) attraverso delle leggi organiche. Emblematico il caso dell’Inghilterra: il 2 ottobre 2000 in Inghilterra entrerà in vigore lo ‘Human Rights Act’ che recepirà la Convenzione europea per i diritti umani.

  

Crisi del costituzionalismo

Una volta che siano state recepite e vengano rispettate le convenzioni sui diritti fondamentali, nell’ultimo quarto del Novecento, viene meno, da parte degli organismi internazionali, la pressione sui singoli Stati per l’adozione tout court di un documento costituzionale. Pressoché nello stesso periodo il documento costituzionale comincia a perdere un po’ della rilevanza goduta nei due secoli precedenti, anche da parte della scienza giuridica, in conseguenza di un cambiamento culturale più generale.

Il Novecento è un secolo nel quale molte delle certezze di cui l’Ottocento andava tronfio nei vari campi del sapere cominciano a mostrare crepe nella loro sicurezza. Anche in materia di diritto. E, col diritto, ne risente il costituzionalismo, che subisce un processo di smitizzazione che gli fa perdere quell’alone fideistico che da due secoli lo circondava. Un documento costituzionale comincia ad essere considerato, prosaicamente, per quel che è: un prodotto della storia: l’opera di un individuo, o di una commissione di saggi, o di un tempo o una generazione particolari.

Chi più dei liberali ha creduto nel costituzionalismo? Ebbene, a fine Novecento, ci sono studiosi di matrice liberale che (oltre ai soliti progetti costituzionali costruiti a tavolino sotto l’ispirazione della dea-ragione), non disdegnano di prendere in considerazione anche gli ordinamenti prodotti dalla storia. E riconoscono che un ordinamento giuridico basato sul diritto consuetudinario e sulla elaborazione giurisprudenziale fa emergere una sorta di ‘volontà comune’. Cioè riconoscono che in genere alla definizione di un ordinamento hanno concorso innumerevoli soggetti vissuti e operanti in tempi diversi per cui potrebbe essere meno esposto alla moda dei tempi e dei singoli, di un testo costituzionale che nasce in un determinato momento storico e per mano di una cerchia di persone necessariamente limitata.

Ci sono molti riscontri oggettivi a questa nuova tendenza nella cultura politica. Va scemando un po’ ovunque la moda riproduttiva-imitativa della costituzioni altrui. Non si afferma più in modo esclusivo il modello costituzionale democratico-liberale. Sta venendo meno quella forte e decisa volontà costituente che negli ultimi due secoli ha accompagnato ogni serio proposito di innovazione politica, secondo cui per sovvertire l’esistente era comunque necessario procedere in nome di un piano coerente ed univoco, cioè, appunto, con un progetto costituzionale che prefigurasse ogni aspetto del nuovo ordine.

Insomma la volontà costituente, che ha dominato la cultura giuridico-politica dell’Ottocento e di parte del Novecento, ha cominciato a perdere consistenza. A fine Novecento si registra, al contrario, l’avvio di un processo di progressiva dissoluzione e relativizzazione della materia costituzionale, fino quasi all’esaurirsi della grande tradizione storica della costituzione come legge fondamentale.

 

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