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Riforme secondo la storia

Alcune considerazioni sulla questione costituzionale nella Repubblica di San Marino

0-0Introduzione

0-1Premessa

1-Affezione all'ordinamento

2-La scelta del 1906

3-Il secondo dopoguerra

4-Voglia di costituzione

5-Perché no

6-Alcune proposte

7-Conclusione

 

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 VOGLIA DI COSTITUZIONE

 

La Costituzione chiesta dall’interno

Proprio sul finire del Novecento, quando il costituzionalismo va in crisi, a San Marino, che alla pressione del costituzionalismo di origine borghese-liberale ha sempre resistito, preferendo adeguare via via alle esigenze dei tempi il suo vecchio ordinamento con opportune riforme in linea con la sua storia, ecco che dentro San Marino comincia a farsi strada la convinzione dell’opportunità di mettere mano a una costituzione.

La convinzione muove dalla consapevolezza della necessità di far cessare l’uso spregiudicato del potere, dare garanzie per la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini, salvaguardare il bene comune. In sostanza si ritiene che la introduzione di un testo costituzionale sia un passaggio necessario e sufficiente per arrivare a proteggere la - atavica? - debolezza del cittadino sammarinese (e della comunità nel suo insieme) di fronte allo strapotere dei governanti di turno.

I diritti del cittadino e alcuni principi generali di controllo sui governanti sono stati già elencati una trentina di anni fa nella Carta dei Diritti. La Carta ha svolto una ruolo notevolissimo verso l'esterno, nel senso che ha mostrato al mondo che la Repubblica di San Marino è pienamente sovrana e che è usa da sempre a uniformare la vita politica alle regole ordinarie della democrazia (pur in assenza di una costituzione vera e propria). All’interno, però, detta Carta non ha avuto, di fatto, alcuna incidenza. O comunque la sua incidenza è stata poco significativa. Le cose sarebbero andate diversamente se i contenuti della Carta fossero stati inseriti nell’architettura più ampia e articolata di un testo costituzionale vero e proprio?

È, indubbiamente, un ulteriore salto di qualità nella democrazia quello che si è cominciato a chiedere dentro San Marino sul finire del Novecento.  Paragonabile, nella sostanza, mutatis mutandis, a quello che ha avuto luogo all’inizio del Novecento, quando si introdusse la democrazia rappresentativa. Allora si arrivò alla grande conquista, diversamente dalla maggior parte degli altri Stati, senza metter mano a una carta costituzionale. Questa volta?

 

Costituzione e ‘Stato dei partiti’

Lo strapotere dei governanti (cioè dell’esecutivo, per adoperare la terminologia propria del costituzionalismo) ha luogo, in genere, quando, su di esso, viene meno la funzione di controllo da parte degli altri poteri, in particolare da parte del parlamento, detentore del potere legislativo.

La prevaricazione dell’esecutivo è riconducibile tout court alla mancanza di un testo costituzionale? Un testo costituzionale sviluppato sui principi della separazione dei poteri, cioè secondo i canoni propri del costituzionalismo, è sufficiente a risolvere la questione?

La Repubblica di San Marino, con l’Arengo del 25 marzo 1906, è diventata uno Stato democratico di tipo parlamentare. Senza costituzione. Negli Stati democratici di tipo parlamentare con costituzione, le cose vanno meglio a proposito della separazione dei poteri? In particolare, c’è prevaricazione da parte dell’esecutivo sugli altri poteri?

Secondo gli studiosi di materie politico-istituzionali, lo Stato democratico di tipo parlamentare, a fine Novecento, si caratterizza - ahimè! - per la essenzialità del ‘sistema dei partiti’ che, muovendo dall’indispensabilità del loro ruolo per organizzare il consenso dei cittadini e selezionare così la rappresentanza politica, in realtà tendono a monopolizzare il potere inserendosi non soltanto nella comunità statale ma anche nell’apparato organizzativo pubblico. Gli stessi studiosi fanno notare che si sta verificando una appropriazione da parte dei partiti del compito di gestire gli interessi della collettività … I partiti diventano sempre più onnipotenti e il loro potere sempre più incondizionato, non per nulla emerge nell’uso corrente la formula dello ‘stato dei partiti’.

Allarmati, gli studiosi vanno denunciando che sta scomparendo la netta contrapposizione fra parlamento e governo, in quanto dal punto di vista funzionale, nelle forme di governo parlamentari il partito o i partiti che formano la maggioranza non possono non controllare il governo. Insomma non vi è più contrapposizione ma piuttosto ‘generalizzata collaborazione’, fra parlamento e governo. Per cui ne risente la funzione di controllo, demandata al parlamento, sull’operato del governo. La funzione di controllo, e quindi di limite-garanzia del legislativo, sfugge al parlamento complessivamente considerato e viene ovunque affidata alle ‘minoranze di opposizione’: dal punto di vista funzionale, alla tradizionale, e stancamente riaffermata, dialettica parlamento-governo si contrappone quella opposizione-maggioranza/governo.

Insomma pure negli Stati democratici di tipo parlamentare dotati di costituzione si registra un prevalere del potere esecutivo analogo a quello evidenziato a San Marino, uno Stato democratico di tipo parlamentare non dotato di costituzione. La costituzione, di per sé, dunque non è in grado di preservare dalla degenerazione del sistema democratico quale a San Marino si lamenta. Anche dove c’è una costituzione (che sancisce la divisione dei poteri) avviene che il parlamento, dominato dalla maggioranza, non riesca a controllare l’operato del governo. Anche dove c’è una costituzione i partiti possono arrivare a monopolizzare tutto il potere (Stato dei partiti) e può succedere che, detti partiti, alla contrapposizione preferiscano la collaborazione e riducano a schermaglie da fioretto la dialettica fra opposizione e maggioranza/governo. Infine, la costituzione di per sé non impedisce che alligni la piaga del consociativismo, che, a poco a poco, finisce per mettere a repentaglio la salute della democrazia.

 

La oligarchia dei partiti

Fino ad una trentina di anni fa a San Marino il consociativismo è stato tenuto a freno dalla dialettica fra opposizione e maggioranza/governo. Dialettica indotta, principalmente, dalla forte caratterizzazione ideologica dei partiti.

Ciascun partito disponeva di una organizzazione capillare sul territorio, che manteneva attiva e vigile attraverso i cosiddetti ‘militanti’. Per l’informazione adoperava giornali, volantini, manifesti, comizi, conferenze. Anche i massimi esponenti politici non perdevano occasione per scendere, letteralmente, in mezzo alla gente, mescolarsi con la gente, ascoltarne le esigenze, annusarne gli umori.

L’aggregazione dei partiti per formare la maggioranza di governo avveniva sulla base della affinità o contiguità ideologica. La coalizione di maggioranza, quindi, aveva una identità marcata. I partiti di opposizione, divisi da quelli della maggioranza anche dal fossato delle ideologie, non perdevano occasione per pungolare, stimolare, criticare i governanti. Ne passavano al setaccio fino ogni atto, ogni progetto, ogni mossa.

A partire dagli anni Ottanta, entrano in crisi le ideologie. Si stempera la caratterizzazione dei partiti. Pure la contrapposizione maggioranza-opposizione si ammorbidisce. Con ovvio vantaggio per chi è al governo.

Per giunta chi è al governo, a partire dagli stessi anni Ottanta, si trova in mano risorse in grandissima abbondanza. L’erario pubblico tracima per il tanto danaro che arriva dagli accordi italo-sammarinesi di metà degli anni Settanta (prodotti petroliferi, imposta monofase). Quel danaro è un frutto della sovranità. I governanti ne cominciano a disporre come se piovesse dal cielo. Cioè, in pratica,  senza sentir il dovere di renderne conto ai cittadini, visto che non veniva dalle tasche dei cittadini.

I governanti di turno, anziché investire quell’eccezionale afflusso di risorse in opere pubbliche, in infrastrutture o metterle a riserva (come era accaduto per un certo periodo nel ventennio fascista), cominciano ad avvalersene per comprare - a volte letteralmente? - il consenso a breve. Emblematico l’uso dell’impiego pubblico: si assumono dipendenti pubblici oltre ogni limite di buon senso, e li si colmano di privilegi economici e normativi.

Governare diventa … facile. La qualità degli uomini di governo, anche negli esponenti massimi, comincia a risentire della mancanza di una selezione. La mentalità politica degenera rapidamente. I partiti rinunciano al compito di far emergere dalla società le idealità e gli interessi che in essa sono presenti, e di rappresentarli. Ridotti a pure aggregazioni di potere per il potere, privi di prospettive ampie e di lungo periodo, non sono più in grado di farsi portatori delle esigenze e dei bisogni veri presenti nella società, per i quali dovrebbero  predisporre soluzioni politiche. Non sono più in grado di operare sintesi politiche, di elaborare un indirizzo politico. I partiti si sono messi al servizio degli interessi frazionali ed adoperano le istituzioni per un soddisfacimento immediato di tali interessi frazionali. Di ogni occasione di potere,  comunque acquisita,  si comincia a quantificare il beneficio economico diretto, cioè anche personale, immediato, che ne deriva.

In vent’anni, dalla concezione del potere come servizio, per giunta da prestare gratuitamente, a favore della comunità, si è passati, in Repubblica, a quella del potere come dominio su tutta la società, ma in particolare per quanto riguarda l’economia. L’azione dei governi, in assenza di un progetto di interesse pubblico,  è sempre più assorbita dalla gestione amministrativa ordinaria,  che, fra l’altro, avviene sotto l’influenza via via più marcata di cordate politico-affaristiche, trasversali ai partiti e trasversali ai raggruppamenti di maggioranza e di opposizione, con a capo faccendieri senza scrupoli.

 

Il distacco del Palazzo dalla gente

L’universo del potere sammarinese si avvita su se stesso. Il Palazzo torna distante dalla gente. Di quanto il Palazzo sia distante dalla gente, ancora la gente non ha la percezione. Il benessere diffuso dalla pioggia di danaro che da quasi un ventennio continua ad allagare il paese, ha finito per obnubilare, ottundere le menti e mettere fuori uso i normali indicatori su cui normalmente si fonda un giudizio sui governanti. Una droga. Parafrasando un testo del repubblicanesimo,  si può dire che - entrate a dirigere lo Stato persone  senza ideali, senza una meta, circondate da complici con la loro stessa mentalità -  si è persa nel paese la capacità di giudicare con saggezza e degli uomini e delle cose, sino a confondere la virtù e il vizio; che si è annientata la forza morale di resistere e di lottare contro il degrado; che, fiaccata la coscienza civile dei cittadini, li si è ridotti a servire e ad adulare, ad inseguire pratiche clientelari e politiche di favori; che il sistema di corruzione ha sovraccaricato il paese di personaggi i quali, solo per l’assenza della giustizia, non sono stati mai portati in tribunale come normali delinquenti o accusati di tradimento.

Il Palazzo, in mano alla oligarchia dei partiti, è tornato distante dalla gente più che prima del 1906, quando era la oligarchia delle famiglie a detenere tutto il potere.

Ecco alcune prove di tale distacco, riportate a titolo esemplificativo.

·        Non vengono diffuse integralmente per radio, televisione o internet le sedute del Consiglio (parte pubblica). Il che, a fine Novecento, equivale alla chiusura al pubblico della Tribuna della sala del Consiglio, aperta a furor di popolo dopo l’Arengo del 1906.

·        Il dibattito in Consiglio è stato soffocato con la introduzione delle Commissioni Consiliari. L’introduzione, per il modo in cui è stata realizzata, penalizza gravemente i partiti di opposizione.  E può essere intesa come un vero e proprio attentato alla democrazia, dato che i tempi parlamentari del dibattito politico a San Marino  - avendosi una sola camera - sono già ristretti.

·        Non vengono compilati i testi dei verbali del Consiglio. A partire dagli anni Ottanta. Se ne conserva solo la registrazione sonora su nastro magnetico. Ma non ne è eseguita la trascrizione. Cioè non si effettua la digitalizzazione. Fatto gravissimo in sé. Fra l’altro il cittadino non può accedere alle registrazioni sonore del parlato se non attraverso un consigliere in carica. Gli stessi consiglieri, di fatto, non hanno modo di controllare le registrazioni nemmeno per correggere un eventuale errore materiale. Le istanze d’Arengo avanzate in più occasioni, miranti fra l’altro anche al recupero del pregresso, sono state o respinte o approvate, ma non messe in esecuzione.

·        Non vengono pubblicate sul Bollettino Ufficiale le convenzioni stipulate fra lo Stato ed enti vari, persone giuridiche o fisiche.

·        Non vengono pubblicati sul Bollettino Ufficiale gli accordi con le Organizzazioni Sindacali nemmeno quando lo Stato è direttamente parte in causa, cioè quando essi riguardano la pubblica amministrazione. Le istanze d’Arengo presentate in materia sono state sempre bocciate.

·        Molte leggi - ad esempio sul pubblico impiego o sulla gestione del territorio - sono lacunose, incoerenti, contraddittorie, con passi indecifrabili, così che l’esecutivo, in pratica, può non tenerne conto.

·        Continua il monopolio statale delle trasmissioni radiofoniche e televisive. Monopolio che, fra l’altro, impedisce, di fatto, ai partiti di avvalersi di tali mezzi di comunicazione per svolgere la loro normale funzione democratica. Di fatto, nella società attuale, tale monopolio costituisce un limite grave alla comunicazione, e corrisponde al divieto, in altri tempi, di utilizzare liberamente la stampa, di tenere conferenze, di indire riunioni o comizi.

·        Alcuni servizi di interesse pubblico, anche fondamentali, vengono assegnati in monopolio senza una gara d’appalto (e per giunta a persone che si nascondono nell’anonimato). Ciò determina delle rendite di posizione. Veri privilegi. In assenza di concorrenza, i titolari di tali servizi, fra l’altro, tendono a non investire nelle innovazioni, con grave danno per l’economia, per la cultura, per lo Stato nel suo insieme.

·        I governi stanno alienando beni pubblici a favore di persone che si nascondono nell’anonimato. Per cui non si può escludere che ad usufruire di tali provvedimenti siano perfino gli stessi consiglieri, gli stessi uomini di governo, i funzionari di partito, eccetera.

·        I governi autorizzano la grande speculazione edilizia a vendere immobili col sovrapprezzo della sovranità a forensi attraverso società o direttamente mediante il rilascio compiacente di residenze o di permessi di soggiorno con l’automatica trasformazione in residenza.

·        I governi consentono a faccendieri senza scrupoli che si nascondono nell’anonimato societario di avvalersi della Repubblica per danneggiare i sistemi economici di altri Stati, facilitandoli nella loro azione criminale, fra l’altro, addirittura con la depenalizzazione dei reati fiscali e societari.

·        I governi, di fatto, favoriscono, con l’anonimato societario esteso al settore immobiliare, la concentrazione delle proprietà in Repubblica. Una concentrazione che ha raggiunto punte mai verificatesi nella storia del paese. Infatti anche nel Seicento e Settecento la proprietà è rimasta a San Marino molto frazionata rispetto a quanto avveniva, in quei secoli, altrove. La stessa Chiesa, in tutte le sue articolazioni, non è arrivata mai a possedere più del 17% (contro il 40%  nel circondario).

·        I governi, di fatto, favoriscono, con l’anonimato societario esteso al settore immobiliare, gli investimenti di personaggi che potrebbero utilizzare la Repubblica per il riciclaggio di danaro di provenienza illecita.

·        I governi sono usi a stipulare, a volte, accordi sindacali, o prendere deliberazioni sul personale della pubblica amministrazione, previo accordo con le Organizzazione Sindacali (a volte con una sola) in contrasto con le leggi vigenti in materia.

·        I membri di governo sono usi a dotarsi di uno staff di personale e ad assegnarsi un budget di spesa, a carico dell’erario pubblico, sproporzionato rispetto alle necessità della gestione della funzione cui sono preposti e rispetto alle dimensioni del corpo elettorale. Ciascuno di essi può disporre di una quantità di risorse  superiori, spesso, a quelle di un piccolo partito. Ha a disposizione una macchina per il consenso che rende, di fatto, impossibile la concorrenza da parte di altri soggetti politici, i quali non possono certo disporre di risorse analoghe. Tale sproporzione di forza è fatta valere ovviamente anche (soprattutto?) nei confronti dei concorrenti che sono all’interno del partito da cui quei membri di governo provengono. I partiti da cui i membri di governo provengono ne finiscono per subire totalmente la iniziativa. Ne sono schiacciati. Il danno alla democrazia, di per sé grave, diventa gravissimo non appena si consideri che i membri di governo coi loro clan finiscono per sconvolgere l’organizza-zione e l’attività ordinaria anche dei partiti di opposizione intessendo rapporti ‘privati’ direttamente con alcuni aderenti a quei partiti, senza passare cioè attraverso i vertici. I governanti di turno e gli ex governanti di turno sono divenuti una casta. Godono di privilegi, anche personali, che vicendevolmente si erogano a danno dello Stato, della comunità, della democrazia.

Si è creato un sistema politico che finisce per logorare la democrazia. I governanti si comportano quasi da sovrani, in quanto hanno acquisito un enorme potere arbitrario. Il Congresso di Stato emette deliberazioni anche in contrasto con le leggi senza che, a volte, il Consiglio nemmeno osi contestarne la legittimità.

Il sistema è bloccato. Di qui l’estendersi del movimento per la introduzione di una costituzione, che dovrebbe porre fine al sistema, modificarlo radicalmente, erigere dei paletti allo strapotere dei membri di governo.

Quella della costituzione è una richiesta estrema. Avanzata come richiesta estrema. Come unica via d’uscita da questa situazione.

Quella della costituzione è veramente una via d’uscita? Veramente è l’unica via d’uscita?

 

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