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Alcune considerazioni sulla questione costituzionale nella Repubblica di San Marino

0-0Introduzione

0-1Premessa

1-Affezione all'ordinamento

2-La scelta del 1906

3-Il secondo dopoguerra

4-Voglia di costituzione

5-Perché no

6-Alcune proposte

7-Conclusione

 

- 5 -

 PERCHè NO

  

Costituzione? La portanza di un eventuale sì

Alla introduzione di un testo costituzionale, la Repubblica di San Marino, in passato, ha risposto sempre No. Rimanendo ancorata al suo antico o vecchio ordinamento. Ordinamento che, basato sul diritto consuetudinario e sulla elaborazione giurisprudenziale, è stato sempre considerato sul Titano un tutt’uno con la libertas perpetua, nella sua duplice accezione di democrazia interna e di non dipendenza da autorità politiche esterne.

L’ordinamento è il frutto della storia della comunità-Stato. L’espressione più alta del suo sistema di diritto. Uno Stato si identifica col suo diritto, il suo DNA. Populus est collectio multorum ad iure vivendum, quae nisi iure vivat, non est populus.

L’antico ordinamento, per San Marino, è la sua pelle naturale: un prodotto del corpo, tutt’uno col corpo. Un testo costituzionale, per San Marino, sarebbe un involucro artificiale. Appunto, un falso.

Lo scrittore Paolo Volponi nel romanzo Sipario ducale mette in bocca a un suo personaggio, nell’atto di indicare le Rocche: tutto falso come una falsa brocca. Ed è vero. Non solo le Rocche sono false. Anche la Basilica, ad esempio. Una costruzione neoclassica. Che hanno a che fare con la storia e la gente di San Marino gli stucchi? Le tegole di pietra della vecchia Pieve, quelle sì sono uscite dalle mani della gente di qui, sono frutto della laboriosità e della fede della gente di qui. Quindi sono vere. Sammarinesi.

Falso pure il Palazzo Pubblico, neogotico, fiorentineggiante.

Le Rocche, il Palazzo, la Basilica, tutte costruzioni – false! – nate false. Scientemente false. Ciascuna per una specifica e diversa ragione politica. A seguito, insomma, di una scelta ragionata. Scelta che noi, oggi, lontani da quei tempi e fuori dalle problematiche che a quella scelta hanno portato, noi che sappiamo come sarebbe andata la storia, ci permettiamo di giudicare sbagliata. Il rifacimento della Pieve, ad esempio, è servito ad esternare, alla sospettosa Roma del dopo Congresso di Vienna, il reverente ossequio al papa in quanto Sommo Pontefice, per poter glissare sulla richiesta di una attestazione di fedeltà al papa in quanto monarca dello Stato della Chiesa. Le Rocche, le muraglie ed il Palazzo, trecenteschi, sono serviti, a cavallo fra Ottocento e Novecento, a porre l’accento su San Marino-comune per ridurre l'impatto di San Marino-repubblica (troppo forte, quasi provocatorio all'interno di uno stato monarchico, con una casa regnante piuttosto sospettosa). Inoltre, attirando l'attenzione sul periodo dei comuni - fra l’altro considerato il più glorioso e nobile della storia della penisola - la si distoglieva dall'ambiguo rapporto tenuto dai sammarinesi con quel papato contro il quale si era svolto il Risorgimento italiano.

Oggi perché introdurre un ennesimo falso? Il sommo falso sarebbe per San Marino un documento costituzionale. Fra l’altro, non lo pretendono più, un documento costituzionale, gli organismi internazionali. Non lo chiede più la scienza giuridica. Anzi, oggi, probabilmente, attorno a San Marino, da parte di chi conosce la sua storia, si griderebbe allo scempio se si eliminasse sic et simpliciter l’antico ordinamento per sostituirlo con un normale testo costituzionale. Sarebbe come manomettere la Guaita, a causa della sua inutile antichità, per sistemarvi un’antenna (così da uniformare il Titano ai tanti monti segnati dalla, utilitaristica, modernità).

 

Costituzionalismo e monarchia

Il costituzionalismo nacque nel Settecento a seguito delle rivoluzioni borghese-liberali. Queste erano rivolte contro le monarchie, le monarchie assolute, cioè le forme di governo più diffuse, nel panorama degli Stati, in quel periodo della storia, fondate su una concezione politica di origine medioevale secondo cui ogni potere, a qualsiasi livello, proviene dall’alto. Il monarca era lì per diritto divino. Il volere del monarca era legge. Il monarca era al di sopra della legge.

Le rivoluzioni borghese-liberali impongono dei paletti ai monarchi. Li costringono ad accettare un insieme di regole (scritte in un documento da ritenersi legge fondamentale dello Stato, la costituzione), vincolanti per i monarchi stessi. In particolare le rivoluzioni hanno imposto ai monarchi di accettare un controllo sul loro governo da parte dei rappresentanti del popolo, liberamente eletti dal popolo.

La rivoluzione borghese-liberale, dunque, in genere non allontana il re. Il re rimane al suo posto e continua a nominare il governo. Il governo, però, non potrà più muoversi nella più completa discrezionalità. Ad esempio non potrà violare alcune norme che tutelano il singolo cittadino, i diritti fondamentali, che derivano al cittadino in quanto uomo, cioè per ‘legge di natura’. Non potrà interferire nelle decisioni della magistratura, corpo separato dall’apparato governativo. E, soprattutto, dovrà rendere conto del suo operato, oltre che al re, anche ai rappresentanti del popolo, cioè al parlamento.

Benché nasca in ambiente monarchico per limitare il potere del re (ma non certo per allontanarlo; Montesquieu, ad esempio, è un convinto monarchico), il costituzionalismo finirà per trovare terreno fertile anche dove, la violenza rivoluzionaria, ha allontanato il re. Dove il re se n’è andato, il costituzionalismo, per così dire, lo ricrea, tanto … ne ha bisogno! Al posto del monarca, capo di Stato per diritto divino in carica usque ad mortem,  mette un ‘monarca a tempo’, il ‘presidente’ scelto o direttamente dal popolo o dai rappresentanti del popolo.

Il presidente è, dunque, in genere,  una costante delle repubbliche nate a seguito delle rivoluzioni e dei movimenti  liberali. Repubbliche che poi si differenziano fra loro per i poteri che al presidente vengono attribuiti. Ci sono repubbliche in cui il potere del presidente è quasi pari a quello di un re del periodo dell’assolutismo. Altre in cui il presidente ha poteri limitatissimi ed è ridotto soltanto a simbolo dell’unità dello Stato.

In conclusione, le repubbliche che nascono in conseguenza delle rivoluzioni borghese-liberali, cioè in epoca di costituzionalismo, mantengono nel loro DNA il gene monarchico. Il che le differenzia nettamente dalle repubbliche dell’antichità classica, medioevali o rinascimentali, cioè dalle repubbliche antiche nate in tutt’altro contesto: esperimenti di governi che avevano quale finalità principale quella di permettere a una parte ampia, per quei tempi, della popolazione di partecipare al governo e al potere sovrano. Esse furono governi rappresentativi fondati su consigli che … rappresentavano nel loro insieme il popolo o la città.

Ebbene San Marino appartiene alla famiglia delle repubbliche antiche, quelle rette da un Consiglio, o, ancor meglio, da un Arengo, che rappresenta effettivamente la totalità del popolo.

 

Da ultimo il repubblicanesimo

Le repubbliche antiche ritornano di moda e nuovamente finiscono sotto la lente degli studiosi della politica, nell’ultimo quarto del Novecento. Quando, mossi da una insoddisfazione nei confronti della tradizione liberale, alcuni di essi hanno cominciato a contrapporre, anzi - a loro dire - a rispolverare, una tradizione repubblicana, dando vita a una nuova teoria politica che prende il nome di ‘repubblicanesimo’.

Il repubblicanesimo riconosce al liberalismo il merito di aver combattuto con successo le dottrine comunitarie che pongono quale fine della comunità politica l’affermazione di una qualche concezione del bene morale, … le dottrine teocratiche che indicano come fine della comunità politica il perseguimento della salvezza; … le dottrine organicistiche, che indicano quale fine dello Stato il bene della società in generale, o del gruppo, o della nazione. Riconosce che il liberalismo ha svolto un ruolo fondamentale per la difesa della libertà individuale e per la emancipazione dei popoli e gruppi, tuttavia lo accusa di essere una teoria politica individualistica, in quanto indica quale fine principale della comunità politica soltanto la protezione della vita, della libertà e della proprietà dei singoli.

I liberali parlano di diritti naturali (o innati, o inalienabili). Per i repubblicani i diritti sono tali solo se la consuetudine o le leggi li riconoscono, e quindi sono sempre storici e non naturali, e se non sono storici e non sono riconosciuti dalle leggi sono aspirazioni morali, importanti quanto si vuole, ma nulla più che aspirazioni morali.

Il repubblicanesimo è teoria giovane, di pochi lustri, rispetto al liberalismo, vecchio di più di due secoli. Tuttavia vanta ascendenze antiche. Ancor più antiche dello stesso liberalismo. Antiche e nobili. Infatti si dice figlio delle esperienze repubblicane sviluppatesi qua e là fra il Duecento e la prima metà del Cinquecento, cioè prima del diffondersi dell’assolutismo e quindi prima del liberalismo (che, abbattendo l’assolutismo, ha dato vita alle repubbliche moderne).

Il repubblicanesimo prende la mossa, in particolare, da una analisi delle esperienze di autogoverno repubblicano che hanno cominciato a svilupparsi in Italia in ambiente comunale approssimativamente nei primi sessant’anni del XIII secolo… dando luogo alla elaborazione di una ideologia dell’autogoverno cittadino, utilizzando essenzialmente fonti romane. Nel Trecentosi diffonde il principio secondo cui una città può dirsi libera se non dipende dalla volontà dell’imperatore, cioè se non deve ricevere da lui statuti e leggi o richiedere la sua approvazione…. Insomma è libera se crede di essere nella condizione di poter non riconoscere alcun potere superiore (‘civitas quae superiorem non reconoscit’)secondo la celebre formula di Bartolo di Sassoferrato.

Ebbene il repubblicanesimo fa proprio, e mette alla base della sua costruzione, questo concetto di libertà - libertà come assenza di dominio - traendolo dalla cultura giuridico-politica elaborata dalle città italiane con autogoverno repubblicano.

Nelle città italiane con autogoverno repubblicano, ‘assenza di dominio’ significa non dipendenza della città da autorità politiche esterne, ma anche - questo è il punto - non presenza, all’interno della città, di autorità con poteri arbitrari. La storia, in genere, ha posto l’accento sulla valenza esterna di tale concetto di libertà. Meno su quella interna. Il repubblicanesimo, invece, mette sotto la lente di ingrandimento la ricaduta di tale concetto di libertà all’interno di quelle città.

I repubblicani sostengono che nelle zone con autogoverno repubblicano, il cittadino è particolarmente stimolato a partecipare alle vicende della sua res publica. E non già perché quella sia la sua destinazione naturale, ma per impedire che in mano ad altri il governo degeneri in una tirannide odiosa, in grado di mettere in discussione la sua sicurezza e la sua proprietà privata. Ha scritto Machiavelli: Vivere libero consiste nel potere godere liberamente le cose sue sanza alcun sospetto, non dubitare dell’onore delle donne, di quel de’ figliuoli, non temere di sé.

 

I suggerimenti del repubblicanesimo

Esponenti del repubblicanesimo dicono che il concetto di libertà come ‘assenza di dominio’, si è radicato nelle zone della penisola italiana in cui ha avuto luogo una esperienza di autogoverno repubblicano, molto profondamente, tanto da potervi ancora riscontrare delle tracce.

Un esempio potrebbe essere proprio il Titano?

Sul Titano il concetto di libertà come ‘assenza di dominio’  da qualsiasi autorità esterna è sicuramente e solidamente affermato già nel 1296. In quell’anno la comunità sammarinese sostiene di goderne per diritto, ab immemorabili, in un processo per una questione di tributi, che ha luogo a Valle Sant’Anastasio, a due passi dal Titano. Lo chiama, quel diritto, nemini teneri: non essere obbligato verso nessuno. Il diritto lo  rivendica poi anche successivamente con tanta tenace costanza, determinazione e – perché no? – testarda cocciutaggine, da ottenerne - caso unico fra le civitates che si autogovernano? - addirittura un riconoscimento formale ed al massimo livello. Infatti l’11 ottobre 1549, il papa (cioè l’equivalente dell’imperatore in questa parte della penisola italiana) scrive ai sammarinesi: ab immemorabili tempore… semper fuisse in possessione … neminem Superiorem in temporalibus recognoscendi. Si tratta, dunque, di un riconoscimento di ‘assenza di dominio’ (cioè, in termini moderni, di ‘indipendenza’ o quasi) espresso proprio con la formula bartoliana.

Sul Titano anche il concetto di libertà come ‘assenza di dominio’ all’interno (cioè, in termini moderni, ‘democrazia’ o quasi) - caso unico fra le civitates che si autogovernano - viene praticato col massimo successo: mai alcuno, dall’interno della comunità, si appropria del potere a scapito di tutti gli altri. Con l’arrivo dell’assolutismo pure a San Marino si è avuto una involuzione delle istituzioni con la ‘chiusura’ del Consiglio. Involuzione certamente  grave. Ma  di una gravità non paragonabile a quella che in contemporanea si verifica in  altri luoghi dove  appunto una sola persona prende  in mano tutto il potere. Tanto che poi per introdurre  - o reintrodurre - la democrazia rappresentativa, basterà cambiare il sistema di nomina dei consiglieri. Non si  dovrà fare una rivoluzione e scrivere una costituzione per limitare il potere di un principe o allontanare un principe come altrove e creare, come altrove, ex novo, una camera dei rappresentanti del popolo. Il parlamento c’è già:  il Consiglio.

Però nell’ultimo quarto del Novecento, i governanti, forti della maggioranza in Consiglio, per la degenerazione del sistema dei partiti introdotto nel 1920, hanno cominciato ad assumere un atteggiamento proprio di chi detiene un potere arbitrario. Il repubblicanesimo può essere di aiuto?

Anche per Philip Pettit, uno dei massimi esponenti del repubblicanesimo, le maggioranze parlamentari, spesso, finiscono per esercitare un potere nella sostanza arbitrario e i governanti, espressione della maggioranza,  spesso, tendono a basare le proprie decisioni sui propri interessi privati, magari particolaristici, o sulle proprie idee personali, magari idiosincratiche. Insomma, secondo lo studioso, i governanti si trovano in una posizione tale da poter dominare i normali cittadini e, dal momento che tutti ne saranno pienamente consapevoli, è legittimo attendersi che i semplici cittadini saranno costretti ad assumere atteggiamenti servili nei loro confronti.

Rimedi? Secondo Pettit non è il caso di confidare troppo sulle regole, costituzionali o non. Si deve puntare piuttosto sulla possibilità da parte del popolo di contestare qualsiasi provvedimento governativo. A suo avviso, oggi, la comunità politica dovrebbe ricercare istituzioni che incarnino l’ideale di una democrazia che sia al contempo elettorale e contestataria. Simili istituzioni dovrebbero preservarci dal rischio che lo stato divenga un dominus, rendendo meno semplici i tentativi di perseguire politiche pubbliche non guidate da interessi comuni e riconoscibili.

Per Philip Pettit insomma è importante creare le condizioni perché, verso l’operato dei governanti, si abbia una possibilità permanente di contestazione (contestabilità democratica), per indurli a prendere le decisioni nella trasparenza, sotto la continua minaccia di un riesame della loro scelta. E’ necessaria, però, una piena libertà di informazione ed è necessario pure dotarsi di quanti più canali possibili affinché il pubblico possa avanzare proposte su materie di interesse comune.

 

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