mercoledì 16 maggio 2018 23:57
L'INFORMAZIONE DI SAN MARINO

San Marino. Processo Credito Sammarinese, chieste undici condanne

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Arrivato alle conclusioni il processo per il riciclaggio del denaro dello ‘ndranghetista Vincenzo Barbieri. Ieri la requisitoria dell’accusa 

Processo Credito Sammarinese, la procura fiscale chiede undici condanne e sei assoluzioni

Antonio Fabbri

Giunto alle conclusioni il processo sul caso “Decollo Money”, nel suo filone sammarinese, che vede imputati per riciclaggio, tra gli altri, gli ex vertici del Credito Sammarinese.

Le richieste del Pf. Nell’udienza di ieri è stata la volta della accusa, che al termine della sua requisitoria ha formulato le proprie richieste.  Il Procuratore del fisco Roberto Ceasarini ha chiesto la dichiarazione di estinzione del reato per Renato Cornacchia, deceduto prima dell’inizio del processo. Per sei imputati, poi, ha chiesto l’assoluzione perché non consta del reato in genere: Edoardo Morri, Pietro Daidone,  Massimiliano Sensi, Luigi Passeri, Graziella Zemini e Mario Amati. Erano stati chiamati in causa in quanto membri degli  organismi  della banca, Collegio sindacale e Cda. La pena maggiore, invece, è stata chiesta per Lucio Amati, all’epoca dei fatti presidente del Credito Sammarinese, e Valter Vendemini, Direttore generale. Per ciascuno il Pf ha chiesto 4 anni e 9 mesi di prigionia, 6.000 euro di multa e interdizione dai pubblici uffici e diritti politici per due anni.

Per Domenico Macrì e Barbara Gabba, Francesco Lubiana e Domenico Lubiana – i procacciatori di clienti e coloro che secondo l’accusa hanno facilitato e intermediato il deposito del denaro di Vincenzo Barbieri - ha chiesto 4 anni e 7 mesi di prigionia ciascuno oltre alla multa per 2.000 euro e un anno e sei mesi di interdizione. Per Giorgio Galiano, genero di Barbieri, e Raffaello Bressi, dell’hotel bolognese King Rose che era di proprietà dello ‘ndranghetista, chiesta la condanna a 4 anni e 5 mesi, 1.800 euro di multa e l’interdizione per un anno e 4 mesi. Chiesti, infine , 4 anni e 3 mesi per Sandro Sapignoli, all’epoca responsabile dell’antiriciclaggio della banca, e Davide Zoffoli, dell’ufficio fidi. Chiesta anche la multa per 3.000 euro e l’interdizione per un anno e tre mesi. Il Pf ha chiesto anche la condanna del Credito Sammarinese come persona giuridica, alla sanzione di 5.000 euro, 6 mesi di interdizione e la confisca di 80.000 euro ritenuti il guadagno dell’operazione contestata. Chiesta anche la confisca della somma in sequestro pari a 1.330.897,82 milioni più i frutti maturati.

La requisitoria Prima delle richieste la pubblica accusa ha proceduto ad una ricostruzione dei fatti che si è focalizzata sulle singole condotte degli imputati.

Il Pf ha prima richiamato la situazione in cui versava il Credito Sammarinese che, in estrema criticità patrimoniale, necessitava di sostegno e “i vertici della banca nella prospettiva di consentire depositi, hanno aperto le porte dell’istituto bancario sammarinese alla criminalità organizzata, avvalendosi dei Lubiana per contatti con le “persone giuste”. Nelle intenzioni del Barbieri, con questo contatto si assicurava rapida e sicura possibilità di riciclaggio di denaro sporco. Avrebbe dovuto versare rilevanti somme, fino 15 milioni. Non ci si poteva non rendere conto dello spessore criminale, della pericolosità sociale della persona con cui trattavano e del rischio a cui esponevano il sistema e anche loro stessi”, ha detto il Procuratore del fisco. La contestazione parla di riciclaggio del denaro di Vincenzo Barbieri, implicato in narcotraffico internazionale ed esponente della ‘ndrangheta, morto ammazzato nel periodo successivo a fatti contestati nel processo. Il Pf ha anche ricordato lo stato in cui i soldi in contanti giunsero al cassiere della banca: in un borsone, sporchi, malmessi, puzzavano di umidità. “I cassieri immediatamente si sono accorti che quelli non erano soldi normali”. Oltre ai principali imputati, il Pf ha rilevato come fosse necessario il coinvolgimento “di altre persone, quelle che poi era necessario avere come “complici”, che dovevano per forza sapere per organizzare tutto quello che è avvenuto. Era preferibile che meno persone possibile sapessero, Necessario coinvolgimento di altrem persone per andare a prendere soldi, per coprire l’operazione, per escogitare una operatività che permettesse a Barbieri di gestire la somma. Ecco l’idea del finanziamento e il coinvolgimento del genero. Dalle deposizioni dei coimputati Vendemini e Sapignoli, emerge che Amati era informato. Sapignoli aveva segnalato il word chec, quindi Amati sapeva. Ci sono anche affermazioni di Amati nelle quali asserisce che in Calabria era difficile trovare una persona che non fosse collegata con la criminalità organizzata”. Indici che per il Pf fanno emergere una consapevolezza del  presidente. “Ritengo – ha aggiunto poi il Pf - che Sapignoli sia stato gestito da Amati e Vendemini. La responsabilità di Sapignoli è legata anche a rapporti avuti con Amati e Vendemini. Per Aif anche prima dell’apertura del conto, che si ritiene sia stato gestito e voluto da Vendemini e Amati, c’era l’obbligo di segnalare”, ha aggiunto il Pf . Considerata in questa ottica ritenuta funzionale al disegno dei vertici, anche la posizione di Zoffoli. La Procura fiscale evidenzia anche la responsabilità dei soggetti italiani che hanno fatto procacciatori di clienti e da facilitatori per l’apertura del rapporto di Barbieri al Credito Sammarinese. “Erano perfettamente consapevoli del profilo di Barbieri e da dove potesse provenire i soldi” Il Pf ha invece sollevato dubbi sulla consapevolezza, posto che possa esserci stata negligenza, degli altri rappresentanti del Comitato Esecutivo e del Cda della banca e del Collegio sindacale. Di qui le richieste di assoluzione per sei imputati, e di condanna, ciascuno per il grado di responsabilità ritenuto dall’accusa, per gli altri.

La difesa E’ toccato alla difesa di Lucio Amati aprire la serie delle arringhe difensive. Ha preso quindi la parola l’avvocato Sergio Rotundo, legale italiano di Amati anche nelle vicende giudiziarie legate a questo caso ancora pendenti in Calabria. L’avvocato è partito dalla decisione di assoluzione presa dal Gup di Catanzaro in rito abbreviato, a favore di tre imputati della vicenda: Daidone, Morri e Zemiti. “Una sentenza non impugnata dalla procura che attesta, come fa oggi il Procuratore del fisco, che non ci sono elementi di colpevolezza per il Cda. E’ un passaggio importante. Ho apprezzato il riconoscere che non vi fu alcuna comunicazione al Ce e Cda circa le pregiudizievoli. Questo è ciò che Lucio Amati sostiene fin dal primo momento, contro le dichiarazioni di chi ha interesse a scaricare le proprie responsabilità. Non rimane uno straccio di dubbio che possa macchiare il comportamento di Lucio Amati – ha detto l’avvocato Rotundo - Non c’è dubbio che la posizione di Lucio Amati non venne coinvolta da nessuno nella prima fase: contatti con Barbieri, incontri con lui, appuntamenti con Barbieri, accordi con lui, consegna del denaro, trasporto del denaro e versamento su conto corrente.

In questa prima fase Lucio Amati non compare da nessuna parte. non c’è fisicamente nel Cs, anche perché stiamo parlando di una attività posta in essere durante le vacanze natalizie. Amati non c’era quando il conto è stato aperto. E in fase di interrogatorio Sapignoli dice che quando il conto è stato aperto, a quel punto “la frittata era fatta”. Significa che quei soldi erano stati non soltanto contati e consegnati al cassiere, ma addirittura versati” e in tutto questo, aggiunge il legale, Amati nulla c’entra.  Poi il legale addita l’ex direttore Valter Vendemini: “E’ lui che va a prendere il denaro e poi torna un’altra volta a Bologna per prenderne dell’altro. Se la prima volta dice di aver subito violenza psicologica, il secondo borsone con 700mila euro come è finito nella macchia di Vendemini? E’ sempre lui che pianifica di restituire il denaro a Barbieri”, aggiunge il legale accusando Vendemini e rigettando ogni contestazione nei confronti di Amati.  “Per quanto esposto chiedo l’assoluzione per non aver commesso il fatto, sia dal punto di vista dell’elemento materiale che dal punto di vista dell’elemento psicologico del reato”, ha concluso l’avvocato Rotundo. Ha fatto eco l’avvocato Arianna Della Balda, co-difensore di Amati. “Vendemini vuole disperdere le proprie responsabilità celandole sotto l’aura del presidente, vuole spartirle. Ma quella di Amati è condotta diversa da quella di Vendemini che ha gestito l’operazione”. Anche l’avvocato Arianna Della Balda ha chiesto l’assoluzione ritenendo “non ravvisabile il dolo e le accuse non risultano assolutamente e provate”. In subordine il legale, in caso di condanna, ha chiesto i benefici di legge e che si tenga in considerazione degli 11 mesi di custodia cautelare scontati da Amati in Italia. Oggi proseguono le arringhe delle difese con i leali di Daidone, Sensi, dei fratelli  Lubiana, Morri e Gabba.