domenica 13 gennaio 2019 15:52
RASSEGNA STAMPA

San Marino. La “Divina Commedia” del Titano, opera giovanile di Francesco Balsimelli

San Marino. La “Divina Commedia” del Titano, opera giovanile di Francesco Balsimelli

Fixing, non solo economia

Alessandro Carli: La “Divina Commedia” del Titano / Opera giovanile di Francesco Balsimelli, è stata scritta tra il 1910 e il 1911: composta da 13 canti in dialetto sammarinese, si sofferma sull’Inferno e sui personaggi (tutti del territorio) che incontra

(...)  Uomo di scuola e studi, Capitano Reggente nel periodo tormentato in cui San Marino venne investito dalla furia della guerra, Balsimelli (1894-1974) fu anche fervido autore di testi dall’indubbio valore letterario. Tra le produzioni giovanili e meno note spicca “la Nuova Comedia”, scritta negli anni 1910-1911 e custodita nella Biblioteca di Stato di San Marino. Un’operetta che, nonostante la definizione di “giovanile”, in realtà fa emergere un’arguzia rara e soprattutto una profonda conoscenza del dialetto.

La composizione, che si snoda lunga tredici canti, si sofferma nell’Inferno. È qui che l’autore, in parte celato sotto il nomignolo di Chicaia, prova a immaginare – con registri di straordinaria comicità – il viaggio del Sommo Poeta nei piani più bassi del mondo Trecentesco. In pieno stile vernacolare, il Virgilio dell’Alighieri si chiama Beccani detto “Giustranen”, una guida turistica del tempo, profondamente sammarinese, che condurrà Dante nei gironi dove i peccatori scontano le loro pene. “U s’alzeva alora e sol/ quand da st’ mond a ciap e vol/ e a m’avei te regn d’la morta/ senza guida e senza scorta”. Non prima però di averli fatti affacciare sul Paradiso, in modo che potessero vedere i beati e le persone che in vita erano state probe e pie (o perlomeno brave). “Un po’ i gireva e l’era l’ set/ che un bel pogn iera te let/ ielt sla testa a spindulon/ i gireva in purcizion/ e u s’avdeva andè a bracett/ omne e doni per dilet” lungo la via irta di spini che condurrà Dante verso la porta dell’Inferno. “Sid mai sted, boia d’un chen/ dri m’un forne pin ed pen/ che s’i l’evra tutt t’un bot/ u s’aresta cmè un fagot?/ Acsè me ch’an l’e va aspted/ um sciudet e busg de fied/ tra e fug e tra e fum/ a n’avdeva gnenca lum/ da e cheld ed che giron/ a ‘sera dvent cumè un carbon”. (...)

Evidente, nell’autore, l’intenzione del gioco goliardico e dell’intrattenimento, ma anche quella lingua “volgare” – nell’accezione più nobile, quella del vulgo a cui lo stesso Dante Alighieri ha dato ampio spazio scegliendola come matrice di scrittura – che permette a un testo “alto” di “arrivare” a tutte le classi sociali.

Articolo tratto dal settimanale Fixing

Fonte: Fixing