mercoledì 9 ottobre 2019 23:06
L'INFORMAZIONE DI SAN MARINO

San Marino. Gabriele Gatti "Se Caprioli fa l'appello, va a finir male ..."

Così l’ex Segretario agli Esteri risponde a chi gli chiede come andrà a finire il procedimento del secolo. Parole che assumono un particolare interesse pubblico in questo periodo

L'Informazione di San Marino: Ci sono, nelle conversazioni di Gabriele Gatti con suoi interlocutori, delle affermazioni che riguardano anche il processo “conto Mazzini” e sulle quali non si possono non fare riflessioni alla luce anche del fatto che l’ostruzionismo delle forze di opposizione blocca di fatto la possibilità di dare il via al procedimento di appello. Così alla domanda del suo interlocutore su come andrà a finire per gli imputati in quel procedimento, Gabriele Gatti risponde, riferendosi all’esito del processo: “Ah di’, loro sono in appello. Se Caprioli fa l’appello, va a finir male. Però adesso lì è tutto fermo…”. L’ex Segretario agli esteri parlava così già a fine luglio, prima che il 29 luglio 2019 venisse emesso il decreto – poi revocato in questi giorni – che fissava la prima udienza al 10 ottobre 2019.

Non si può non notare come le parole “…se Caprioli fa l’appello va a finir male”, assumano un significato di rilevante interesse pubblico, in questa fase nella quale il processo è in stallo per l’ostruzionismo di una serie di partiti. C’è il rischio che questa assurda strategia assecondi la volontà non farlo celebrare, l’appello? Questo viene da chiedersi in questi giorni nei quali alcune forze politiche, le stesse che hanno parlato ampiamente nell’ultimo Consiglio della volontà di mettere mano al e sul tribunale, hanno anche di fatto ribadito - in un comunicato firmato da Pdcs, Rete, Mdsi, Ps, Psd, Elego – che nella prossima legislatura sul Palazzo di giustizia bisognerà intervenire. Nella sostanza, direttamente o indirettamente, hanno insomma confermato di voler portare avanti una linea che appare affine a quella annunciata anche da Gatti in altre conversazioni, nelle quali ha detto: “In tribunale facciamo terra da ceci”.

Non possono lasciare indifferenti, allora, le inquietanti parole pubbliche pronunciate ieri da Roberto Ciavatta, capo di Rete, pastore dei partiti “restauratori” e bastonatore dei comportamenti che ritiene contrari alle sue strategie. Ciavatta, dopo le usuali distorsioni pro domo sua, afferma che in un momento ordinario sarebbe scattata l’azione di sindacato – che magari farà - verso il giudice Caprioli, reo di aver fatto presente che senza la dovuta presa d’atto si è visto costretto a rivedere il calendario del “Mazzini”. Il Giudice Caprioli che, lo stesso Ciavatta dice, è stato nominato “per fare il conto Mazzini”. L’equazione che potrebbe risultare dal teorema del Ciavatta, allora, è facile facile: il giudice di appello è stato preso per fare il “conto Mazzini”; gli si fa l’azione di sindacato; il conto Mazzini non lo fa nessuno.

Anche perché, com’è che diceva Gatti? “…se Caprioli fa l’appello, va a finir male”. Con buona pace delle ipocrite dichiarazioni secondo cui “il Mazzini deve essere fatto”. D’altra parte bloccare un atto dovuto, come una presa d’atto, e mettere le mani sul tribunale non può che avere come risultato il rischio di fare saltare numerosi processi che interessano, magari anche personalmente, chi ha già detto che sulla giustizia interferirà eccome. Bloccare, poi, decisioni che attendono da decenni, espone lo Stato a richieste di risarcimento - già in atto - per denegata giustizia e, quel che è peggio, rischia di aprire la strada a cattive abitudini come quella di provare ad addomesticare i procedimenti.