sabato 2 novembre 2019 10:10
AUT FINIS AUT TRANSITUS

Gli umani di fronte alla morte. Considerazioni tratte da "Il Parlante" di Marino Cecchetti

Gli umani di fronte alla morte. Considerazioni tratte da

Ecco alcuni passi tratti  dal libro "Il parlante. Il linguaggio dalla comparsa al web Motore del successo degli umani", di Marino  Cecchetti,  edito a San Marino nel 2018 (ISBN 1220024228, info ilparlante@libertas.sm)  

Dal Capitolo 1 –  Il distacco dallo scimpanzé 

La morte: finis oppure transitus

Legami così forti si instaurano nella famiglia che, quando uno dei componenti muore, il cadavere non viene lasciato in balia delle offese dell’ambiente come normalmente avviene nel mondo animale. Per proteggerlo - e conservarlo? - viene seppellito. Forse già 100mila anni fa questa pratica ha preso piede. Seppellito con cura. O, meglio, con affetto. E anche con fatica. “Scavare il terreno per creare una fossa, con strumenti, in ogni probabilità, quali semplici bastoni appuntiti, implica una mole importante di lavoro” (Margherita Mussi). Nella fossa, accanto al defunto, si mettono cibo, utensili e quant’altro si pensa che gli possa servire nel viaggio verso un luogo dai contorni non definiti (Ambrogio Donini) in cui ‘sicuramente’ il defunto continuerà a ‘vivere’. Noi, quel luogo, siamo usi chiamarlo ‘aldilà’.
Il ‘rito’ della sepoltura con l’aspettativa dell’aldilà non è esclusivo dell’area mediterranea. Si è trovato, ad esempio, che i Chinchorro, un popolo fra Cile e Perù, 7mila anni fa imbalsamavano adulti, bambini e, forse, anche feti, per impedirne la decomposizione.
Questione aperta quella della morte, che assilla, dunque, fin dai primordi l’umanità. Ciascuno è personalmente consapevole dell’ine-vitabilità della sua morte. Seneca ha sintetizzato così la questione: “Aut finis, aut transitus”. Vale a dire: la morte, per ciascuno di noi, o è la fine di tutto o va intesa come passaggio da qualche altra parte. Cioè in un altro luogo. Statisticamente, a livello mondiale - certamente a partire dall’epoca storica e fino agli inizi del secolo corrente - è prevalsa la convinzione “transitus”.
Transitus”, almeno in epoca storica, ha avuto il supporto della religione. “Le religioni ritengono che un qualche aspetto dell’essere umano permanga oltre la morte fisica” (Adriano Favole). Socrate, nel portare alle labbra il cratere con la cicuta, ha detto al fido Critone: “Dobbiamo un pollo ad Asclepio”, il dio della medicina. Volendo così compiere un ultimo gesto di venerazione per il divino, prima di darsi la morte. La morte, ai tempi di Socrate, era già saldata alla religione. E da tempo. E non solo in Grecia. Molti sostengono che sia stata proprio la morte “ad ispirare” agli umani “l’idea dell’aldilà e, quindi, la spiritualità e le religioni” stesse (Giovanni Berlucchi). Dato che “il pensiero religioso” è stato quello “universalmente dominante in ‘tutte’ le culture umane antiche di cui abbiamo traccia” (Carlo Rovelli), ecco spiegato il successo di “transitus”.
Chi può - ed è convinto del “transitus” - mette nella tomba del defunto anche il mezzo di trasporto: un carro (Cina, Etruria) o una barca (Egitto). Ad attendere il defunto nell’aldilà, secondo gli Etruschi, ci sono i suoi parenti già raccolti in ‘simposio’, cui il nuovo arrivato si aggrega.

Religione e aldilà

Michel Onfray - dichiaratamente ateo - afferma in tutta sicurezza: per le religioni “la morte che è vera non esiste, ma l’immortalità che non esiste è vera”. Al contempo riconosce, lo stesso Onfray, che tutta “la civiltà si cristallizza intorno a questo bisogno ontologico”. In sostanza la credenza nell’aldilà saldata alla religione ha svolto - svolge? - un ruolo basilare nel percorso dell’uomo.
Gli umani sono consapevoli della morte che li attende e, al contempo, sono decisi a non rassegnarsi al distacco dalle persone care che la morte impone. La religione consente - o si pensa che consenta - di mantenerlo aperto, il dialogo, con chi ha dovuto, fisicamente, assentarsi dal mondo degli affetti familiari. E supporta la speranza di un ricongiungimento nell’aldilà.
Indipendentemente dalla credenza religiosa, perché il dialogo fra persone che si amano dovrebbe interrompersi con la morte? “Se c’è l’amore, la morte non riesce a separare”, scrive Giuseppe Sgarbi, riferendosi alla moglie defunta, nel libro “Lei mi ama ancora”. L’urna con i nostri resti mortali come una crisalide si schiuderà per lasciarci uscire con le ali come le farfalle (Mircea Cărtărescu).

Dal Capitolo 6 –  Divinità e natura

Dio parla: Logos, Verbum, Parola

Nella Bibbia (Genesi) sta scritto che l’uomo è stato creato per stare accanto a Yahweh, ma che, per una disobbedienza, ha perso tale prerogativa. Gesù, figlio di Dio, è sceso sulla terra per fornire all’uomo - anzi, a ogni singolo uomo - la possibilità di riguadagnare la posizione perduta. (...)
L’uomo, ogni singolo uomo, non è più solo nel mondo cristiano. “Anche i capelli del vostro capo sono contati. Non abbiate paura”, dice Gesù. Dio che si cura anche di un passero perché non cada, come si può pensare che trascuri un uomo? L’uomo di fede cristiana dunque non ha più paura di ciò che lo potrebbe attendere nell’aldilà. Sa che, indipendentemente dalla casella che occupa nella societas, la sua vita non cessa con la morte avendogli Gesù, con la resurrezione, aperto - aperto specificatamente per lui - la strada dell’immortalità. Alla ‘fine dei tempi’ ogni singolo uomo recupererà il suo involucro corporeo (Marc Augé) col quale vivere in eterno accanto a Dio, come Adamo ed Eva vivevano accanto a Dio prima della cacciata dal Paradiso. È l’agognata immortalità. 

 

Dal Capitolo 18 –  Il nuovo Sacro Graal 

Il Sacro Graal medioevale

Il mito del Sacro Graal è nato nel Medioevo attorno ad una reliquia ambitissima: il calice usato nell’ultima cena di cui poi si sarebbe servito Giuseppe d'Arimatea per raccogliere il sangue di Gesù durante la crocifissione. Secondo la leggenda il cavaliere che, in qualche angolo del mondo, fosse riuscito a recuperare il calice, si sarebbe assicurato la felicità sullaTerrae, per sovrappiù, la vita eterna. Cioè, in sostanza, l’immortalità. (...)

Immortalità come privilegio

L’immortalità è un’aspirazione dell’uomo. Antichissima. Già 100mi-la anni fa si cominciò a seppellire i cadaveri con il corredo che si riteneva utile per affrontare il viaggio nell’aldilà dove sarebbe stato possibile, per il defunto, riprendere a vivere. L’aspirazione ha cominciato ad assumere una configurazione più definita probabilmente a Göbekli Tepe, quando si realizzò la prima consistente aggregazione di cacciatori-raccoglitori grazie all’alone di sacralità emanato dal tempio, costruito lì grandiosamente per la prima volta in pietra. La élite del tempio prese a governare la societas, legittimata dal suo ruolo di intermediazione con la divinità.
Da questa ‘vicinanza’ con gli immortali dèi, probabilmente è nata e si è sviluppata negli ambienti della élite la convinzione che, con il loro aiuto, fosse possibile dare concretezza all’aspirazione a continuare, dopo la morte, a vivere nell’aldilà. E si cominciò a investire le ricchezze accumulate nell’aldiquà per ingraziarsi questo o quel dio al fine di ‘garantirsi’, con la sua protezione, un posto nell’aldilà magari rispettoso del rango acquisito nell’aldiquà. Nei templi si celebrano riti particolari cui solo i privilegiati possono accedere. In aggiunta c’è chi si costruisce una megatomba dove il corpo verrà tumulato unitamente a quanti più oggetti preziosi possibile da spendere, all’occor-renza, nelle fasi del trapasso.
Così per millenni. Così in tante regioni della Terra.
Dette convinzioni sull’aldilà vengono poi scombussolate dalle religioni teistiche, le quali, a partire dal cristianesimo, hanno spalancato le porte dell’immortalità a tutti. Tutti. E si accede, all’immortalità, con un comportamento virtuoso nella vita terrena, che tutti possono praticare. Lazzaro, poverissimo e macilento, è posizionato meglio, molto meglio, del ricco epulone (Vangelo, Luca).
Ai giorni nostri anche l’immortalità intesa come salvezza eterna guadagnata attraverso i meriti acquisiti nell’aldiquà mediante una buona condotta di vita, sta perdendo appeal. Come, del resto, il sentimento religioso tout court.

Impossibile ‘non pensare’

Sta cambiando anche il modo di rapportarsi alla morte. Oggi la concezione della morte è ben diversa da quella di 100mila anni fa, quando si è preso a seppellire i cadaveri, magari con qualche elemento di corredo accanto. Distinguendoci,  così, nettamente  dagli animali (Ugo Grozio). Si potrebbe dire, con Giambattista Vico, che  “l’umanità ebbe cominciamento dall’humare, seppellire”.
Oggi si tende a ritenere i morti  quasi dei “residui ingombranti” (Jean Baudrillard), di cui disfarsi in fretta perché creano un inciampo al fluire corrente degli impegni giornalieri, pressati come siamo dalle  tante cose da fare.
Oggi la morte torna a essere considerata sempre più spesso finis piuttosto che transitus. Per millenni transitus è stata la credenza prevalente, in quanto una propaggine della religione. L’immortalità, ora, non pare più essere in cima alle aspirazioni dell’uomo a seguito dell’eclissi della religione.
È crescente la tendenza, fra gli umani, a non differenziarsi troppo dagli animali. Pur dando tutti per certoche ciascun uomo,diversamentedagli animali,vive sapendo che morte lo coglierà.
Impossibile, per noi umani, non pensare alla morte. La morte è il confine della vita. Tutti i confini ci vanno stretti. Noi siamo dotati di pensiero. Il pensiero tende a travalicare ogni tipo di finitudine, sia spaziale che temporale.

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 Dalla 'quarta di copertina' di "Il parlante"
Con un approccio divulgativo si rilegge il percorso della civiltà, scegliendo di mettere in particolare rilievo alcune tappe:
- l’alfabeto e lo zero; 
- la separazione fra divinità e natura; 
- la tecnica che dalla ruota dentata dell’orologio medioevale ci ha portati su su fino alla Luna; 
- la logica, che gemmata dal sillogismo aristotelico,  sta alla base dell’utensile ‘amico computer’. 
In quanto parlante l’uomo resta al centro del creato, anche se non più fisicamente come si riteneva prima di Copernico. 
In prospettiva c’è il ‘robot sapiens’, obiettivo dei recenti progetti sull’apprendimento automatico, ed, in sostanza, anche dell’Alfabeto del Pensiero di Leibniz. Lo potremmo considerare il Sacro Graal del nuovo millennio: lo ‘schiavo perfetto’ del parlante, costruito dal parlante stesso.