lunedì 6 febbraio 2017 22:42
L'INFORMAZIONE DI SAN MARINO

San Marino. Riciclaggio, si rischia che debba essere lo Stato a retrocedere i soldi sporchi

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Riciclaggio, si rischia che debba essere lo Stato a retrocedere i soldi sporchi

Dopo le eclatanti assoluzioni, se si dovesse giungere anche alla revisione della confisca, si arriverebbe al paradosso che lo stesso Stato, che li ha accertati come illeciti, finirebbe per riconsegnare i denari all’autore del reato

Antonio Fabbri

Le recenti sentenze definitive in materia di riciclaggio che, pur assolvendo l’imputato, hanno confermato la confisca dei denari sotto sequestro, spesso per svariati milioni di euro, hanno acceso la miccia della battaglia legale del processo di revisione. E’ stata proposta una istanza di revisione del processo davanti al giudice per i rimedi straordinari.

La vicenda “apripista” Il caso specifico, che potrebbe fare da apripista ad altri con esito analogo, è quello delle sorelle Balsamo che, assolte in appello per insufficienza di prove in ordine all’elemento psicologico del reato, il dolo, si sono viste però confermare la confisca di 1.920.785,50 euro già sequestrati più 499.000 euro per equivalente, che anche il giudice di appello ha confermato come accertato frutto di reato, nella fattispecie gli illeciti commessi dal padre delle due ragazze. Cosimo Balsamo, che “già dal 1975 ha riportato una serie di condanne per reati quali la ricettazione, il furto, lo spaccio di stupefacenti”, si legge nella sentenza. Assolte le due ragazze, dunque, il giudice Brunelli ha dunque confermato la confisca. Presentata istanza di revisione, dunque, il giudice per i rimedi straordinari, Vitaliano Esposito, l’ha valutata “non inammissibile” fissando l’udienza pubblica per discutere del ricorso al 20 marzo. Se dovesse essere accolta l’istanza di revisione, che mira a revocare l’unica statuizione penale rimasta, appunto la confisca, lo stato si troverebbe a dover restituire i denari che ha riconosciuto di provenienza da reato.

Il paradosso dello Stato che restituisce i soldi sporchi Ci si troverebbe di fronte, così, a un paradosso: lo Stato di San Marino si renderebbe in qualche modo ufficialmente “complice” del riciclaggio, rendendo puliti e retrocedendo questi soldi che sono stati dichiarati sporchi. In altri termini sarebbe lo stesso Stato - che con sentenza definitiva di appello del suo tribunale ha accertato che questi soldi provengono dall’autore del reato presupposto e sono frutto di illecito confermandone la confisca e incamerandoli all’erario - che si troverebbe di fatto a retrocedere il denaro sporco all’autore dei delitti. Esattamente lo scopo che chi ha commesso i reati presupposti voleva ottenere con le operazioni di occultamento, trasferimento, sostituzione del denaro, con le attività di riciclaggio insomma. Esattamente lo scopo a cui l’autore dei reati mirava, garantendosi il profitto della propria attività criminale. Il risultato è che il denaro sporco risulterebbe così ripulito avendo in più, come causa di giustificazione della provenienza, la retrocessione dalla Repubblica del Titano, con magari la causale per l’adeguata verifica: “restituzione da revoca confisca giudiziaria Tribunale di San Marino”.

Indietro di decenni C’è il rischio, dunque, di tornare indietro di decenni, non solo per la forzatura sulla direttive internazionali, ad esempio, del Moneyval. Non è certo la stessa materia, ma, analogamente, succedeva spesso qualche tempo fa che si “sfruttasse” il tribunale per ottenere “certificazioni”. Si intentavano cause per ottenere una attestazioni di provenienza di quadri non autentici, di croste o di reperti archeologici. Ancor prima era pure possibile presentare denunce per suggellare inesistenti titoli nobiliari.

I quadri senza certificato Accadeva, anche in tempi relativamente recenti, che chi avesse un reperto, un quadro, una crosta o una stampa ritenuta pregiata, ma non certificata perché di provenienza dubbia o ignota, intentasse una causa per riconoscerne l’autenticità. O meglio, qualcuno, magari un acquirente, contestava l’originalità dell’opera o del reperto, il venditore lo trascinava davanti al giudice dove portava elementi, anche sommari, a sostegno dell’autenticità e finiva per ottenere la certificazione del tribunale per l’opera che ne era sprovvista. Da quel momento il quadro aveva la sua certificazione.

Il “conte dei miei stivali” All’incirca succedeva allo stesso modo con il titoli nobiliari. Previo accordo, un soggetto provocatore contestava pubblicamente a qualcuno il suo blasone: “Sei un conte dei miei stivali” diceva ad esempio. “Ah sì, mi insulti così? Ti trascino in tribunale!”, replicava l’altro. La questione finiva al palazzo di giustizia davanti a un giudice che, finita la causa, metteva l’imprimatur al titolo nobiliare, certificando che fosse conte chi conte non era.

Quisquilie, queste. Più grave sarebbe esser costretti addirittura come Stato a sdoganare per puliti denari -magari frutto di reati contro il patrimonio, truffe, usura, corruzione, mafia- che puliti non sono. Una volta, quando alla furlana alle casse delle banche non ci badava nessuno, poteva andare a finire anche così. Adesso sembrava che qualcosa fosse cambiato.

 

 

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