A reimpostare l’accordo con l’Italia, Stolfi e Felici, convinti che già andasse bene

I governi di centro sinistra della Repubblica di San Marino nati dopo le elezioni del 2006 avevano una occasione d’oro col governo Prodi per reimpostare i rapporti con l’Italia su basi nuove.
Perché allora tanti disastri (Procura di Forlì

contro il sistema bancario e finanziario, Guardia di Finanza di Rimini
per l’esterovestizione), senza concludere nulla nemmeno sull’accordo di cooperazione?
Probabilmente non solo per una diffidenza ormai totale verso la Repubblica di San Marino da parte dell’Italia, indipendentemente dai governi in carica nei due paesi.

Col governo Prodi, San Marino avrebbe avuto la formidabile occasione di riprendere la trattativa daccapo, cioè ripartendo dalla

convenzione contro le doppie imposizioni,

solo da ratificare. Invece no. Si è insistito per

l’accordo di cooperazione.

Perché? Perché il titolare della
Segreteria di Stato per gli Affari Esteri, Fiorenzo Stolfi,
era convinto che detto accordo andasse già bene nella
sciagurata versione Fini.

Stolfi lo ha ribadito, papale papale (‘fu un errore non firmarlo‘), venerdì scorso in una
tavola rotonda presenti, fra altri, esponenti italiani sia del governo Prodi (On.le Vannucci) che del vecchio e nuovo governo Berlusconi (Senatore Baldassarri).

Non solo. A guidare la delegazione tecnica della Repubblica di San Marino a Roma nella trattativa col Governo Prodi è stato (almeno così si è detto più volte)

Claudio Felici, il quale, in Consiglio nel 2005
si era battuto per la firma di detto accordo proprio nel testo Fini, con argomentazioni che di certo ai suoi interlocutori romani non sono sfuggite.

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