Aborto, intervista al giurista italiano Giacomo Rocchi: “Il legislatore sammarinese dovrebbe aiutare concretamente le donne a non abortire”

Mercoledì 6 aprile si è tenuta presso la sala Montelupo a Domagnano la conferenza “Proposta di legge sull’aborto a San Marino: i punti dolenti ed i possibili scenari”.

L’evento, organizzato dal Coordinamento delle Aggregazioni Laicali di San Marino Diocesi di San Marino-Montefeltro e l’Associazione Uno di Noi, aveva lo scopo di svolgere un approfondimento sul progetto di legge presentato dal Congresso di Stato per il recepimento del quesito referendario sull’interruzione volontaria di gravidanza.

Uno dei relatori è stato il dott. Giacomo Rocchi, giurista e Consigliere presso la Corte di Cassazione italiana, che da anni si occupa di temi etici.

A margine dell’incontro lo abbiamo incontrato per fargli qualche domanda.

 

Come giudica, dall’alto della sua esperienza, la proposta di legge depositata in prima lettura dal Governo?
“Il Governo aveva il compito di presentare la proposta di legge dopo l’esito del referendum: ma la proposta di legge non si limita a recepire il testo della consultazione. In effetti, uno sguardo complessivo sul progetto dimostra che si è scelto di spingere verso la liberalizzazione assoluta dell’interruzione volontaria di gravidanza nelle prime dodici settimane di gestazione, anche per le ragazze minorenni, e di non delimitare adeguatamente i casi eccezionali che dovrebbero permetterla anche nel periodo successivo, fino a permettere anche gli aborti tardivi, alla nascita.
Insomma: il referendum è stato interpretato come se avesse dato un via libera quasi totale all’aborto!”.

Quali sono a suo avviso le maggiori lacune?
“Le lacune sono molte. L’aborto nelle prime dodici settimane viene consentito a semplice richiesta e deve essere eseguito “tempestivamente”; non è previsto nessun tipo di colloquio per la donna per aiutarla a valutare le alternative: eppure la visione dell’ecografia del feto le permetterebbe di comprendere la natura dell’atto che chiede di compiere, l’incontro con associazioni che difendono la vita le farebbe scoprire gli aiuti economici, sociali, psicologici che le vengono offerti, il coinvolgimento del padre rispetterebbe il suo diritto fondamentale di interloquire sulla sorte del figlio e permetterebbe alla donna di avere un alleato nella sua accoglienza, l’intervento dei genitori della minorenne garantirebbe il loro diritto fondamentale di educatori e, ancora, farebbe sentire la giovane meno sola nella situazione difficile.
Per quanto riguarda il periodo successivo della gestazione, il rischio è di permettere l’aborto per qualsiasi patologia del bambino, anche minima e anche solo probabile e non certa: una sollecitazione eugenetica davvero preoccupante, un invito ad eliminare i componenti “difettosi” della società!
Soprattutto, manca un limite finale di sviluppo della gestazione dopo il quale l’aborto venga vietato: quel limite che c’è perfino nella legge italiana (22a settimana)! Ciò significa permettere anche l’aborto alla nascita, di cui si era già parlato nel corso della campagna referendaria. Il rischio è forte: il progetto di legge prevede che gli aborti tardivi possano essere eseguiti anche da strutture private sul territorio della Repubblica, cosicché la possibilità che si sviluppi un “turismo abortivo” di donne che non possono più abortire in Italia e vengono a farlo a San Marino è concreto. Non esiste, inoltre, un divieto di cessione o commercializzazione dei tessuti fetali: ma è noto che, in altri Paesi, l’industria dell’aborto commercializza i corpi dei bambini abortiti, realizzando un macabro business.
Infine, il progetto non prevede l’obiezione di coscienza dei sanitari e dei soggetti coinvolti nelle pratiche abortive: una mancanza inaccettabile in una Repubblica che, nella sua Legge fondamentale, tutela la libertà di coscienza!”.

Quali consigli si sente di dare al legislatore sammarinese?
“Il progetto, mantenendo una severa sanzione penale per l’aborto eseguito fuori dei casi previsti e vietando l’uso dell’aborto come strumento di contraccezione, riconosce implicitamente che l’interruzione della gravidanza provoca la morte di un essere umano e, quindi, è un evento da evitare per quanto possibile. Sorprende, allora, che non vi sia alcuna previsione diretta ad aiutare le donne in difficoltà per una gravidanza a scegliere la vita, anche mediante associazioni di volontariato, in una corretta sussidiarietà. Sembra che il progetto spinga per un aborto immediato, irresponsabile, non meditato, nel quale la donna (anche minorenne) viene lasciata sola nelle sue difficoltà e ad essa viene offerto esclusivamente il servizio gratuito di interruzione della gravidanza.
Tutto questo va contro i principi fondamentali di San Marino: pensiamo alla legge sulla famiglia e anche alla previsione della Dichiarazione dei diritti secondo cui “ogni madre ha diritto all’assistenza e alla protezione della comunità”; ma non dobbiamo nemmeno dimenticare che, secondo quella Dichiarazione, “i diritti della persona umana sono inviolabili”.
Il legislatore sammarinese dovrebbe quindi aiutare concretamente le donne a non abortire, coinvolgendo il padre, le famiglie, le associazioni di volontariato; dovrebbe, poi, rispettare il diritto fondamentale alla vita del non ancora nato limitando al massimo, con norme rigorose, i casi di aborto eugenetico; infine vietare la pratica barbara degli aborti tardivi. Non si comprende, poi, l’insistenza per l’esecuzione degli aborti sul territorio della Repubblica in strutture private: non ve ne è alcuna necessità, visto che, in questi anni, gli aborti delle donne sanmarinesi in Italia ammontano a qualche decina; perché questa scelta? Vi sono interessi economici che premono?
Infine, una Repubblica come San Marino, l’antica terra della libertà, non può nemmeno immaginare di costringere medici e infermieri ad uccidere, anche se la loro coscienza lo vieta: il mancato riconoscimento dell’obiezione di coscienza nel progetto fa intravedere il pericolo di un “totalitarismo gentile” che si insinua nell’ordinamento”.

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