Il principio della Repubblica. Il Relinquo vos nel contesto politico generale e zonale in cui è apparso

Il principio della
Repubblica

Il Relinquo vos
nel contesto politico generale e zonale in cui è
apparso

 

(Annuario della Scuola Secondaria Superiore, n. XXIX, Anno
scolastico 2001-02)

 

Premessa

In Libera abuntrocle si è avuto modo di svolgere alcune
considerazioni sul Relinquo vos liberos ab utroque homine, accennando fra
l’altro alle varie ipotesi sulla sua origine. Qui ci si limita a tratteggiare il
contesto politico generale e quello zonale nel quale il motto, nel 1717, viene
alla luce. E si riportano alcuni giudizi espressi dagli eruditi feretrani del
Settecento. Eruditi divisissimi fra loro, anzi nemici acerrimi, quando si tratta
di parteggiare o per San Leo o per Pennabilli, singolarmente all’unisono nello
stroncare il Relinquo vos.

Il Relinquo vos conosce una fortuna eccezionale.
Finisce per divenire l’espressione della identità sammarinese, il Principio
della Repubblica
, come ebbe scrivere l’abate Marino Zampini, il grande
protagonista dell’episodio alberoniano. Si legge, tutt’ora, sul libro aperto che
tiene in mano il Santo al centro della parete principale della Sala del
Consiglio all’interno del Palazzo Pubblico.

Guerra dopo guerra

La prima metà del Settecento è caratterizzata da un continuo
stato di guerra. Il contesto internazionale porta tutti gli Stati ad essere
estremamente vigili. Essi sono talmente legati gli uni agli altri, che il più
piccolo cambiamento in un luogo anche marginale li mette tutti in allarme perché
potrebbe pregiudicare appunto l’equilibrio sul quale si fonda la sicurezza di
ciascuno. Campo di battaglia, la penisola italiana. L’acquistare la
prepotenza in Italia è l’oggetto dei disegni
di tanti Stati avendosi
esperienza che la prepotenza in Italia influisce considerevolmente a dar il
tracollo all’equilibrio universale
.

Negli incessanti trasferimenti da un capo all’altro della
penisola, gli eserciti, stranieri, attraversano e riattraversano i territori
dello Stato della Chiesa, ridotti a terra di nessuno, data la debolezza del
papato in questo periodo. Eserciti che, attenti a non farsi troppo male fra
loro, gareggiano nell’inventare sempre nuove forme di vessazione sulle
popolazioni lasciate in loro completa balia.

 La politica è regolata dall’assolutismo regio. Le guerre
hanno motivazioni dinastiche. Il secolo comincia con la guerra di successione
spagnola (1701-14), prosegue con quella polacca (1733-38) e quindi con quella
l’austriaca (1740-48). Altri conflitti negli intermezzi. In ballo sono gli
interessi delle principali case regnanti, Borboni ed Asburgo, le quali mirano ad
ingrandire i loro domini insediandosi direttamente o attraverso rami cadetti
negli Stati in cui sia venuta meno la dinastia locale.

Gli Asburgo di Vienna hanno una chance in più: sono
titolari della corona imperiale. Il che ha ancora un peso in qualche parte
d’Europa, specie nella penisola italiana, zona ormai marginale rispetto a quelle
che si affacciano sull’oceano. Non disponendo di una flotta e di porti
importanti, dovendo perciò rinunciare ad acquisire terre oltre gli oceani, come
invece stanno facendo le altre potenze (Inghilterra, Francia, Spagna, Olanda),
gli Asburgo, ogni qual volta riescono a tamponare l’avanzata turca a oriente,
rivolgono gli occhi sui vicini d’occidente, in primo luogo sugli staterelli
della penisola italiana: les provinces de l’Italie sont les Indes de la Cour
de Vienne
.

Asburgo e Stato della Chiesa

Gli Asburgo si presentano nell’arretrata Italia ancora rivolta
al passato, con le insegne del passato. Si arrogano i diritti che una volta
erano propri degli imperatori dell’epoca medioevale. Arrivano a considerare la
penisola italiana nel suo insieme il più prezioso feudo del Sacro Romano
Impero
. L’11 giugno 1697 Leopoldo I fa affiggere nel suo palazzo
a Vienna due editti imperiali, coi quali ingiunge: ognuno il quale
possedesse in Italia un feudo dell’imperatore
deve presentare entro tre
mesi, pena la devoluzione, i relativi documenti
. In sostanza, rivendica la
sovranità su detti feudi ovunque siano finiti a seguito delle successive vicende
della storia ed arroga a sé il diritto di disporne a piacimento in caso di
estinzione della famiglia feudataria.

Solo i papi tentano in Italia di opporsi con una certa
fermezza agli Asburgo. Innocenzo XII, dopo aver provato invano a convincere
Leopoldo I a non pubblicare quegli editti, cerca di neutralizzarne gli effetti
dichiarandoli per lo stato della chiesa nulli e irriti. Perché tanta
preoccupazione? Nello Stato della Chiesa sopravvivono una miriade di feudi,
alcuni dei quali hanno alla base un diploma di investitura imperiale, altri
papale, altri ancora – i più?- double face. I papi, di quando in quando e
non su tutti i feudi, hanno fatto dei controlli: ma limitatamente alla
legittimità del diploma di investitura. Senza, in pratica, discriminare troppo
fra investitura papale o imperiale. Ora la situazione si fa pericolosa. Lo Stato
della Chiesa potrebbe letteralmente andare in frantumi. Fiutato il vento della
storia, potrebbero rivolgersi a Vienna non solo i feudi imperiali o presunti
tali, ma anche quelli di incerta origine o quelli che non sono mai riusciti a
dare un fondamento giuridico al loro status o addirittura le terrae
immediate subiectae
che, mettendosi dalla parte del più forte, potrebbero
cogliere l’occasione per tentare di acquistare una qualche forma di autonomia.

Per chi guarda le cose dall’interno dello Stato della Chiesa,
governato dal papa, sembra davvero di essere riprecipitati nel Medioevo: ogni
luogo torna ad essere conteso fra imperatore e papa. Con una differenza però:
adesso all’attacco c’è l’imperatore. Canossa si è rovesciata. Non è più il papa
a mettere in difficoltà l’imperatore sciogliendo i feudatari di questi dal
giuramento di fedeltà, ma è l’imperatore che sconvolge l’ordine costituito nella
fragile penisola italiana e nel dominio stesso del papa, imponendo ai feudatari
di ritornare all’antica soggezione prevista nei diplomi di investitura
originari.

Nel 1708 gli Asburgo si prendono Comacchio, a scapito dello
Stato della Chiesa, contro le proteste del papa, Clemente XI, che tenta di
opporsi, invano, anche con un esercito racimolato nei suoi domini con un enorme
sforzo finanziario. La Santa Sede nel 1548 aveva acquisito al dominio diretto,
per devoluzione, il ducato di Ferrara, appena estintasi la famiglia d’Este, che
lo governava su investitura papale. E, nell’occasione, aveva acquisito pure
Comacchio, luogo interno a quel ducato. Secondo Vienna Comacchio sarebbe dovuto
restare fuori perché a governarlo era sì la stessa famiglia d’Este, ma in base a
una investitura imperiale ricevuta assai prima di quella, papale, relativa al
ducato.

Asburgo e Montefeltro

Il caso Comacchio potrebbe ripetersi pari pari, ancora a
scapito dello Stato della Chiesa, nel Montefeltro. Più volte, nel Medioevo, papi
e imperatori hanno scelto di rincorrersi lungo le sue valli. La Santa Sede, nel
1631, ha acquisito al dominio diretto il ducato d’Urbino a seguito
dell’estinzione della famiglia dei Della Rovere (succeduta ai Montefeltro) che
lo governava su investitura papale. Dentro il ducato d’Urbino, fin dalla sua
origine, c’era il Montefeltro. I Della Rovere, succedendo ai Montefeltro,
avevano ereditato da questi un doppio titolo: duchi di Urbino su investitura
papale e conti di Montefeltro su investitura imperiale. Ora l’impero, come già
nel caso di Comacchio, potrebbe rivendicare la sovranità sul Montefeltro, in
quanto, in origine, feudo imperiale.

Il luogo più noto del Montefeltro è San Leo, la fortezza nella
quale l’imperatore Ottone I strinse d’assedio nel 963 re Berengario. Più in
alto, verso l’Appennino, Carpegna, in mano da sempre alla famiglia comitale dei
Carpegna. Il conte Francesco Maria Carpegna,quando appaiono gli editti di
Leopoldo I, iscrive il suo feudo (quello di Carpegna-Castellaccia) fra i feudi
imperiali. Benché Carpegna sia ormai chiaramente, indubitabilmente un luogo
interno allo Stato della Chiesa. Benché lo zio del conte Carpegna sia un
cardinale: Gaspare Carpegna. E benché questo Cardinale ricopra la carica di
vicario del papa, cioè sia l’alter ego di quello stesso Innocenzo XII che sta
tentando di parare con ogni mezzo le ingerenze degli Asburgo nello Stato della
Chiesa.

La minaccia degli Asburgo si fa prossima

San Marino? La Repubblica di San Marino è un luogo interno
allo Stato della Chiesa, una Terra mediate subiecta, cioè che si
autoamministra come i feudi. Il suo status, secondo i sammarinesi, è una
eredità del Santo Marino, da essi invocato come autore e protettore della loro
libertà. I papi, di fatto, hanno sempre tollerato ed accettato che i sammarinesi
si autoamministrassero in piena autonomia e lungo i secoli, non mancando di
quando in quando di mostrare la loro benevolenza con la concessione di nuovi
privilegi. Singolare ad esempio la generosità di papa Clemente XI, il quale
esonera nel 1708 San Marino dal pagamento della cosiddetta Tassa del
Milione, introdotta per finanziare l’arruolamento di un esercito per difendere
Comacchio invaso dagli Asburgo. San Marino è l’unico luogo all’interno dello
Stato della Chiesa a godere di questa esenzione.

Pure gli Asburgo rispetteranno San Marino?

Se gli Asburgo decidessero di sottrarre allo Stato della
Chiesa il Montefeltro, così come hanno fatto per Comacchio, il destino di San
Marino sarebbe irrimediabilmente segnato. Difficilmente, infatti, potrebbe
riuscire a non seguire la sorte di tutti gli altri luoghi del Montefeltro. E
sarebbe una fine definitiva. Infatti, anche se il Montefeltro venisse in seguito
restituito ai papi, certamente questi ne avrebbero poi approfittato o per
estinguere la Repubblica o almeno per ridurne il livello di autonomia.

Gli Asburgo, indipendentemente dalla acquisizione del
Montefeltro, potrebbero arrivare a mettere le mani sulla Repubblica di San
Marino attraverso Carpegna. La famiglia Carpegna, titolare di una investitura
imperiale, dalla fine del Cinquecento va esibendo, come prova materiale di tale
investitura, una pergamena a firma dell’imperatore Ottone I in cui sono elencati
i luoghi oggetto, appunto, della investitura. Ebbene nell’elenco figurano anche
Fiorentino, Pennarossa e Casole, che appartengono sicuramente alla Repubblica.
Anche se il diploma ottoniano è notoriamente falso, dice un sammarinese del
Settecento, insomma Apocrifo, … una Cartaccia fatta da un Impostore, non
ci si può illudere che gli imperiali non lo vogliano applicare, potendo
affiancargli un altro diploma, il Diploma della forza. Tutti i luoghi che
figurano nel diploma di investitura dei Carpegna, più altri ad libitum,
potrebbero essere incamerati dagli Asburgo, nel caso che i Carpegna si
estinguessero.

A rendere temibilmente concreta la minaccia degli Asburgo in
zona è la ferma determinazione con cui l’imperatore Carlo VI mira ad
impossessarsi del Granducato di Toscana con cui Montefeltro è confinante. Il
Granduca di Toscana Cosimo III dei Medici, visto che i suoi due figli maschi,
già avanti negli anni, non hanno prole, nel 1713 indica come sua erede la figlia
femmina, Anna Maria Ludovica. Lo fa con una sfarzosa cerimonia celebrata a
Firenze in gran pompa
. Ma la designazione non è accettata da nessuna
potenza
. In sostanza sulla Toscana ormai gli Asburgo hanno il via libera.
Una volta installatisi in Toscana, è prevedibile che essi poseranno gli occhi
sulle zone contigue. A cominciare dal Montefeltro, rivendicato non poche volte
come feudo imperiale. Ad aggravare ulteriormente la situazione ci si mettono
anche i Carpegna che proprio in contemporanea coi Medici di Firenze, pure essi
faticano a procreare figli maschi.

La Repubblica di San Marino si sente ormai direttamente
minacciata dall’espansionismo asburgico, che traboccando dall’Appennino,
scenderà, ormai è certo, lungo la valle del Marecchia.

Pericoli anche dal fronte papale

Nel 1714 muore il card. Gaspare Carpegna, vicario,
consecutivamente, di ben cinque papi. Con lui termina il ciclo dei Carpegna
nella curia romana cominciato all’indomani della caduta del ducato d’Urbino, nel
1631, e termina pure il loro incontrastato potere nel Montefeltro esercitato
senza remore in temporalibus ed in spiritualibus. E con lui
viene a mancare alla Repubblica di San Marino la protezione di fronte ai papi
presso la curia romana della famiglia Carpegna, di cui aveva cominciato a
usufruire dopo il 1631, come in precedenza aveva usufruito di quella dei Della
Rovere e ancor prima di quella dei Montefeltro. Dagli inizi del Duecento la
Repubblica ha sempre avuto un protettore in zona e soprattutto di fronte a Roma.
Ora non più. Ora si trova all’improvviso scoperta e in zona e di fronte a
Roma.

Il vuoto di potere che si viene a creare nel Montefeltro a
seguito della decadenza della famiglia Carpegna non viene occupato da un’altra
famiglia dominante, ma da un gruppo di uomini che avevano già un ruolo di
prestigio e istituzionale: il capitolo dei canonici. Uomini colti, abituati a
lavorare assieme per una causa, quella di Pennabilli contro San Leo per la
questione della sede vescovile che si trascina dal 1580. Uomini ben addentro
negli ambienti romani e con qualche selezionata amicizia anche in corti estere,
specie a Vienna. Il vescovo Mons. Valerio Martorelli, uomo di grande prestigio
per la sua vastissima cultura religiosa e giuridica, stenta a frenarne gli
eccessi.

Come vanno i rapporti fra i sammarinesi ed i canonici di
Pennabilli? Male. Dagli inizi del Settecento. Non appena lasciò la diocesi del
Montefeltro, per trasferirsi a Camerino, il vescovo sammarinese Bernardino
Belluzzi. Questi aveva introdotto nella diocesi del Montefeltro delle
innovazioni nel pagamento dei tributi a favore degli ecclesiastici sammarinesi
(e dell’autonomia della Repubblica) a scapito del restante clero della diocesi.
Nacque un litigio, fra Pennabilli e San Marino, che andò poi allargandosi e
traducendosi in una serie di conflitti giurisdizionali aventi per oggetto, fra
l’altro, la complessa materia delle immunità ecclesiastiche.

I canonici pennesi osservano che la Repubblica di San Marino
gode sì di una certa autonomia amministrativa, ma non certo per un suo diritto
intrinseco: per pura benevolenza dei papi. Quanto allo status politico
essa, a loro avviso, è una Terra indubitabilmente soggetta all’alta
sovranità della Santa Sede. E lo dimostrano con accurate e dotte dissertazioni
storico-giuridiche. In antico il Titano era soggetto ai vincoli feudali del
vescovo del Montefeltro, un vescovo-conte, che proprio dentro la Guaita, la
Prima Torre, il fortilizio del luogo, aveva la sua residenza. A riprova adducono
un rogito del 1243 – scoperto a Verucchio – stipulato in camera Domini
Episcopi … in Monte Sancti Marini
, nel quale il vescovo intervenne, a loro
dire, come dominus loci. Inoltre danno molto rilievo al tentativo del
vescovo feretrano Benvenuto, attorno al 1320, di vendere al comune di Rimini i
suoi ‘diritti feudali’ sul Titano, non potendoli esercitare perché il paese era
‘occupato’ dai Montefeltro. A seguito di tale occupazione da parte dei
Montefeltro i sammarinesi, a detta dei canonici di Pennabilli, divennero da
allora ‘vassalli’ dei Montefeltro. Poi ‘vassalli’ dei Della Rovere, succeduti ai
Montefeltro nel ducato d’Urbino. Infine ‘vassalli’ della Santa Sede che per
devoluzione, ha acquisito nel 1631 detto ducato d’Urbino.

I canonici pennesi non si limitano ad allarmare Roma circa
l’aria di indipendenza che spira sul Titano, ma la spronano ad intervenire ed a
intervenire con determinazione ed urgenza per affermare indiscutibilmente la
sovranità della Santa Sede sul luogo: la recuperazione di questo Feudo è
facilissima, perché alla comparsa improvvisa di non molte sodatesche Pontificie
bisogna, che li Sammarinesi si sottomettino, e s’arrendino, per non aver forze
da resistere
.

Il testamento del Santo

La Repubblica di San Marino viene a trovarsi in una situazione
difficile fra le più difficili della sua storia. Ha necessità di difendersi per
la prima volta, dopo i secoli del Medioevo, dal fronte imperiale in procinto di
ritornare con le sue aquile nella Valle del Marecchia. Al contempo, su
istigazione dei canonici pennesi, potrebbe essere attaccata dalla Roma papale,
di fronte alla quale per la prima volta dopo secoli si presenta scoperta,
essendo venuto a meno anche l’ultimo suo protettore.

Nel 1717 esce a Venezia il secondo volume di una pubblicazione
di grandissima diffusione, l’Italia Sacra. L’opera passa in rassegna la
varie diocesi. Trattando della diocesi del Montefeltro, nel pezzo dedicato alla
Repubblica di San Marino, si accenna alla vita e agli atti del Santo Marino.
Detto Santo in punto di morte si è rivolto ai suoi seguaci con queste parole:
Filii, relinquo vos liberos utroque homine. Come dire che la Repubblica
di San Marino deve il suo status al suo Santo. Solo al suo Santo. Perciò
né imperatore né papa hanno motivo per vantare una sovranità sul Titano, perché
lo status del luogo non si deve a una concessione né dell’uno né
dell’altro. Il luogo è libero dalla soggezione e dell’uno e dell’altro. Da
allora San Marino è sempre stato libero. Infatti poco dopo si legge: nec
vanam adhuc fuisse sancti viri prophetiam ajunt, siquidem ex eo tempore ad hanc
diem libertatem
i sammarinesi semper retinuerint, qua nunc gaudent
Reipublicae titulo
.

Lo storico Paul Aebischer ritiene il motto opera di un
giurista, di un patriota locale desideroso di dare un fondamento legale al mito
della ‘libertas perpetua’
attraverso il Santo. Un Santo che non passa tutto
il tempo della sua permanenza sul Titano nell’isolamento e nella
solitudine ma che risulta aver visto coi suoi stessi occhi, cioè ancora in
vita, sorgere case … intorno alla chiesa che egli stesso ha costruito.
Un Santo che trasmette, non solo un semplice patrimonio fondiario che aveva
ottenuto da Felicissima, ma la libertà, e cioè il diritto di non dipendere da
alcuno. In altri termini, Felicissima non è più una proprietaria qualsiasi che
dispone in favore di Marino di tutta o di una parte delle sue terre, ma una
sovrana che fa dell’eremita un possessore di un libero allodio (diritto feudale)
trasmissibile ai suoi eredi, chiunque essi fossero. Siamo quindi in piena
feudalità, e direi piuttosto in piena feudalità romanzata
.

In zone dell’Italia quali il Montefeltro, chiuse sotto il
dominio della Santa Sede, già emarginate rispetto alla emarginata Italia, il
Medioevo dura assai più a lungo che altrove. È normale che nella prima parte del
Settecento si ragioni e si argomenti negli ambiti politico-culturali secondo
schemi e modalità che ricordano appunto quel lontano passato.

Oltre alla pubblicazione del motto, i sammarinesi incassano,
con lo stesso volume dell’Italia sacra, un altro importante risultato:
riguarda le reliquie del Santo. Avendo sempre sostenuto che la loro autonomia
deriva dal Santo, hanno sempre avuto bisogno di rintuzzare prontamente ogni
insinuazione, ogni minimo sospetto, ogni ombra sulla figura del loro Santo. In
particolare sull’autenticità delle reliquie del Santo conservate in Pieve. Come
apprendono, in quegli stessi anni, che ancora una volta – come già alla fine del
Cinquecento – a Pavia si accingono ad eseguire una nuova ricognizione sotto
l’altare di una chiesa di quella città dedicata a S. Marino, prontamente tirano
fuori il documento più antico e più importante che attesta essere sul Titano il
corpo del Santo di nome Marino e lo fanno pubblicare, anche questo, nello stesso
volume dell’Italia Sacra dove figura il motto. Si tratta della
testimonianza giurata dell’arciprete Marino Bonetti sulla ricognizione delle
reliquie del Santo avvenuta il 3 maggio 1586, spedita agli editori da padre
Filippo Riceputi, un gesuita di Forlì, grande studioso di cose sacre, in
particolare dei santi della Dalmazia o d’origine dalmata.

 I pennesi contro il
motto

Con il Relinquo vos liberos utroque homine si sostiene
che San Marino è un luogo libero ed è libero non per concessione del papa o
dell’imperatore, ma per eredità ricevuta dal Santo Marino. Il testamento del
Santo è, per la comunità del Titano, il fondamento storico-giuridico del suo
status. L’equivalente di un diploma di investitura per un feudo,
rilasciato o da un papa o da un imperatore.

Da parte imperiale nessuna reazione. Reagisce invece il fronte
papale. Ma non Roma, bensì i paladini di Roma del Montefeltro, cioè i canonici
pennesi. Questi affidano l’incarico a Padre Giovan Battista Contareni, uno
studioso molto autorevole, arrivato in diocesi al seguito di un vescovo, Mons.
Crisostono Calvi, che aveva sposato in pieno le tesi dei canonici pennesi sia
contro San Leo che contro San Marino.

Per Contareni il testamento del Santo Marino pubblicato su
Italia Sacra costituisce un tentativo – ridicolo, e comunque nullo sul
piano storico-giuridico – di scavalcare papi e imperatori, facendo discendere
l’investitura direttamente dal Cielo, cioè da dove proviene la stessa facoltà
dei papi e degli imperatori di rilasciare investiture. Un misero, banale,
furfantesco escamotage per supplire alla mancanza di documenti che
legittimino lo status di cui la comunità del Titano gode.

Contareni affronta la questione con rigore scientifico.
Comincia col costruire una sua versione della Vita del Santo. Dopo aver
raccontato nei termini soliti – ma con un velo di ironia – l’episodio di
Felicissima (o Felicita) con la donazione del monte, passa alla guarigione di
Verissimo: il grido di tal fatto sì vero e miracoloso, cotanto si sparse ed
avvalorò d’ogni parte, che a torma i popoli accorrevano all’Uomo di Dio, onde da
esso apprendevano i misteri di Cristo, e il lavacro della rigenerazione.
Statuivano moltissimi ivi condurre la loro dimora, stabilire con esso lui il
domicilio in quel Monte Titano, ché non in luogo di sudditi, ma piuttosto di
fratelli e figli tenevali il Santo, ai quali finalmente morendo lasciò da
possedere esso Monte in comune, e promise una perpetua libertà vaticinandola con
queste parole: FILII RELINQUO VOS LIBEROS UTROQUE
HOMINE
. Ecco giusta i Sammarinesi, designati i primordi della loro
piccola Repubblica
.

Poi si arriva al nocciolo: di questa Repubblica … vien
posto in controversia: Se realmente ella abbia avuto S. Marino ancora superstite
Autore e Legislatore di se medesima, il quale le abbia vaticinata, impetrata, e
conservata una perpetua libertà. Poiché contro ragione pretendono sostenerlo i
Sammarinesi, gittate allora da S. Marino le prime fondamenta della Repubblica;
quando fatto più frequente il concorso dei popoli al Monte Titano, ove esso
viveva, che erano tratti dalla fama di sua santità e da’ suoi miracoli, lasciò
ottimi precetti di social convivenza, e finalmente volato al Cielo, quel Monte
quasi lasciò per testamento, da possedersi in perpetua pace, e non mai violata
libertà
. Contareni ovviamente fa osservare che in pratica solo gli autori
sammarinesi parlano del Santo come l’istitutore di quella Repubblica,
mentre tutte le altre fonti tacciano in merito: neppure una parola appo il
Ferrario, Pier de’ Natali, o Pietro Calò ….; niuno vestigio nei Codici
Riminese, Bodecense, o nell’Oratorio Romano, dei quali si è servito Giovanni
Veldio, uno dei Continuatori del Bollandi; anzi apparisce da quelli, che S.
Marino
era più orientato a sfuggire le persone cioè a condurre una vita da
eremita che a richiamare seguaci. Insomma la Repubblica non può essere nata ai
tempi del Santo se non altro perché la popolazione sul Titano arrivò dopo. E
qualunque sia il periodo da cui i sammarinesi vogliano far partire la Repubblica
tuttavia non consta della promessa fatta della perpetua libertà, che vanta il
Valli, la quale comunicarono all’Ughellio Editore Veneto con queste oscure ed
ineleganti parole: FILII RELINQUO VOS LIBEROS
UTROQUE
.

In conclusione Contareni ritiene che quanto pubblicato
nell’Italia sacra sia opera dei sammarinesi stessi e non abbia alcun
fondamento storico. I sammarinesi, a suo dire, non hanno a sostegno alcuna prova
documentale. Non possono citare a sostegno nemmeno uno degli scrittori di
qualche autorevolezza che abbia trattato del Santo Marino (o di San Leo).

I leontini contro il
motto

Cosa pensano gli eruditi feretrani dell’altro fronte, cioè i
leontini? I leontini del Settecento sostengono che la sede dei vescovi era stata
sempre San Leo e che solo per esigenze militari di lì era stata spostata a
Pennabilli e che ora tali esigenze non sussistono più, per cui non c’è motivo
perché non ritorni a San Leo. A proposito di San Marino dicono che non è vero
che i vescovi lì vi avessero una residenza stabile: vi andavano di quando in
quando per esercitare il loro dovere di pastori di anime. San Marino è
‘politicamente’ fuori dallo Stato della Chiesa perché prima era fuori dal ducato
d’Urbino. Era fuori dal ducato d’Urbino perché non era feudo dei Della Rovere.
Non era feudo dei Della Rovere perché prima non era feudo dei Montefeltro. Anzi
non è stato mai feudo di nessuno, nemmeno dei Montefeltro o dei Malatesta, le
due famiglie più potenti della zona. Dice Gian Battista Marini, il più
prestigioso di essi: in tante investiture fatte dai Sovrani a favore
di queste due Case, non mai in alcuna ritrovasi conferito il dominio di
Sanmarino. Mirabil cosa è certamente, che de’ Feltreschi, e Malatesti, avidi
cotanto di ampliar giurisdizione, e che di continuo e coll’armi, e cogli uffici
presso ai Papi si contrastavano le Castella di Montefeltro, non mai si legga,
che ottenessero di Sanmarino il dominio, se ab antico esso non avesse goduto di
sua libertà
.

Ma su un punto Marini si trova d’accordo con Contareni:
riguardo al relinquo vos. Infatti scrive: facciasi però dal bel primo
a lui giustizia, e gli si meni buona la ragione, ch’egli à avuta di rigettare,
come tutti gli altri Uomini suoi pari rigettate aveano prima di lui, le molte
incongruenze, ed improbabilità inserite da’ diversi Scrittori negli atti di S.
Marino, e fra queste la testamentaria disposizione di esso a pro degli Abitatori
(che non v’erano) del Monte-Titano: ‘Relinquo vos liberos utroque homine:’
Detto, a creder mio, figuratosi da qualche pio Devoto del Santo, che dalla
protezione di lui il conservamento per lo passato della Repubblica riconoscendo
(cosa in vero, che non può non sembrar prodigiosa, la piccolezza attesa di un
Luogo impotente a sostenersi con umana forza), lo spacciò per uscito dalla bocca
del Sant’Uomo fra gli ultimi respiri di sua vita, persuadendosi il Divoto
d’infervorare i Republicisti nella venerazione di lui colla sicurezza della
futura durazione della stessa perpetua libertà. Che cosa intendesse poi egli per
una libertà, che dir si deggia de utroque homine, non può facilmente
indovinarsi….. Ogni Città, senza eccettuarne pur Roma, à avuti degli sciocchi,
i quali per esaltare la Patria anno inventato favole, e baje ridicole, ed anche
stomachevoli, non senza la fortuna di farle passare in certi secoli, meno del
nostro illuminati, presso a li volgo per verità incontrastabili
.

Il motto come programma
politico

I giudizi di Contareni e di Marini sul motto saranno
pubblicati rispettivamente nel 1753 e nel 1758, cioè dopo oltre una trentina
d’anni da quel 1717, in cui motto venne alla luce. Ebbene i due eruditi irridono
l’anonimo autore del motto per il grossolano errore in cui, a loro dire, è
incorso. Ma continuano ad ignorarne o fingono di ignorarne la valenza politica,
che ha cominciato ad esplicarsi proprio negli avvenimenti succedutisi nel
Montefeltro in quei trent’anni. Come dire sotto il loro naso.

In quei trent’anni nel Montefeltro la storia ha prodotto tanti
e tali avvenimenti, quali non si verificavano più dai primi decenni del
Cinquecento quando i fiorentini dai monti ed i veneziani dal mare presero a
contendersi la vallata del Marecchia divenuta il “bilìco d’Italia” dopo la fine
del lungo dominio dei Malatesta e l’avventura di Valentino Borgia.

Nel 1731 il papato mandò il card. Carlo Maria Marini, legato
di Romagna, a prendere possesso del feudo di Scavolino-Gattara, a seguito
dell’estinzione di quel ramo della famiglia Carpegna. Proteste dell’impero.

Nel 1738 l’impero, dopo aver acquisito la Toscana, fece
occupare appunto da truppe tosco-imperiali non solo il feudo di
Scavolino-Gattara ma anche quello di Carpegna-Castellaccia dove il conte invece
c’era ancora ed era vivo e vegeto.

Nel 1739 il papato spedì sul Titano il card. Giulio Alberoni,
legato di Romagna, l’uomo politico più abile di cui potesse disporre, per
procedere alla soppressione dell’autonomia sammarinese. Egli avrebbe dovuto
muoversi singolari prudentia e sine strepitu. I sammarinesi gli
crearono tanti fastidi da indurre il cardinale a chiamare dal territorio della
Legazione qualche centinaio di soldati. Nel 1740 il papato fu costretto a
rinunciare all’impresa e a scaricare la responsabilità della impresa su
Alberoni. Di fatto i sammarinesi riuscirono a liberarsi dai soldati del papa
senza dover chiedere aiuto ai soldati dell’imperatore di stanza a Carpegna.

Nel 1741 l’impero fece ritirare le truppe tosco-imperiali dai
feudi di Carpegna, a seguito di un accordo col papato.

Nel giugno del 1749 l’impero di nuovo occupò entrambi i feudi
di Carpegna per l’estinzione del ramo dei conti di Carpegna-Castellaccia e
nell’occasione inviò una intimazione anche alla Repubblica di San Marino,
perché venissero rilasciati i castelli di Montegiardino, Serravalle e
Fiorentino, antichi possessi dei Carpegna
, sulla base del diploma di Ottone
I rilasciato ai Carpegna nel 962. San Marino reagì cavando dal suo Archivio un
documento, il Placito Feretrano, da cui risulta che i luoghi contestati (in
particolare Fiorentino, Pennarossa e Casole) appartenevano alla comunità del
Titano già nell’885 ad iure sancti Marini, cioè prima di quel 962.
L’impero non occupò San Marino e nel 1754 si ritirò anche da Carpegna.

Tutte e due le volte che l’impero occupò Carpegna, si ritirò
poi a seguito di un accordo non coi Carpegna, ma col papato. Il ritiro avviene,
entrambe le volte, a seguito di trattative più generali che coinvolsero altri
aspetti del rapporto papato-impero. Una volta ritornatone in possesso, il papa
dispose dei feudi dei Carpegna liberamente. Cioè ne decise il destino in piena
liberalità.

Il motto e l’episodio
alberoniano

Un esempio emblematico del ruolo politico esercitato dal motto
lo si ha nell’episodio alberoniano, uno dei più difficili nella storia della
Repubblica.

Alberoni, per dare un fondamento giuridico al suo operato, a
paese occupato, fa pubblicare, fra l’altro, un ‘manifesto’ in cui si sostiene
che la Repubblica di San Marino è da ritenersi a tutti gli effetti territorio
dello Stato della Chiesa, non esistendo un diploma di imperatore o di papa che
ne legittimi lo status di Terra mediate subiecta. Mancando l’atto
di donazione dell’autonomia da cui è sorta la Repubblica, detta autonomia
deve intendersi usurpata dagli Uomini di S. Marino, e per connivenza, e bontà
dei Pontefici fino a i tempi d’oggidì conservata
.

L’abate Marino Zampini, sammarinese, Agente della Repubblica a
Roma, a margine di una copia di detto ‘manifesto’ in corrispondenza della frase
sopra riportata, appunta: che i Pontefici non abbino di render conto a Dio
della pretesa Donazione fatta della libertà alla Repubblica …. Si riconoscon
Alcuni Fogli ex Auctoribus Ughelli tante volte citato, ne quali si contiene il
principio della Republica, portando il testamento di S. Marino che dice:
‘Relinquo vos (id est habitatores) liberos utroque homine’
.

L’abate Zampini, in linea con la scelta politica enunciata nel
motto, si oppone con tutte le sue forze a chi vorrebbe liberare la Repubblica
chiedendo l’intervento dell’impero. Riesce ad imporre una sua linea politica e
ad organizzare attorno ad essa un appassionante lavoro di squadra portato avanti
con determinazione e disinibita intelligenza dall’ottobre del 1739 al febbraio
del 1740. Senza scendere a compromessi, tanto meno con l’impero. Riesce a
liberare il paese dalla occupazione alberoniana facendo leva soltanto sulla
pressione delle corti europee e sulle divisioni interne al Sacro Collegio dei
Cardinali. Adopera l’immagine positiva di cui la Repubblica godeva, rafforzata
nell’occasione e ravvivata da scritti opportuni fatti stampare alla macchia
direttamente a Roma, da un’azione diplomatica brillante, da un comportamento
coraggioso e intelligente sia all’interno che all’esterno della Repubblica.

Il motto rimane legato all’episodio alberoniano nella cultura
storica sammarinese nel significato suo proprio, quello di una linea politica
che non scende a compromessi né con l’uno né con l’altro centro di potere,
papato ed impero: l’autonomia sammarinese viene direttamente dal Santo.

Conclusione

Il relinquo vos liberos utroque homine, viene alla luce
dunque nella prima metà del Settecento in un periodo di grande conflittualità
fra papa ed imperatore, per difendersi e dall’uno e dall’altro, per prendere le
distanze e dall’uno e dall’altro. Continuerà però ad essere diffuso dai
sammarinesi come base del loro diritto alla piena autonomia anche nella seconda
metà del Settecento quando quel conflitto ormai si è esaurito, ed i pericoli per
l’autonomia sammarinese tornano a venire da una parte sola, quella papale.
Diventa il manifesto politico con cui rivendicare la indipendenza nei confronti
dello Stato della Chiesa di cui la Repubblica è enclave.

 Assunta ormai la valenza politica di una rivendicazione di
piena indipendenza, il motto continua ad essere diffuso dai sammarinesi anche
quando la Repubblica finisce enclave dello Stato italiano nato dal Risorgimento.
A consacrarlo solennemente e definitivamente in questo ruolo è Giosuè Carducci,
il Vate del Risorgimento, col suo discorso tenuto sul Titano nel 1894, in
occasione dell’inaugurazione del nuovo Palazzo Pubblico.

Lo pronuncia, quel discorso, Carducci, nella sala del
Consiglio sotto lo sguardo di un Santo Marino che giganteggia al centro di un
quadro che occupa una intera parete – la sala sembra una chiesa! – con in mano
un libro aperto ove si legge appunto il motto: Filii, relinquo vos liberos
utroque homine
.

L’uso del motto come rivendicazione del diritto della
Repubblica alla piena indipendenza continuerà – incredibilmente! – anche dopo.
Anche nel Novecento. Ad esempio durante il ventennio fascista, quando par venire
alla Repubblica un qualche pericolo dai circoli nazionalistici delle zone
viciniori, il leader del fascismo sammarinese, Giuliano Gozi, afferma
pubblicamente e scrive e riscrive: San Marino ha il … sacrosanto
diritto … a essere libero ab utroque homine

 

. Facendo eco, in questo, al suo avversario politico, il
socialista Pietro Franciosi, che parla correntemente di una Repubblica del
fondatore operaio che volle lasciarla libera ab utroque homine
.

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