Come dar torto alla realtà? (Avvenire 17 novembre 2008)

I fatti, signori sono più resistenti di ogni idea

di Roberto Colombo

La imprevedibile tenacia della vita di una giovane donna che, nonostante tutto e tutti, continua la sua esistenza in una clinica di Lecco, sta portando alla luce tutta la debolezza del pensiero di chi si compiace più dell’idea che si è costruito della realtà che non della realtà stessa. Ma la realtà è ostinata, non si piega al preconcetto: “I fatti – diceva Norberto Bobbio – sono più resistenti di ogni idea”. E il fatto quotidianamente più incisivo del mondo è la vita che Dio dona all’uomo.

In queste ore si moltiplicano le diatribe circa la legittimità o inaccettabilità della decisione di toglierle l’idratazione e la nutrizione enterale, provocandone intenzionalmente la morte. Il giudizio sulla ingiustizia o meno di questa azione resta ultimamente di pertinenza della ragione pratica e giuridica, non delle scienze metaboliche, neurobiologiche e cliniche. Ma le prime non possono non tenere conto di come stanno le cose, di ciò che attraverso le seconde sappiamo o non conosciamo ancora di quel microcosmo che è il corpo e la mente dell’uomo, delle sue evidenze ed esigenze elementari. Anche di fronte al dramma di Eluana e delle migliaia di altre persone in “stato vegetativo”, non si può dare per scontato ciò che scontato non è e costruire distinzioni teoriche senza referenza alla realtà per trovare un appiglio per le proprie tesi.

Vi è chi continua a ripetere che l’idratazione e la nutrizione per via enterale, che Eluana e altri pazienti non alimentarmente autosufficienti ricevono, nulla avrebbe a che vedere con l’idratazione e la nutrizione per via orale, quella di cui noi ci serviamo per vivere. Dunque, sospendere le prime non equivarrebbe a privare un uomo o una donna di acqua e cibo. Ma è proprio l’evidenza scientifica, di cui i fautori di questa affermazione vorrebbero essere i paladini, a mostrare il contrario. L’effetto nutrizionale e lo scopo metabolico delle due azioni è identico: fornire acqua, elettroliti, glucidi, lipidi, aminoacidi ed altre molecole indispensabili per il mantenimento dell’omeostasi e, dunque, delle attività fisiologiche essenziali per la vita. La sola differenza è nella forma chimica dell’alimentazione: complessa e variegata quella a tavola, più semplice e qualitativamente e quantitativamente controllata quella clinica. Se la sentenza verrà eseguita, ad Eluana non sarà strappato di mano un bicchiere né tolto il boccone dal piatto, ma sarà interrotta la periodica infusione di liquidi e miscele nutritive attraverso la sonda gastrostomica. Per la realtà della sua vita e della sua morte, la differenza è eticamente e giuridicamente rilevante?

Un secondo argomento esibito a giustificazione della decisione di porre fine anzitempo ai giorni dei pazienti in “stato vegetativo” è la presunta assenza di funzioni cerebrali superiori, che escluderebbe non solo la comunicazione verbale e mimica, ma anche ogni forma di percezione del dolore, memoria, emozione o intenzionalità. Una sorta di condizione botanica cui maldestramente il termine “vegetativo” allude e che li collocherebbe in un “limbo” tassonomico. Sebbene non sia possibile applicare loro dei test psicofisiologici diretti, è ancora una volta la scienza sperimentale a offrirci preziose indicazioni che non consentono di escludere, con quella apodittica certezza che caratterizza talune affermazioni in proposito, la presenza di una coscienza di sé, nella forma di una consapevolezza, incomunicabile e intermittente, dell’esistere, delle relazioni spazio-temporali e delle sensazioni interne ed esterne, incluse quelle nocicettive. Indicazioni come quelle di uno studio apparso su Lancet Neurology (novembre 2008), che ha coinvolto, tra gli altri soggetti, quindici pazienti in “stato vegetativo” di età compresa tra i 19 e i 75 anni.

Attraverso le immagini ottenute con la tecnica PET è stato possibile studiare la risposta di aree della corteccia cerebrale alla stimolazione elettrica (dolorosa) del nervo mediano. Sebbene tali risposte siano inferiori al normale, gli autori belgi concludono che “l’evidenza non è sufficiente per decidere di non trattare [con analgesici] condizioni potenzialmente dolorose nei pazienti” in “stato vegetativo”. Ancor più significativo è lo studio di Adrian Owen e collaboratori apparso su Science nel 2006, nel quale gli autori britannici, con la tecnica fMR, hanno osservato, in una paziente in “stato vegetativo”, l’attivazione di aree corticali in risposta alla domanda di “immaginare di giocare a tennis” o di “muoversi nella sua casa”.

Saranno solo dei “fatti”, ma – come suggerisce Shakespeare – “ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”.

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