Consiglio Grande e Generale di San Marino, seduta della mattina di lunedì 9 giugno 2025

Consiglio Grande e Generale di San Marino, seduta della mattina di lunedì 9 giugno 2025

La seduta mattutina del 9 giugno 2025 del Consiglio Grande e Generale di San Marino si è aperta con il comma “comunicazioni”

Da Repubblica Futura – recita il report di Aska News – sono arrivate dure critiche sul concorso pubblico cui ha partecipato il Segretario di Stato Federico Pedini Amati, con accuse di conflitto di interessi e inappropriatezza politica. Lo stesso Pedini ha respinto ogni accusa, difendendo la legittimità del proprio operato.  Altro punto focale è stato il caso Varano, con la richiesta di azioni risarcitorie dopo la conclusione del processo. Più voci, anche della maggioranza, hanno proposto di aprire un comma specifico in Consiglio o in Commissione Finanze per approfondire le responsabilità e le conseguenze economiche e politiche di quella vicenda. Enrico Carattoni (RF) ha dato lettura di un ordine del giorno sul tema. Infine, si è parlato della riforma dell’IGR, su cui permangono dubbi delle opposizioni per i possibili effetti sulle fasce più deboli della popolazione.

Di seguito una sintesi dei lavori

Comma 1 – Comunicazioni

Matteo Casali (RF): Desidero sottoporre all’Aula alcune considerazioni su un tema di attualità, o quantomeno ritenuto tale, ovvero quello della riorganizzazione dei plessi scolastici. La scuola di San Marino rappresenta un’eccellenza e anche quest’anno ho avuto modo di constatarlo direttamente attraverso un’esperienza personale che ha coinvolto la mia famiglia. Per questo, ritengo doveroso rivolgere un sincero ringraziamento e saluto a chi ogni giorno contribuisce al funzionamento e alla qualità del nostro sistema scolastico.  Entrando nel merito del tema della riorganizzazione dei plessi scolastici, occorre sottolineare come questa sia diventata la nuova definizione di una questione che, fino a poco tempo fa – e in particolare fino alla scorsa legislatura – era discussa in termini di chiusura degli stessi. Questo cambiamento terminologico non è frutto del caso, ma il risultato dell’intervento della società civile, che ha chiesto maggiore trasparenza e partecipazione nei processi decisionali. In seguito a tali sollecitazioni, ciò che era inizialmente presentato come chiusura è stato reinterpretato come riorganizzazione. Un cambiamento apprezzabile, ma che merita un approfondimento. Vorrei però fare una breve digressione, forse l’unica nota polemica del mio intervento. Mi sarebbe piaciuto vedere gli stessi protagonisti di dieci anni fa, coloro che protestavano con grande fervore contro la soppressione anche solo di una classe prima in un plesso scolastico, attivarsi anche oggi. All’epoca si arrivò addirittura a gesti plateali come incatenarsi, o fingere di farlo, di fronte a Palazzo Pubblico. Ora che interi plessi vengono chiusi, come nel caso del plesso della Città, quelle stesse voci sembrano essersi spente. Se dunque il termine “riorganizzazione” ha preso il posto di “chiusura”, ben venga questa conversione. Ma il punto centrale resta un altro. Quando si parla di organizzazione, la vera domanda da porsi è quale sia il modello che si ha in mente per la scuola di San Marino. Il programma di governo, da questo punto di vista, appare completamente privo di contenuti concreti. Il problema dell’attuale approccio alla riorganizzazione è che sembra rispondere alle contingenze del momento, senza una visione strutturata. Da una parte si cerca di gestire l’emergenza basandosi sulla numerosità dei bambini iscritti, con l’idea di mantenere un certo livello di eccellenza e organizzando classi prime sulla base del dato demografico minimo – per esempio, considerando che fino a 135 nati all’anno è possibile organizzare nove classi prime. Si ipotizzano soluzioni temporanee come la mobilità fra plessi durante la settimana o la valorizzazione dell’attrattività rispetto ai sistemi scolastici dei territori limitrofi. Tutte ipotesi che, pur essendo ingegnose, nascondono una verità elementare: chiudere le scuole è sempre l’opzione più semplice. Dall’altra parte, però, esiste anche un approccio di prospettiva che considera fenomeni strutturali come la denatalità e la dinamica demografica. La situazione è indubbiamente complessa, e vi sono aspetti culturali e valoriali difficili da modificare. Tuttavia, vi sono anche elementi strutturali su cui lo Stato può e deve intervenire, come la valorizzazione della famiglia in quanto soggetto produttivo e non più semplicemente consumatore, affrontando i temi del lavoro, della casa e della scuola come percorso verso l’ingresso nel mondo lavorativo, promuovendo anche politiche di rientro per i giovani sammarinesi all’estero. Quando si parla di denatalità, di scuola, di territorio, ci si scontra sempre con l’assenza di un modello chiaro. È passato un anno dalle elezioni e i nodi stanno venendo al pettine. Avevamo già segnalato allora che il vostro programma era carente da questo punto di vista, e ora ne vediamo le conseguenze.  Per costruire un modello è necessario avere una base comune da cui partire. Al Segretario di Stato Pedini Amati rivolgo sinceramente i miei auguri per il suo nuovo percorso professionale. Pare, infatti, che sia in procinto di cambiare occupazione. Non intendo entrare nel merito dell’opportunità o meno del concorso in cui è coinvolto, ma penso che qui non si tratti solo di opportunità, quanto piuttosto di buon gusto.  E non entro nemmeno nel merito delle garanzie che avrà certamente predisposto per tutelare la sua terzietà, come membro del Congresso di Stato candidato a un concorso il cui esito è deciso da una commissione nominata dallo stesso Congresso. Su questo abbiamo presentato un’interpellanza e forse, con un po’ di fortuna, riceveremo una risposta.  Ma torno al punto centrale, quello della distanza tra narrazione e realtà. Quando si presenta un’istanza con domande puntuali, prive di retorica politica, si riceve in cambio una reazione piccata, che denuncia un presunto attacco personale o all’intera amministrazione. Eppure, se lei fosse altrettanto veloce nel rispondere alle interpellanze quanto lo è nel replicare ai comunicati stampa, il dibattito ne guadagnerebbe.  Purtroppo, il messaggio che passa alla cittadinanza è che sia assolutamente normale partecipare a un concorso in queste condizioni, e che sia invece illegittimo chiederne conto. La conclusione, poi, è la più emblematica di tutte: “Se le norme non mi consentiranno altrimenti, andrò subito a prendere servizio.” Non si preoccupi, Segretario. Anche qualora le norme non lo consentissero, siamo certi che qualcuno troverà comunque il modo di farlo accadere.  Tanti auguri, Segretario.

Segretario di Stato Federico Pedini Amati: Vorrei partire da un’osservazione: metà dei componenti di Repubblica Futura lavorano o hanno lavorato all’interno della pubblica amministrazione. Se dovessi seguire il ragionamento espresso dal consigliere Casali, dovrei allora chiedermi se sia legittimo tutto ciò, se sia lecito. Nel suo intervento, mi auguro se ne sia reso conto, è arrivato persino a mettere in dubbio la legittimità della mia iscrizione a un concorso. Ma se non fosse stata legittima, mi avrebbero detto chiaramente che non potevo iscrivermi. Ha anche ipotizzato che il bando possa essere stato influenzato da pressioni esterne. Ma questo tipo di insinuazione, se vale per un segretario di Stato, dovrebbe valere anche per qualunque consigliere della Repubblica. Oppure si ritiene che l’ingerenza istituzionale di un parlamentare sia meno rilevante di quella di un segretario?  Le premetto che, relativamente alla commissione giudicatrice, mi sono sempre astenuto da qualunque decisione o, in alcuni casi, ho proprio lasciato l’aula del Congresso nel momento in cui ho deciso di iscrivermi al bando. Tutto questo è documentato nei verbali. Non c’è assolutamente nulla da nascondere.  Mi stupisce, però, la gravità di quanto è stato affermato da lei e da Repubblica Futura. Si parla di ingerenze da parte di organi pubblici. Io mi auguro – e anzi mi aspetto – che tali ingerenze non si siano mai verificate, mai. Non le ho mai fatte io, ma, per quanto mi risulti, nemmeno il Congresso di Stato, né il mio partito né altri. Sarebbe assurdo anche solo pensarlo.  Torno dunque a una domanda: nei casi in cui esponenti di Repubblica Futura hanno partecipato a concorsi, si è trattato forse di concorsi pilotati? Faccio un esempio noto: quando il consigliere Zafferani sedeva in quest’Aula e ha partecipato a un bando per Banca Centrale, è accaduto che fu creato un bando a cui partecipò solo lui, che vinse, e che oggi lo vede lavorare part-time nella stessa Banca Centrale. E allora mi chiedo: non dovrebbe far riflettere anche questo? È lo stesso identico principio che riguarda me nel momento in cui ho scelto di partecipare a un bando pubblico. Per sua informazione, mi sono iscritto nel 2023, quando il Segretario agli Interni era Elena Tonnini. Questo dato è agli atti e figura nell’interpellanza stessa. La commissione è stata nominata dal successivo Segretario agli Interni, Berti, che è presente qui oggi. L’esame è uscito dopo due anni. Ma è forse colpa mia se i tempi sono stati questi?  Va ricordato che tutti gli esami nella pubblica amministrazione devono svolgersi entro giugno. È un obbligo che ha portato a un’accelerazione generale di tutti i concorsi. Ma non sono io a fissare le date degli esami. Non decido io quando devono essere pubblicati o svolti. Quindi mi domando: cosa si vuole raccontare ai cittadini? Che qui ci sia stato qualcosa di losco o di anomalo? Se questo è il messaggio che volete far passare, io ne prendo atto, ma ribadisco con chiarezza che da parte mia non c’è stato nulla di strano, e per quanto ne so, nemmeno da parte di altri esponenti della maggioranza o del governo.  Il problema non è tanto la mia partecipazione al concorso, ma l’insinuazione che non si sia rispettata la correttezza dell’intero percorso, sia nella fase dell’iscrizione, sia nello svolgimento dell’esame. È stato detto molto sull’opportunità, sul codice etico, sul codice di condotta. Ma vogliamo ricordare che esiste un codice etico e deontologico anche per i consiglieri del Consiglio Grande e Generale? È identico a quello degli altri soggetti pubblici. Allora, se vale per me, deve valere anche per gli altri. Cosa si vuole insinuare, dunque? È questo che davvero non riesco a comprendere. L’insinuazione di una scorrettezza, che respingo con forza. Mi dispiace di aver dovuto impiegare così tanto tempo per spiegare un fatto che, dal mio punto di vista, è assolutamente trasparente. La mia iscrizione è avvenuta in tempi non sospetti, nella scorsa legislatura, quando il governo era ormai alla fine. E ritengo di poter decidere liberamente cosa fare nella mia vita, nel rispetto delle norme. Non c’è nulla di anomalo in tutto ciò.  Se volete continuare con questa polemica, fate pure. Ma mi chiedo perché non si parli, invece, della vicenda Varano. Ricordate quando alcuni vostri consiglieri, oggi assenti si dichiararono “neutri”? Lo ricordate? Quella è stata una vicenda molto più grave. Il caso Delta, ad esempio, ci è costato più di un miliardo di euro. Oggi il processo è stato definito, anche nel merito, sebbene prescritto. Ma il punto è che quella vicenda ha avuto un impatto enorme.  E allora mi domando: davvero volete raccontarci che in quegli anni nessuno di voi ha soffiato sul fuoco? Le visite alla Procura della Repubblica di Forlì ve le siete già dimenticate? Se si sono prodotti danni gravissimi a questo Paese, lo si deve anche a chi ha alimentato certe dinamiche.  Per questo motivo, auspico sinceramente che Repubblica Futura non torni più al governo. Lo dico con convinzione. Ritengo che abbia arrecato danni notevoli al Paese. Si è trattato di un vero e proprio complotto. Un complotto architettato da qualcuno, su cui sarebbe necessario riscrivere la storia. E non è sufficiente la commissione d’inchiesta su Cassa di Risparmio: su questi fatti occorrerebbe davvero una ricostruzione storica approfondita. Ma di questo non parlate.

Enrico Carattoni (RF): Proprio per raccogliere l’appello lanciato dal Segretario Pedini, avevo preparato un ordine del giorno sulla questione di Cassa di Risparmio e sul caso Varano. Lo avevamo anche annunciato, e voglio subito cercare di smentire quanto è stato affermato. Oggi è il 9 giugno 2025. Celebriamo esattamente un anno dalle elezioni che hanno portato a questa nuova maggioranza e a questo governo. Il 9 giugno 2024 si è votato, e poco meno di un mese dopo questa maggioranza si è insediata. E oggi, dopo dodici mesi, ci troviamo a prendere atto di una legge sull’emergenza casa che ha lasciato più dubbi che certezze, più polemiche che risposte, e sicuramente non ha offerto una visione chiara per il futuro. Non si intravede alcuna prospettiva concreta.  Ricordo che il Segretario Beccari aveva dichiarato che entro il mese di giugno si sarebbe firmato l’accordo di associazione con l’Unione Europea. Oggi è il 9, quindi gli rivolgo i miei migliori auguri affinché riesca a firmarlo nei prossimi giorni, anche se, va detto, di questo accordo non sappiamo più nulla. Un anno fa ci era stato detto che mancava poco, e addirittura l’allora Congresso di Stato – già in ordinaria amministrazione – aveva emanato una delibera per dare mandato al Segretario agli Esteri di firmare l’accordo. Ma da allora non se n’è saputo più nulla.  Apprendiamo invece da sindacati e ordini professionali che il Segretario di Stato per le Finanze, Marco Gatti, ha dato indicazioni per la riforma dell’IGR, ma alle forze politiche di opposizione non è stata data alcuna comunicazione. Gli ordini professionali e le associazioni di categoria sono state informate delle linee guida, mentre l’opposizione ne è completamente all’oscuro. I cittadini ci chiedono cosa ne pensiamo, e noi dobbiamo rispondere che non ne sappiamo nulla. Nel frattempo assistiamo alla pubblicazione di bandi di concorso che sembrano cuciti su misura. Anche questo dovrebbe trasmettere fiducia nelle istituzioni? Non lo so. Personalmente, Segretario Pedini, non sono un dipendente pubblico, non lo sono mai stato. Non mi pare neppure che metà dei componenti di Repubblica Futura lo siano. E qui va detto chiaramente: non è un problema essere dipendenti pubblici, non è una colpa. Il punto è come si diventa dipendenti pubblici.  Molti consiglieri, anche di questa legislatura, sono diventati legittimamente dipendenti pubblici attraverso bandi regolari. Anche nel vostro partito ci sono stati casi del genere. Ma ci avete mai sentito dire qualcosa contro questi bandi? No. Il problema sorge quando si cambia la normativa in corso d’opera, quando si modificano i punteggi o le modalità di valutazione. In questi casi, si sollevano dubbi. Quando si tratta di consiglieri, il procedimento è diverso. Ma se è il Congresso di Stato a gestire la procedura, a votare la commissione e a prendere atto delle graduatorie, allora il conflitto di interessi è evidente. Le domande che vengono poste nascono anche da ciò che lei stesso, Segretario Pedini, ci ha detto durante la legislatura 2016-2019. In quegli anni, per ogni questione, per ogni dubbio, si saliva in Aula a insinuare colpe, a gridare allo scandalo, a lanciare denunce. Se lo ricorda bene, perché lo ha fatto anche con me. E oggi, di fronte a un fatto così clamoroso, dovremmo stare zitti? Dovremmo far finta di nulla?  Le faccio un esempio concreto: nel 2016-2019, quando eravamo al governo, venne pubblicato un bando di concorso per sostituire il preside delle scuole superiori. Se Renzi, da segretario agli Esteri, avesse partecipato a quel bando, come avrebbe reagito lei? Avrebbe fatto esplodere il Pianello. E invece oggi va tutto bene, si dice che non c’è nulla da segnalare. Questo è il doppio standard. Ma non si tratta solo di bandi. Lo stesso caos lo si ritrova nell’accordo di associazione, nella questione IGR, nelle riforme che dovrebbero essere affrontate. E poi emerge un altro tema: apprendiamo dalla stampa che si è dimesso un giudice, il secondo nel giro di pochi mesi. Prima si era dimesso un commissario della legge. Un tempo, in questi casi, si inseriva un comma all’ordine del giorno. Oggi la legge è cambiata, ma nemmeno una comunicazione formale: si viene a sapere tutto dai giornali.  Sembra davvero che si sia arrivati a un clima di resa. E potremmo parlare anche della questione Banca di San Marino. Su questo tema, all’interno della maggioranza, si registrano posizioni totalmente divergenti. Anche in questo caso, nessuna risposta.  Io credo che dopo un anno dalle elezioni del 9 giugno 2024 sia doveroso porsi una domanda: le aspettative dei cittadini sono state soddisfatte? Questo Paese, oggi, sta meglio o peggio rispetto all’8 giugno dello scorso anno? C’è più caos o meno caos? Se siete seri, se siete onesti, a queste domande dovreste saper rispondere da soli.  Perché il disordine interno al governo, la confusione che si riflette nella maggioranza e si proietta sul Paese intero, stanno generando un danno enorme per tutti.

Carattoni dà quindi lettura di un Odg per dare mandato “al Congresso di Stato di intraprendere, direttamente o indirettamente tramite la partecipata Cassa di Risparmio, ogni azione ritenuta utile per ottenere il risarcimento dei danni subiti in conseguenza dei fatti riconducibili all’indagine Varano, promossa dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Forlì;  a riferire al Consiglio Grande e Generale in merito all’avvio e alla prosecuzione di tali azioni entro il mese di luglio 2025”.

Michela Pelliccioni (D-ML): Vorrei concentrarmi su un altro tema di attualità, che è stato già in parte anticipato dal consigliere che mi ha preceduto: mi riferisco all’acquisizione delle banche del territorio, in particolare alla proposta di acquisizione di Banca di San Marino da parte di un gruppo estero.  Preciso fin da subito che affronto questo tema con un duplice interesse: da un lato come politica, dall’altro come persona che lavora nel settore bancario. Ovviamente, non entro nel merito di chi formula le proposte di acquisizione delle banche. Non è il mio mestiere, e ci sono enti e autorità competenti preposti a svolgere le necessarie verifiche e i controlli. Per questo motivo, non intendo valutare nel merito la bontà o meno delle proposte presentate. Tuttavia, è evidente che in questo periodo ho letto molto, tra cui un comunicato che mi ha destato particolare curiosità.  Devo dire che quel comunicato era scritto in perfetto stile “democristiano”, anche se a firmarlo è stata una forza politica che non si è mai dichiarata tale. In quel testo si dice che si può agire diversamente in merito a questi processi di acquisizione, ma non si spiega come. Manca un pezzo fondamentale. Si tratta di un documento che, più che fare chiarezza o offrire proposte, sembra voler lanciare uno spot, contribuendo a generare ulteriore incertezza, invece che indicazioni politiche precise.  In mezzo a tutto questo marasma informativo, emerge una dinamica che definirei una “peculiarità tutta sammarinese”. In questo Paese, chiunque, davvero chiunque, può svegliarsi una mattina e decidere di fare il banchiere. Ora, io non metto in dubbio la buona fede di chi si propone in questo ruolo. Però alcune considerazioni politiche vanno fatte. Siamo oggi impegnati in un percorso serio, serissimo, di rafforzamento patrimoniale del nostro sistema bancario, ed è un percorso richiesto esplicitamente nel quadro del negoziato per l’associazione all’Unione Europea. Questo processo, lo sappiamo, è tutto in salita. Proprio sul settore finanziario si concentrerà lo sforzo maggiore, perché il suo adeguamento e l’integrazione in un sistema di vigilanza europea rappresentano uno dei punti più critici.  È per questo che quando sento alcune “proposte alternative” – ad esempio, quella di rafforzare il patrimonio delle banche facendo debito attraverso strumenti ibridi – mi chiedo: siamo impazziti o siamo semplicemente impreparati? Perché, se si pensa davvero che fare debito equivalga a rafforzare il patrimonio, allora siamo di fronte a un’analisi gravemente carente. Ed è su questo che andrebbero fatte valutazioni politiche serie.  In questo scenario, che riguarda anche operatori privati, mi domando: chi ha la responsabilità politica, ovvero il governo, cosa fa? Silenzio assoluto. Eppure, proprio in un momento del genere, il silenzio è la cosa meno opportuna. I cittadini devono essere rassicurati. A cosa serve questo silenzio?  Sappiamo che nel sistema finanziario si muovono da sempre interessi collaterali, ruoli importanti, consulenze. Dinamiche anche opache. È come quando si scuote un albero e, inevitabilmente, cadono delle mele. Forse questo silenzio serve proprio a proteggere certe dinamiche interne, anche dentro quest’Aula, come qualcuno ha già fatto notare. È un silenzio che preoccupa, soprattutto perché tradisce una mancanza di visione e di chiarezza politica.  E allora, il governo cosa avrebbe dovuto fare? Una cosa molto semplice: avrebbe dovuto dichiarare pubblicamente che tutte le proposte di acquisizione sono sottoposte non solo alla valutazione di Banca Centrale, ma anche dei corrispondenti italiani, nell’ambito del percorso di vigilanza integrata. Questo doveva essere detto con chiarezza.  Se non si è voluto comunicarlo pubblicamente, lo si poteva almeno dire all’interno della Commissione Finanze, anche in seduta segreta. Ma la politica questo messaggio doveva darlo, e deve darlo. Chiaramente, inequivocabilmente.  Perché, in caso contrario, restano solo tre spiegazioni: o siamo completamente pazzi, o siamo incapaci, oppure siamo in mala fede. È mancato un messaggio chiaro su come si intende condurre questo processo, che è parte integrante del percorso di associazione all’Unione Europea. Avete delle responsabilità, ma a questo punto mi chiedo se avete anche le capacità per assolverle.  Concludo con un riferimento che ci è stato recentemente inoltrato da parte della Federazione Sport Speciali Sammarinesi. La federazione ha chiesto alla politica di intervenire per sostenere il grande lavoro che porta avanti quotidianamente, insieme ad altre realtà, a favore dei ragazzi con disabilità.  Per fare tutto questo è però necessario un sostegno economico. Le convenzioni attualmente in vigore stanno per scadere, ed è fondamentale che vengano aggiornate, proprio in virtù dell’intensa attività che la federazione sta svolgendo.

Gerardo Giovagnoli (PSD): Finalmente è stata posta la parola fine alla vicenda più grave, dal punto di vista giudiziario, non solo per una singola società o realtà economica sammarinese, ma per l’intero Stato di San Marino. Mi riferisco all’indagine denominata Varano, che ha coinvolto Cassa di Risparmio, Delta e l’intero sistema delle partecipate pubbliche.  Di questa vicenda abbiamo parlato più volte, anche perché già dieci anni fa fu istituita una Commissione d’inchiesta. Tuttavia, all’epoca ci si trovava ancora nel pieno di un procedimento giudiziario che, a essere onesti, non è mai realmente decollato. Va ricordato che i principali eventi – la distruzione del valore di Delta e i danni subiti da Cassa di Risparmio – si verificarono nel momento in cui l’indagine era ancora nella fase preliminare. Non c’erano ancora stati rinvii a giudizio, eppure si era già provocato un danno sistemico.  A distanza di dieci anni, possiamo affermare che Cassa di Risparmio non è più in quello stato critico. Oggi rappresenta, come sempre ha fatto, un presidio fondamentale al servizio della Repubblica. I suoi conti sono in ordine, il suo patrimonio è pubblico e ciò ci ricorda come ci sia una netta separazione tra quanto accaduto in Italia e quanto accaduto a San Marino. In Italia tutto si è dissolto; a San Marino, invece, si è riusciti a reagire. Ma questa reazione è costata moltissimo: è stato richiesto uno sforzo economico, finanziario e politico straordinario.  È proprio in quegli anni che il nostro Paese ha iniziato un percorso di adeguamento alle regole internazionali, diventando uno Stato compliant sotto il profilo della trasparenza, dell’antiriciclaggio, dello scambio di informazioni. Eppure, dobbiamo riconoscere che anche all’interno di quest’Aula non fummo compatti nel difendere un bene che era – ed è – collettivo: Cassa di Risparmio. Furono avanzate accuse infondate nei confronti dell’istituto e dei suoi dirigenti, alcuni dei quali furono arrestati, subendo conseguenze gravi e irreversibili.  È doveroso ricordare il ruolo delle persone coinvolte. Alcuni sono tornati a ricoprire posizioni di responsabilità e continuano a guidare la banca con competenza. Ma altri, come Gilberto Ghiotti, non hanno avuto la stessa possibilità. E qui va detto con chiarezza: è stato un errore gravissimo, profondamente dannoso, non aver garantito la tutela legale a coloro che, oggi possiamo affermarlo senza esitazioni, erano innocenti. Lo erano allora, lo sono stati durante il processo, e lo sono sempre stati.  Ghiotti, lo voglio sottolineare, era l’unico sammarinese fra tutti i protagonisti della vicenda. Questo deve indurci a riflettere. Il tema non è solo giudiziario, ma profondamente politico. È una questione di dignità, di restituzione morale.  Già nel 2015, con la relazione conclusiva della Commissione d’inchiesta da me presieduta, si raccomandava un’azione istituzionale più coesa per tutelare il sistema Paese, sia sotto il profilo economico che diplomatico. Si affermava che, alla luce degli accertamenti ancora in corso, si sarebbero dovute fare ulteriori valutazioni in base agli esiti dei procedimenti giudiziari. Ebbene, oggi quegli esiti li abbiamo: il sistema e le persone non erano colpevoli.  Abbiamo quindi a disposizione atti formali approvati dal Consiglio e atti definitivi della magistratura italiana. E questo deve portarci oggi a riflettere in modo più ampio e più profondo. Un semplice intervento in questo comma delle comunicazioni non basta. Nemmeno un ordine del giorno sarebbe sufficiente. Per questo propongo che si individui, attraverso un ordine del giorno condiviso, un momento istituzionale più strutturato: un nuovo comma in Consiglio o un approfondimento all’interno della Commissione Finanze, con tempi adeguati per valutare a fondo l’intera vicenda.  Quella che abbiamo vissuto è stata un’esperienza drammaticamente negativa. Una parte rilevante del nostro debito pubblico, dobbiamo dircelo con onestà, nasce proprio da quanto accaduto tra Cassa di Risparmio e Delta. Molte delle criticità finanziarie che ancora oggi affrontiamo affondano le radici in quegli eventi. Questo tema torna attuale proprio ora che siamo in dirittura d’arrivo per la firma dell’accordo di associazione con l’Unione Europea.E proprio per questo credo che sia necessario elevare il livello del confronto politico con l’Italia. Non si tratta solo di rivendicare risarcimenti, che riguardano il piano giudiziario. Si tratta di affrontare una questione squisitamente politica. Alla luce di ciò che oggi sappiamo, dobbiamo avere la forza e la lucidità di negoziare con l’Italia su basi nuove.  Abbiamo una verità storica, giudiziaria e politica che è stata finalmente riconosciuta. È il momento di farla pesare.

Iro Belluzzi (Libera): Vorrei anch’io intervenire su alcuni temi introdotti in questo comma comunicazioni, sia dalla maggioranza che dall’opposizione, e già in parte affrontati anche in sede di Commissione Finanze.  Intendo soffermarmi su alcune valutazioni che, a mio avviso, dovrebbero essere assunte dal Parlamento e dalla politica sammarinese nel suo complesso, alla luce di quanto è emerso dal processo Varano e dalla vicenda legata al gruppo Delta. È giusto esprimere soddisfazione per la conclusione positiva per gli imputati, e mi auguro sinceramente che, almeno da un punto di vista morale, venga restituito qualcosa a coloro che sono stati coinvolti e colpiti in modo così duro da quella vicenda.  Penso, in particolare, a persone come Gilberto Ghiotti, Luca Simoni, Stanzani, Fantini: a loro va tutta la mia vicinanza, e spero che la conclusione del procedimento possa, almeno in parte, restituire un po’ di giustizia e dignità, dopo che hanno affrontato anche il carcere per reati che non avevano commesso.  Tuttavia, la politica non può fermarsi a considerare quanto accaduto come una mera ingiustizia subita. Lo è stata in parte, sì, ma in parte è stata anche il frutto di scelte sbagliate, di incomprensioni, dell’incapacità di leggere correttamente la realtà e di una volontà distorta di gestire affari interni alla Repubblica in un ambito estremamente delicato, come quello bancario-finanziario. In quegli anni fu disatteso l’accordo sui confini tra Italia e San Marino del 2005-2006, e sappiamo bene che tipo di denaro circolava: non solo quello dell’evasione fiscale, ma purtroppo anche quello del riciclaggio. Una parte politica, allora, non volle firmare quell’accordo, non volle superare il segreto bancario.  Ora, dopo quasi vent’anni, ci ritroviamo nella stessa situazione, in altri ambiti e in un altro contesto. Siamo ancora fermi su alcuni nodi strutturali, proprio mentre dovremmo chiudere l’accordo di associazione con l’Unione Europea, che rappresenta la vera chiave di volta per superare l’isolamento finanziario della Repubblica di San Marino.  Si parla della mancanza di un’intesa sull’addendum, ovvero sull’accordo bilaterale tra Italia e San Marino in materia di vigilanza bancaria. Se davvero è questo il nodo, si tratta di una questione grave.  Ancora oggi la politica, nonostante tutto ciò che è accaduto e nonostante le “batoste” subite dal sistema sammarinese, sembra non aver imparato la lezione. Il problema non furono tanto i reati ipotizzati nel processo Varano – che si sono rivelati infondati – quanto le modalità operative di allora: il segreto bancario, l’assenza di trasparenza, la mancanza di strumenti di vigilanza. Questi elementi ci hanno portato in quella situazione critica.  E allora oggi, in questo contesto, chiedo con forza che il Parlamento si assuma la responsabilità di aprire una discussione condivisa, anche con i corpi intermedi, per superare quegli ostacoli che ancora oggi bloccano ogni percorso di crescita e di sviluppo.  Rispondo anche al consigliere Pelliccioni, che ha toccato il tema dell’acquisizione di Banca di San Marino. Tutti i potenziali acquirenti possono essere presi in considerazione, a patto che siano sottoposti a un sistema di verifica che ci permetta di sapere con esattezza chi intende entrare nel nostro sistema bancario e con quali credenziali. È per questo che Libera, insieme al PSD, ha assunto una posizione chiara: ogni cessione dovrà avvenire solo dopo la firma dell’accordo di associazione con l’Unione Europea.  Mi rivolgo anche al collega di partito, il Segretario Ciacci. È necessario individuare delle modalità di risoluzione con la controparte italiana, affinché sul nostro territorio possano essere introdotti istituti bancari di chiara fama, alta professionalità e trasparenza, capaci di contribuire alla ricapitalizzazione del sistema. In quel momento, San Marino potrà davvero operare secondo regole condivise a livello internazionale, mantenendo elementi di competitività molto interessanti.  Questo è ciò che dobbiamo fare, e dobbiamo farlo nel più breve tempo possibile.  Un’ultima riflessione. Troppo spesso si finisce per scontrarsi su posizioni che poi, nella realtà, sono semplicemente interpretazioni soggettive delle norme. Io chiedo che si abbandoni questa logica: non servono aggiustamenti “di comodo”, non serve piegare le regole a seconda delle convenienze del momento. Serve, invece, rispetto pieno e integrale delle norme.  Una democrazia si fonda sulla certezza del diritto. Una volta che il Parlamento ha stabilito delle regole, queste vanno applicate da tutti in modo eguale. Questo è il presidio essenziale della democrazia. In un momento storico in cui, a livello globale, le democrazie cominciano a scricchiolare, noi dobbiamo rafforzarle con tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione.

Nicola Renzi (RF): Ho apprezzato alcuni spunti emersi nel dibattito di oggi, che mi fanno comprendere come, in quest’Aula, vi siano persone che hanno davvero a cuore il futuro del Paese, e altre che, invece, sembrano ancora rivolte verso il passato, ferme a uno specchietto retrovisore puntato su vicende di trent’anni fa. C’è chi guarda avanti, e chi, purtroppo, continua ad agire con logiche personali, usando lo Stato per soddisfare bisogni privati o togliersi qualche sfizio. E tutto questo è, a mio avviso, patetico e penoso.  Voglio però concentrarmi prima sugli spunti più interessanti emersi. Dopo diciotto anni, è tornata al centro del dibattito la questione Varano. Chi vuole parlarne, se intende venire a casa mia a farlo, farebbe bene a porsi due o tre domande prima. Perché io so bene cosa ha significato quel dolore, quella solitudine, quel senso di abbandono. Non da parte di una forza politica, ma da parte di un intero Paese. So cosa ha voluto dire vedere le persone voltarsi dall’altra parte quando ti incontravano per strada. E so cosa ha significato affrontare quel peso, senza il sostegno di nessuno, quando si sarebbe dovuto difendere un intero sistema.  Sono vicino a tutti coloro che sono stati colpiti da quella vicenda, sia a chi ha vissuto il carcere, sia a chi, pur essendo stato coinvolto, è riuscito a evitarlo. Tra questi c’è anche mio padre. E dunque non accetto lezioni né commenti da chi, in quegli anni, ha scelto di tacere o di girarsi dall’altra parte.  Possiamo continuare a rivangare quegli anni, certo. Abbiamo già avuto due, forse tre commissioni d’inchiesta su questa vicenda. Se volete fare la quarta o la quinta, facciamola. Ma credo che la cosa più sensata sia affidare questa materia agli storici, per l’accertamento delle verità politiche e fattuali, e lasciare che siano gli avvocati, la politica e la diplomazia a lavorare per trovare le strade più utili e soddisfacenti per la Repubblica di San Marino.  Ecco il senso dell’ordine del giorno che abbiamo presentato: San Marino ha subito il più grave attacco dal dopoguerra, un attacco che, a mio avviso, fu pianificato a tavolino e che ha causato la perdita di oltre un miliardo e mezzo di beni pubblici, oltre alla distruzione di un grande progetto di investimento e sviluppo italiano. Paradossalmente, quel danno ha colpito anche l’Italia stessa. Ma intanto lavoriamo seriamente per cercare ogni strada possibile per ottenere almeno un ristoro, almeno un riconoscimento formale. E restituiamo il giusto merito a chi ha sofferto. Lo dico con onestà: tutti coloro che sono stati colpiti meritano il giusto riconoscimento. Ma, da Varano in poi, non tutte le condotte sono state condivisibili. Questa è la verità, e non dobbiamo avere paura di dirla.  Se qualcuno vuole ancora usare questa vicenda come arma politica, può farlo. A breve, forse, arriverete a evocare le guerre puniche pur di attaccare Repubblica Futura. Fate pure, se questo è il vostro obiettivo. Ma io ho sentito in quest’Aula anche parole che mi fanno sperare in un approccio diverso, più costruttivo e orientato al futuro.  Veniamo ora a un altro punto, molto attuale. Come si fa a non comprendere la differenza tra un bando a cui partecipa un consigliere e un bando a cui partecipa un Segretario di Stato? È una distinzione che appare evidente a chiunque. Anche alcuni consiglieri della maggioranza, lo vedo, annuiscono: perché lo capiscono. Un Segretario di Stato ha poteri che non sono in alcun modo paragonabili a quelli di un consigliere. Decide, ad esempio, chi va alla Direzione Generale della Funzione Pubblica; nomina direttori di dipartimento; può influenzare percorsi di assunzione e arruolamento. Chi fa finta di non capirlo, mente.  E allora, vedete: se voi avete fatto tutta quella battaglia per nominare dieci direttori di dipartimento, oggi li state smantellando con un nuovo decreto. E sarebbe questo il segnale di credibilità?  La verità è che un Segretario di Stato non può contemporaneamente fare anche il guardiacaccia. Deve scegliere. O fa il Segretario di Stato, o partecipa al concorso e rinuncia al suo incarico politico. I cittadini sono stanchi. Stanchi di vedere trattare lo Stato come un bancomat. Stanchi di spese arbitrarie. E noi abbiamo documentazione, tanta documentazione, per dimostrarlo. Ne chiederemo altra, la presenteremo. E andremo fino in fondo.  Stiamo lavorando a una commissione per le riforme istituzionali. È un progetto nobilissimo, che dovrebbe trasmettere un messaggio chiaro: fare politica significa mettersi al servizio del Paese. In quest’Aula vedo molte persone, e lo dico sinceramente, che vivono la politica come servizio. Ma purtroppo ce ne sono anche altre – una minoranza, per fortuna – che intendono la politica come un ripiego, come qualcosa da fare solo perché non sanno fare altro. E questo è profondamente deludente.

Segretario di Stato Federico Pedini Amati, replica: È stata pronunciata una frase gravissima: che io utilizzerei lo Stato come un bancomat. Io non ho mai utilizzato lo Stato come un bancomat. Mai. E lo ribadisco con assoluta fermezza. Ma sapete perché fate queste insinuazioni? Perché, in fondo, voi sareste capaci di fare davvero ciò di cui accusate gli altri: utilizzare i soldi dello Stato per fini personali. E allora attribuite ad altri comportamenti che forse fareste voi stessi. Il consigliere Renzi dovrebbe vergognarsi per quanto ha detto. Ha affermato che io tratterei lo Stato come un bancomat. È una menzogna. E se ha il coraggio di dirlo, dovrebbe anche avere il coraggio di provarlo. Piuttosto, credo che il governo di cui Renzi faceva parte abbia sì utilizzato lo Stato come un bancomat, e non solo in senso figurato.  Renzi dovrebbe vergognarsi per quello che ha detto.  Ha parlato con tono emotivo della vicenda di suo padre, e comprendo l’impatto personale di quella storia. Ma c’è un fatto che va ricordato: suo padre non è andato in carcere. Il mio sì. E ci è andato per nulla. Su questo dovrebbe riflettere.  Ripeto: si vergogni, consigliere Renzi. Si vergogni per le parole che ha pronunciato e per le accuse infondate che ha rivolto.

Maria Katia Savoretti (RF): Io una risposta al Segretario Pedini la voglio dare, mi sembra doveroso. Ma, Segretario, prima di accusare i “brutti e cattivi” di Repubblica Futura su determinate vicende, la invito a guardarsi anche in casa.  Le assicuro, Segretario, che da parte nostra non c’è nessuna strumentalizzazione politica, nessuno vuole minare né la sua persona né la sua azione di governo. Assolutamente. Vorrei però soffermarmi sul fatto che la sua segreteria ha compiti molto importanti. Lei lo sa bene: la sua segreteria dovrebbe occuparsi della revisione del settore alberghiero e del comparto ricettivo. Eppure mi sembra che, su questi temi, si sia fatto ben poco. Certo, organizza eventi – e di questo le rendo merito, le faccio anche i complimenti – ma non si può pensare che con soli eventi si risolva tutto. Il Paese ha bisogno di molto di più.  Come Segretario di Stato, mi permetta di dirlo, sarebbe stato opportuno attendere un altro momento per partecipare al bando. Non entro nel merito della legittimità, che non metto in discussione. Parlo di opportunità politica. Nessuno sta dicendo che la commissione che ha valutato il bando non abbia agito con imparzialità. Ma resta un evidente problema di opportunità, e credo che questo sia molto, molto chiaro.  Non possiamo, come opposizione, continuare a rimanere in silenzio di fronte a tutto quello che sta succedendo. Poi leggiamo sui giornali che c’è una “fuga di cervelli”, che i giovani lasciano il Paese. Siamo tutti dispiaciuti? Certamente. Ma, onestamente, io penso che facciano bene ad andare a cercare lavoro altrove, dove forse sono più valorizzati. O meglio, dove sono realmente valorizzati.  Vorrei anche affrontare un altro tema che mi sta molto a cuore: quello della scuola, in particolare la riorganizzazione dei plessi scolastici. Nella precedente sessione del Consiglio Grande e Generale non ero intervenuta perché mi aspettavo che il tema venisse affrontato in Commissione I, convocata a distanza di qualche giorno. E invece, in quella sede, l’argomento non è stato inserito come punto all’ordine del giorno. Il segretario ne ha parlato solo in seguito, sollecitato dalle forze di opposizione nel comma comunicazioni. E di questo, mi dispiace.  Avevo apprezzato che il nuovo metodo prevedesse un lavoro a 360°, con valutazioni basate su più fattori. Tuttavia, oggi devo dire che non condivido più il metodo con cui si sta affrontando questo tema. E mi pare che anche qualche consigliere di maggioranza abbia fatto un passo indietro.  Riguardo alla relazione tecnica che lei sta illustrando nei castelli in questi giorni: è una relazione che, onestamente, non aggiunge nulla rispetto a quanto già previsto quando la Segreteria di Stato alla Cultura era in capo a Repubblica Futura. Eppure, all’epoca, quelle erano solo proposte – non imposizioni – che l’allora opposizione, in particolare la Democrazia Cristiana, bocciò completamente. Ci ricordiamo bene le frasi pronunciate: “è un pugno allo stomaco”. Frasi attualissime. Ma oggi, seduti sui banchi della maggioranza, sembrano essere state dimenticate.  Penso che, se all’epoca alcune proposte – come quella del polo scolastico – fossero state attuate, oggi avremmo potuto vedere qualche risultato concreto.  La relazione tecnica è stata giustamente elaborata da tecnici, ma dà solo numeri e dati. Il Governo avrebbe dovuto agire politicamente per cambiare quei numeri, non rimanere immobile come sta facendo ora. La scuola va tutelata. Come vanno tutelati insegnanti, bambini, famiglie, trasporti e i singoli castelli, che rappresentano comunità vive e vitali.  Le scelte politiche devono andare oltre i numeri. Se si vogliono combattere gli sprechi, ci sono molti altri settori in cui agire, non certo sulla scuola o sulla sanità.  Avremmo preferito vedere proposte serie contro la denatalità. Se da un lato serve un cambiamento culturale, dall’altro servono misure concrete, interventi economici veri per sostenere giovani e famiglie. Le nostre proposte le avevamo presentate: nella legge di sviluppo, sui permessi, i congedi, le rette degli asili nido, i centri estivi. Ma le avete bocciate tutte.

Mirko Dolcini (D-ML): Sì, c’è stata la chiusura del processo Varano. A me non ha mai indignato il fatto in sé della chiusura del processo, non perché non sia contento del suo esito, né perché non sia soddisfatto del risultato finale, ma perché è inaccettabile che un procedimento sia durato sedici anni sul nulla. È evidente che si è trattato di un attacco a San Marino.  Non mi stupisce tanto che qualcuno abbia voluto attaccare San Marino. Le “bande” ci sono sempre state, dentro e fuori questo Paese. La vera domanda è se avremo sempre gli anticorpi per reagire.  Quello che mi ha veramente stupito, invece, è stato l’atteggiamento del potere politico dell’epoca. Io allora non ero in politica. Stavo iniziando i primi anni da avvocato. Ma ricordo benissimo che il potere politico non sembrava avere alcuna forza. Era evidente – almeno da fuori – come gli attacchi arrivassero e si sviluppassero con una facilità disarmante. San Marino era vulnerabile, senza difesa. Neppure una difesa mediatica. Nulla.  Questo fa pensare che chi doveva difendere il Paese, allora, non fosse in grado di farlo, forse perché aveva scheletri nell’armadio. Qualcuno dovrà, prima o poi, giustificare perché non ci fu neanche una difesa pubblica, comunicativa. Abbiamo poi avuto modo, come partito e insieme ad altri, di valutare la bozza sulla riforma dell’IGR. Ebbene, posto che non mi scandalizza affatto il fatto che sia necessario rimettere mano alla riforma tributaria – d’altronde, quando si fa un indebitamento pubblico, le strade sono due: o si fa debito o si aumentano le tasse – vorrei fare alcune riflessioni.  Il debito deve essere destinato a costruire, a creare infrastrutture, non solo a coprire la spesa corrente. Le imposte, se devono essere chieste, devono andare nella direzione giusta. E invece, a giudicare da questa prima bozza, si torna a colpire le fasce deboli, il ceto medio-basso. E questo non è accettabile.  Parliamo spesso delle difficoltà che vivono le famiglie, diciamo che bisogna sostenerle, incentivare la natalità… e poi continuiamo a colpire chi ha meno.  Ma non può essere che questa bozza resti così com’è, senza modifiche, continuando a penalizzare le fasce più fragili.  Poi, c’è il tema delle assemblee di Banca di San Marino. Al di là delle ragioni, giuste o sbagliate, è evidente che si tratti di assemblee divisive. Ma il governo resta silente. Non dà una direzione. Questo è sintomatico di una mancanza di volontà, di chiarezza, di trasparenza.  La denatalità è il problema dei problemi. E mi sembra che continuiamo ad affrontarlo senza coraggio, senza strumenti realmente innovativi.  Nel frattempo, vediamo ruoli dirigenziali assegnati secondo logiche spartitorie di partito. Politici che non distinguono più ciò che è opportuno da ciò che non lo è, né dentro né fuori da quest’aula.  Insomma, il Paese deve comprendere che, mentre le “bande” a San Marino ci saranno sempre, ciò che non deve mai mancare sono gli anticorpi. E come si costruiscono gli anticorpi? Come in qualsiasi altro Paese: studiando, informandosi su ogni problematica, su ogni notizia. E indignandosi, quando serve.  Come ci si è indignati – giustamente – per il caso del killer dei cani. È stato un fatto orribile. Ma non possiamo indignarci solo per quello. Gli argomenti sono tanti. Bisogna indignarsi su tutto, e combattere il sistema. Tutti devono farlo. Noi consiglieri siamo cittadini come gli altri, ma fuori da quest’aula ci sono altri cittadini, e tutti devono restare vigili, denunciare, parlare, agire.  E ora voglio chiudere con una cosa bella, una cosa positiva successa lo scorso mese. Ho partecipato con la mia famiglia a un evento organizzato dalla ludoteca, in collaborazione con la Polizia Civile.

Massimo Andrea Ugolini (PDCS): In diversi hanno sollevato il tema della vicenda Varano. Si tratta di una ferita che ha causato moltissimi problemi al nostro Paese, sia alle persone direttamente coinvolte, sia – e soprattutto – sul piano finanziario e politico. Ritengo quindi che su questo tema debbano essere svolte riflessioni molto profonde.  Condivido quanto espresso anche dal consigliere Giovagnoli: forse la strada più efficace è quella di iscrivere un comma specifico, che sia in Consiglio Grande e Generale o in Commissione Finanze, per affrontare in modo dettagliato e responsabile tutti gli aspetti legati a questa vicenda – sia dal punto di vista politico, sia finanziario.  In questo modo, potremmo iniziare a intraprendere – partendo da un approfondimento degli atti giudiziari – il percorso più adatto per cercare almeno di recuperare parte delle risorse finanziarie che il nostro Paese ha perso.  Innanzitutto, va analizzato l’impatto sull’assetto politico di quel periodo. Ma soprattutto va osservato come quella crisi abbia sconvolto l’equilibrio finanziario del nostro Paese. Lo ha ricordato anche il consigliere Giovagnoli: molto del debito pubblico che oggi ci portiamo dietro è riconducibile, direttamente o indirettamente, alle vicende che hanno coinvolto la Cassa di Risparmio in quegli anni.  Cassa di Risparmio che, grazie al sostegno dello Stato e a uno sforzo corale da parte del sistema riuscì a superare quel momento estremamente critico. Fu proprio quel “fare squadra” a consentirci di reggere l’urto.  Ma oggi, è evidente, serve una riflessione profonda. E credo che l’iscrizione di un comma specifico possa rappresentare lo strumento giusto, affinché ogni forza politica – senza cercare capri espiatori – possa contribuire in maniera responsabile a elaborare un ordine del giorno serio e chiaro. Il secondo aspetto che è stato sollevato da più parti riguarda invece l’attività del Governo e della maggioranza. Siamo a un anno dalle elezioni. Tante cose sono state fatte. La fiducia rimane alta rispetto al lavoro svolto nella scorsa legislatura e che oggi continua a dare risultati – sia in termini di PIL, sia in termini di gettito fiscale. Anche i report degli organismi internazionali confermano la bontà del percorso intrapreso.  Siamo sempre stati abituati a onorare gli impegni, sia con i cittadini sia con gli organismi internazionali. Tra questi impegni c’era anche quello di mettere mano, dopo 12 anni, alla riforma dell’IGR del 2013.  Ricordo, fra l’altro, che proprio Rete, nella scorsa legislatura, uscì dal governo anche per la mancata volontà, da parte di altri, di procedere su questa riforma. E le linee guida per l’intervento erano già state preparate dalla Segreteria alle Finanze.  Ora si è ripartiti da lì. Il Segretario ha già avviato una serie di incontri con tutte le parti coinvolte. L’impostazione resta quella della riforma del 2013, ma con correttivi necessari, dopo oltre un decennio, per riequilibrare il gettito fiscale.  Ma ora è fondamentale accumulare risorse, per cominciare a ridurre il debito pubblico, sia interno che esterno. L’obiettivo è di reperire almeno 20 milioni di euro, per garantire stabilità finanziaria al Paese.  Come detto anche dal Segretario alle Finanze, l’intento è di tutelare le fasce più deboli, mettendo tutti nelle stesse condizioni e allargando la base imponibile, in maniera equa e trasparente, senza logiche punitive. Si tratta di una riforma seria, che vuole costruire una maggiore equità fiscale, con l’obiettivo finale di ridurre il debito pubblico.  Parallelamente, però, bisogna avviare una profonda revisione della spesa pubblica. Anche questo è un impegno che, come maggioranza e come governo, ci assumiamo.  Se ci sarà – come auspico – un Titolo Primo nella legge di riforma dell’IGR, con un intervento sul fronte delle entrate, allora dovrà esserci anche un Titolo Secondo, dedicato al contenimento della spesa e al miglioramento dell’efficienza della macchina pubblica. Le economie si possono fare aumentando le entrate, ma anche spendendo meglio.  Infine, mi permetto una considerazione personale: non mi piace – e lo dico con chiarezza – che quando un bando pubblico viene vinto da qualcuno legato all’opposizione, si gridi subito alla meritocrazia, mentre se lo vince qualcuno vicino alla maggioranza, si parli subito di favoritismi. Questo modo di ragionare non mi appartiene, non è corretto, e non lo accetto.

Oscar Mina (PDCS): Di tutt’altro tenore il mio intervento, che riguarda un brevissimo riferimento alla partecipazione della delegazione OSCE della Repubblica di San Marino – composta dal sottoscritto, dalla collega Sara Conti e dal collega Michele Muratori – a una conferenza sulla lotta alla criminalità organizzata.  L’evento è stato organizzato dal capo delegazione dell’OSCE per l’Italia, ed è stata una conferenza di alto livello, alla quale hanno preso parte anche alcuni ministri italiani. Tra questi, il vicepresidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, che ha svolto un breve intervento introduttivo. La sua presenza ha sicuramente conferito ulteriore rilevanza all’appuntamento.  Hanno preso parte inoltre gli organismi presidenziali e di segreteria dell’OSCE stessa.  La conferenza ha visto il coinvolgimento di ben 37 paesi e oltre 100 parlamentari. I lavori si sono articolati in diversi panel. Il primo ha affrontato il tema della criminalità organizzata nell’area sud-orientale dell’OSCE. Il secondo si è concentrato sulla confisca dei beni riconducibili alle organizzazioni criminali. Su questo specifico argomento è intervenuta anche la delegazione sammarinese, nella persona del sottoscritto, portando un contributo che ha tenuto conto delle peculiarità della Repubblica di San Marino.  Desidero sottolineare che San Marino è stato l’unico microstato presente alla conferenza, e questo è stato rilevato con attenzione. Il nostro Paese ha dato un input significativo, anche per quanto riguarda il lavoro svolto dal 2011 ad oggi sul fronte del contrasto alla criminalità organizzata.  Il terzo panel ha riguardato il tema della radicalizzazione giovanile legata alle attività delle mafie, un fenomeno in forte crescita soprattutto nei Paesi dell’Europa sud-orientale.  Non entro nel merito dettagliato dei lavori, poiché – come di consueto – io e i colleghi della delegazione depositeremo una relazione riassuntiva, disponibile a chiunque volesse consultarla.  Concludo ribadendo che la nostra presenza in questi contesti viene sempre accolta con grande attenzione. Essere un piccolo stato e riuscire a essere presenti attivamente è per noi motivo di orgoglio. Aggiungo che faccio parte del Bureau dello stesso organismo, e constato con soddisfazione che anche Paesi più grandi, come l’Italia, menzionano frequentemente la Repubblica di San Marino e ne riconoscono l’impegno. Questo rappresenta per noi una gratificazione e uno stimolo a proseguire nel lavoro che stiamo facendo.

Emanuele Santi (Rete): Io questa mattina mi sarei aspettato che, anche alla luce delle vicende e delle notizie che sono arrivate nel nostro Paese, ci fosse la presenza del Segretario Gatti, e un suo riferimento puntuale, ad esempio, all’archiviazione dell’indagine del processo Varano. Invece devo constatare che Gatti oggi non c’è. Ma questa assenza si ripete, perché anche durante la Commissione Finanze, che si è svolta non più tardi di qualche giorno fa, non si è presentato, non ha fatto sentire la sua voce, non ha detto nulla.  Un Segretario delle Finanze che non si presenta in Aula a riferire quando ci sono questioni di rilievo nazionale – non di partito, ma nazionale – è un fatto da rilevare. E mi auguro che, prima della fine di questo comma comunicazioni, si degnerà di dire qualcosa a quest’Aula.  Riguardo all’indagine Varano, stamattina ho già sentito riaprire il capitolo delle responsabilità. Ma oggi non credo sia il momento per rivangare le responsabilità, anche se ci sono state. Credo invece che oggi sia il momento per essere pragmatici, per capire cosa si può fare adesso per recuperare quello che è stato rubato. Uso volutamente questo termine forte.  La Cassa di Risparmio ha perso oltre un miliardo e mezzo in quella vicenda, nel gruppo Delta. E allora oggi, voglio essere propositivo: sappiamo che le società del gruppo Delta hanno ancora in pancia dei crediti fiscali. Crediti che potevano essere recuperati una volta concluso il processo. Inoltre, la Cassa di Risparmio ha pagato, in quegli anni, oltre 40 milioni di euro in sanzioni. E anche queste, alla luce dell’esito del processo, credo siano da considerare come recuperabili.  Dunque penso che l’atto che quest’Aula dovrebbe compiere oggi sia mettere da parte, per un attimo, le responsabilità politiche (che comunque potremo affrontare con il dibattito) e fare squadra. Dovremmo esprimere un atto comune, un impegno forte e preciso al Segretario alle Finanze affinché si attivi subito per portare a casa quello che ancora è recuperabile dal gruppo Delta a Bologna. Qualcosa c’è ancora, bisogna costruire una strategia, coinvolgere gli avvocati. Ma serve una volontà politica condivisa.  Vorrei inoltre ricordare che questa archiviazione non è avvenuta per prescrizione, come qualcuno potrebbe pensare dopo 16 anni di processo. No: l’archiviazione è avvenuta perché il fatto non sussiste, o comunque non costituiva reato. Questo non è un dettaglio da poco. È un’archiviazione che rappresenta, a tutti gli effetti, un’assoluzione nel merito. E bisogna dire al Segretario Gatti che non si possono continuare a dire bugie a quest’Aula. Per sei anni ci ha raccontato che non era necessario un memorandum con l’Italia, perché sarebbe bastato l’accordo superiore di vigilanza con l’Unione Europea. E invece oggi veniamo a sapere che l’Italia vuole inserire un addendum all’accordo, un’integrazione specifica, per prevedere una vigilanza bilaterale tra Italia e San Marino. Questo cambia tutto. E ci dimostra che non era vero quello che ci è stato detto fino ad ora.  Io stesso ero in maggioranza fino a uno, due anni fa, e ci veniva spiegato che l’accordo con l’Italia non serviva, perché sarebbe stato superato da quello europeo. Ora ci accorgiamo che quell’accordo è sempre stato necessario, che l’Italia lo pretende. Quindi basta favole. Bisogna dire le cose come stanno.  Così come bisogna smetterla di dire, ogni anno, che i conti dello Stato sono in ordine. Quando io ero in maggioranza, il bilancio perdeva 30-40 milioni all’anno, ma ci veniva detto che era inutile preoccuparsi, che il bilancio era “sano”. Oggi ci viene detto che mancano 20 milioni, e per questo si vuole fare una riforma IGR che peserà su pensionati e lavoratori. Ma anche in questa riforma IGR non si toccano le sacche di evasione più evidenti. Non si agisce su quelle somme non riscosse che lo Stato continua a ignorare. Parlo di società intestate sempre agli stessi soggetti, che aprono e chiudono e non pagano mai nulla. Anche qui, basta bugie. La verità viene sempre a galla.  Il collega Ugolini oggi ha elencato in aula tutto ciò che questo governo avrebbe fatto. Ma io dico: non avete fatto niente. Dopo un anno – perché oggi è il vostro “compleanno” di governo – non avete portato a casa nemmeno un provvedimento. Siete ancora impegnati nella spartizione delle poltrone. La riforma IGR ancora non c’è. Avete rinviato tutto.  Infine, vorrei affrontare l’ultima questione: la vendita di Banca di San Marino. E qui dobbiamo dirla tutta. Io ero in Aula a gennaio, quando fu convocata la Commissione Finanze. In quella sede arrivò un emendamento che modificava la legge. Ebbene, voi della maggioranza avete votato quell’emendamento. Ve lo avevamo detto: con quella norma, avreste consentito la vendita della Banca di San Marino.  Ora leggo nei comunicati che la vendita si farà solo dopo l’accordo con l’UE. No! Lo dovevate fare prima. Perché la legge l’avete cambiata voi, votando un emendamento che ha aperto alla possibilità di vendita. Quindi la responsabilità politica è tutta vostra. E se Gatti vi ha portato quell’emendamento e voi l’avete votato a scatola chiusa, come fate spesso, allora è ancora più grave.

Matteo Rossi (PSD): Premetto che intendo parlare principalmente della vicenda Varano, ma trovo rilevante il passaggio in cui il collega afferma che in questa fase è necessario fare sistema ed evitare di politicizzare troppo la situazione. Tuttavia, alla luce dell’andamento di questo primo confronto sul comma comunicazioni, non mi pare che ciò stia avvenendo, in particolare da parte dei colleghi di Repubblica Futura, nonostante abbiano detto di volerlo evitare.  Sento un certo disagio, da parte loro, nell’affrontare l’ordine del giorno che hanno presentato. Da un lato, perché sembra un paravento per coprire una vicenda che – bisogna dirlo – ha responsabili politici precisi, anche se in parte riconducibili alla storia. Dall’altro, perché già dal modo in cui è stato presentato, si percepisce che non ci credono fino in fondo. Sarebbe stato diverso, e più efficace, se fossero state le opposizioni a presentare quell’ordine del giorno: almeno ci sarebbe stato quel senso di armonia e partecipazione auspicato dallo stesso Santi. Ma così non è stato.  Chiudo quindi questa introduzione dicendo che, per fare davvero qualcosa, bisogna crederci. E bisogna capire bene il contesto storico e le dinamiche politiche che hanno portato a questo disastro. Dinamiche che sono ancora attuali, le vediamo ogni giorno negli articoli di giornale, in ciò che accade nella magistratura, nel tribunale, nei centri di potere. È una fiamma che cova ancora sotto la cenere. Quelle battaglie rappresentano due visioni diverse di paese, due visioni diverse di politica. Io non ce l’ho con i colleghi, anche se sono dalla parte opposta; ce l’ho con una visione politica che non mi rappresenta.  Per questo, come ha detto anche il collega Giovagnoli, credo che la questione vada affrontata in un comma ad hoc. Si può fare già dal prossimo Consiglio Grande e Generale, per approfondire e chiarire a tutti cosa è successo realmente. Sono vicino alle persone che hanno sofferto, che hanno subito sulla propria pelle l’ingiuria di una giustizia che non è stata giustizia, il peso di un complotto ardito contro lo Stato di San Marino, che ha provocato danni patrimoniali enormi.  Oggi abbiamo iniziato a parlare di IGR, che sarà il tema dei prossimi mesi. Ma la necessità di affrontare certe difficoltà nasce proprio da lì, da quella vicenda: credo che almeno due terzi del debito pubblico derivino da essa. Non affrontarla politicamente sarebbe un’omissione, un venir meno al nostro dovere di consiglieri eletti. Detto questo, oltre alla vicinanza umana e politica che sento di esprimere per il ruolo che ricopro, voglio anche dare voce a una generazione di ragazzi. L’ho già detto in un altro intervento, ma lo ribadisco: la vicenda di Cassa di Risparmio è stato l’inizio della fine di una visione sbagliata. Probabilmente, senza quelle scelte politiche sbagliate, oggi non avremmo nemmeno il problema demografico. Non avremmo dovuto affrontare il debito pubblico nei termini attuali. Ma qualcuno, con ruoli di altissima responsabilità, per abbattere un nemico politico ha colpito l’intero paese. Questa è la grande lezione da imparare.  Oggi dobbiamo ricostruire tutto. E se c’è una cosa che serve, è resilienza. È l’unico modo per andare avanti. Come ha detto il collega Ugolini, il tema dell’IGR sarà centrale. L’ultima riforma risale al 2013-2014, e oggi serve riequilibrare i conti pubblici, ridurre il debito. Questa maggioranza ci sta lavorando. Si sta confrontando con le parti sociali. Mi dispiace che l’opposizione non sia ancora stata coinvolta, ma credo che si stia lavorando per creare le condizioni per un intervento equo, affinché non siano sempre gli stessi a dover mettere mano al portafoglio.  Non si può parlare di riforma IGR senza tenere conto dell’equità. Serve una formula giusta, e spero si trovi. C’è anche un comma iscritto all’ordine del giorno che va in questa direzione.  Infine, un ultimo passaggio sul tema dello sviluppo. Si parla di IGR, di revisione fiscale, va bene. Ma l’assenza più grande in questa fase è quella delle politiche di sviluppo. C’è un’intera parte dell’economia – il turismo – che va riqualificata. Abbiamo bisogno di investimenti in quel settore, per fare in modo che anche San Marino possa avere strutture capaci di attrarre economia, creare lavoro, generare risorse.  Io non voglio rassegnarmi all’idea che questo Paese non abbia un futuro. Quanto al collega Pedini Amati e alle critiche di RF, è un disagio sentir parlare di queste cose, perché è la cosa più semplice e immediata che l’opposizione può utilizzare per colpire un avversario politico. Ma se le cose vengono fatte a norma di legge, se le leggi vengono rispettate, se le norme vengono applicate correttamente, allora io trovo infamante, che si mortifichi il politico, la politica nel suo significato più alto, le istituzioni e l’amministrazione pubblica.  Per questo motivo, per quanto riguarda il mio collega, voglio esprimere piena solidarietà. Perché quando si cerca di gettare discredito con leggerezza su chi opera all’interno delle regole, non si attacca solo una persona, ma l’intero sistema democratico. E non possiamo permettercelo, soprattutto in un momento storico in cui la fiducia nelle istituzioni va ricostruita e tutelata, non minata.

Segretario di Stato Rossano Fabbri: Non è certo un momento semplice, né per il panorama internazionale che ci circonda, né per i temi che siamo chiamati ad affrontare internamente, decisivi per il futuro del nostro Paese. A livello internazionale, i conflitti purtroppo continuano: ci troviamo schiacciati in una morsa tra Oriente e Occidente, in uno scenario in cui tutti sembrano ancora intenti a litigare con tutti, senza che si intraveda nulla di buono all’orizzonte.  Anche internamente, ci troviamo di fronte a temi nevralgici per il futuro della Repubblica di San Marino. Sono argomenti che richiederebbero un ben diverso clima, e una reale volontà di confronto, perché oggi ci stiamo giocando non soltanto i capisaldi di questa legislatura, ma anche gli orientamenti degli anni a venire, intesi come i prossimi lustri.  Lo è, senza dubbio, il tema dell’istruzione. Su questo fronte sento molte discussioni, talvolta anche accese, ma poche soluzioni concrete. Il vero problema rimane il calo demografico, un inverno demografico che, comunque lo si voglia affrontare, necessita di soluzioni condivise e di un ragionamento molto più approfondito e articolato. Talvolta, purtroppo, il dibattito assume toni che ricordano più le discussioni da bar che riflessioni serie sul futuro dei nostri ragazzi.  Lo è anche l’emergenza abitativa. È un problema fondamentale: le difficoltà che i cittadini incontrano nel trovare una casa sono tangibili. Un altro nodo cruciale è rappresentato dalle nuove tecnologie, in particolare dall’intelligenza artificiale. È evidente che essa avrà un impatto enorme sulle imprese, sulla pubblica amministrazione e sul mondo del lavoro. Se non ci facciamo trovare pronti, se non iniziamo subito a studiare a fondo questi dossier, rischiamo di trovarci impreparati di fronte a una rivoluzione che può o travolgerci o essere un’opportunità, se ben gestita. Dobbiamo quindi lavorare per rendere il nostro “hardware Paese” all’altezza delle sfide imminenti.  In parallelo, si sta intervenendo anche sulle telecomunicazioni, un settore strategico e prioritario, e altri dossier sono già all’attenzione del governo. Voglio citare, infine, ma non certo per importanza, gli sforzi per migliorare l’ingresso principale della Repubblica di San Marino, la Statale 72, affinché sia adeguata in coerenza con i lavori già effettuati nella provincia di Rimini e nel capoluogo. A proposito del caso Varano, voglio dire con chiarezza che non mi interessa trovare colpevoli di turno, per carità. Quello che so, però, è che il Paese ha subito un attacco. E non è stato l’unico nel corso degli anni a essere colpito rispetto al proprio sistema bancario e finanziario. Diciassette anni di procedimento si sono risolti in un nulla di fatto. E lasciatemi ricordare anche le altre banche attaccate, e la condanna subita da un nostro banchiere, che si è visto comminare sei anni e mezzo di reclusione per un presunto fatto di riciclaggio. Fa male. Così come fa male ricordare coloro che da San Marino si recavano direttamente alla procura di Forlì per rendere dichiarazioni spontanee che hanno fatto male al Paese. Sono argomenti che devono essere davvero approfonditi, perché a tutelare l’immagine e il buon nome della Repubblica dobbiamo pensarci tutti, fare sistema quando accadono certe cose, non andare a cavarci i sassolini nei tribunali italiani per colpire l’avversario politico interno.  Mi auguro che quelle difese, di cui il Paese aveva bisogno al tempo, vengano finalmente messe in atto, perché ci voleva davvero poco per capire che fin dall’inizio si trattava di un’indagine traballante. Un Paese lasciato senza difese non poteva che arrivare agli esiti infausti che conosciamo, con tante persone che hanno sofferto. A loro va la mia più sincera vicinanza.  Consentitemi infine di spendere due parole sulla trasferta ad Andorra. Credo che da quest’Aula debba essere riconosciuto il merito per un lavoro portato avanti nel tempo da tutte le persone coinvolte. Voglio partire dalle famiglie, da coloro che ogni giorno sanno bene quali sacrifici siano necessari per arrivare a risultati di questo livello, passando naturalmente per il Comitato Olimpico, per gli atleti, per le federazioni e per le associazioni sportive.  Andorra non deve essere il punto d’arrivo, ma il punto di partenza per una revisione delle normative sullo sport, affinché si possa rispondere alle esigenze dei tempi che viviamo. Da giovedì prossimo partiranno i tavoli di lavoro che affronteranno temi fondamentali, necessari a razionalizzare le spese e a migliorare quanto fatto finora, investendo davvero sul futuro.

Andrea Menicucci (RF): Voglio chiarirlo subito, a scanso di equivoci: parlo a titolo personale, ma penso di poter parlare anche a nome di tutta Repubblica Futura. Non abbiamo nulla contro la persona del Segretario Pedini. Lo abbiamo detto più volte, anche da questi banchi. La nostra critica non è personale, ma politica.  È la modalità di azione politica che riteniamo inopportuna. In questo primo anno di legislatura, il Segretario Pedini si è prestato a comportamenti che – ed uso un eufemismo – sono stati perlomeno discutibili. Non è un caso isolato: siamo stati critici anche verso altri colleghi del Congresso di Stato, con la stessa coerenza e la stessa trasparenza. Il problema non è la persona, ma l’approccio al potere, il modo di intendere il ruolo istituzionale.  A riprova di ciò, faccio riferimento alla risposta all’interpellanza riguardante il concorso pubblico a cui lo stesso Segretario ha deciso di partecipare. Nella delibera del 19 marzo 2024, non c’è traccia della sua astensione. Inoltre, non è stato richiesto alcun parere al Comitato Etico del Congresso di Stato, come invece sarebbe stato quantomeno opportuno, se davvero si voleva agire con la massima trasparenza. Legalità e opportunità sono due cose diverse, e la politica deve tener conto di entrambe.  Detto questo, volevo sfruttare lo spazio del comma comunicazioni per parlare del primo anno di attività di questo governo. A distanza di un anno dalle elezioni, mi sono seduto alla scrivania con l’intenzione di fare un bilancio. Ho preso carta e penna, deciso a scrivere ciò che il governo ha fatto per cambiare in meglio il Paese. Ma non ho scritto nulla. Perché, a mente fredda, nulla di rilevante mi è venuto in mente. Solo atti di ordinaria amministrazione. Nessuna riforma. Nessuna visione. Nessuna scelta di coraggio.  È stata una gestione dell’esistente. Talvolta maldestra, talvolta opaca, ma sempre e solo gestione. E allora il mio intervento non può che parlare non di ciò che il governo ha fatto, ma di ciò che non ha avuto il coraggio di fare.  C’è un dato che dovrebbe far riflettere tutti: tra il 2019 e il 2024, circa 400 giovani sammarinesi hanno lasciato il Paese. Sono partiti per studiare, per lavorare, per costruirsi una vita altrove. Non se ne sono andati per semplice desiderio di evasione, ma perché sono stati espulsi da un sistema che non li include, che non li valorizza, che non li considera interlocutori centrali nella costruzione del futuro.  E nello stesso periodo, ci sono state 400 nuove assunzioni nella pubblica amministrazione. Due dati, due curve, due trend. Non sono indipendenti: sono le due facce di una stessa crisi. Una crisi sistemica, che parla della qualità delle scelte politiche, della visione di sviluppo, della credibilità delle istituzioni.  Finché gestiremo lo Stato come una macchina da alimentare con logiche clientelari, con nomine e assunzioni legate all’appartenenza politica piuttosto che al merito, continueremo a perdere capitale umano. Continueremo ad avere una pubblica amministrazione che cresce in numeri ma fatica a crescere in qualità, e questo nonostante la presenza di tanti validi professionisti.  Finché il bando di concorso pubblico sarà solo una formalità costruita attorno a un nome e un cognome, finché sarà accettabile che un membro del Congresso di Stato partecipi a un concorso bandito dalla stessa amministrazione su cui esercita influenza politica e istituzionale, allora questi trend saranno destinati a peggiorare.  Finché il debito pubblico sarà usato non come leva strategica, ma come pezza per coprire le spese correnti, per cene, trasferte e delibere da decine di migliaia di euro, e finché il territorio sarà considerato una risorsa da sfruttare e non un bene da custodire per le generazioni future, allora non potremo che assistere impotenti a una deriva che oggi abbiamo la responsabilità di interrompere.  Voi potete continuare a muovere bandierine nel settore bancario, a giocare partite di potere, a parlare di emergenze solo quando non avete più scelta. Ma non chiamatela politica. Perché la politica è altra cosa. La politica è visione, coraggio, pianificazione. E, soprattutto, è rispetto per chi, da questo Stato, non ha avuto nulla se non la valigia in mano.

Gaetano Troina (D-ML): È stato un comma comunicazioni denso, che ha toccato temi rilevanti e delicati. Prendo la parola per soffermarmi su alcune questioni di merito che, come gruppo consiliare e come opposizione, riteniamo fondamentali.  Innanzitutto, non posso che esprimere delusione rispetto all’ordine del giorno di questa seduta, che giudichiamo – lo dico con franchezza – politicamente vuoto. Manca un confronto reale, serio e costruttivo su temi centrali per il Paese. Si va avanti per inerzia, con progetti che arrivano in aula già confezionati, privi di quel necessario passaggio di approfondimento e confronto con le forze politiche, in particolare quelle di opposizione. Questo approccio, se confermato, renderà impossibile costruire condivisione o sintesi su qualunque riforma.  E mi riferisco in particolare alla riforma IGR, che si preannuncia – almeno sulla carta – come la più significativa della legislatura. È da tempo che se ne parla, è vero. Ma oggi, a un anno dall’insediamento di questo governo, nessuna forza di opposizione è stata coinvolta formalmente. Eppure si parla di un testo in preparazione che potrebbe arrivare in prima lettura nei prossimi mesi. In queste condizioni, parlare di riforma condivisa è quantomeno azzardato.  Un altro tema che si collega direttamente è quello dell’ICEE. Da anni è in discussione. Ora scopriamo che se ne propone il trasferimento a una nuova commissione. Bene: qual è la logica politica dietro questa decisione? Quali obiettivi si vogliono perseguire?  Intanto, si afferma che il debito pubblico oggi è conseguenza di una gestione fallimentare del sistema bancario e, in particolare, della Cassa di Risparmio. E allora diciamolo con chiarezza: oggi si chiede ai cittadini di pagare, attraverso una riforma fiscale, gli errori politici di ieri. E questo, colleghi, è profondamente ingiusto.  Si poteva agire in altro modo. Si poteva programmare lo sviluppo economico del Paese, puntare sull’indotto, generare nuova ricchezza. Invece si è preferito temporeggiare. Ora si mette mano alle tasche di chi paga già: la classe media, la classe popolare, le famiglie, i lavoratori. E nel frattempo, le famiglie affrontano costi insostenibili. Le bollette energetiche sono diventate un salasso. Ne abbiamo parlato tante volte. Oggi stesso abbiamo presentato un’interpellanza per fare luce sugli aumenti: perché non si tratta solo di rincari di mercato. Qualcosa non torna. E se una famiglia chiede una rateizzazione, viene penalizzata ulteriormente con costi aggiuntivi. Qual è il piano del governo? Si continuerà a procedere con decreti tampone mese per mese? O si intende proporre una soluzione strutturale, magari attraverso una comunità energetica nazionale, che pure non avete voluto percorrere?  Altro tema: la denatalità. Se ne parla, sì, ma senza concretezza. A gennaio, in Commissione III, è stato sottoscritto un ordine del giorno da tutte le forze politiche per lavorare insieme su questo tema. A oggi, siamo a giugno, nulla si è mosso. Quali idee sono state messe sul tavolo? Quali iniziative si intendono avviare? I plessi scolastici chiudono, ma dove sono le politiche familiari?  E poi: gestione rifiuti. Leggiamo di un possibile passaggio al porta a porta. Bene. Ma dov’è il progetto? Quali sono i costi? Quali i tempi? E infine la cittadinanza. Un altro tema urgente, spostato ancora una volta di commissione. Anche qui, la domanda è semplice: esiste un progetto o si sta solo guadagnando tempo? Perché, se c’erano nodi politici da sciogliere, andavano affrontati prima di depositare una proposta di legge.

Segretario di Stato Andrea Belluzzi: Vorrei iniziare esprimendo un sentimento di vicinanza profonda alla Protezione Civile e, più in generale, a tutti i cittadini che negli ultimi anni hanno visto avvelenati i propri animali domestici. Lo faccio non solo per una questione umana e civica, ma anche per sottolineare all’Aula e alla cittadinanza che le autorità giudiziarie e le forze dell’ordine sono tuttora attivamente impegnate su questo fronte investigativo. È fondamentale, in questo senso, continuare a segnalare qualsiasi comportamento sospetto: la collaborazione dei cittadini è cruciale per arrivare alla verità e fare giustizia.  Un altro tema molto discusso oggi riguarda i concorsi pubblici. Al di là delle posizioni politiche, invito tutti a non dimenticare che dietro ogni procedura ci sono persone che lavorano con serietà e integrità: dalla Direzione della Funzione Pubblica ai membri delle commissioni, tutti contribuiscono a far funzionare la nostra amministrazione. Le critiche sono legittime, ma serve sempre rispetto per chi agisce con correttezza.  Sulla vicenda Varano e Cassa di Risparmio, ho ascoltato con attenzione l’intervento del consigliere Nicola Renzi. Comprendo e riconosco la sofferenza di chi ha vissuto direttamente quelle vicende, e mi unisco nel ricordo di figure come Gilberto Ghiotti e il direttore Simoni, insieme a tutte le persone coinvolte, inclusi familiari che hanno subito pesanti ripercussioni personali.  Tuttavia, non posso non evidenziare, anche con franchezza, che la forza politica a cui il consigliere Renzi appartiene ha avuto responsabilità in quella fase storica. Non fu garantita la necessaria tutela istituzionale a chi si trovava coinvolto nei procedimenti; non fu offerto il sostegno legale necessario, lasciando sole persone che difendevano la banca e, di riflesso, lo Stato. Fu una scelta politica quella di non difendere apertamente il paese, ma di optare per una posizione neutra, se non addirittura passiva, mentre altri cercavano, anche con strumenti discutibili, di piegare San Marino.  Ora, a distanza di anni, è arrivato il tempo di chiudere la fase giudiziaria. È giusto farlo con consapevolezza storica, approfondendo quanto è accaduto, ma anche guardando avanti. Come è stato detto, non si tratta di ragionare con la pancia, ma con lucidità e serietà. Occorre creare uno spazio istituzionale — anche una commissione parlamentare — dove ascoltare voci competenti e ricostruire con onestà intellettuale i passaggi di quella vicenda. Molti di noi, all’epoca, non erano presenti; è quindi doveroso fare chiarezza per ricostruire una memoria collettiva utile a tutto il Paese.  Il consigliere Rossi ha parlato di un progetto di Paese che si è interrotto bruscamente. Credo anch’io che abbiamo vissuto una stagione in cui si è puntato tutto su un unico asse di sviluppo, che ha mostrato la sua fragilità. Ma da quella crisi possono nascere anche opportunità concrete, a patto che si scelga il dialogo politico al posto della contrapposizione giudiziaria.  Serve oggi una buona politica. Una politica capace di recuperare terreno, risorse e dignità, che si confronti non solo tra forze interne, ma anche con la Repubblica Italiana, ricostruendo su basi trasparenti un dialogo interstatale costruttivo.  Chiudo con una riflessione: se è vero che San Marino ha subito un attacco nel cuore del suo sistema bancario, è altrettanto vero che quel sistema aveva anche delle falle, e che una parte di responsabilità appartiene anche a noi. Riconoscerlo non è debolezza, ma maturità politica. Solo da lì si può ripartire. Senza cercare colpevoli, ma con la consapevolezza che la sovranità si esercita non urlando nei tribunali, ma costruendo attraverso il confronto politico e la responsabilità istituzionale.

Matteo Zeppa (Rete): Vorrei iniziare, come ha fatto anche il Segretario Fabbri, con un pensiero che reputo doveroso: un plauso sincero agli atleti sammarinesi, medagliati e non, di ritorno dai Giochi dei Piccoli Stati ad Andorra. Il fatto che nessun altro l’abbia fatto — né l’Aula né la politica — è sintomo del distacco che troppo spesso abbiamo nei confronti del mondo sportivo. Eppure, lo sport non è solo competizione: è costruzione di identità, è fatica, sacrificio, disciplina. È un modo per imparare a stare al mondo, anche in una Repubblica piccola come la nostra.  Detto questo, vorrei soffermarmi sullo spettacolo indecoroso a cui abbiamo assistito questa mattina in quest’Aula. E lo dico senza sottrarmi alle mie responsabilità, perché so perfettamente di aver partecipato, negli anni, a confronti anche accesi. Ma ciò a cui assistiamo oggi somiglia più a un ring che a un parlamento. È una guerra di tutti contro tutti, dove si cerca lo scontro anziché il confronto.  Siamo in un momento storico drammatico: guerre, crisi economiche, instabilità internazionale, eppure continuiamo a dividerci su tutto, a rinfacciarci il passato, a cercare vendette politiche invece che soluzioni. Si è parlato molto di Varano, ma si dimentica che l’attacco al sistema finanziario sammarinese è stato sistemico e non si è limitato a un solo episodio. Si dimentica, ad esempio, la svalutazione di Cassa di Risparmio, o i processi rimasti incompiuti. E allora mi domando: sappiamo fare squadra davvero?  In teoria, sì. Ma nella pratica, non ci riusciamo mai. E lo vedo da dieci anni, da quando sono in quest’Aula. Lo vedo dalle maggioranze che procedono a colpi di numeri senza reale confronto. Lo vedo da una politica che, invece di aprirsi, si chiude in sé stessa, portando progetti preconfezionati, senza spazio per la condivisione, senza rispetto per il ruolo delle opposizioni.  Ecco perché la gente ha paura della politica. E ha ragione. Perché mentre i problemi reali crescono — penso ad esempio al killer dei cani che da 14 anni agisce impunito — le istituzioni restano immobili. È una metafora perfetta della nostra difficoltà di dare risposte, di costruire regole condivise, di reagire con prontezza ai problemi.  Eppure i problemi non mancano: i giovani che se ne vanno, la riforma IGR che spaventa perché non è stata ancora condivisa, i temi sociali ignorati. Si parla di coinvolgere la cittadinanza, ma poi la si snobba. Si cita il collettivo “San Marino per la Palestina” e si risponde che non è un’associazione riconosciuta. Ma davvero abbiamo bisogno di bolli e timbri per ascoltare la voce di chi ha qualcosa da dire, in democrazia?  Lo dico con chiarezza: la cittadinanza è spesso più avanti della politica, più matura, più lucida, più consapevole. E noi continuiamo ad agire con arroganza, con chiusura, con superficialità. E temo che questo modo di agire ci porterà di nuovo indietro nel tempo, a rivivere gli errori del passato, come già successo nel 2013, quando la piazza esplose di rabbia.  Allora, chiedo con forza: vogliamo riformare davvero, con coraggio e trasparenza, o continuiamo a rinviare per calcoli elettorali? Vogliamo fare squadra sulle grandi questioni, come quella di Varano e del sistema finanziario, o preferiamo tornare al clima della “guerra tra Guelfi e Ghibellini”?  Io credo che questa sia una sfida storica. E non possiamo permetterci di fallire ancora.

Luca Lazzari (PSD): Vorrei affrontare alcune questioni che in questi giorni ci interrogano profondamente e che, a mio avviso, meritano una riflessione seria e onesta. Parto dalla vicenda che ha riguardato il Segretario di Stato Pedini. È importante dirlo con chiarezza fin da subito: non esiste alcuna norma che impedisca a un segretario di Stato di partecipare a un bando pubblico. Quindi non siamo di fronte a un problema di legittimità, ma semmai a una questione di opportunità politica. E su questo, se vogliamo essere onesti fino in fondo, dobbiamo riconoscere che esiste un problema più ampio e strutturale.  A San Marino la politica è ancora intesa come un servizio, e questa è certamente una visione nobile, legata al concetto di rappresentanza, di impegno civile, di temporaneità. Ma c’è anche un altro lato della medaglia, ed è quello che rischia di lasciare chi ha servito lo Stato in una condizione di precarietà profonda. Chi conclude un mandato spesso si ritrova a ripartire da zero, con sulle spalle le stesse responsabilità familiari e sociali di tutti gli altri cittadini, ma senza alcuna tutela. Essere genitori, coniugi, cittadini, senza più un reddito o una prospettiva concreta, non è facile. E per quanto questa vicenda possa far discutere, credo che partecipare a un concorso da guardia ecologica, dopo aver rivestito un incarico così delicato, non sia stata una scelta semplice. Ci vuole umiltà. E se tutto è stato fatto nel pieno rispetto delle regole, come risulta, allora forse la vera questione che dobbiamo porci è un’altra: vogliamo continuare a trattare la politica come una parentesi da affrontare a proprio rischio e pericolo, oppure vogliamo finalmente interrogarci su come garantire dignità e continuità a chi serve le istituzioni?  Basta guardare quest’Aula: la stragrande maggioranza dei consiglieri proviene dal settore pubblico. E questo accade perché solo il pubblico impiego o l’apparato dei partiti offrono, almeno in parte, le condizioni minime per sostenere l’impegno politico. I lavoratori autonomi, gli artigiani, i professionisti del privato che sono presenti qui dentro – e sono pochi – portano avanti una sfida doppia, spesso senza alcun supporto. E allora sì, dobbiamo porci il problema di come evitare che chi sceglie di servire la Repubblica finisca poi abbandonato a se stesso. Non si tratta di creare carriere politiche, ma di difendere la credibilità e la tenuta stessa delle nostre istituzioni.  C’è poi un altro tema su cui è giusto soffermarsi, ed è quello di Cassa di Risparmio. Il primo pensiero va inevitabilmente a chi ha pagato un prezzo altissimo, spesso ingiusto. Mi riferisco a persone che hanno servito l’istituto con onestà e responsabilità, che hanno sostenuto la banca in momenti drammatici, con coraggio e silenzio. Per troppi anni la questione Cassa è stata trasformata in un’arena di scontro politico. Abbiamo logorato un’istituzione fondamentale, l’abbiamo esposta, indebolita, e il danno più grave è ricaduto sull’intero paese.  Come PSD crediamo che sia il momento di voltare pagina. Serve un cambio di passo autentico. È giusto aprire un confronto serio, anche nelle sedi istituzionali competenti, ma prima serve ristabilire un dialogo tra governo, banca e politica. Dobbiamo capire cosa si può davvero ricostruire, in che modo si possa recuperare parte del danno, e quale debba essere oggi il ruolo della politica nel rapporto con l’Italia.  Il tema del debito pubblico si lega inevitabilmente a tutto questo. Oggi il peso del debito è una realtà con cui dobbiamo fare i conti, e questo impone al Segretario Gatti una responsabilità pesante, quella di sostenere la credibilità finanziaria del Paese e di garantire l’accesso ai mercati internazionali. Se vogliamo davvero un intervento efficace, dobbiamo pensare a un progetto più ampio, capace di combinare rigore nei conti pubblici e rilancio economico. Solo così possiamo garantire sostenibilità e crescita.  Noi, come forza politica, questo percorso lo sosteniamo. Anche nelle sue difficoltà. Lo sosteniamo perché se questo processo dovesse fallire, non fallirebbe solo un esecutivo: fallirebbe la possibilità per San Marino di affrontare il proprio futuro con dignità e con i conti in ordine.

Sara Conti (RF): Repubblica Futura ha voluto esprimersi con chiarezza su un tema che ci sta particolarmente a cuore e su cui abbiamo diffuso proprio oggi un comunicato. Ci riferiamo al modo in cui, ormai da tempo, la pubblica amministrazione viene utilizzata per “sistemare” figure vicine al governo. Una prassi che non solo è consolidata, ma che si presenta oggi come un fenomeno inaccettabile, e su cui non abbiamo alcuna intenzione di tacere.  Ciò che si sta portando avanti, nel solco di una continuità evidente con la scorsa legislatura, è una modalità distorta di gestione dei bandi pubblici. Non si tratta di episodi isolati, ma di una strategia sistematica: creare bandi costruiti attorno a profili già decisi in partenza. In sostanza, utilizzare lo strumento pubblico per raggiungere fini particolari e favorire singole persone legate per appartenenza politica o vicinanza personale.  Il problema è profondo e riguarda non solo il piano dell’etica pubblica, ma anche la qualità della nostra amministrazione. Perché se un bando pubblico viene pensato come un canale per garantire trasparenza, parità di accesso, equità nella selezione, tutto questo viene meno nel momento in cui la procedura è solo una formalità. Ed è a quel punto che la parola “meritocrazia”, che spesso citiamo in quest’Aula, perde completamente di significato.  Le conseguenze sono gravi e non vanno sottovalutate. Perché quando un sistema disincentiva chi è preparato, chi ha voglia di mettersi in gioco con onestà, chi ha studiato e si è formato, allora ci troviamo di fronte a un doppio danno: da un lato, chi ha le carte in regola rinuncia a partecipare, perché dà per scontato che la selezione sia già scritta; dall’altro, la pubblica amministrazione perde risorse preziose, perde talento, perde energie.  Questo, lo dico con forza, è il segnale più evidente di un fallimento. Un fallimento morale che stiamo già vivendo e che rischia di trasformarsi in un fallimento sistemico.  Così facendo, il governo si rende responsabile di non mettere la pubblica amministrazione nelle condizioni di accogliere le migliori risorse. E di continuare a trattare lo Stato come un bene privato, come qualcosa di cui disporre, piuttosto che qualcosa da custodire e rafforzare con responsabilità.  Sia chiaro: tutto questo avviene sulle spalle anche di tanti dipendenti pubblici che il loro posto se lo sono guadagnato con impegno e competenza, senza alcun tipo di “tessera”. E che oggi rappresentano una risorsa fondamentale. Ma il paradosso è che molti di loro si trovano disillusi, demotivati, impossibilitati a dare di più. Anche questo è un danno enorme, perché un sistema che non valorizza chi ha voglia di innovare e crescere è un sistema destinato a implodere.  Per questo motivo, come Repubblica Futura, vogliamo rivolgere un appello anche ai colleghi di maggioranza che riconoscono quanto sia indecente e pericoloso questo modo di operare. Li invitiamo a prendere posizione, ad opporsi, perché la pubblica amministrazione non è proprietà del governo, né di partiti politici, né di singoli esponenti che la considerano una riserva da gestire a piacimento. E lo stesso vale per l’Istituto per la Sicurezza Sociale, che meriterebbe tutt’altra attenzione, tutt’altro rispetto.  Purtroppo, negli ultimi anni, ciò che abbiamo visto è una gestione piegata a logiche spartitorie, a logiche di potere, piuttosto che una visione fondata sull’efficienza e sull’interesse collettivo. Quando si arriva addirittura a sovvertire il normale ordine logico delle cose – prima il piano organizzativo, poi il piano sanitario, invece che il contrario – si capisce che l’obiettivo non è costruire una sanità migliore, ma sistemare alcune figure in determinati ruoli. E tutto questo, lo ribadisco, nel settore forse più delicato della nostra vita pubblica: quello della salute.  Un ultimo esempio, gravissimo, riguarda il bando per la posizione di direttore dell’unità operativa complessa disabilità. Non abbiamo nulla di personale con la consigliera che pare destinata a vincere questo concorso. Ma troviamo vergognoso il modo in cui l’intera procedura è stata gestita. È l’ennesima dimostrazione che i bandi vengono scritti con obiettivi prestabiliti, e che la selezione pubblica è diventata sempre più una messa in scena.  Il nostro paese merita di meglio. Merita istituzioni forti, fondate su competenza, integrità e visione. E invece ci ritroviamo a denunciare l’ennesimo caso in cui tutto questo viene sacrificato per piccoli interessi. A questo modo di fare politica, noi diciamo con forza: no.

Segretario di Stato Teodoro Lonfernini: C’è un modo corretto per fare opposizione, e c’è un modo corretto per stare in maggioranza. Se si supera quel confine e si usano termini come “illegalità”, “violazione”, “favoritismo” senza fornire una base normativa solida, allora non siamo più nell’ambito del confronto politico: siamo nella suggestione, nel sospetto, e si finisce per creare allarmismo. E allora sì, potremmo parlare davvero di procurato allarme, almeno nel senso politico del termine. Perché quando si usano certe espressioni forti, bisogna anche avere l’onestà e la responsabilità di sostenerle con fatti, norme, dati certi. Altrimenti si genera solo sfiducia. Capisco che l’opposizione, per sua natura, tenda a sottolineare ciò che non funziona. Ma c’è una differenza tra evidenziare un problema e insinuare costantemente il dubbio che ci sia malafede, che ci siano manovre oscure dietro ogni scelta. E questo vale anche per le parole pronunciate da alcuni consiglieri, come quelle di Repubblica Futura. L’intervento del giovane consigliere Menicucci, per esempio, ha toccato un tema importante: quello dei giovani che lasciano San Marino. Ma anche lì si è scelto di dare un numero, 400, senza spiegare bene il contesto, senza distinguere chi è partito per studiare da chi se ne va per cercare lavoro, senza tener conto dei percorsi di formazione all’estero che sono parte naturale della vita in un paese piccolo come il nostro. Dati buttati lì, così, con un intento più politico che analitico. E questo, mi spiace dirlo, non è il modo giusto di affrontare temi seri. Si è parlato anche delle assunzioni nella pubblica amministrazione. Mi sento in dovere di difendere chi, in questi anni, si è impegnato per elevare la qualità dell’apparato pubblico. Il ricorso ai concorsi, il lavoro delle commissioni di selezione, l’introduzione di criteri più trasparenti: tutto questo non è stato improvvisato, ma costruito. E accusare chi ha valutato i candidati, insinuare che le scelte fossero già fatte in partenza, è una mancanza di rispetto verso persone che hanno agito con onestà e competenza. Non si fa un torto solo al governo, si colpisce anche la dignità di dirigenti e funzionari che hanno prestato il proprio tempo e la propria professionalità per servire le istituzioni. Poi c’è stato il riferimento alla vicenda Varano. Ho sentito dire che serve una risposta immediata, magari con un ordine del giorno. Ecco, io credo che un ordine del giorno non sia lo strumento adeguato per affrontare una questione così complessa. Serve studio, serve serietà, serve un confronto approfondito. E il Congresso di Stato, non appena ricevuta la notizia, ha cominciato a lavorarci. Ma ci vuole tempo per costruire un’azione che abbia davvero un impatto, che non sia solo una reazione simbolica buona per i titoli di giornale. Infine, rispondo a una domanda posta dal consigliere Zeppa, che ha chiesto: siamo pronti a fare squadra? Mi è piaciuto il tono con cui lo ha fatto, e apprezzo la sincerità della sua sollecitazione. Ma la mia risposta, purtroppo, è no. Non siamo pronti. E non perché manchi la volontà da parte di qualcuno, ma perché il dibattito di oggi dimostra che non c’è ancora la maturità politica collettiva per farlo. Troppe divisioni, troppe trincee ideologiche, troppe occasioni sprecate per costruire qualcosa insieme. E così, anche davanti ai cittadini, finiamo per sembrare tutti uguali, tutti responsabili della stessa confusione. Non ci si può poi lamentare se, una volta fuori da quest’Aula, ci guardano con scetticismo, se ci trattano come parte di un sistema che non sa ascoltare, che non sa rispondere, che non sa unire. Se vogliamo davvero servire questo paese, dobbiamo ripartire da qui. Dal rispetto reciproco, dal rigore delle parole, dalla forza dei fatti. Perché non c’è altra strada.

 

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