Intervento Luca Lazzari Consiglio G. e G. di ieri 17 settemnbre

San Marino è al suo sesto anno di crisi. Le crisi si superano mantenendo un atteggiamento positivo, è vero. Ma bisogna che l’ottimismo sia comparato a un dato di realtà, altrimenti non è più ottimismo, è irresponsabilità. Le dichiarazioni di Felici vanno nella direzione di un «cessato allarme», ma è proprio così? Si potrebbero portare svariati argomenti contrari al riguardo, ma per non fare il guastafeste, mi limiterò a segnalare il pericolo di un nuovo scudo fiscale che potrebbe mettere in serissima difficoltà gli istituti bancari e quindi i depositi tra cui il fondo pensioni. Sul condono interverrò con una sola considerazione: ha fatto caso, segretario Felici, che Fiorenzo Stolfi e Claudio Podeschi avrebbero potuto sanare la loro posizione con 250 euro? Ci rifletta.
LE DUE AMMISSIONI
Il consigliere Marco Podeschi in comma comunicazioni faceva notare che in quest’aula non si formulano più analisi complessive, ovvero non si fa più politica. Pur riconoscendo di essere tra i meno capaci a farla, la politica, non posso non dirmi d’accordo con lui.
 
Ad ogni modo, qualunque sia l’analisi che s’intende avanzare – dal mio punto di vista – non si può non partire da un’ammissione: San Marino è stato, e in parte lo è ancora, un «paradiso fiscale». I paradisi fiscali (ahimè) si reggono sulla criminalità organizzata; sui grandi evasori; sul traffico di armi; sulla corruzione politica; sulle catene finanziarie legate alle attività terroristiche. Badate bene: non intendo affermare che il peso di questa responsabilità grava indistintamente sulle spalle di tutti i sammarinesi. Guai a fare parti uguali tra disuguali: un conto è governare, un conto è essere governati. Dico però che abbiamo mangiato, e ripeto in parte forse ancora mangiamo, in un piatto riempito dall’espressione peggiore dell’umanità. A confermarcelo, oggi, è uno dei poteri dello Stato, la magistratura, anche se – per citare la celebre battuta di X Files – la verità è sempre stata là fuori, solo che nessuno ha mai voluto crederci. La si poteva trovare nelle vignette di Ranfo, nelle innumerevoli auto di lusso, negli ottomila appartamenti inutilizzati, nel raffronto tra improduttività e tenore di vita.
 
Vi è poi una seconda inevitabile ammissione. La rinuncia ai cosiddetti capisaldi non è il risultato di una volontà interna, ma di un’imposizione esterna. Le leggi sull’antiriciclaggio, l’adesione al GRECO, la dichiarazione sullo scambio automatico delle informazioni su modello OCSE: i politici che se ne contendono il merito in realtà hanno sempre cercato di rallentare questi passaggi, se non di ostacolarli.
 
LA MAGISTRATURA: QUESTA SCONOSCIUTA
Detto ciò arriviamo ai nostri giorni: stiamo assistendo all’ingresso sulla scena istituzionale di un soggetto fin qui quasi sconosciuto: la magistratura. È un ingresso travolgente. Basta leggere le prime righe dell’ordinanza di arresto di Fiorenzo Stolfi per rendersene conto: Le lunghe e complesse indagini svolte sinora hanno consentito di aprire uno squarcio su una realtà tanto ignorata (sottolineo ignorata, un aggettivo che sembrerebbe svelare la frustrazione per non essere potuti intervenire prima), quanto radicata: l’esistenza di un’organizzazione criminale, che – grazie alla preminenza dei suoi membri nel mondo istituzionale, finanziario e imprenditoriale – è stata in grado di mantenere ed espandere il proprio potere, influenzando la vita politica ed economica del Paese, a vantaggio del gruppo e a discapito della collettività.
 
Nell’ordinanza non si risparmia nessuno, nemmeno una parte della stessa magistratura. In un passaggio è scritto: I tempi lunghi, la segretezza rigorosamente mantenuta sui nomi dei politici coinvolti, la parcellizzazione delle indagini in una moltitudine di procedimenti, hanno realizzato le condizioni necessarie per consentire all’associazione criminale di rigenerarsi.
A chi ci si rivolge: forse all’ex commissario della legge Rita Vannucci, il cui trasferimento alla Fondazione Banca di San Marino è stato da accompagnato dal silenzio complice di quest’aula?
 
I fatti di cui la magistratura ci dà notizia non riguardano soltanto Stolfi, Podeschi o altri politici o affaristi già esiliati, come a qualcuno farebbe comodo far credere. Riguardano anche il presente. Molti dei diplomatici (Restis, Ngan, Phua, Kallakis) che i magistrati ritengono essere stati nominati grazie alle pressioni esercitate dall’organizzazione criminale – così la definiscono – hanno ottenuto l’incarico nel periodo che va dal 2009 al 2011, mentre il governo era retto dal Patto per San Marino. Un governo che non si faceva scrupolo a salire sull’aereo privato del già citato Phua, arrestato negli Stati Uniti dall’FBI e indagato per traffico di essere umani. Vi domando: come rappresentati delle istituzioni non vi interrogate sull’opportunità delle frequentazioni che portate avanti? o davvero ritenete di essere al di sopra di qualunque ordine morale, di qualunque giudizio?
 
Gravissima, sempre nell’ordinanza, la parte che riguarda Banca Centrale. Scrivono i commissari della legge: salvo doverosi, ulteriori approfondimenti, non si può non esprimere stupore rispetto ad abboccamenti, trattative, e scambi epistolari e incontri tra uomini politici (indagati nell’ambito dei presenti procedimenti e di quelli collegati) e i vertici di Banca Centrale. Semrano chiedersi i commissari: ma vigilano o fanno gli intermediari finanziari? Come abbiamo potuto vedere gli approfondimenti ci sono stati, lo scorso giovedì si è svolta infatti presso la sede di Banca Centrale una perquisizione nel corso della quale sono stati sequestrati dei documenti. Sulla possibilità che vi fossero in corse delle trattative sulle concessioni delle banche dismesse io e i colleghi Santolini e Ciavatta abbiamo presentato ben due interpellanze. Avevamo dunque dato la possibilità al governo di svolgere degli accertamenti, ma a quanto pare lì dove noi e la magistratura ravvediamo un grave rischio per la collettività, il governo ravvede altro.
 
Proseguono i commissari della legge: Eppure emerge dalle stesse relazioni ispettive una connessione tra il mancato recupero dei crediti e una gestione non oculata del credito. L’erogazione di leasing senza che il “cliente” politico pagasse alcunché ne costituisce un esempio significativo. È paradossale che vengano avallate operazioni con la mediazione di chi è corresponsabile dell’enorme esposizione per ripianare la quale lo Stato ha concesso finanziamenti a fondo perduto. Ci stanno dicendo che banche e politici si sono fregati i soldi dei depositanti e che lo Stato anziché intraprendere delle azioni legali ha disposto lo stanziamento di finanziamenti a fondo perduto. A marzo di quest’anno denuncia personalmente in aula la possibilità che alcuni politici avessero beneficiato in maniera illegittima della riduzione di un proprio debito verso degli istituti in liquidazione, denuncia che è rimasta inascoltata. Prosegue l’ordinanza: In tal modo la collettività, non solo ha subito la sottrazione di risorse per effetto della corruzione, ma si trova a pagarne anche il costo due volte sotto forma di finanziamento e sotto forma di mancato esercizio delle azioni di responsabilità, nonostante la palese violazione delle regole da parte di chi è stato succube, se non complice, della mala gestio. Oltre il danno la beffa e la contro beffa dal momento che ai corresponsabili del dissesto si permette di guadagnare ulteriormente attraverso le provvigioni illecite, le partecipazioni occulte e l’utilizzo della banca a scopo di riciclaggio.
 
C’è poi un’intero capitolo sul finanziamento ai partiti, sull’alterazione del voto elettorale, sulla disparità d’accesso alla carica consiliare che meriterebbe di essere letto in una udienza pubblica sul Pianello (e dire che ci sono politici che nella propria pagine wikipedia si vantano di essere in Consiglio dal 1998 e di essere sempre stati rieletti).
In questi giorni ho riflettuto a lungo sull’azione dei tre commissari della legge, Buriani, Volpinari e Morsiani. Un’azione che val al di là del coraggio. Ho anche cercato di capire se debba essere intesa come una chiamata a intervenire, un segnale alla buona politica e alla popolazione: da oggi ci siamo noi a presidio della legalità, fatevi coraggio, l’impunità è finita.
 
Se mi si concede una battuta, dopo l’arresto del numero tre e poi del numero due della politica sammarinese, adesso si sono create grandissime aspettative per l’arresto del numero uno.
 
VERSO LA MONACO D’ITALIA?
La mia preoccupazione è che a questa chiamata si facciano avanti in pochissimi a rispondere. La politica è divisa: dai rancori, dalla difesa delle singole posizioni, dai personalismi, dalle gelosie, dall’inesperienza, ma soprattutto dall’assenza di un vero progetto alternativo per il Paese. Senza una classe politica di riserva pronta a intervenire il pericolo è quello di una avanzata di gruppi affaristici o peggio, proprio così come è successo in Italia dopo Mani pulite con la svendita delle industrie e delle banche pubbliche e con l’insediamento di Berlusconi.
 
Non dimentichiamoci poi del delicato equilibrio che preserva la sovranità della Repubblica e non dimentichiamoci soprattutto che in ogni epoca c’è chi è stato disposto a barattarla in cambio di un vantaggio personale, di una propria posizione di privilegio. A guisa di esempio invito tutti a prendere visione sulla rete del bellissimo progetto di archivio digitale promosso dall’Associazione La quarta torre sui Fatti di Rovereta.
 
Da tempo si parla di un disegno che vedrebbe San Marino diventare la Monaco d’Italia, non più Stato ma protettorato perfettamente funzionale agli interessi della nazione che lo circonda, un porto franco finanziario usato come testa di ponte per la conquista dei capitali esteri. In questo scenario San Marino continuerebbe a esistere ma scomparirebbero i sammarinesi come comunità erede di una storia unica e quindi mitica.
 
Anche se San Marino negli ultimi anni ha dato cattiva prova di sé, la cessione della sovranità sarebbe senz’altro la sconfitta politica più grande, per tutti. Faccio quindi un appello a vigilare su questa possibilità.
 
GLI ARRESTI
Il consigliere Ivan Foschi nel suo intervento in comma comunicazioni ha posto una considerazione sagace: Stolfi e Podeschi in tanti anni di governo non si sono mai preoccupati di mettere a norma il carcere e forse oggi se ne rammaricano. Il fatto è che il carcere a San Marino è sempre stato una specie di orpello obbligatorio. Non ci si è mai posti il problema del carcere perché non ci si è mai posti il problema di dover arrestare qualcuno. Per una ragione molto semplice: i sammarinesi hanno una vocazione alla truffa e al contrabbando – è vero – ma non sono dei delinquenti. E qui mi si permetta di scagliare una pietra non a favore dei due arrestati, ma di questa vocazione: l’espediente, per una popolazione la cui sopravvivenza statuale ed economica passa sul filo del “noti a noi, ignoti agli altri” è una condizione quasi obbligata.
 
In questi giorni mi è capitato di ascoltare più e più volte l’aneddoto della telefonata di Clara Boscaglia a quegli imprenditori impegnati in qualche traffico che oltrepassava il segno: la professoressa alzava la cornetta, si lanciava in una robusta lavata di capo e le cose tornavano nel giusto ordine. Che l’aneddoto sia vero o meno è irrilevante. Ciò che ha rilevanza è il sentimento di nostalgia che l’aneddoto evoca per una giustizia che sapeva essere amministrata più col buon senso che col tribunale. Arrivati a questo punto non serve dire che il buon senso s’è smarrito e il ricorso al tribunale è diventato condicio sine qua non. Sarebbe importante capirne il perché.
 
Quello che a sembra sia accaduto è questo: a metà anni ‘90 una classe politica che decideva di lotti, lampioni e centri commerciali, capì che la roccia del monte Titano poteva essere trasformata nella caverna di Alì Babà. È bastato un “apriti sesamo” e il grande capitale internazionale ha abbattuto le fragilissime barriere del piccolo Stato e s’è portato dignità, prestigio, senso delloistituzioni, valori umani e tanto altro.
 
Il problema – a mio parere – non sta nel dividere la politica in buoni e cattivi – la mano sul fuoco non la metterei per nessuno, nemmeno per me stesso – il problema sta nel regolamentare in maniera corretta il rapporto col potere, nell’impedire che altri possano cadere in una dimensione patologica nell’esercizio del governo, che possano approfittare della propria posizione oltre ogni misura, rovinare e rovinarsi.
 
LE REAZIONI DELLA POLITICA
Gli arresti di Podeschi e Stolfi, come sempre accade in seguito a ogni evento traumatico, stanno facendo emergere nella politica nostrana le più diverse reazioni dell’animo umano: c’è chi dice “non li conosco, non so chi siano, mai avuto niente a che fare”; poi c’è chi dice “non me lo immaginavamo, non lo avrei mai detto”; chi invece “sì qualcosa me lo aspettavo, ma non in questa misura”; chi un minuto dopo era già alla ricerca di un nuovo referente; chi si nasconde dietro al codice etico dimenticandosi dell’etica; chi si spertica a elogiare la magistratura perché ha la preoccupazione di tornare a casa e di trovarsi i gendarmi alla porta: “buonasera consigliere, la stavamo aspettando”; c’è chi la elogia solo a metà (ovvero per quella metà dell’indagine che non lo riguarda); c’è chi invita la politica a stringersi a pugno perché “qui va a finire male per tutti”; c’è chi “perché noi lo dicevamo da sempre ed eravamo gli unici e adesso ci fate governare a noi”.
 
 
LA MIA PROPOSTA: UN NUOVO UMANESIMO POLITICO
Che cosa fare? Se la politica continua a parlare il politichese, a mantenere un atteggiamento di reticenza, a fare leva su una autorità che non ha più, il rapporto con la popolazione si farà sempre più aspro, più conflittuale e ad avanzare saranno gli inquisitori e i masaniello.
Mi rivolgo al PSD che è il partito più esposto, ma che raccoglie anche la tradizione più nobile della politica sammarinese: senza riconoscere gli errori, senza chiedere scusa, senza l’adozione di riforme che esprimano il senso di una giustizia ritrovata e di una democrazia più matura, non si fa un passo in avanti; forzare la mano per tenere la politica dentro a una dimensione di legittimità istituzionale, di infallibilità, non solo non serve a niente, ma risulta anche sconveniente. Va trovato il coraggio di aprire un discorso di verità. La verità è il presupposto della fiducia. E al di là del voto – che oggi la magistratura ci dice essere stato non libero – è la fiducia il vero mandato a governare.
Luca Lazzari

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