Investimenti esteri a San Marino, Rete: “Servono accordi contro le doppie imposizioni fiscali e competenze”

“Quale interesse avrebbe un investitore statunitense, tedesco, francese, giapponese, cinese, russo, spagnolo o inglese nell’investire a San Marino, sapendo che i profitti derivanti dal suo investimento sarebbero assoggettati sia alla fiscalità sammarinese che a quella del suo Paese? La risposta è semplice: nessuno. E se lo facesse sarebbe legittimo porsi delle domande circa quale sarebbe il suo reale vantaggio a farlo”.

È la posizione del gruppo Rete Desk, creato nei mesi scorsi dal movimento civico Rete per trattare dello sviluppo di San Marino.

“Una delle più frequenti e significative incongruenze nel dibattito sugli investimenti esteri a San Marino – scrive il gruppo in una nota – è quella di non menzionarne l’imprescindibile prerequisito: l’esistenza di un trattato sulle doppie imposizioni fiscali”.

“Al fine di poter affrontare razionalmente l’argomento, è necessario considerare che la Repubblica di San Marino ha sottoscritto trattati contro le doppie imposizioni fiscali solamente con due delle prime venti nazioni al mondo per investimenti diretti esteri in uscita, ovvero Lussemburgo e Singapore, nazioni ove notoriamente non risiedono i centri decisionali delle grandi aziende le quali, spesso, si rivolgono ad esse solo in termini di vantaggi fiscali o di logistica. Più in generale, la Repubblica di San Marino ha firmato solamente una trentina di trattati contro le doppie imposizioni fiscali, quasi esclusivamente con Paesi che non primeggiano in termini di investimenti esteri in uscita. Ad esempio: Seychelles, Saint Kitts e Nevis, Cipro, Barbados, Malta, Albania, Libia, Azerbaijan, Ucraina, Bulgaria ecc. Per identificare le motivazioni alla base degli scarsi successi nel campo della attrazione degli investimenti diretti esteri, va stimolata una seconda riflessione sul requisito che dovrebbe essere alla base delle migliori modalità di attrazione degli investimenti: le competenze”.

“Per meglio comprendere l’imprescindibilità di questo requisito – prosegue la nota – è sufficiente porre l’attenzione sul profilo professionale medio dell’interlocutore estero interessato ad un investimento. Nella quasi totalità dei casi si tratta di un dirigente, spesso il Direttore Amministrazione e Finanza di un’azienda privata con competenze di natura transnazionale superiori alla media. Partendo da questa analisi, troppo spesso trascurata, è lecito auspicare che il livello di competenze ed esperienza dell’interlocutore istituzionale sammarinese debba essere il più vicino possibile a quello del manager estero, comprendendo un bagaglio di competenze dei principi generali che regolano le attività di un commercialista, di un notaio e un avvocato del diritto del lavoro. Regimi fiscali, regimi doganali, costo e flessibilità del lavoro, costituzione e funzionamento delle società sono gli argomenti più discussi in occasione dei primi incontri con i potenziali investitori”.

Il gruppo RETE Desk sostiene che “la questione delle competenze necessarie per l’attuazione di un piano di sviluppo economico sia un tema centrale, necessaria per andare oltre alla semplice valutazione della presunta bontà del piano “sulla carta”. I piani di RETE Desk propongono delle soluzioni di sviluppo economico facilmente percorribili, in quanto partono dall’attenta analisi dei punti di debolezza dell’attuale sistema di attrazione degli investimenti, la presa visione di un Paese che sconta gli effetti negativi di una ridotta attività internazionale e che è carente nella ricerca e valorizzazione delle migliori competenze”.

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