La Tribuna Sammarinese, Lettera di un precario Pa, Nicola Renzi

Lettera a La Tribuna Sammarinese del prof. Nicola Renzi, precario della Pubblica Amministrazione della Repubblica di San Marino.

Gentilissimo Direttore,
In merito allo sfogo di alcuni precari della scuola (Tribuna 16/7/2010) vorrei svolgere alcune riflessioni
per non fare cadere nel vuoto l’argomento. Non so quanto ci sia di vero nelle anticipazioni della
“Manovra Economica” che il Governo si accinge a varare, ma se realmente tra i suoi capisaldi ci fosse
il cosiddetto “congelamento del precariato”, riterrei tale intervento inefficace ed iniquo.
Inefficace:
perché una risoluzione del problema del precariato potrebbe essere addirittura a costo zero –o quasi-
se solo ci fosse la volontà delle parti, quella politica in primis. Quindi questi lavoratori potrebbero
non incidere affatto sulla spesa corrente.
Iniquo: perché perpetuerebbe e legittimerebbe una condizione
di forte disparità –non solo economica- tra lavoratori in ruolo e non. Qualcuno sostiene che
procedere ad una stabilizzazione nel settore pubblico, mentre nel settore privato i posti di lavoro sono
in contrazione, potrebbe ingenerare una forte tensione sociale. Permettetemi di esprimere una
lettura diversa: innanzitutto lungi da me l’idea di sostenere qualcosa di simile alle celeberrime “infornate”,
magari clientelari, in voga fino a poco fa. La stabilizzazione dovrebbe riguardare personale che
già da lungo tempo lavori nel settore pubblico, per giunta su posti in ruolo vacanti.
È inutile sottolineare
come, se questo personale non prestasse servizio, vari settori della PA, la scuola in testa, collasserebbero.
Senza contare poi i continui e reiterati disservizi che il precariato continuerebbe a creare;
comportando, ad esempio, la negazione effettiva della continuità didattica, prima conseguenza della
quale è, ormai in molti casi, il turnover annuale degli insegnanti nelle classi, dalla scuola elementare
fino alla superiore.
Altra considerazione: i precari della PA, certamente quelli della scuola, non godono
affatto degli ammortizzatori sociali. Il che vuol dire una cosa semplicissima: se –l’eventualità è
tutt’altro che remota- si opterà per un ridimensionamento degli operatori didattici, si avrà un conseguente
aumento di precari senza lavoro e senza ammortizzatori sociali. Disoccupati qualificati, che,
per di più, non potrebbero godere di alcun sussidio: questo sì che preluderebbe ad uno scontro sociale,
anche esasperato.
Infine, se realmente si volesse dare un segnale di vicinanza e sostegno del settore
pubblico a quello privato, il modo migliore non sarebbe certo quello di innescare una guerra tra i
più deboli ed i più discriminati. Sarebbe ben più auspicabile la creazione di giuste e condivise misure
di solidarietà, a carico dei dipendenti in ruolo –anche dei precari stabilizzati- che darebbero il segnale
di un legame forte tra tutti i lavoratori; unendo, invece di dividere.
Concludo con un auspicio: dalle
crisi può nascere qualcosa di migliore e più prospero, solo se dette crisi si affrontano con i due criteri
che ho cercato di argomentare finora: l’efficacia e l’equità.
Favorire scontri e dissidi tra le categorie
più svantaggiate e tra le diverse generazioni , non mi pare efficace, certamente non è equo!
Certamente
non è un buon viatico per uscire a testa alta dalla crisi. A titolo personale, ma sperando di rappresentare
il parere di molti,

Nicola Renzi (un precario) nicolare@omniway.sm

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