L’Espresso, Lirio Abbate, Carboni yacht club

L’Espresso
Carboni yacht club
Lirio Abbate
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Spunta il faccendiere nel crac della holding nautica di Rimini. Un intrigo da 100 milioni tra barche fantasma, investigatori corrotti e il misterioso suicidio di un ex generale della Finanza.

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Flavio Carboni al telefono si vanta della sua nuova barca:un Bertram, lo scafo che i magnati americani usano per la pesca d’altura in Florida. Un giocattolo da due milioni di euro, che il faccendiere sardo magnifica parlando con Denis Verdini. Ma quella barca adesso ha preso il largo. come l’uomo che potrebbe averla donata al protagonista della P3 quale ricompensa per i suoi favori: tutti spariti, lasciandosi alle spalle un intrigo da cento milioni di euro. Siamo a Rimini, dove lontano dagli ombrelloni quest’agosto è dominato da uno scandalo di dimensioni tutte da decifrare. Fiumi di soldi che corrono tra banche e leasing, un potente ex generale della Finanza che si suicida quando vede arrivare la perquisizione, panfili fantasma, una pattuglia di ufficiali sotto inchiesta per corruzione e adesso anche lo zampino di Carboni ad alzare il livello della trama.

Al centro dell’indagine c’è la maxi truffa che ha rovinato l’estate a facoltosi imprenditori italiani e sammarinesi, ma anche a decine di società di leasing. La storia parte da Rimini con Giulio Lolli, 45 anni, considerato fino a pochi mesi a il maggiore commerciante italiano di barche di lusso a motore, presidente della Rimini Yacht che nel 2000 ha fatturato 32 milioni di euro.

Lolli è indagato per truffa e falso, a piede libero. Ma da quando la magistratura ha iniziato ad occuparsi di lui, è scomparso. Nel frattempo sono venute a galla storie di finanziamenti milionari per la compravendita di barche, alcune cedute a pi armatori contemporaneamente. Possibile? Sì, Lolli riusciva a far aprire leasing milionari a nome degli acquirenti sulla base di documenti contraffatti e poi incassava le somme. Agli armatori restava in mano solo un foglio di carta senza alcun valore che attestava la proprietà di uno yacht di cui erano in possesso già altre persone, ma con centinaia di rate da pagare. Chi lo conosce sostiene che il presidente della Rimini Yacht poteva arrivare a tutto pur di proseguire nel suo giro di milioni e tarocchi. Anche a chiedere l’intervento di Carboni.

Il problema è sempre lo stesso: trovare un amico capace di smuovere e banche. Al manager che moltiplicava le barche occorreva far sbloccare un finanziamento della Banca Popolare di Spoleto, la stessa in cui sedeva nella poltrona di presidente del consiglio di amministrazione Giovanni Antonini, amico di Carboni. E tutta questa vicenda è finita nei registratori dei carabinieri che stavano indagando sulla P3. Carboni riceve una telefonata da un certo Paolo che si presenta come un amico degli amici, anche se dice di essere un maggiore appartenente al X Tuscolano, facendo intendere di essere uno delle forze dell’ordine. Paolo chiama per sollecitare l’intervento in favore di Lolli e il faccendiere sardo lo rassicura: tutto sarà fatto così come richiesto. La telefonata si conclude con Carboni che ripete non chiedo nulla… cioè non voglio nulla. Ma il regalone arriva in un lampo e riceve da Lolli il Bertram, valore di quasi due milioni di euro, e una Aston Martin, la fuoriserie dell’ultimo 007. Dell’imbarcazione e dell’auto, che non risultano essere state intestate a Carboni, si fa riferimento nelle intercettazioni che saranno acquisite dal pm di Rimini, Davide Ercolani che coordina l’inchiesta sulla truffa alla romagnola. Ma nei nastri della procura di Roma ci sarebbero altre registrazioni in cui si fa riferimento a Lolli: conversazioni finora non utilizzate perché estranee all’inchiesta sull’eolico e la P3.

L’ipotesi degli inquirenti è che la Aston Martin e il Bertram possano essere il corrispettivo dell’interessamento di Carboni presso la banca di Spoleto. E si è scatenata la caccia alla barca, con il sospetto che in realtà sia di proprietà di una delle società di leasing truffate. Secondo quanto risulta a L’espresso , il Bertram sarebbe stato ormeggiato per un po’ nel porto di Ostia, dove l’avrebbero usato Flavio Carboni e il figlio.

La comparsa del gran faccendiere apre altri scenari inquietanti, sui quali anche la procura di Bologna sta coordinando un’inchiesta: tra gli indagati oltre al presidente della Rimini Yachtanche quattro uomini della Guardia di Finanza del capoluogo emiliano. Di scandalo in scandalo, perché in questo versante giudiziario emergono contatti con persone che in passato hanno avuto un ruolo nel crac Parmalat. Giulio Lolli aveva coinvolto pochi anni fa nella sua società nautica anche l’ex generale delle Fiamme Gialle Angelo Cardile, ma quando il primo luglio i finanzieri gli hanno notificato un avviso di garanzia l’ex alto ufficiale si è suicidato. Cardile era legato a Romano Bernardoni, il re della vendita di automobili di lusso, comparso anche lui nel crollo di Parmalat. Il generale venne nominato presidente e amministratore unico di Parmatour fra il 2003 e il 2004 e questo incarico gli procurò problemi con la giustizia, tutti poi archiviati. Il legame tra i due è per proseguito: l’ufficio dell’ex ufficiale è situato proprio nello stesso edificio in cui ha sede la Emilian Auto di Bernardoni. Ma anche Lolli era in contatto con il grossista di auto: li ricordano insieme nel 2008, quando il presidente della Rimini Yacht inaugurò a Marina di Ravenna un moderno cantiere attrezzato. Fu il momento di massima espansione della compagnia: a due anni di distanza dai festeggiamenti romagnoli, il pm di Bologna, Antonella Scandellari, ha ottenuto dal tribunale il fallimento della Rimini Yacht, gravata di un buco che sfiorerebbe i 100 milioni. Troppi quattrini per una semplice truffa. E si è scoperto che per circa due anni Lolli ha fatto girare fiumi di soldi su molti conti correnti: uno è stato scoperto in Svizzera con una riserva di 700 mila euro. Un flusso di denaro che fa pensare a un giro di riciclaggio nascosto dietro l’attività nautica.

Insomma, un groviglio di milioni e relazioni discutibili che sembra allargarsi senza sosta. Nell’inchiesta sono finiti quattro finanzieri, accusati di avere avvisato Lolli dei controlli fiscali o di essersi venduti per ammorbidire le verifiche. Un tenente colonnello e due marescialli sono indagati per una tangente di 220 mila euro, intascati per omettere diversi atti durante una verifica fiscale che si è svolta il 18 marzo scorso. Per gli inquirenti la somma sarebbe stata versata tramite incarichi di consulenza presso uno studio di commercialisti a Ferrara. Ma ancora una volta c’è un’ombra che si allunga fino a Parmalat: il tenente colonnello Massimiliano Parpiglia, consideraro un valido ufficiale del Nucleo di polizia tributaria di Bologna, è lo stesso uifficiale che sei anni fa indagò sul crac della Parmalat, in particolare su Calisto Tanzi e sull’allora direttore finanziario Fausto Tonna. Per la tangente è finito nei guai anche il colonnello Enzo Di Giovanni, comandante del reparto da cui dipendono i finanzieri sotto accusa, che avrebbe omesso di denunciare alla magistratura i propri uomini. L’ufficiale è stato trasferito ad altro incarico e gli sono state tolte diverse istruttorie che stava conducendo su imprese edili e società con volumi d’affari per centinaia di milioni di euro. Ma tutti sono pronti a scommettere che la Emilia connection tra Bologna e Rimini riserverà altre sorprese.

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