L’Informazione: “Riciclaggio miliardario, ma non si sa che fine abbia fatto l’indagine a San Marino”

Riciclaggio miliardario… Ma l’indagine a San Marino non si sa che fine abbia fatto. La vicenda vedeva nelle ipotesi investigative 20 milioni di euro transitati sul Titano legati a corruzione internazionale e sullo sfondo l’omicidio di Caruana Galizia

ANTONIO FABBRI – Riciclaggio internazionale miliardario, l’ombra dell’omicidio della giornalista maltese Caruana Galizia, di una indagine per un giro di corruzione che avrebbe interessato alte sfere anche in seno al consiglio d’Europa e una parte di fondi neri finiti a San Marino per oltre 20 milioni di euro. Una inchiesta giudiziaria che ha interessato le procure di mezzo mondo e persino San Marino, dove, ad oggi, non è noto che fine abbia fatto quel fascicolo dopo che è stato tolto al primo titolare dell’indagine, Alberto Buriani, finito colpito da una grandinata di indagini a suo carico. Un caso? Chissà.

La vicenda Di fronte alla pubblica opinione il caso è emerso attorno al 2017. Lo ha riportato anche la trasmissione Report: “L’elite al potere in Azerbaijan avrebbe creato un fondo nero da 2,5 miliardi di euro per pagare politici europei e riciclare denaro, secondo quanto riportato dai giornalisti investigativi dell’Organized Crime and Corruption Reporting Project (Occrp) in un’inchiesta scaturita da una fuga di dati bancari, consegnati da una fonte anonima alla testata danese Ber- lingske. Il fondo sarebbe stato attivo dal 2012 al 2014 tramite i conti bancari di quattro società di comodo registrate nel Regno Unito. Secondo il rapporto, pubblicato tra gli altri da The Guardian e Le Monde e significativamente intitolato “Azerbaijani Laundromat” (la lavanderia azera), ci sarebbe “ampia evidenza della connessione” dei depositi “con la famiglia del presidente azero Ilham Aliyev”. Come è facile immaginare, le autorità di Baku smentiscono e additano “la lobby armena globale” come autrice di “una campagna diffamatoria”.

L’indagine è arrivata anche a San Marino dove un flusso di denaro, cospicuo per il Titano ma minore parte se rapportato all’intero importo contestato nelle varie inchieste, è stato individuato in una banca sammarinese.

Cosa è emerso Che questa indagine fosse in piedi sul Titano è emerso nell’ultima udienza del processo a carico del Commissario Buriani, dove è stato chiarito perché avesse a suo tempo convocato presidente e direttore facente funzione di Banca centrale. L’incontro – utilizzato poi per accusare, a quanto pare strumentalmente, il Commissario della legge di avere fatto pressioni sulla questione Cis, pressioni che il testimone Giuseppe Ucci ha affermato non esserci state – riguardava esattamente il caso del riciclaggio e della corruzione azera, su cui era interessato anche il Consiglio d’Europa e vedeva, appunto, una parte di quel giro di fondi neri passare per San Marino. Ebbene, perché il Commissario aveva incontrato Ucci e Catia Tomasetti? Per chiedere loro collaborazione. Nella banca dove si trovavano, secondo le prime risultanze delle indagini, i denari azeri, la vigilanza di Bcsm aveva già in corso una ispezione per il famigerato “caso Siri”, come era già emerso pubblicamente da notizie di stampa. Quindi il Commissario chiedeva a Bcsm collaborazione per monitorare i flussi relativamente al caso dell’Azerbaijan. Una verifica prudente per evitare che fosse l’autorità giudiziaria ad agire in prima battuta con perquisizioni sequestri, senza ripercussioni per l’istituto di credito interessato. I vertici di Bcsm, hanno poi riferito di non avere capito la ragione dell’incontro che, tuttavia, per come è emerso in aula, era molto chiara.

In commissione di inchiesta Circostanza su cui riflettere è che neppure la Commissione di inchiesta abbia voluto capire le ragioni di quell’incontro, che pure in quella sede il Commissario Buriani cercò di illustrare. Il disinteresse per tale spiegazione è stato anche messo per iscritto nella relazione conclusiva: “La Commissione, ad oggi, non è in grado di comprendere esattamente quale fosse l’oggetto della conversazione come riferito dal Commissario”, anche perché durante l’audizione risulta che lo stesso magistrato venne fermato dal Presidente della Commissione di inchiesta, ritenendo non pertinente quanto stava spiegando. Quindi: presidente e direttore di Bcsm non compresero la richiesta e il motivo dell’incontro; la Commissione di inchiesta non comprese e ritienne non pertinente la spiegazione che veniva data… e un incontro motivato viene fatto diventare una pressione indebita.

Che fine ha fatto il fascicolo? Emerse davanti al giudice le ragioni di quell’incontro, si pone però un problema più grande che riguarda la politica antiriciclaggio del Paese e l’interrogativo su che fine abbia fatto quel fascicolo una volta sottratto a Buriani. Fascicolo del quale non si sa al momento più nulla, con il sospetto che l’importante indagine, visto il tempo trascorso, possa pure essere naufragata.

L’inchiesta L’operazione di riciclaggio su cui si stava indagando vedeva fondi per oltre 20 milioni di euro, fetta di un importo di svariati miliardi movimentati, finiti a San Marino dopo essere transitati su alcune banche estere e ad altre banche estere destinati. Secondo le ipotesi di accusa di più di una autorità giudiziaria di vari paesi, il denaro riciclato era poi destinato a parlamentari dell’Assemblea del Consiglio d’Europa – taluni già condannati nei rispettivi paesi – perché tenessero posizioni favorevoli all’Azerbaijan. Lo stesso Coe aveva pubblicato nel 2018 un“Report of the Independent Investigation Body on the alle- gations of corruption within the Parliamentary Assembly” ovvero “report dell’organo indipendente sulle accuse di corruzione all’interno dell’assemblea parlamentare” dal quale emergeva l’indagine su membri del CoE accusati di avere accettato denaro o utilità per tenere posizioni favorevoli all’Azerbaijan o bloccare risoluzioni critiche. Proprio sulle movimentazioni di denaro passate per il Titano, legate alla vicenda azera, era incentrata l’indagine sammarinese.

L’omicidio di Caruana Galizia Perché la vicenda vede sullo sfondo l’omicidio della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia? Perché anche in quel caso si è seguita, nelle indagini, la pista azera. Quell’omicidio ha riportato a galla “uno dei più importanti scandali politico-finanziari del decennio, i Panama Papers, un fascicolo di oltre 11 milioni di files, reso pubblico nel 2015, che dimostrava come politici, managers e imprenditori di tutto il mondo avessero eluso al fisco o riciclato per molti anni enormi quantità di danaro nei paradisi fiscali, e il cui capitolo maltese porta a Baku – scriveva Il manifesto nell’ottobre 2017 – e le cui trame si snodano fino a Londra e ad Ankara. Trame invisibili fatte di scatole cinesi finanziarie, riciclaggio, corruzione, business della rendita energetica. Da allora Galizia si mise con testardaggine a studiare i legami inconfessabili che intercorrevano tra il premier maltese e lo Stato azero”.

La sorte del fascicolo Che fine abbia fatto il fascicolo sottratto all’originario inquirente, ad oggi non è dato sapere. Vero è che forse la politica, distratta o orientata a fare altro quando venivano indicate queste circostanze, dovrebbe provare a fare luce, magari con una Commissione di inchiesta, per capire se determinate dinamiche, ovviamente è al momento una ipotesi, siano state o meno così casuali.

 

Articolo tratto da L’Informazione di San Marino pubblicato integralmente dopo le 22

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