San Marino. I Fatti di Rovereta, Francesca Reffi sabato 13 maggio 2017

La Trbuna Sammarinese

Dopo Rovereta che fine ha fatto “il rispetto”?

Francesca Reffi

Io non c’ero. Eppure mi sarebbe piaciuto respirare l’aria di quei giorni, in cui si percepiva la frenesia del cambiamento, incontrare gli amici dell’uno e dell’altro schieramento, ascoltare le loro ragioni espresse con veemenza.
Due le date che emergono con più assiduità dai miei ricordi di famiglia: il 1906, il 1957.
La prima riguarda mio nonno, Quinto Reffi che, all’età di sette anni, distribuiva le schede di votazione dell’Arengo-referendario sul sagrato della Basilica del Santo: l’emozione di un bambino consapevole che la storia del suo Paese stava cambiando.
L’altra, il 1957, una data ricorrente: un ragazzo trentenne, Pietro Reffi, mite, pacifico, con la paura di dover prendere in mano un’arma, ma con tanti ideali e progetti, soprattutto con il grande desiderio di aiutare il suo paese. Era appena tornato da Pitigliano, dove aveva potuto lavorare per qualche mese come geometra: in Repubblica non c’era lavoro, tanto meno per un centrista democristiano.
La sua è la storia di tanti altri giovani amici sammarinesi come lui, non importa se appartenenti a partiti politici diversi, ma tutti desiderosi di aiutare la Repubblica e i suoi cittadini a crescere, ma soprattutto ad uscire da un periodo economicamente difficile.
Sono trascorsi sessant’anni, la vita nel paese, per merito di quei giovani, è cambiata: abbiamo conosciuto il repentino sviluppo economico degli anni ’70/’80/’90, siamo entrati nella crisi mondiale e ora tocca ai millennials lavorare per rendere vere le loro speranze e soprattutto per crescere il futuro.
Questo progetto però non è attuabile denigrando il passato e tanto meno proponendo un’istanza d’Arengo che, con toni perentori e minacciosi, accusa gli uomini del ‘57 con frasi ignominiose.
La Storia si fa ricercando documenti, ascoltando testimonianze, unendo informazioni e dati, tassello dopo tassello, avendo come base l’obiettività; la Storia non è una partita alla playstation, dove il più forte del momento calpesta il più debole, dove tutto è fittizio e non c’è necessità di ricostruzione ed analisi, né di confronto fra le parti, ma vale solo la legge del leader.
Stiamo forse tornando al famoso ventennio? O meglio, il nostro sguardo benevolo è puntato sulla Turchia di Erdogan o la Corea di Kim Jong-un? Sentiamo la necessità populista di una guida che eserciti tutto il suo carisma senza lasciarci alcuna possibilità decisionale?
I fatti di Rovereta sono diventati Storia, ormai appartengono al XX secolo, probabilmente ancora non sono stati completamente ricostruiti e neanche sviscerati in toto, ma sono il nostro passato e vanno rispettati, qualunque siano gli ideali politici, le scelte partitiche delle persone.
“Il rispetto” è la parola chiave, ma anche assolutamente fuori moda, visto ciò che accade in vari ambiti, compresi quelli politici; da esso erano partiti i giovani del ’57, tanto che, benché presenti molte armi in territorio, non era stato sparato neanche un colpo di fucile da parte di ambo gli schieramenti.
E rispetto è ciò che mi attendo, come cittadina sammarinese, dalla classe politica che dovrà prendere in esame un’istanza d’Arengo, scritta con parole ingiuriose verso i miei concittadini del passato.
Non sempre la politica e le istituzioni operano nel giusto e questo è l’ultimo caso: aver ammesso alla discussione consigliare un’istanza che utilizza parole offensive, denigratorie verso persone che non hanno, perché decedute, la possibilità di replicare e ciò non è assolutamente di “Pubblica utilità”, neanche storica.

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