QUAL’È IL VERO BUONSENSO?

Unas invita al “buon senso”, che a suo avviso significa non dare aumenti retributivi ai lavoratori.

La scusa era nell’aria: c’è la crisi, meglio continuare a prendere qualcosa che essere licenziati e non prendere più nulla. Così, con la mannaia del licenziamento, si chiede un ulteriore sforzo ai lavoratori, sempre a loro.

Eppure, a Dicembre 2008 il PIL sammarinese è cresciuto del 5,2%. Significa che molte ditte continuano ad aumentare i profitti, anche se nel frattempo licenziano o mettono in cassa integrazione il personale: siamo alle solite!

Ora l’offerta d’aumento retributivo è del 1,5%, probabilmente arriverà vicina al 2%.

Il sindacato griderà vittoria, “più di così, dato il periodo, non si poteva”. Eppure a dicembre 2008 su dicembre 2007, l’inflazione annuale è stata del 3,15% (a giugno 2008 su giugno 2007 era addirittura al 4,36%, poi soprattutto la diminuzione dei costi del petrolio ha limitato il danno).

Eppure se il referendum per l’aumento automatico degli stipendi (che serviva proprio per periodi di crisi che erano nell’aria) fosse stato approvato i lavoratori avrebbero automaticamente ricevuto il loro bell’aumento del 3,15%!

Le aziende reclamano di venir messe in condizione di rimanere sul mercato? Lo sono già, dato che godono di una pressione fiscale enormemente più bassa rispetto a quella di oltre confine. È ora di dire alle aziende che sul mercato devono starci da sole, perché l’assistenzialismo di Stato alle imprese, questa forma di comunismo per le elite che scarica sui lavoratori il rischio d’impresa, va eliminato!
L’economia di San Marino è drogata dalle defiscalizzazioni, dai contributi straordinari a pioggia, dalle esenzioni. Molte attività dichiarano all’erario meno dei propri dipendenti, nonostante ciò non reggono al colpo? Non sarà forse che queste attività, adagiate sulla possibilità di succhiare favori dallo Stato, non abbiano mai provato a stare sul mercato preferendo vivere “di rendita”?

L’adeguamento dello stipendio all’inflazione non è un aumento, ma il mantenimento di uno standard di vita acquisito. Perché il governo, in questo momento di crisi, non decide finalmente di verificare la reale capacità di contribuzione di chi dichiara talmente poco da dover far la fame, mentre magari parcheggia la ferrari in una villa da mille e una notte?

La crisi non può essere strumentalizzata sulla pelle di chi rimane senza nulla!

In questo momento, a fronte di richieste di limitare gli adeguamenti retributivi, si pretenda almeno dalle aziende di dimostrare la loro crisi, perché sono certo che molti non aspettavano altro che il pretesto per lasciare a casa dei dipendenti e ricevere ancor più aiuti statali.
Non è più prorogabile l’accertamento dei redditi! Che quel poco che un’attività deve all’erario lo versi in pieno, sulle vere rendite che ha! Che ognuno debba dare spiegazione di dove e come ha percepito i soldi per comperare auto, yacht, ville ecc.

Se chi vive di reddito da lavoro autonomo accetta di firmare in un contratto una clausola con cui si rende disponibile ad ogni forma di accertamento obbligatorio su ogni proprietà e profitto, e in questo modo si impegna a versare all’erario fino all’ultimo centesimo di quanto gli deve, allora si prenda in esame anche la possibilità di prevedere adeguamenti retributivi più esigui. In questo caso l’erario vedrebbe aumentare notevolmente i suoi introiti, con i quali si potrebbero mettere in piedi ammortizzatori sociali degni di questo nome.

Altrimenti la smettano di lamentarsi: un aumento del 3% per i dipendenti non gli è di nessun peso, a fronte del sommerso che molti di loro non versano all’erario.

Logicamente non tutte le aziende usano questi mezzucci, non tutte le imprese sopravvivono solo grazie agli aiuti statali.
A maggior ragione proprio le aziende sane dovrebbero denunciare questa situazione, che oltretutto falsa l’equilibrio del mercato penalizzandole.

Alle altre… è il momento che ognuno faccia la sua parte, aldilà di slogan e strumentalizzazioni!

Roberto Ciavatta

Gruppo Lavoro SU

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