Memoria a difesa. CONSIDERAZIONI FINALI

Memoria  a difesa  

presentata
da Marino Cecchetti il 9 agosto 2012

 

CONSIDERAZIONI
FINALI

Sig.
Commissario, non credo di meritarmi una condanna, in quanto, negli articoli
incriminati, non ho fatto altro che esprimere senza alcuna ombra di dolo prese
di posizione, motivate e argomentate, su fatti e circostanze della vita
politica e sociale di questo Paese, nell’esercizio legittimo del diritto di
critica.

 

Non
ho pronunciato frasi ingiuriose verso queste persone, che mi hanno querelato.

Ho
formulato un giudizio politico su argomenti politici all’interno di un
ragionamento politico.

 

Di
certo non ho commesso nessuno dei fatti per cui oggi sono qui davanti a Lei.

        
Non ho mai
accusato il sig. Ivan Foschi di esser responsabile della immunità giudiziaria
concessa dai compratori ai venditori nell’atto di cessione di Banca del Titano.

        
Non ho mai
accusato di intelligenza con la mafia palermitana i consiglieri Mario Lazzaro
Venturini, Nadia Ottaviani, Denis Amici, Angela Venturini, Gian Nicola Berti, Massimo
Cenci, Assunta Meloni, Maria Luisa Berti e Marco Gatti.

 

Non
è mai stata mia intenzione offendere queste persone perché non ho assolutamente
nulla – come nulla ho mai avuto in passato – verso di loro.

 

Rimane,
invece, e lo ribadisco, il valore politico e sociale delle mie denunce,
nell’uno e nell’altro caso in questione.

Come
ribadisco il mio diritto di esprimerle queste mie denunce e di diffonderle con
gli usuali mezzi di comunicazione, web compreso.

 

Non si può accettare che a distanza di oltre cinque anni dai fatti, il potere politico non
abbia ancora recuperato la somma investita dallo Stato per salvare Banca del
Titano. La mia denuncia pubblica vale per il cosiddetto Governo straordinario
del 2006, per i due governi post giugno
2006, nonché per il governo
attuale. Di questo recupero non ho cominciato a trattare il 13 maggio 2010 per
offendere il sig. Foschi, ma appena il problema si è posto. Cioè nel 2007.

Non
si può accettare che lo Stato di San Marino mantenga una sostanziale opacità
nella gestione dei fatti economici. Detta opacità danneggia pesantemente i
rapporti con gli altri Stati e crea profonde ingiustizie all’interno di questa
comunità. Non ne ho cominciato a parlare il 2 giugno 2010 per offendere Mario Lazzaro
Venturini e gli altri, ma dagli anni Novanta del secolo scorso. Detta opacità,
infatti, è figlia dell’anonimato societario che vado combattendo appunto da
allora. Cioè da quando, via via sempre più marcatamente, si è cominciato a
farne un uso ‘distorto’. In sostanza da quando, in tale uso, gli interessi
privati hanno cominciato a prevalere su quelli collettivi.

 

Non
so perché queste denunce, nei miei confronti, sono arrivate per articoli
scritti fra maggio-giugno 2010, su argomenti che da anni ed anni andavo
trattando, e non certo con termini di minore asprezza.

Sono
arrivate, queste denunce, per articoli scritti a distanza di meno di 20 giorni
uno dall’altro. E con impostazioni similari. Praticamente in tandem. Tanto che
il sig. Commissario le ha riunite in un solo momento processuale.

 

Di
temi importanti, nuovi, nei primi mesi del 2010, ne ricordo uno solo: quello
dei fondi pensione.

I
fondi pensione costituiscono l’ultima ciccia rimasta in questo Paese, dopo lo
scudo fiscale. Ebbene, nei primi mesi del 2010, si è cominciato a scrivere, e
si sta ancora scrivendo su libertas.sm, che su tale residua ciccia hanno
cominciato a volteggiare gli avvoltoi.

 

E’
questo allarme sugli avvoltoi che ha fatto traboccare il vaso dell’irritazione
in certi ambienti?

 

Sig.
Commissario, io trattando del mancato recupero danni per Banca del Titano,
della opacità nell’economia mantenuta col paravento delle fiduciarie, degli
avvoltoi sui fondi pensione, non ho fatto altro e non faccio altro che
esercitare il mio “diritto di libera
manifestazione del pensiero
”, in
un Paese libero, che non posso non considerare libero. Lo faccio per oppormi ai
poteri forti che, a mio parere, stanno continuando a devastarlo, in quanto,
come ha detto la querelante Maria Lusa Berti, continuano “a gestire una parte della classe politica”. 

 

Per
me, non tacere di fronte a certi fatti, è un dovere.

Un
dovere, personale, cui posso dare seguito pubblicamente, grazie al fatto che
sono nato, ho vissuto e vivo in un luogo da sempre – e lo dico con orgoglio –
da sempre luogo di libertà.

 

Un
giovane giurista sammarinese, Giuliano Corbelli, a fine Cinquecento, quando
ovunque nel mondo c’era la cappa dell’oppressione, con un po’ di luce solo a
Venezia e in Olanda, scriveva: se da tutti si deve per istinto naturale
amare la patria … tanto maggiormente con più prontezza di cuore si deve fare da
quelli che son nati in patria libera e commo per privilegio, conseguano da Dio
quel preziosissimo dono de la libertà, commo siamo noi che, oltra tutti li
altri et con meraviglia di ciascuno, ottenemo quel dolce tittolo di Repubblica
.

 

Se
questo procedimento, sig. Commissario, dovesse concludersi con una condanna,
dovrei dedurre che non sono degno di appartenere più a questa comunità.
Sarebbe, per me, l’ostracismo. Un ostracismo morale. Più pesante, di una
sentenza di esilio materiale.

 

Diverrei,
in caso di condanna, il capro espiatorio su cui scaricare la responsabilità
della condizione in cui è precipitato il Paese.

Proprio
io che ho cercato in tutti modi da quasi una ventina d’anni di allarmare i miei
concittadini sui pericoli incombenti sulla comunità, a causa del degrado della
politica. Pericoli che hanno portato la Repubblica di San Marino ad essere additata come
pecora nera fra tutti gli Stati del Consiglio d’Europa per la lotta alla
corruzione, ed a scendere a livello dell’Azerbaigian in quanto ad affidabilità
presso il Moneyval ed a livello del Tobago presso l’Ocse.

 

Ebbene
una sentenza di condanna vorrebbe dire che il Paese è precipitato in tale
situazione, per causa mia. Cioè per gli allarmi che ho lanciato io.

 

Come
è dire che è stato l’allarme a provocare il disastro.

L’unico
a essere condannato in questo Paese per come questo Paese è stato ridotto, in
questi ultimi decenni, sarei dunque io.

Io,
nemico della Repubblica, come ha
scritto uno dei querelanti, consigliere ed avvocato.

 

Dice
un proverbio spagnolo – appreso nei miei studi sull’Alberoni – che col tempo e
la paglia maturano anche le nespole.

Io,
avrò tempo sufficiente per farmene una ragione?

 

Comunque
più gravi sarebbero le conseguenze sul “diritto
di libera manifestazione del pensiero
”, in questo Paese.

 

Quello
della stampa è un mondo che ha già grosse difficoltà. Su un giornale italiano,
recentemente, si è letto: “Per bloccare
il lavoro dei giornalisti ci sono molti modi, ma probabilmente il più diffuso
ed efficace è la querela.
Un processo penale dura per degli anni, costa molto denaro, e
gli editori difficilmente coprono le spese. Diventa un calvario. I gip
dovrebbero filtrare le querele pretestuose, ma spesso fanno come Ponzio Pilato:
lasciano tutto al girone infernale dei dibattimenti. Ora è previsto un
risarcimento nel caso venga provata la pretestuosità, ma in linea di massima
rimanere incastrati in tribunale basta per essere zittiti
”.

 

In
caso di condanna, sig. Commissario, i giovani di questo Paese che cominciano
adesso – superando tante difficoltà anche di ordine materiale – a fare le prime
esperienze nel mondo dell’informazione, saranno indotti ad aggregarsi ad uno
dei tanti sciami di mosche cocchiere piuttosto che impegnarsi a scegliere una
propria strada e a decidere di camminarvi a schiena dritta.

 

Un
sammarinese recentemente in una lettera pubblica, dopo aver fatto un elenco,
esemplificativo e non esaustivo degli scandali di questi ultimi anni (Criminal
Minds, Re Nero, Varano, Fincapital, Fingestus, Credito sammarinese, Banca
commerciale, Banca del Titano, Delta, P4, Barbieri, Vallefuoco, Rimini Yacht,
Karnak, Cinesi, Russi e Libici) ha concluso: “Guardo i miei figli e mi vergogno di aver permesso tutto questo e di
aver pensato solo al mio ‘posto sicuro’ facendo finta che tutto andasse per il
verso giusto
”.

 

Ebbene,
io, sig. Commissario, ho solo cercato coi miei scritti di evitare, al mio
Paese, quel che poi è accaduto. E l’ho fatto, credo, nel rispetto
dell’ordinamento, delle leggi, delle comuni regole di comportamento fra le
persone.

 

Mi
è di conforto una sentenza sulla libertà di stampa di questo stesso tribunale
(prof. Brunelli), già più volte citata.

 

 Il
diritto di libera manifestazione del pensiero è uno dei pilastri dell’ordinamento
sammarinese (art. 6 della dichiarazione dei diritti), penetrato, prima ancora
che nelle leggi, nella cultura e nella tradizione del Paese. E’ appena il caso
di notare che come la prima modalità attuativa di tale diritto sia proprio la
critica politica, appartenendo il diritto in questione innanzitutto ai
cittadini nei confronti dei propri rappresentanti
(…)

La proclamazione comporta dei ‘costi’
sociali, non è indolore, perciò assume un significato fondante
dell’ordinamento: il diritto di tutti i cittadini sammarinesi a manifestare il
loro pensiero è proclamato indeclinabilmente, costi quel che costi. Il che non
vuol dire che non abbia confini; ma quei ‘confini’, per non contraddire
l’assunto, debbono essere tali da non conculcarla proprio nella prova di
resistenza a cui è sottoposta
(…)

La norma penale che punisce le offese
all’onore o al prestigio delle persone che rivestono cariche pubbliche,
(…) non può
incidere sul diritto di critica politica che qualunque cittadino ha nei
confronti delle stesse persone
. (…)

Anche laddove si volesse ritenere che il
tono del linguaggio è scelto ad arte per colpire i lettori e giungere
direttamente alle loro corde, adeguandosi alla fraseologia più diffusa anche
nei mass-media, ciò non trasformerebbe mai la critica e il biasimo in un
attacco all’onore ed al prestigio dell’avversario
”.



 

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