Raimondo Baldoni di La Voce di Romagna: Sequestrati 400mila euro a Gianluca Pini

La Voce di Romagna

 Sequestrati 400mila euro a Gianluca Pini

I soldi scudati “sigillati” dalla Procura, la Suprema corte non li sblocca e ravvisa la truffa allo Stato

Raimondo Baldoni

FORLI’ Risponde
di truffa aggravata ai danni dello Stato chi fornisce false attestazioni nella
dichiarazione per lo scudo fiscale. Lo dice una sentenza della Corte di
Cassazione uscita pochi giorni fa e che ha valutato il ricorso di 400mila euro
sequestrati dal giudice di Forlì su richiesta della Procura della Repubblica al
deputato della Lega Nord Gianluca Pini e di suo padre intestatario del conto in
una banca di Forlì dove erano arrivati i soldi dall’estero, più precisamente
dalla Repubblica di San Marino. Si tratta di una pronuncia che mette nei guai il
parlamentare leghista che aveva aderito alla procedura dello scudo fiscale
disciplinata dal decreto legge 78 del 2009 per riportare in Italia 400mila euro.
E adesso il caso dell’onorevole Pini fa giurisprudenza perché per la prima volta
è stata chiarita la norma sull’ultimo scudo fiscale che presentava delle lacune.
La sentenza è stata depositata il 14 agosto scorso. Pini quando decise di far
rientrare da San Marino i suoi risparmi si accorse di non poter rispettare i
tempi previsti dalle norme vedendo sfumare la possibilità di sfruttare
un’aliquota bassa del 5%, che su 400mila euro era di 20mila euro. Trovò un
escamotage: fece chiedere al padre un prestito dello stesso importo e attraverso
una banca estera fece arrivare il denaro in banca a Forlì. Poi dichiarò che i
soldi detenuti all’estero erano rientrati in Italia nei termini di legge. 

Ora la Suprema corte ha deciso che chi fornisce false attestazioni
nella dichiarazione
per il rimpatrio di capitali detenuti all’estero
risponde di truffa aggravata ai danni dello Stato. Infatti, la previsione
dell’articolo 19, comma 2-bis, del decreto legge numero 305 del 2001 non esclude
l’applicazione della norma incriminatrice della truffa aggravata in danno dello
Stato, “quando la condotta si arricchisca in concreto di artifizi diretti ad
ottenere i consistenti vantaggi fiscali e le altre agevolazioni previste dalla
legge, attraverso l’induzione in errore dell’amministrazione finanziaria circa
il momento temporale in cui le somme sono state rimpatriate”. La Procura di
Forlì durante un’indagine che riguardava l’onorevole del Carroccio scoprì
l’inghippo. Venne interrogato Pini il 6 luglio del 2012 e diede la sua versione
dei fatti che in un primo momento sembrava aver convinto i magistrati, ma non fu
così. Il procuratore della Repubblica Sergio Sottani e il sostituto Fabio Di
Vizio, proprio perché avevano ritenuto che il padre di Pini e il figlio avessero
tenuto un comportamento illecito per risparmiarsi dei soldi, avevano disposto un
sequestro preventivo d’urgenza del conto bancario con 400mila euro. Il giudice
per le indagini preliminari convalidò il sequestro preventivo del saldo attivo
del conto corrente intestato al padre di Gianluca Pini, indagato per il reato di
tentata truffa aggravata, unitamente al figlio, il 12 dicembre del 2012. Avverso
a questo provvedimento il padre del deputato fece richiesta di dissequestro al
Tribunale del Riesame di Forlì che con ordinanza del 19 gennaio 2013, la
respinse. Appena noti i motivi era quindi scattato il ricorso per Cassazione da
parte di Pini deducendo la mancanza di motivazione sulla sussistenza. La Suprema
corte, all’impugnazione, ha appena risposto pesantemente: “E’ giustificato il
sequestro preventivo, non solo dell’ingiusto profitto, ma anche di tutta la
somma pertinente al reato”. I soldi restano sequestrati, i processi ci saranno a
breve.
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