San Marino. Decreto ristori insufficiente

Decreto ristori insufficiente. Minime e per pochi le erogazioni in denaro

Esenzioni e sgravi fatti passare come “contributi a fondo perduto”. Categorie rassegnate: “Evidentemente meglio di così non si poteva” e chiedono ulteriori interventi

E’ un decreto ristori senza ristori che, tra l’altro, maschera dietro le parole “contributo a fondo perduto” interventi che sono piuttosto sgravi o esenzioni – non è chiaro se ricompresi nei 15-18 milioni stanziati – ma non sono contributi nel senso specifico del termine. Solo la lettera h) prevede un contributo propriamente detto e solo per le fasce più alte di perdita di fatturato. Per capire la portata di questo tanto atteso cosiddetto “decreto ristori”, si può provare a fare un esempio concreto. Prendiamo a riferimento una ipotetica azienda calcolando, per comodità, un fatturato nel 2019 di 100.000 euro. Poniamo che nel 2020 questo fatturato sia sceso a 59mila euro. Questo significa un calo di fatturato del 41%. L’impresa ricadrebbe, quindi, nella seconda fascia. Quali sono gli aiuti che le spetterebbero? Lo dice l’articolo 3 del Decreto Delegato n. 49.

Primo: La sospensione della quota capitale di eventuali mutui o finanziamenti. Non si tratta, come è evidente, di un ristoro, ma di una sospensio- ne di pagamenti dovuti a un istituto di credito per un prestito in essere. Dai ratei verrebbe dunque sospeso il pagamento della quota capitale, ma si dovrà continuare a pagare la quota di interessi. Posto che comunque, dal 2022 si dovrà ricominciare a onorare anche il pagamento del capitale.

Secondo: Esenzione dal pagamento della tassa di occupazione del suolo pubblico dovuta per il 2021. Anche qui la norma lo chiama “contributo a fondo perduto”, ma in realtà è, appunto, una esenzione e riguarda evidentemente solo quelle attività – bar, ristoranti e così via – che dell’occupazione di suolo pubblico usufruiscono, sempre che riparta il turismo, verrebbe da aggiungere.

Terzo: Possibilità di chiedere un finanziamento garantito dallo stato fino a 20.000 euro per il pagamento dell’eventuale affitto dei locali dell’attività. Si tratta quindi di un finanziamen- to vincolato a quella specifica finalità. Anche qui non si tratta di un ristoro, anzi, è un prestito per un pagamento che in condizioni normali l’azienda avrebbe effettuato senza doverci poi pagare sopra gli interessi che sono fissati dalla norma in un tasso non inferiore al 2% e non superiore all’Euribor maggiorato di due punti. Quindi attualmente al tasso del 2,5% circa.

Quarto: anche qui la norma parla di “contributo a fondo perduto”. In realtà anche qui è altro. Perché si tratta di uno sgravio sulla tassa di licenza pari al 50% per l’anno 2021. Per una impresa come quella in esempio circa 3-400 euro di sgravio.

Quinto: Un altro sgravio che la norma definisce, ancora, “contributo a fondo perduto”, per la nostra impresa di riferimento che rientra nella seconda fascia, è quello pari al 10%sulle utenze di acqua , luce, gas e rifiuti. Ad esempio su 3000 euro annui di utenze, uno sgravio di 300 euro.

Sesto: Anche sull’aliquota contributiva del reddito minimo si parla di “contributo a fondo perduto”, ma in realtà è uno sgravio di 6 punti percentuali sull’aliquota prevista a seconda delle tipologie di contratto.

Settimo: Previsto un ulteriore sgravio – ma pure qui la legge lo chiama “contributo a fondo perduto” – per i contributi Iss e Fondiss a carico del datore di lavoro che, nella seconda fascia di calo di fatturato è pari al 5%. In questa fascia non è prevista alcuna erogazione di somme in denaro, e questo sarebbe stato effettivamente un “contributo a fondo perduto”. Si può quindi concludere che per la maggior parte delle imprese, quelle che hanno avuto un calo di fatturato tra il 30 e il 50%, di ristori non ce ne sono, ma seppure vengano chiamati con altro nome, si tratta in sostanza di esenzioni, sgravi e sospensioni di pagamenti di mutui o possibilità di accensione di finanziamenti – che andranno ovviamente restituiti con gli interessi – con garanzia statale per pagare l’affitto.

Ottavo: I ristori propriamente detti arrivano se si è avuta una perdita di fatturato – nel 2020 rispetto al 2019 – dal 50,01% in su. In tali casi aumentano anche le percentuali di sgravio o esenzione. L’erogazione di una somma di denaro spetterebbe dunque in questa fascia di calo dl fatturato. Facendo sempre l’esempio per comodità di una azienda che aveva un fatturato di 100.000 euro nel 2019 e lo ha avuto di 49mila nel 2020 – perdendo cioè il 51% – questa si vedrebbe erogare una somma per un importo pari al 12% del calo di fatturato, vale a dire il 12% su 51.000 euro, con un ristoro effettivo, quindi, pari a 6.120 euro. Denaro da reimpiegare ovviamente nell’attività. Insomma, sgravi e importi che, nel complesso, hanno già visto molti bollare questo provvedimento come insufficiente. Così le Categorie economiche, che sperano in ulteriori interventi e aggiustamenti a luglio, quando si chiuderanno i bilanci. Quello che traspare è comunque una certa rassegnazione che fa dire un po’ a tutti che “evidentemente meglio di così non si poteva fare”.

A patire di più l’insufficienza di questo decreto saranno probabilmente le piccole attività e l’auspicio è che gli aiuti vadano a chi ne ha effettivamente bisogno. Ma i conti sull’efficacia del provvedimento si faranno nei prossimi mesi anche alla luce di quello che sarà l’andamento dell’economia strettamente legato all’epidemia e alle vaccinazioni.

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