San Marino. Don Mangiarotti: “Non ci serve il permesso di parlare, se siamo in «democrazia»!”

“Non so se sia più «improprio» il richiamo del Vescovo Turazzi in occasione della discussione su pdl IGV in Commissione Permanente, come sostiene Ciacci in Commissione IV o il suo intervento in cui afferma che «La Repubblica ha una vocazione laica ed è stato improprio l’intervento del vescovo Andrea Turazzi: entrare in maniera così netta in una discussione istituzionale è improprio»”.

Così don Gabriele Mangiarotti, che aggiunge: “Gli steccati ottocenteschi che vorrebbero la Chiesa silenziosa nel mondo e al massimo libera di esprimersi nelle sacrestie (anche qui, però, a certe condizioni) non fanno parte di uno stato che voglia essere «laico». Perché abbiamo imparato che la laicità rettamente intesa significa apertura al confronto, rispetto delle posizioni differenti, accettazione delle minoranze, i cui diritti vanno sempre sostenuti e difesi. Altrimenti non di stato laico si parla, ma di intollerante «dittatura del relativismo».

Chissà perché, quando si tratta di un serio e motivato confronto su temi tanto gravi quanto incidenti sulla vita delle persone e della società, di fronte al dibattito, c’è sempre qualcuno che vuole impedire il libero confronto, ponendo assurdi divieti e soprattutto dando patenti di liceità o illiceità alle varie voci (ovviamente illiceità a chi pensa diversamente).

Quindi non penso che si possa mettere a tacere una voce libera e rispettosa che esprime dissenso invocando (come altri hanno fatto sui social) l’impegno della Chiesa per la «difesa delle giovani coppie che non arrivano a fine mese, che fanno i salti mortali per mantenere figli e casa, che lottano ogni giorno sapendo di avere prospettive precarie davanti a loro» (anche perché la Chiesa cattolica non si è proprio tirata indietro nella difesa e nel sostegno di queste situazioni di bisogno).

Nessuno ha fatto questione di fede rispetto alla difesa della vita e per rifiutare l’aborto come diritto esclusivo delle donne. Nessuno si è permesso di dare patenti di cristianità per affrontare questo tema nella sua valenza politica. Ciascuno può avere un suo personale pensiero su questo argomento, ma se si tratta di affrontare la questione, non possiamo dimenticare che a fronte del cosiddetto diritto della donna sta lo stesso diritto del concepito a rimanere in vita. E forse, in questo contesto in cui si vorrebbe ritenere l’aborto un diritto, non sarebbe cattiva cosa mostrarlo in tutta la sua verità. E fare vedere ciò che accade realmente a questo essere che non si può considerare (solo che lo si guardi in volto) come un mero grumo di cellule.

Comunque le opinioni su quello che la religione (e un Vescovo) può e deve dire o fare sono, appunto, le opinioni di una parte, da cui – almeno nella «Antica terra della libertà – speriamo si possa dissentire.

Da tempo sentiamo parlare di «laicità dello stato», secondo una accezione totalitaria e intollerante che ci spiace venga diffusa senza capacità critica, come ritornello di cui però si sono smarrite le valenze. È un termine che dai proponenti viene inteso come cancellazione del diritto dei cristiani e della autorità religiosa a esprimere giudizi di valore su quanto accade, come se i cristiani non fossero a pieno titolo dei cittadini (e taciamo qui di quanto accadeva nella Germania nazista nei confronti degli ebrei tedeschi).

Stupisce poi vedere che i paladini della «laicità» si fanno promotori di iniziative che danno voce a posizioni che laiche non sono, che sono di parte e, in qualche modo, «straniere». Se la Chiesa non può e non deve prendere posizione in uno stato laico, in quanto ha una origine extraterritoriale (il famoso «stato straniero») perché dovrebbe avere questo diritto colui che di questo stato non fa parte ma è espressione di valori alieni dalla nostra Repubblica?

Che c’entrano i vari Zan e Tonti e altri con la nostra storia?

Non ci si accorge che ogni forma di censura, se di parte e non fatta nei confronti di chi contrasta i principi democratici del bene comune, poi dà origine a squilibri e privilegi e intolleranze che impoveriscono la natura democratica dello stesso stato?

Suvvia, lasciamo che tra persone civili il confronto sia attraverso ragioni e motivazioni serie, evitando partigianerie e steccati che preludono a forme, più o meno mascherate, di dittature.

Che il Vescovo parli e comunichi ragioni per vivere e che ognuno sia libero di fare appello al buon senso e a motivate spiegazioni per quanto riguarda il bene umano e sociale.

Soprattutto questa occasione di confronto non sia sprecata da chi ritiene che difendere la vita sia una «ideologia» e che pensare al suo inizio sia vano sproloquio per impedire il diritto a sopprimere una vita nel ventre di una madre”.

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