San Marino. Fiorenzo Stolfi ha parlato in aula per oltre un’ora ed ha rigettato le accuse

L’informazione di San Marino

L’ex Segretario di stato: “Se devo essere condannato perche’ mi chiamo Fiorenzo Stolfi non credo che questo sia fare giustizia, né accertare la verità”

Sono sempre stato contrario ai poteri forti. le campagne elettorali costavano all’epoca un miliardo di lire. i guai per san Marino iniziano con la firma mancata del 2006

Antonio Fabbri

Dopo le dichiarazioni di Giuseppe Roberti, non presente al processo e che ha affidato al suo avvocato una memoria scritta (pagine 6-7), letta in aula dal legale Francesco Pisciotti, è toccato a Fiorenzo Stolfi, che ha deciso di rilasciare spontanee dichiarazioni.

Un intervento durato oltre un’ora nel quale l’ex Segretario agli Esteri e alle Finanze ha ripercorso buona parte della storia politica sammarinese per poi entrare nel merito di alcune accuse mosse.

Dal 1978 ad oggi “Ho iniziato a fare attività politica nel 1978, a 22 anni fino a che nel 2012 ho terminato il mio corso di 29 anni di Consiglio. Per quasi la metà di questo periodo ho ricoperto incarichi di governo, sempre militato nelle fila del partito socialista, fino al 2014, ora non faccio più politica, non sono iscritto ad alcun partito. Gli ideali socialisti sono ancora il mio riferimento, per la propensione alla giustizia, alla solidarietà ai diritti delle persone. Ideali che rimangono nel mio cuore e nella mia mente. Non sono mai stato un uomo dei potentati, dei cosiddetti poteri forti. Al contrario sono sempre stato un politico più attento a chi aveva di meno e a chi versava in stato di necessità. Aiutare gli altri è anche quello che faccio oggi. Lo faccio perché mi gratifica e lo considero un buon modo per stare in questo mondo. 

Nel 1983 iniziò mia esperienza di governo, partecipai all’ultima parte del governo di sinistra che durò 8 anni che fece scelte e riforme importanti per il paese. Le leggi sullo sport, sulla denominazione di origine, sul commercio e altro sono provvedimenti da me proposti e portati all’approvazione. Dico questo perché mi è capitato di leggere negli atti delle considerazioni dei giudici inquirenti non corrette, in quanto si sostiene che gli imputati per le cose trovate o elementi erano dediti esclusivamente agli affari e non a progetti, proposte analisi e quant’altro, e anche successivamente mi capiterà di fare riferimento a interventi progetti che ho portato avanti e realizzato. L’esperienza si interruppe nel 1986. Per fare questo c’era bisogno di un pretesto. Titan Fish e Golf Shoes. Fu la commissione di inchiesta per ribaltare la situazione politica. Un metodo che fece un po’ scuola, perché venne poi spesso utilizzato per altri cambi di governo. Anni dopo si venne a sapere che quella vicenda fu costruita a tavolino, con testimonianze false e ben remunerate. Queste cose mi furono raccontate nel 1992, quando diventai segretario all’industria. L’allora segretario del Pc, Gilberto Ghiotti mi raccontò come avvenne questo cambio e che per il pagamento dei testimoni fu necessario concedere una società anonima che si chiamava “Abete”, acronimo che rappresentava le iniziali di imprenditori sammarinesi democristiani che avevano finanziato l’operazione e che ricevettero questa s.a. da vendere per poter rientrare di quanto avevano speso. Nel 1992 iniziò la mia seconda esperienza di governo all’Industria. C’era una situazione economica-occupazionale di crisi, con la disoccupazione attorno alle 900-1000 unità. La prima cosa che feci fu un tour conoscitivo del territorio e nel giro di un anno ero già pronto con due legge che avevano obiettivo di aiutare aziende sammarinesi ad espandersi: credito agevolato imprese e agevolazioni fiscali. Queste leggi furono presentate in Consiglio e approvate. Questi due provvedimenti si rivelarono subito efficaci”.

il vizio della discrezionalità “Mi trovai in quel periodo – ha proseguito Stolfi – con problemi nel governo. C’era il vizio della discrezionalità ancora molto presente nella nostra Repubblica. Succedeva che nel presentare le richieste di nulla osta in Congresso di Stato, trovassi un atteggiamento eccessivamente discrezionale. Senza motivazione una pratica veniva accettata e un’altra respinta. Questo, oltre a cozzare con il mio senso di equità, creava anche imbarazzo perché ero io a rapportarmi con gli imprenditori che mi chiedevano conto delle richieste. Io contestai questo metodo in Congresso di Stato e ci furono discussioni anche accese. Arrivai ad ottenere che questo sistema fosse modificato e che fossero adottati criteri più oggettivi e approntai un provvedimento di legge nel 1994 che dava disposizioni in materia di vigilanza e controllo delle società. Le nuove norme erano meno discrezionali e le regole più certe. Il numero di richieste di licenza aumentò in maniera considerevole. Si arrivò a concedere anche 300 società in un anno. I tassi di disoccupazione scesero al minimo, gli immobili industriali andavano a ruba, costruzione di nuovi capannoni, gran lavoro anche per liberi professionisti e banche lavoravano con nuovi imprenditori. Tutto ciò contribuì ad elevare il benessere complessivo della Repubblica. In questo contesto, diversi professionisti si proposero di appoggiare l’azione politica mia e del mio partito. Erano contributi liberi e volontari. Non c’era un corrispettivo tra il rilascio della licenza e il contributo economico. Credo che non ci sia assolutamente alcuno che possa dire di aver dovuto dare denaro a me per ottenere una licenza. Del resto si poteva anche approfondire questa indagine perché le concessioni societarie sono pubbliche”.

I contributi ai partiti e le campagne elettorali da un miliardo “In quegli anni non c’erano leggi che regolamentassero i finanziamenti a partiti politici. C’erano contributi che venivano dati a me, ad altri e al partito per le spese politica. Negli anni dal ‘93 al 2001, c’erano anche le spese per gli elettori residenti all’estero. Ogni campagna elettorale costava attorno al miliardo di lire. Io non mi sono mai occupato dei viaggi degli elettori all’estero, perché c’erano altri che se ne occupavano.
Io e altri dovevamo occuparci delle risorse. Quello che ottenevo provvedevo a trasmetterlo al partito. Quello che rimaneva veniva tenuto a disposizione per la campagna successiva. Si cercava di conservare al meglio queste risorse. Per quanto riguarda le contribuzioni a me riservate, sono state utilizzate per le spese della mia attività politica e il rimanente l’ho unito alle mie risorse investendo poi in immobili, in azioni, in conti, mantenendo sempre una buona disponibilità di contanti”.

Listino prezzi delle società “Non voglio sottrarmi alla questione del listino prezzi delle società. E’ un fenomeno che c’era. C’era n listino prezzi che girava in certi studi professionali. In quegli anni ci furono persone, non so se spontaneamente o con studi di professionisti, che iniziarono a farsi promotori di richieste societarie. Molti dipendenti pubblici, molti dipendenti privati, alcuni studi addirittura chiedevano delle società. Di richieste ce ne sono state di tutti i tipi: casalinghe, pensionati, anche giornalisti che hanno chiesto e ottenuto delle licenze. E quindi questo creò un fenomeno in cui c’era qualcuno che si procurava la licenza che poi veniva venduta e passava di mano con dei ricarichi e dei prezzi.

Anche per questo approvammo delle leggi che fecero da correttivo.

Nel 1998 il governo Dc-Pss andava bene, ma ci fu l’allora capo della Dc, Gabriele Gatti, che non aveva digerito il risultato elettorale di quell’anno, nel quale i socialisti aumentarono i voti. Per cui il capo della Dc pensò bene di farci fare un passaggio all’opposizione. Ci si inventò una crisi di governo e iniziò una fase di grande instabilità.

Poteri forti Nel 2006 io non ero al governo. I poteri forti impedirono la firma dell’accordo di cooperazione economica con l’Italia. Io credo che sia di lì che comincino i guai che ci portiamo dietro tutt’oggi. Il governo aveva già un testo parafato, fissata già la data 11 gennaio 2006. Ministro italiano fini doveva venire a firmare con il segretario di stato di San Marino Fabio Berardi. Ebbene, ci furono organizzazioni economiche, singoli imprenditori, sia del settore industriale che del settore bancario, che spinsero perché quell’accordo non venisse sottoscritto. Ci si misero anche partiti politici di opposizione, pressioni che venivano dall’Anis, dall’allora Amministratore Delegato di Carisp, Fantini, da imprenditori come Grandoni ed altri che ritenevano che non dovesse essere firmata quell’intesa e quindi la Dc disse che non era più d’accordo che venisse fatta quella firma. Si disse gentilmente a Fini che non se ne faceva più niente. Poi arresti gli arresto del 2008, con prima Asset e poi Carisp, credo siano stati l’atto con cui l’Italia abbia agito ritenendo che la misura fosse colma – c’erano stati tempo prima i fatti del 1997 – è in quel preciso momento che l’Italia ha deciso che con San Marino dovesse essere usato un altro sistema. Nel 2008 Ap aprì la crisi di governo in luglio, riuscimmo ad ottenere il numero di 31 per organizzare un governo senza Dc e senza Ap. Si trovò l’intesa e si disse alla Reggenza che c’era un accordo per il nuovo governo. Poco prima della data del Consiglio io venni chiamato da un imprenditore importante – che aveva una banca tra l’altro – il quale mi chiese che intenzioni avevamo sui vertici di Banca centrale (all’epoca erano Papi e Bossone). Risposi che non c’era alcuna intenzione di cambiarli. Questa fu una risposta che non piacque affatto al mio interlocutore e quindi, due giorni dopo questo incontro, due consiglieri della costituenda maggioranza, molto vicini all’imprenditore in questione, dichiararono che non erano più disposti a sostenere il governo. Si andò alle elezioni. Vinse la coalizione avversa alla nostra e, guarda caso, furono cambiati i vertici di Banca Centrale. Questo per dire che spesso mi sono trovato in situazioni avverse ai poteri forti”. Poi Stolfi, tornando al 2006, ha parlato del semestre di presidenza a Strasburgo. “E’ stato un semestre unanimemente riconosciuto come una delle migliori presidenze che si siano viste a Strasburgo”, ha rimarcato Stolfi.

“Quella firma non è mia” Quindi ha parlato dell’operazione sul libretto della famiglia Mazzini. “Avrei fatto questa operazione in una banca dove nessuno dice di avermi mai visto, non c’è un mio documento di identità in quella banca. Quindi è sempre più insostenibile questo tipo di ricostruzione che è stata fatta. Quei soldi non erano miei, perché non ho mai avuto disponibilità di quei libretti al portatore, perché non mi sono mai presentato allo sportello, perché le tre firme di quell’operazione non sono le mie e non so chi le abbia fatte. Anche se oggi, sentendo qualche dichiarazione il dubbio può anche venire, con una perizia calligrafica del dottor Cristofanelli, che sposa la tesi dell’accusa. Io credo che la possibilità di errore ci possa sempre essere. Anche se questa possibilità fosse una su mille o una su un milione, io mi appello a quella possibilità, perché io quelle firme non le ho apposte. Se lei deciderà che quella firma è la mia – ha detto rivolgendosi al giudice – lo dovrò accettare, però se dei dubbi c’erano prima, credo ce ne siano ancora di più dopo la perizia della dottoressa Draghetti, che ha messo in evidenza come non sia stato corretto che il perito non mi abbia fatto firmare in sua presenza”.

“ll credito sammrinese faccenda democrsitiana” Poi Stolfi ha ripercorso la questione sottostante al libretto Giulio2, relativa alla nuova banca privata poi Credito Sammarinese.

“A proposito del rilascio di quella licenza – ha detto Stolfi – fu una iniziativa bancaria nata su richiesta della Democrazia cristiana e portata avanti dalla Dc. Perché ci venne spiegato che dietro quella iniziativa, che aveva promotori svizzeri, c’erano esponenti del Partito Popolare Europeo, in particolare del Partito popolare spagnolo, che avevano già interessi in Svizzera e che erano interessati ad avere una banca anche a San Marino. Questa è la mia conoscenza della vicenda della Nuova banca privata, tutta nata e gestita in casa democristiana. Era l’anno 2003. Ma nell’anno 2004, in cui si perfezionò la cessione ad Amati, io non ero già più in Congresso di Stato. Fu proprio il Comitato per il credito e risparmio di allora a dare il gradimento a Lucio Amati come presidente. Io non c’ero già più”, ha detto Stolfi volendo significare così la sua estraneità a quella vicenda.

La Prosche Altra questione è quella della Porsche che la Fondazione avrebbe pagato per mio conto. Io ho rilevato che dai rapporti i chi ha fatto le indagini qualcosa non mi torna. Pur rilevando una serie di elementi arrivano a conclusioni sballate dal mio punto di vista. Ci sono contratti di leasing durati tre anni in cui risulta che pagavo rate trimestrali di 5.500 euro l’una, undici rate. Quando decisi nel 2010 di smettere pagare leasing, e procedetti al saldo del complessivo prezzo di 125.709 euro. Sul fatto che non risultano precise le rate possono esserci diversi motivi: contravvenzioni, lavoretti del carrozziere, che venivano addebitati sulla rata. Bastava approfondire un minimo le indagini. Non si può, poiché non ci sono pagamenti canalizzati, arrivare alla conclusione che i pagamenti non siano stati fatti. Possono essere stati fatti in tranche successivi. Se non si era sufficientemente sicuri o si voleva fare una indagine fatta bene, bastava interpellare gli interessati, ma non mi risulta che sia stato fatto niente di tutto questo. Anzi, si ha la sensazione che non siano stati chiamati coloro che lavoravano in queste aziende, per non vedere confutata la propria tesi, la propria narrazione. “Poiché dai conti di Stolfi non risulta niente, allora non l’ha pagata”. Io ho provveduto a pagare i canoni di leasing, prima, e il saldo, poi. Si fa una narrazione che rassomiglia a un racconto fatto da chi non c’era dentro che immette dei collegamenti costruiti a sensazione. A volte mi sembra anche ricogliendo chiacchiere, cose che sono girate. Come quando si parla di “Porsche fiammante”, per un’auto che aveva sei anni”.

“Nei fascicoli cose che non c’entrano niente” “Sono state messe in questi fascicoli cose che non c’entrano assolutamente niente. Anche le dichiarazioni di Roberto Zavoli nella commissione di inchiesta Fincapital. E’ stato pure detto che io ero socio di Fincapital. Eppure non è stato possibile essere ascoltato in quella sede. I miei avversari politici, che hanno votato una relazione ed hanno emesso sentenze politiche… credo che richiamare quella commissione non c’entri assolutamente niente. Io ed altri siamo stati presi di mira da quella commissione e non abbiamo neanche avuto la possibilità di difenderci. Ci siamo trovati con questo po’ po’ di roba addosso, senza avere avuto la possibilità di dire beo. Si prendono, invece, gli esiti di una commissione politica e si usano dove serve.

Insomma, se devo essere condannato perché mi chiamo Fiorenzo Stolfi e perché ho avuto un percorso politico di questo genere, sarà così… ma non credo che questo sia fare giustizia, né accertare la verità”, ha concluso Stolfi. 
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