San Marino, la cultura e le occasioni mancate

San Marino, la cultura e le occasioni mancate

Un recente articolo apparso sulla stampa invoca per San Marino l’opportunità di celebrare il cinquecentenario della scomparsa di Raffaello. Una occasione mancata, o uno spunto di riflessione?

Partendo dallo spunto di un recente articolo che evidenzia come San Marino non avesse in programma, prima dell’emergenza sanitaria, celebrazioni per la figura di Raffaello nel cinquecentenario della scomparsa, può essere proficuo cogliere l’occasione per fare qualche considerazione sulla funzione della cultura e sul suo ruolo in questi tempi difficili di limitazioni ed emergenza.

Un solo dato al momento è certo. Le mostre e i musei, i teatri e i cinema riapriranno solo a condizione di poter continuare a perseguire gli obiettivi prioritari di tutela della salute pubblica, probabilmente per ultimi, fanalino di coda della nostra vita aggregativa. Sul quando aleggiano ancora grandi punti interrogativi. Perciò diventa importante domandarsi cosa dovrà accadere nel frattempo. Cosa fare di quel patrimonio preziosissimo che, partendo dalla nostra storia e tradizione, è in grado di portarci attraverso i territori dell’immaginazione, del pensiero, del cinema e della televisione, dello spettacolo, del teatro, della danza e della musica, della prosa e della poesia. Un patrimonio che dobbiamo tutelare e potenziare ogni giorno di più, perché la cultura è il fondamento stesso della nostra identità. La cultura è la sintesi della libertà, che oggi abbiamo il dovere di fare emergere nonostante le restrizioni a cui ci dobbiamo attenere per il bene della salute di tutti noi.

E per farlo dobbiamo partire da un punto fondamentale e cioè accettare che l’essenza stessa della nostra vita culturale debba essere oggi rinnovata e ripensata. E, dunque, le occasioni – mancate o meno – del passato, forse non sono importanti in sé e per sé ma lo possono diventare in una prospettiva di rinnovamento, di revisione profonda della funzione culturale. Ogni nostra espressione dovrà cambiare pelle, essere riformulata e mettersi al servizio della rielaborazione di tutto quello che l’esperienza che stiamo vivendo lascerà nelle nostre vite.

Perché la cultura, nelle sua funzione di definire l’identità collettiva, è inevitabilmente aggregazione e oggi non è possibile pensarla in questi termini, se non come prospettiva di medio – lungo periodo. Perché lo sforzo immane che tutti stiamo cercando di produrre, sintetizzando una contraddizione profonda – uniti nella separazione e nell’isolamento – equivale al nostro volersi bene senza abbracciarsi: il cervello lo sa, ma il cuore continua ad avere bisogno del corpo, del gesto, della reazione dei volti e delle voci vere, non quelle che arrivano dagli altoparlanti di qualche videochiamata o teleconferenza.

E illudersi che tutto questo, passate le settimane più dure dell’emergenza, sarà spazzato via per tornare a come eravamo significa non voler capire che questo percorso è appena iniziato, che da ora in poi dobbiamo vivere facendo i conti con questa nuova dimensione e che la cicatrice che resterà in tutti noi avrà bisogno di tempo per rimarginare. Un tempo diverso, forse più meditativo, più lento in un certo senso, con meno mobilità e la voglia di riabituarsi a un mondo che nel frattempo sarà profondamente cambiato.

E allora quello che dobbiamo fare è distillare possibili risposte per interpretare questo improvviso presente, a cominciare dal cogliere fra le prime le opportunità della tecnologia. Virtualizzazione dei servizi, comunicazione via web, diffusione di strumenti condivisi, contenuti digitalizzati da fruire, intanto, per restare agganciati alla cultura che tornerà.

Tornerà non solo per aiutarci a fortificare la nostra identità nazionale, ma per suggerirci come elaborare questi tempi complessi, proponendosi anche come nuovo volano di sviluppo economico. Perché anche di questo ci sarà bisogno. Miniere del pensiero, della sensibilità, dell’espressività e – in ultima analisi – della libertà di pensiero e azione, da scavare a piene mani, per distillare una risposta civile che sia anche economica, un modello sociale e di produttività libero, leggero, perfettamente adatto al nostro Paese.

Perché l’economia della cultura potrà essere il cardine di una rinascita: progetti di sviluppo legati alla produzione e commercializzazione di arte, alle esperienze di residenza artistica, teatrale, musicale, alle produzioni di spettacolo o cine televisive, allo sviluppo del settore musicale e letterario, alla gestione dei diritti intellettuali. Progetti in grado di creare gettito, reddito, occupazione grazie a un nuovo indotto che potrà fiorire nel Paese e che, oltre a questo, sapranno farci crescere nel fermento del pensiero e delle idee.

E, nel frattempo, le occasioni da cogliere sono davanti a noi, per costruire un nuovo interesse, una nuova attenzione collettiva. Con una proposta concreta: perché non avviare subito una collaborazione finora inedita sui temi della cultura con la nostra televisione di Stato, lanciando un magazine che possa parlare al cuore delle persone e che racconti la nostra storia, i nostri antichi documenti e i nostri progetti per il futuro? In fondo, tenere viva la cultura è l’occasione che non possiamo permetterci di perdere.

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