San Marino. Le questioni politico-forensi e i tanti avvocati presenti nelle liste

Le questioni politiche legali e i tanti avvocati presenti nelle liste

Antonio  Fabbri

Qualche tempo fa, l’Ordine degli avvocati in un proprio comunicato chiedeva dove fossero mai le commistioni politicoforensi. In modo indicativo, ma non esaustivo, è emblematico vedere la partecipazione trasversale di avvocati nelle liste in corsa per le elezioni e non si possono non notare relazioni con temi che sono eccome al centro dell’agire politico e di quello giudiziario.

Fabio Righi (Motus Liberi), è difensore dei soci dell’Asset Banca dell’ex presidente Stefano Ercolani, nell’ambito dei pendenti ricorsi amministrativi circa il commissariamento della banca.

Rossano Fabbri (Libera), è difensore di Giuseppe Roberti, principale imputato del Conto Mazzini condannato in primo grado a 9 anni di carcere; 8 mila euro di multa, 4 anni di interdizione dai pubblici uffici e diritti politici, confisca delle somme sequestrate per 1.026.047,56 e del denaro, beni o altre utilità fino a raggiungere 7.911.687,24 euro.

Rossano Fabbri è anche avvocato dell’ex Magistrato dirigente, Valeria Pierfelici, nell’ambito dei procedimenti che la riguardano come denunciante o denunciata.

Andrea Belluzzi (Noi per la Repubblica), è difensore di Pietro Silva, imputato del conto Mazzini, condannato a 7 anni e 6 mesi, 7.500 euro di multa, quattro anni di interdizione dai pubblici uffici, confisca di denaro o beni fino a raggiungere 10.322.118,72 euro.

Gian Nicola Berti (Noi per la Repubblica), è avvocato di Gabriele Gatti, rinviato a giudizio per riciclaggio nell’ambito della contestata tangente del Centro uffici. Oltre a questo è, o è stato, avvocato anche di Stefano Ercolani. E’ avvocato anche dell’ex Magistrato dirigente, Valeria Pierfelici, nell’ambito dei procedimenti che la riguardano come denunciante o denunciata.

Maria Luisa Berti (Noi per la Repubblica), è avvocato di Roberto Ciavatta, rinviato a giudizio nel procedimento per il “blitz” in Cassa di Risparmio. Senza voler mettere in dubbio la serietà dei professionisti, che saranno sicuramente in grado di scindere il ruolo politico da quello legale, è però innegabile che le questioni forensi nelle quali sono impegnati abbiano occupato, occupano e occuperanno lo scontro politico nel corso della legislatura, come è stato in quella passata e come è stato pure in campagna elettorale.

Per fare qualche esempio: si ricorda nel 2017 a settembre che il caso “La Pietra”, è stato ritirato fuori, apparentemente all’improvviso, da Roberto Ciavatta in Consiglio per tirare in ballo il Commissario Buriani. Lo stesso caso è stato rilanciato sul suo profilo facebook l’altro ieri da Emilio della Balda, strenuo e retorico sostenitore di Rete, riprendendo un post fatto giusto il 2 dicembre da Giuseppe Roberti, che, come risulta dalle carte del “Mazzini”, programmava da allora di riesumare il caso con la sua versione. Proprio come ha fatto “al momento propizio”.

Si ricordano, poi, i quotidiani editoriali sul giornale di Stefano Ercolani, già noto per il caso “Re Nero”, volti a perorare le sue ragioni e quelle degli ex soci Asset, tra i quali c’è pure lui. Editoriali nei quali si dà ampio respiro alla volontà di mettere le mani sul tribunale appoggiando la preannunciata azione del futuro governo.

Si ricordano le affermazioni di qualche retino che ha sostenuto che quella del “Mazzini” sarebbe una “sentenza politica”, magari senza averla letta neppure distrattamente. Sarebbe bastato, per constatare che di politico ha ben poco.

Si ricordano, poi, le parti politiche schierate nella vicenda della sfiducia all’ex Magistrato dirigente.

Si ricordano pure le parole dell’ex segretario agli esteri Gabriele Gatti, che parlando del futuro governo al quale manifesta appoggio, ha avuto modo di dire al suo interlocutore: in tribunale “facciamo terra da ceci” facendo fuori “Buriani e tutti quelli che lo hanno appoggiato”.

Si ricordano i comunicati e le prese di posizione pubbliche e giudiziarie degli avvocati e dei politici: Ciavatta che è pronto a fare azioni di sindacato verso i giudici di appello; Berti che biasima il giudice Caprioli e sostiene che la sentenza del “Mazzini” si può già fare, indicando come marginale la celebrazione delle udienze pubbliche di secondo grado; Rossano Fabbri che, a latere di una udienza in tribunale, dice che la prima cosa che scatterà alla ripresa del “Mazzini” sarà la ricusazione del giudice Caprioli, reo di avere rinviato l’udienza, a suo avviso, senza motivo, perché doveva lasciare da parte il carico di lavoro amministrativo e civile.

Non sfugge che tale questione è al centro del conflitto di attribuzioni di cui è stato ammesso il vaglio dal Collegio Garante. Ricorso per il quale la ex opposizione, tra l’ignoranza e l’interesse di bottega, ha imbastito l’ennesima strumentalizzazione. Si ricorda l’ostruzionismo sulla presa d’atto dei Giudici di appello che ha segnato la tomba della separazione dei poteri e si vedrà se segnerà anche quella della “presa d’atto”, come retaggio incostituzionale del Consiglio Principe e Sovrano al quale pare si voglia riportare il Paese. Ora, queste sono solo alcune delle vicende che sul terreno politico si intrecciano con l’attività forense, anche diretta, degli avvocati candidati.

La domanda, allora, nasce legittima e spontanea: una volta eventualmente eletti, sarà possibile, anche solo agli occhi di chi ne vedrà l’attività, la distinzione del ruolo politico da quello professionale?

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