San Marino. Referendum aborto, Rete: “Infrangeremo le ultime barriere conservatrici”

“Siamo consapevoli che la strada non sia in discesa, anzi, ma fiduciosi che insieme si possano infrangere queste ultime barriere conservatrici”.

Con queste parole Rete commenta il successo del Sì al referendum sulla depenalizzazione dell’aborto nella Repubblica di San Marino.

In una nota, il movimento di governo ripercorre tutte le tappe della legalizzazione dell’aborto non solo a San Marino ma anche in altri Paesi europei: “Il 5 aprile 1971 a Parigi, scritto da Simone De Beauvoir, venne pubblicato ‘Le manifeste des 343’, una dichiarazione di numerose donne che annunciarono di avere praticato l’aborto in clandestinità, esponendosi alle conseguenze penali previste allora in Francia. Il Manifesto iniziava così: ‘Ogni anno in Francia, abortiscono un milione di donne. Condannate alla segretezza, sono costrette a farlo in condizioni pericolose quando questa procedura, eseguita sotto supervisione medica, è una delle più semplici. Queste donne sono velate, in silenzio’. A questa iniziativa ne seguirono altre in Europa, le donne evidentemente avevano iniziato a rompere quel silenzio e smascherare l’ipocrisia dilagante. Molti Stati risposero correttamente alle evidenti esigenze delle cittadine, ascoltandole e promulgando strumenti normativi in senso favorevole all’interruzione volontaria di gravidanza, sulla scorta di quanto già avvenuto in altri Stati. In Italia questo avvenne tramite l’adozione della ormai celebre legge 194/1978. Nonostante, quindi, una spinta progressista in tutta Europa, la Repubblica di San Marino rimase totalmente impermeabile e decise non solo di rimanere immobile, ma anzi di confermare l’impostazione del legislatore del 1800 all’interno del Codice penale emanato nel 1974. Molteplici negli anni le iniziative di sensibilizzazione e proposta portate avanti da cittadini, rimasti inascoltati, numerose anche negli ultimi anni Istanze d’Arengo e progetti di legge, chiusi in qualche cassetto di Palazzo. Una politica silente, incapace e non volenterosa quantomeno di aprire un dibattito costruttivo su questi temi ed in grado di offrire una risposta concreta alla cittadinanza. Fortunatamente, come spesso accade ultimamente (vedasi legge su unioni civile di iniziativa popolare e referendum su divieto di discriminazione per orientamento sessuale), la cittadinanza ha saputo sopperire alle mancanze o alle indecisioni della politica, troppo restia ad affrontare certi temi. Un gruppo di cittadini, a prevalenza femminile, rifondando la storica Unione donne sammarinesi, ha saputo farsi promotore e convogliare le voci di migliaia di donne, fino ad arrivare al trionfo referendario avvenuto il 26 settembre: un plebiscito a tutti gli effetti”.

Rete, sempre nello stesso comunicato, afferma di aver “da subito supportato il quesito referendario, facendo una campagna proattiva e sostenendo una causa in cui crediamo fortemente, come sosteniamo tendenzialmente ogni causa che riguardi i diritti civili e le libertà del singolo individuo”.

Ora “è doveroso, anche alla luce della vittoria schiacciante del Sì (77,30%), lavorare insieme agli altri gruppi politici ed alla cittadinanza, al fine di elaborare nei tempi previsti un testo di legge in grado di accogliere il quesito, fiduciosi di potere affrontare il discorso della salute sessuale e della tutela della donna in maniera completa sotto ogni aspetto”.

Infine, Rete ritiene doveroso ringraziare il comitato promotore, Unione donne sammarinesi e tutti coloro che hanno sostenuto questa causa, i quali “hanno saputo rilanciare il Paese all’interno di un contesto di attualità in grado di vedere la donna come cittadino con corredo di diritti e doveri e non come strumento procreativo, sul quale la collettività può decidere sulla determinazione del corpo”.

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