San Marino. Impegno in politica: lettera dell’Avv. Matteo Mularoni

SAN MARINO. Riceviamo e pubblichiamo. 

 

Ringrazio dello spazio che mi avete riservato e dell’occasione concessami per precisare che, diversamente da quanto riferito su alcuni organi di informazione, non ho intenzione di dedicarmi alla attività politica. La mia attività professionale ed universitaria non mi permette, infatti, di assumere un impegno altrettanto strutturato e continuativo, quale certamente è quello della politica “di mestiere”. Ringrazio, ovviamente, chi ha voluto rivolgermi un così gradito invito.

 

Dovrei, forse, non approfittare ulteriormente della disponibilità concessa, non fosse altro che il mio asserito impegno non cattura l’interesse della collettività; tuttavia, la passione verso il nostro Paese (e verso la vita politica in generale), quella sana, a lungo respirata in famiglia, mi impedisce di trattenermi e dare voce a qualche libero pensiero.

Siamo di fronte ad una rivoluzione silenziosa, iniziata da diversi anni con il cambio radicale e repentino dei fondamentali economici del sistema paese, proseguita con una diversa mappatura del quadro politico, anche (ma forse soprattutto) a seguito dei recenti filoni giudiziari. Nondimeno, assistiamo ad un mutato (ancorché tutt’ora precario) equilibrio fra i poteri dello Stato.

Si avverte una forte instabilità di governo, cui fa da contraltare una tangibile frammentazione delle forze partitiche, che non consente di progettare il futuro nostro e, soprattutto, quello delle prossime generazioni: l’aver scelto di virare verso la trasparenza, assumendo condotte virtuose, avrebbe dovuto imporre alla classe politica di (ri)progettare, con altrettanta rapidità ed efficacia, nuovi e coerenti fattori di crescita economica e sociale. Resta invece una forte frammentazione del quadro parlamentare, cui segue una paralisi della azione esecutiva; quando, invece, sarebbe necessario un deciso cambio di passo, una fase costituente per la nostra Repubblica, necessaria dopo che, all’alluvione delle inchieste giudiziarie, è seguita la siccità del tessuto politico, che non riesce a ridare slancio ed impulso ad un paese che non ha più tempo da perdere.

Una assemblea, prima promossa (e poi partecipata) da persone rappresentative della società civile, dunque non tanto al di sopra delle parti, quanto piuttosto rappresentativa di tutte le parti in gioco, confermate nel ruolo con il suffragio universale del Popolo. 

L’assemblea dovrà dettare, in un arco di tempo circoscritto e ben limitato (di modo che il percorso non sia neppure l’ombra di un trampolino di lancio verso il Governo) le regole fondanti il nuovo corso dello Stato, superando le attuali fazioni, i forti personalismi e le barricate ideologiche dal sapore anacronistico. La giustizia proseguirà nella propria funzione di accertamento delle responsabilità di fatti storici già accaduti, mentre l’Assemblea potrà, con altrettanta autorevolezza, scrivere le regole del nostro futuro.

Un Assemblea che, tra l’altro, sarà chiamata a rivisitare il quadro istituzionale, indicando i correttivi al mal funzionamento del nostro impianto; occorre un esecutivo dotato di adeguati poteri, non più soffocato da un metodo collegiale svilito da veti incrociati, si dovrà inoltre richiamare il potere legislativo affinché detti regole, dimenticate, volte a normare la transizione da una economia passata ad un sistema normativo moderno. Occorre poi una riforma giudiziaria ispirata a procedure ancor più moderne ed efficienti. L’efficienza della giustizia è presupposto di competitività economica e di concorrenza nei mercati.

Non meno importante è la scelta di posizionamento internazionale del nostro Paese, da cui totalmente dipende l’individuazione dei fattori di crescita economica. Qualunque sia il contesto, la riforma dovrà porre al centro la formazione e la crescita culturale delle persone, presupposto perché vi siano uomini, oltreché capaci, anche liberi. La corruzione attecchisce nei paesi meno sviluppati. La capacità di cambiare passo per il Paese non può essere poi affidata ad iniziative isolate, anche meritorie, delle singole Segreterie di Stato; si tratta piuttosto di dettare un progetto unitario per il Paese, di cui ciascuno ne divenga interprete. Il progetto comune nessuno di noi ancora lo conosce.

Sul progetto comune, costituente le nostre regole, ciascuno di noi deve impegnarsi, si tratterebbe di un percorso per le Istituzioni, non nei partiti: composto lo spartito, l’assemblea costituente dovrà sciogliersi, lasciando la parola al Popolo, affinché poi la politica ritorni ad esserne interprete.

Matteo Mularoni

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