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Libera abuntrocle Relinquo vos liberos ab utroque homine |
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0-Premessa 2-Alla ricerca del motto 3-Carpegna e San Marino, un tandem
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- 2 - ALLA RICERCA DEL MOTTO |
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I documenti trovati ed analizzati dall’Aebischer rivelano fra loro “complesse parentele”. Riportano pressoché tutti, con piccole variazioni rispetto ad un canovaccio di base, la Vita del Santo già ben presente nella tradizione sammarinese orale e scritta. Vi si racconta, dice il Garosci, “della venuta di Marino e Leo dalla Dalmazia, del loro impiego a scavar pietre sui monti: Leo si era recato sulla cima del suo monte, Marino del proprio. Quindi, tornato in Rimini, Marino vi aveva predicato dodici anni; per fuggirne però quando sopravvenne d’oltremare una donna, di lui infatuata e che si pretendeva sua moglie. Il povero Marino, onde sottrarsi a questa persecuzione della sua castità, torna sulla sua montagna e ci vive in orrida solitudine. Ma un giorno è scoperto casualmente e anche la pretesa moglie lo viene a molestare lassù. Sennonché l’asprezza e la castità di quella vita hanno finalmente ragione di lei, ciò che l’induce a tornare indietro, così che il diavolo finalmente libera Marino dalla sua noiosa presenza. S’inseriscono qui due miracoli, l’uno di carattere popolare come cioè Marino obbligasse un orso, che gli aveva divorato l’asino, a servirlo in vece sua; l’altro la guarigione del figlio [Verissimo] di Felicissima, che occasiona il dono del monte. Poi Marino torna ancora a Rimini, vi predica con San Leo contro gli eretici [in particolare contro Marziano] sotto la guida di San Gaudenzio, muore ed è sepolto sul monte“. La Vita di S. Marino si presenta come una tipica vita dei santi. “Le vite dei santi - dice l’Aebischer - appartengono in egual modo ... alla letteratura pia e alla storia religiosa; si tratta di un genere letterario con le sue regole e le sue consuetudini retoriche, un genere alquanto banale basato sull’impiego di cliché, di topiche, di trucchi, di storielle esemplari di devozione ingenua, riscontrabili un po’ ovunque ... E’ quindi inutile soffermarci sui luoghi comuni, sulle evidenti forzature contenute nella Vita Sancti Marini, come su tanti altri scritti analoghi. A questo schema obbediscono i numerosi passaggi riguardanti le virtù di uomo, di credente, di apostolo del nostro santo; l’ambiente selvaggio e feroce che fa da cornice al suo ritiro sul Titano. E’ superfluo ricordare che il tema della duplice tentazione di una donna che pretendeva di essere sua sposa e che alla fine egli manda via, dopo averla liberata dal demone che possedeva, era un tema ben noto nella letteratura agiografica, come pure la storia dell’orso, che, dopo aver divorato l’asinello che aiutava Marino, è stato da lui piegato ai suoi servigi”. Continua l’Aebischer: “Non importa che la base stessa della vita Sancti Marini non abbia nulla di verosimile... Siccome [l’Autore] destinava la sua pia storia, non certo alle moltitudini e neppure ai fedeli che frequentavano le funzioni religiose, ma alla lettura in pubblico come veniva praticata nei conventi, e più in particolare durante l’ora dei pasti ... egli mise tutta la sua attenzione nell’insistere sulle virtù monacali del Santo ..., la sua semplicità insieme alla sua scienza, la sua carità ed il suo spirito di obbedienza, la sua povertà, la sua frugalità, senza contare lo zelo che aveva messo ad Ariminum nella predicazione della fede, zelo di cui d’altronde fa mostra fino sul Titano, giacché proprio lì si convertì Felicissima e tutta la sua famiglia. Inutile quindi pretendere di considerare la nostra Vita come un documento storico: storica non lo è che per il fatto di celebrare un santo anacoreta di cui sarebbe profondamente ingiusto negare l’esistenza”. Il documento più antico che riporta la Vita ‘tradizionale’ è quello di Torino. E’ stato scritto, secondo l’Aebischer, nel “X secolo”. Secondo il Dolcini “la sua datazione più verosimile è riconducibile alla fine del secolo IX, o meglio, nella prima metà del secolo X”.
La Vita tradizionale, quale emerge dai documenti anteriori al XVIII secolo finora conosciuti, in merito all’eredità del Santo non va oltre alla trasmissione del possesso materiale del monte. Addirittura uno di questi, “il codice riminese”, ignora anche la donazione del monte. Quello riminese è un documento che si discosta, e non di poco, dagli altri. E’ più breve e fornisce una versione più succinta. Non riporta alcune delle “digressioni moralistiche e fantasiose”; non contiene “l’episodio di San Gaudenzo contro Marziano”; salta del tutto la “vicenda di Felicissima e Verissimo che donano il monte Titano all’eremita Marino”. Quest’ultima omissione ha calamitato l’attenzione degli studiosi, in particolare del Dolcini. Secondo il Dolcini la versione breve riportata nel codice riminese è senz’altro più antica di tutte le altre versioni: è l’archetipo di tutte le versioni della Vita lunga o tradizionale. La Vita tradizionale sarebbe derivata dall’allungamento di quella breve. L’allungamento sarebbe stato effettuato per procurarsi le “risorse pratiche di legittimazione per il possesso del monte Titano e dei luoghi limitrofi da parte dell’abbazia sammarinese”. Sarebbe stato utilizzato come prova documentale nella controversia, riportata nel Placito Feretrano, fra l’abate di San Marino ed il vescovo di Rimini per il possesso di beni fondiari adiacenti al monte. Già il Garosci aveva rilevato che, all’interno della Vita tradizionale, l’episodio di “Felicissima ... sta a sé, e sembra essere stato introdotto nella leggenda proprio per giustificare il dono del monte ... Non solum monte tibi dabimus, sed et omnia confinia et promontoria, quae sub montibus sunt, tibi et successoribus tuis perpetua concessione concedimus...”.
Nell’Italia Sacra, seconda edizione Nella versione breve non si fa cenno alla eredità del Santo. Nella versione lunga o Vita tradizionale se ne parla, ma limitatamente al possesso materiale del monte. Manca comunque in tutte l’altra parte del testamento, quella relativa all’eredità politica sintetizzata dal motto. Insomma, manca il motto. Il motto - ci informa l’Aebischer - si trova scritto per la prima volta nell’“Italia Sacra dell’Ughelli”, un libro sulle diocesi d’Italia, pubblicato a Venezia nel 1717. Trattando del Montefeltro l’Autore dedica uno spazio ragguardevole alla Repubblica di San Marino ed al suo Santo. Del Santo dice che è di origine dalmata, che ha lavorato alla ricostruzione di Rimini, che da Rimini si è allontanato per sfuggire alle persecuzioni di Diocleziano, che nella sua opera di apostolato sul Titano convertì Felicissima, padrona del luogo, la quale lo gratificò donandogli il monte. Sul Titano comincia ad accorrere gente richiamata dalla fama e dalla santità dell’Uomo. Vengono costruite case ed una piccola chiesa dedicata a San Pietro, “ubi nunc est. Inde crescentibus in dies aedificiis, et incolis a Marino locus nomen accepit, novisque civibus dixisse fertur iam moriturus Marinus. Filii relinquo vos liberos utroque homine. Nec vanam adhuc fuisse sancti viri prophetiam ajunt, siquidem ex eo tempore ad hanc diem libertatem semper retinuerint, qua nunc gaudent Reipublicae titulo”. Pure il Delfico, secondo l’Aebischer, ha letto il motto nell’“Italia Sacra dell’Ughelli”, anche se fa intendere di essersi servito di chissà quali antichi documenti. L’Aebischer non nasconde di non essere riuscito, per quante ricerche abbia fatto, a trovare traccia del motto in documenti anteriori al 1717. Tuttavia non crede che non ne esistano o che non ne siano esistiti. Ne è convinto. Tanto convinto da negare all’Autore dell’Italia Sacra ogni merito sul motto, in quanto, a suo dire, egli si sarebbe limitato a fare il “riassunto” di uno scritto precedente. Dà per certa l’esistenza di uno scritto precedente. Lo deduce dal fatto che la figura del Santo che emerge dall’Italia Sacra “non corrisponde in tutti i punti al racconto nella forma in cui la conosciamo noi nei diversi manoscritti della Vita che ci sono pervenuti”: passano in subordine gli aspetti eremitici e prende invece consistenza l’immagine di un Titano che si va rapidamente popolando in conseguenza della fama e della predicazione di Marino. Per cui, conclude l’Aebischer, necessariamente ci deve essere stata una Vita, diversa da quella tradizionale, di cui l’Autore dell’Italia Sacra si è servito.
L’Aebischer definisce “seconda versione della Vita” o anche “Vita modificata” il documento di cui si sarebbe servito l’Autore dell’Italia Sacra e da cui, in particolare, avrebbe preso la “scena della trasmissione effettuata da Marino poco prima del suo decesso, ed accompagnata dalle parole” del motto. Tale scena non c’è nella Vita tradizionale: è una aggiunta. L’Aebischer è convinto “che questa aggiunta non sia un parto della fantasia” dell’Autore. Il documento della “Vita modificata” non sarebbe meno antico di quelli della Vita tradizionale. Lo dimostrerebbe, secondo l’Aebischer, l’accenno al testamento che si trova nel libretto del Valli (1633). E lo dimostrerebbe ancor meglio la deposizione di uno dei testimoni del processo di Valle Sant’Anastasio (1296), il prete Pagano, il quale, sotto giuramento, ha affermato di aver visto e letto un privilegium ... [che] continebat quod ipsa domina [Felicissima] concessit Beato Marino dictum Castrum Sancti Marini liberum et absolutum ipsi Beato Marino, et omnibus volentibus habitare in dicto Castro. “Con la deposizione di Paganus noi avremmo una prova - ed assai interessante in quanto anteriore di ben tre secoli al piccolo libro di Matteo Valli - dell’esistenza, prima del 1300, di una Vita Sancti Marini diversa, per lo meno in certi dettagli, da quella che noi conosciamo ..., poiché , ... se anche questa ricorda la donazione fatta a Marino da parte di Felicissima ..., riferisce in più una scena sconosciuta ai manoscritti che noi conosciamo, quel ‘Filii relinquo vos liberos ab utroque homine’ pronunziato da Marino sul suo letto di morte”. Questa Vita, continua l’Aebischer, probabilmente si poteva leggere anche sul Titano: “Le vite dei santi sono state divulgate attraverso raccolte, passionari ed altre forme; senza dubbio tuttavia sarebbe ben difficile confondere questi manoscritti, sovente di aspetto imponente, con dei diplomi, dei privilegi o degli atti di donazione. Ma niente impedisce, almeno teoricamente, che la piccola e povera chiesa abbia posseduto, non già un Passionario o una collezione qualsiasi di vite di santi più o meno completa, e che pertanto non l’interessavano, ma una Vita del Patrono del santuario”.
Il motto e le circostanze in cui compare Il Delfico non cita la fonte da cui ha preso il motto e - secondo l’Aebischer - farfuglia in modo sospetto sulla data. L’Aebischer rivela la fonte, ne riferisce la data, ma, nel momento stesso in cui ne parla, riduce il valore della sua stessa segnalazione, dicendosi convinto che la vera data di nascita del motto è senz’altro di gran lunga anteriore. Entrambi sono certi che il motto sia nato attorno al Mille, che facesse parte di una Vita diversa da quella tradizionale ed antica almeno quanto i documenti su cui la Vita tradizionale si fonda, ed entrambi sono certi che solo per motivi accidentali affiori così tardi e, per giunta, staccato dal documento d’origine. L’ipotesi dell’esistenza di una Vita del Santo contenente il motto, parallela a quella tradizionale, che l’Autore dell’Italia Sacra e solo lui finora avrebbe potuto leggere, è certamente suggestiva e stimolante, data l’autorevolezza ed il prestigio dello studioso che l’ha formulata. Rimane però un’ipotesi, al momento, non verificata. Di tale Vita non si è trovata nemmeno una copia. Eppure, secondo l’Aebischer, avrebbe viaggiato anch’essa per secoli in parallelo a quella tradizionale della quale invece abbiamo molte versioni e, di alcune di esse, più di una copia. L’ipotesi dell’Aebischer ha indotto a concentrare l’impegno nella ricerca del documento ‘misterioso’ e, di fatto, a dedicare poca o nessuna attenzione allo scritto in sé ed al suo Autore, cioè agli unici dati, agli unici elementi oggettivi e concreti di cui si disponga. Si è arrivati, ad esempio, a non attribuire alcuna valenza al fatto che il libro è stato stampato a Venezia, cioè fuori dallo Stato della Chiesa. O al fatto che Venezia è una repubblica. Mentre contee, marchesati, ducati e granducati tradiscono già nel nome l’appartenenza alla scala feudale che fa capo o al papa o all’imperatore e quindi la dipendenza o dall’uno o dall’altro, una repubblica ne è fuori: non dipende né dall’uno né dall’altro. Come dire che il modo di pensare e di ragionare che sta dietro al motto, in una repubblica, in una qualsiasi repubblica, è di casa. Specie a Venezia - come San Marino - repubblica da sempre. E, nella Venezia del primo Settecento, il motto, forse, non è parso del tutto fuori tempo. Venezia sta ancora difendendo - sia pure stancamente e affannosamente - le prerogative della sovranità. Ed ancora la sua classe dirigente, tra un carnevale ed il successivo, trova un po’ di tempo per continuare ad opporsi alle consuete ingerenze papali, portate avanti attraverso il clero, o alla recente e crescente protervia imperiale, soprattutto dopo che gli Asburgo di Vienna, titolari di quella corona, si stanno disimpegnando sul fronte dei Turchi ormai ridotti sulla difensiva. In conclusione, agli occhi dell’editore-stampatore veneziano, il motto potrebbe essere parso non solo (o non tanto) una dotta espressione medioevale, quanto una affermazione politica di stretta attualità, di cui egli comprendeva e condivideva significato e valenza. Se il motto calza per Venezia, va bene anche per San Marino. Già a metà del Cinquecento il Bembo aveva scritto in un suo libro di storia su Venezia, uscito proprio a Venezia: dentro lo Stato della Chiesa, su un monte chiamato Titano, c’è "una comunità d'huomini montani che la republica amministrano né servono ad alcuno”. Molti libri erano stati stampati a Venezia nel corso del Seicento, con accenni più o meno brevi alla Repubblica del Titano considerata la ‘sorella minore’ della Serenissima. E ciò prima e dopo che il Valli pubblicasse il suo libro a Padova, territorio veneziano.
L’Italia Sacra ed il suo autore. Prima edizione Seguendo l’Aebischer si potrebbe intendere che si chiami ‘Ughelli’ l’Autore dell’opera “F. UGHELLI, Italia Sacra”, seconda edizione, pubblicata a Venezia nel 1717. In effetti non è così. Ferdinando Ughelli, un abate cistercense romano, vissuto fra il 1596 ed il 1670, ha curato soltanto la prima edizione dell’Italia Sacra, edita a Roma in nove volumi, fra il 1644 ed il 1662. Per ogni diocesi d’Italia l’Ughelli dà una sommaria informazione generale di tipo storico, cui fa seguire l’elencazione dei vescovi in ordine cronologico con brevi note biografiche spesso accompagnate da documenti, stemmi, sigilli. Quella del Montefeltro trova spazio nel secondo volume stampato nel 1647. La descrizione generale comincia da San Leo, Sancti Leonis civitas, quae etiam Leopolis appellatur, antica sede dei vescovi del Montefeltro. Si accenna alla sua storia, si riporta un lungo brano poetico per far conoscere come lo descripsit Pamphilus in lib.1 de laudibus Piceni, e non si dimentica di precisare che il luogo fa parte dello Stato della Chiesa, a seguito dell’estinzione della famiglia dei Della Rovere di Urbino, sotto cui era fino al 1631. Si racconta l’origine della diocesi per poi ritornare a San Leo per descriverne la cattedrale. Si parla pure dell’abbazia sancti Anastasij de Valle in medio Feretranae dioecesis. Si dedica un rigo o poco più al trasferimento della sede vescovile da San Leo a Pennabilli - una piaga ancora aperta fra le due comunità - senza prendere posizione in merito: a decidere furono Pius Quintus ultimo sui Pontificatus anno, ac deinceps Gregorius. Fra le parrocchie ed i conventi, nell’ambito delle informazioni geografico-religiose sulla diocesi in generale, si dice che quattuor insigniora oppida inter ea recensentur, nempe sanctae Agathae, Maceratae Feltrinae, sancti Marini, et Pinnae Billorum, caeteris conspicuum ob translatum in illo Episcopium, et cathedralem. Inoltre censentur in hac dioecesi quadraginta circiter milia animarum, et ex eius locis quaedam sed pauca imperio Sereniss. magni Ducis Hetruriae, caeterae sanctae sedi Apostolicae immediate subduntur, quae montis Feretri Episcopatus nomine comprehenduntur. Cuius Episcopus comitis titulo insignitus reperitur in veteris eiusdem Ecclesiae monumentis.
In conclusione, sfogliando l’Italia Sacra, prima edizione, San Marino appare una minuscola località del Montefeltro, di importanza certamente inferiore a San Leo e a Pennabilli, a livello di Sant’Agata Feltria e Macerata. Non risulta distinguersi, politicamente, dagli altri luoghi che tutti (ad eccezione di Sestino o Cicognaia, in mano al Granduca di Toscana) sanctae sedi Apostolicae immediate subduntur. Di Carpegna addirittura non si parla, pur vantando quei conti, per il loro feudo, un’origine anteriore all’anno Mille. Come non si parla dei Fregoso, signori di Sant’Agata Feltria, da poco divenuti marchesi, da conti che erano. Ed anche San Marino, come Carpegna, come Sant’Agata Feltria, alla pari degli altri luoghi del Montefeltro, sembra avere sopra di sé, anche in temporalibus, il vescovo, quasi che si fosse ancora nel profondo Medioevo. Come nel profondo Medioevo, il vescovo del Montefeltro pare rivendicare il titolo - ed i diritti? - di vescovo-conte: questa è una diocesi cuius Episcupus comitis titulo insignitus reperitur in veteris eiusdem Ecclesiae monumentis. Scorrendo poi la serie dei vescovi, si nota che il nome di San Marino ricorre due volte, e tutte e due le volte all’interno di documenti papali (di cui è pubblicato il testo) che ne mettono in discussione l’autonomia. C’è la bolla del 1125 di papa Onorio II che elenca al vescovo feretrano Pietro, a conferma - si ritiene - dei suoi diritti feudali, le località della diocesi, e, fra queste, Plebem sancti Marini cum castello, et pertinentibus suis omnibus. Più avanti si legge la bolla di papa Giovanni XXII, firmata il 10 dicembre 1321 in Avignone, con cui la curia papale comunica di aver preso in considerazione la proposta del vescovo feretrano Benvenuto di vendere al Comune di Rimini i suoi diritti - suoi in quanto vescovo della diocesi feretrana - su Castrum et Arcem Pennarum Sancti Marini. In pratica, dallo scritto dell’Ughelli, San Marino risulta essere, nel 1647, una terra immediate subiecta come le altre località del Montefeltro, acquisite dalla Santa Sede con la caduta del ducato d’Urbino nel 1631.
L’Ughelli non descrive la realtà politica effettiva della diocesi feretrana, ma piuttosto quella auspicata dal corrispondente locale, cioè, quasi certamente, dal vescovo feretrano del momento, Bernardino Scala, fresco di nomina. Quello relativo alla diocesi del Montefeltro non è l’unico errore presente nell’opera, da subito accolta da un coro di critiche appunto per le lacune, le inesattezze riscontrabili soprattutto nei primi tre volumi. Lo stesso Muratori si dichiarerà disponibile a collaborare ad una riedizione “non già per levar da quei libri alcuna di quelle verità che l’Ughelli talvolta stampò con quella santa sincerità e libertà che si desidera da tutti i saggi eruditi, ma per emendare gli errori da lui commessi, o perché troppo si fidò d’altrui, o perché non bastò egli solo al grave peso di quella mole“. Tuttavia lo scritto dell’Ughelli sulla diocesi del Montefeltro mette allo scoperto il proposito delle autorità pontificie - e non solo a livello locale - di procedere ad una normalizzazione politica della zona, rimasta molto frammentata dopo la fine del ducato di Urbino, quando si estinse la famiglia dei Della Rovere. I Della Rovere avevano governato col titolo di duchi su investitura papale, ma conservando anche il titolo di conti del Montefeltro derivato da una più antica investitura imperiale. Gli abitanti del Montefeltro avrebbero potuto, nell’occasione, frapporre ostacoli al passaggio della ‘provincia’ alla Santa Sede, rivolgendosi o minacciando di rivolgersi all’imperatore. Magari per strappare qualche privilegio prima di accettare supinamente il nuovo ordine delle cose. Non fu così. E non solo perché in quel periodo l’imperatore era impegnato in guerre su fronti lontani. I Carpegna, i Fregoso e le autorità ecclesiastiche, sfruttando le ataviche divisioni fra le varie località feretrane, si adoprarono perché ognuna entrasse in gara con le altre per arrivare prima al giuramento di fedeltà alla Santa Sede. A fare gli onori di casa a Roma alla delegazione ufficiale della ‘provincia’ del Montefeltro c’erano, accanto ai Barberini, i Carpegna: 20 giorni di festeggiamenti in giro per la città sui carri messi a disposizione dall’aristocrazia romana.
San Marino continua ad autogovernarsi San Marino non era stato assorbito dallo Stato della Chiesa. Per parare le conseguenze di una eventuale estinzione della famiglia ducale d’Urbino, già nel 1603 (era papa Clemente VIII) aveva strappato alla Santa Sede l’impegno a ‘proteggerlo’ in sostituzione di Urbino, qualora, appunto, quel ducato fosse venuto a mancare. Il patto di protezione fu poi riconfermato nel 1627 da Urbano VIII. La Santa Sede nel 1631, anno in cui si spense l’ultimo duca d’Urbino, non inserì San Marino nella lista delle località che venivano annesse allo Stato della Chiesa. Giustamente il Valli nel suo libretto scrive: “dopo la morte del Religiosissimo Duca Francesco Maria Secondo di questo nome, che sempre l’amò, e stimò quasi pupilla de gli occhi suoi, ella [cioè la Repubblica] è restata sotto la Sincerissima protettione di Santa Chiesa, e del Sommo Pontefice Romano”. E - aveva profetizzato - “vi starà perpetuamente”. In effetti nel 1647, quando esce il libro dell’Ughelli, San Marino non è governato da funzionari nominati dalla Santa Sede o dal vescovo del Montefeltro. Si autogoverna. Ai vertici c’è un Consiglio. Il Consiglio, scrive il Valli, “nel governo, nella giurisditione, e nelle cose temporali sicome non riconosce sopra di lui altro che Dio, così è Signore, e Patrone assoluto, et hà il mero, e misto imperio e libero comando sopra i sudditi suoi”. Ad assicurare i sammarinesi contro i cattivi propositi del nuovo vescovo del Montefeltro, Bernardino Scala, sono i rapporti che essi continuano ad intessere direttamente coi papi. Innocenzo X, ad esempio, il papa del periodo in cui esce il libro dell’Ughelli, sta rispettando gli accordi sottoscritti dai predecessori, Urbano VIII e Clemente VIII. Non solo. Nel 1645 è intervenuto per risolvere, a favore di San Marino, un risvolto applicativo di tali accordi che stava creando qualche problema: ha precisato con un breve che i sammarinesi, per i loro beni posseduti nello Stato della Chiesa, non possono essere gravati, località per località, più degli abitanti del luogo. L’intervento di Innocenzo X è molto importante per San Marino nei confronti dei riminesi fermamente intenzionati a trattare i sammarinesi, nel pagamento delle collette, alla pari di tutti gli altri forestieri. In effetti Rimini, nel periodo immediatamente successivo alla caduta del ducato d’Urbino, mostra nei confronti del Titano non solo il bastone, ma anche la carota. La carota consiste, ad esempio, nel concedere a più mani la cittadinanza riminese a sammarinesi che ne facciano richiesta e nell’affidare posti amministrativi anche di rilievo a professionisti sammarinesi. A partire dal 1636 comincia a lavorare per l’amministrazione riminese addirittura Matteo Valli. Ha un incarico triennale, che però sarà rinnovato più volte nei quindici anni successivi. Il Valli tuttavia non cessa di dare anche in quegli anni il suo apporto, di cittadino e di professionista del diritto, alla Repubblica. Nel 1653 Rimini non rinnova l’incarico a Matteo Valli. Su San Marino puntano lo sguardo, dopo la caduta del ducato d’Urbino, non solo Pennabilli o Rimini, ma anche Ravenna. Nel maggio del 1639 il Presidente della Legazione di Romagna, avendo ‘scoperto’ che il Titano era “stato soggetto all’Essarcato di Ravenna”, chiese a Matteo Valli di spiegare “come se ne fosse sottratto”. Domanda pericolosissima commenta lo stesso Valli: “hora è una stagione che i famelici e sitibondi hanno gran sete et apetito alla giurisditione e stati altrui, e vanno perciò procurando che si veda se si trova alcun pelo nell’ovo. Piaccia al cielo che più tosto si muoiano a digiuno, che di saturarsi in questa parte vedano i giorni loro”.
San Marino si era preparato per tempo al crollo del ducato d’Urbino. I Carpegna non sono stati da meno. Anch’essi sono partiti con sufficiente anticipo. Ma a modo loro. Nel 1615 il conte Orazio, del ramo Carpegna-Castellaccia, uomo di fiducia del duca di Urbino, da avversario dei papi, improvvisamente passò al loro servizio, pur conservando il precedente rapporto fiduciario col vecchio duca. Venne nominato governatore generale delle armate pontificie. Entrò nella ‘corte’ della potente famiglia romana dei Barberini. Il ramo Scavolino-Gattara piazzerà alla corte degli stessi Barberini, in diversi tempi, addirittura tre uomini: Ulderico, Ugo e Ambrogio. In cambio del loro aiuto ad un passaggio indolore alla Santa Sede del ducato d’Urbino e del Montefeltro in particolare, i Carpegna ottennero da Urbano VIII, un Barberini, il mantenimento delle loro contee e l’ingresso nell’aristocrazia pontificia, cioè in quel ristretto numero di famiglie dalle quali proviene gran parte dei vertici della Chiesa e dello Stato della Chiesa. Già nel 1633 Ulderico, del ramo Scavolino-Gattara, è cardinale. Un cardinale molto giovane: ha 38 anni. I Carpegna, proprio negli anni in cui l’Ughelli pubblica la sua opera, stanno dando la scalata ai posti di potere più ambiti nello Stato della Chiesa.
Sant’Agata dei Fregoso non regge In ambito feretrano, oltre alle contee dei Carpegna e alla Repubblica di San Marino, sopravvivono altre piccole autonomie. Una di queste è Sant’Agata Feltria in mano alla famiglia dei Fregoso fin dalla seconda metà del Quattrocento. I Fregoso sfruttano un rivolo del commercio fra Romagna e Toscana, come del resto altri feudatari annidati fra i monti di questa parte dell’Appennino. Anch’essi avevano dato una mano alla Santa Sede ad acquisire senza difficoltà il Montefeltro nel momento della devoluzione del ducato di Urbino. In compenso Urbano VIII, qualche anno dopo, rinnovò a loro l’investitura e, in sovrappiù, da conti li elevò a marchesi. La famiglia dei Fregoso, superato quel difficile passaggio, continuò ad amministrare il suo feudo, probabilmente senza troppe preoccupazioni per il futuro. Nel 1654 le autorità pontificie non si rifiutarono di permettere che al marchese Orazio succedesse il fratello Aurelio II. Ma alla morte di questi decisero di voltare pagina. Benché la famiglia non fosse estinta e ci fosse un erede giovane, vivo e vegeto, il feudo fu soppresso. E senza andare troppo per il sottile. Un giorno del 1660 arrivò a Sant’Agata da Urbino un semplice uditore, un Albani, con un foglio in mano: il “mandato de associando et quatenus opus sit de immittendo...”, spedito “da Mons. Tesoriere di Nostro Signore” papa Alessandro VII. La famiglia dei Fregoso, evidentemente, non era in grado di difendersi. Nessuno infatti corse in suo aiuto. Quanto alla popolazione, dopo qualche piccolo dissapore a causa dei tributi da pagare ai nuovi ‘padroni’ non meno esosi dei precedenti, tutto si appianò con qualche ricorso a Roma. La sorte toccata ai Fregoso deve essere stata percepita come un campanello d’allarme a Carpegna e a San Marino. Carpegna e San Marino non stanno con le mani in mano ad aspettare il destino, rinchiudendosi nel proprio piccolo, limitandosi a sfruttare la rendita di posizione precedentemente acquisita.
Apecchio lotta per sopravvivere La contea di Apecchio, sita nell’alta valle del Metauro, nel retroterra di Fano, all’opposto di Sant’Agata Feltria, è un esempio di feudo che non si arrende e lotta con ogni mezzo per sopravvivere nella nuova realtà politica conseguente alla devoluzione del ducato di Urbino, di cui pure faceva parte. E’ in mano alla famiglia degli Ubaldini. Il conte Ottaviano III il 3 ottobre 1631 fu chiamato a giurare “fedeltà, devozione e ubbidienza alla Santità Sua e suoi Successori” nelle mani del card. legato d’Urbino, Antonio Barberini, nell’ex-Palazzo ducale di Pesaro, ribattezzato Palazzo Apostolico. Gli Ubaldini divennero quindi feudatari della Santa Sede come, in precedenza, erano feudatari dei Della Rovere ed ancor prima lo erano stati dei Montefeltro. Da subito però cominciarono i contrasti. Il conte Ottavio - un carattere energico e determinato - cominciò a rivendicare la esenzione dai tributi in vigore nello Stato della Chiesa giacché, sosteneva, il suo feudo in precedenza era esente dai tributi in vigore nel ducato d’Urbino. Ovviamente le autorità pontificie respinsero quelle pretese. Si aprì un contenzioso. Il dibattimento ebbe luogo davanti al Commissario della Reverenda Camera Apostolica e agli Appaltatori del sale della Legazione di Urbino. Sette apecchiesi si presentarono per affermare sotto giuramento che “da 10, 20, 30, 40, 50 e 60 anni in qua, e da tanto tempo che non v’è memoria d’huomo in contrario...detti Sig.ri Conti [d’Apecchio] sono sempre hauti, tenuti e reputati comunemente liberi, immuni et esenti, e per tali sono stati trattati e riconosciuti da detti Duchi [d’Urbino]et loro Ministri”. Di questi volenterosi si parla nei verbali come di “fidi testimoni del Conte Ottaviano, che inventarono tante menzogne... Sette protervi uomini che, con faccia di bronzo, a mezzogiorno ricusavano di vedere la luce del sole”. Gli Ubaldini tuttavia non mollarono. Fecero ricorso. Decisi a tutto, dopo decenni di alti e bassi, ingaggiarono il più grande esperto di diritto del momento, il famoso giurista Giovanni Battista De Luca. Morto il conte Ottaviano, i figli, fra cui Gentile e Paolo, continuarono a battersi con la grinta del padre. Mentre Gentile amministrava la contea, Paolo, imboccata la carriera ecclesiastica, si trasferiva a Roma per seguire di persona l’andamento della causa. Le notizie che don Paolo invia da Roma ad Apecchio si mantengono per anni sul brutto stabile: “Mons. Commissario della Camera ... questa mattina mi ha detto che le nostre ragioni nulla valgano, mentre vengono buttate à terra dall’Investitura che noi habiamo del Duca di Urbino (1514)”. Cominciando a frequentare gli uffici romani, Don Paolo si rende ben presto conto che i legulei curiali sono fissati con le carte: vogliono carte, carte e carte. Non testimonianze. Lo fa presente al fratello. Gli dice di cercare, cercare bene. Nel Palazzo, gli ricorda, ci sono tante carte: ci sono “Casse piene di scritture”. Bisogna che si dia da fare, che “facci raccolta e scelta di quelle che fanno à proposito”. In fondo ne basta una, una sola: che attesti la “antichità e immemorabilità del Dominio” apecchiese. Il conte Gentile si dà da fare, cerca. A forza di cercare la carta viene fuori. Insomma da Apecchio arriva finalmente a Don Paolo la notizia della “scrittura miracolosamente ritrovata”. Miracoloso il ritrovamento ed ancora più miracoloso il contenuto della carta: “la Dichiarazione che l’ultimo Duca d’Urbino” Francesco Maria II fece prima di morire ai conti di Apecchio: i feudi di Apecchio “sono Giurisdizioni libere, con li loro territori, e sono da un tempo immemorabile posseduti da vostri Antenati, e hoggi sono vostre, e de Vostri Successori ... Noi non abbiamo facoltà alcuna nelle vostre Giurisdizioni“. E’ esattamente la carta che ci voleva. A Roma, quando don Paolo Ubaldini mostra quella carta, si mettono a ridere. Ma don Paolo non si arrende. Non lo spaventano nemmeno le difficoltà materiali. Mandare avanti la causa costa: “ogni informatione che questi Procuratori fànno pretendono otto testoni”. Stare a Roma costa. Da Apecchio soldi non arrivano. Non arrivano perché non ci sono proprio. “Hò impegnato la sottocoppa e i candelieri d’argento..“, scrive disperato don Paolo. Si era portato a Roma un paio di mule sicuro di venderle bene. Invece non è riuscito a piazzarle subito. Stando lì gli sono calate di peso. Ha dovuto, praticamente, disfarsene, venderle spaiate, insomma a prezzo di realizzo. Vende anche i vestiti: “lasciatomi solo il vestito che ho in vita, et uno da campagna”. Poi un colpo di fortuna: il loro illustrissimo avvocato, Giovanni Battista De Luca, è creato cardinale e diventa Uditore e Segretario dei Memoriali del papa. Da Roma parte una lettera al card. legato di Urbino: veda se può chiudere un occhio a proposito di Apecchio. Il card. legato si fa portare quella carta. Gli occhi li chiude tutti e due: per lui è autentica. Per scrupolo di coscienza la sottopone all’esame di due esperti di sua fiducia, i quali - c’era da dubitarne? - ne confermano l’autenticità. Così che il card. legato può scrivere a Roma: “non solo non permetterò che sia infierito alcun pregiudizio alle prerogative e privilegij della Famiglia de Signori Ubaldini d’Apecchie, ma sarà in me un ben vivo desiderio di vederglieli anzi accresciuti”. Ci siamo. Quando muore il fratello, è don Paolo stesso che diventa conte. Amministrerà la contea da Roma attraverso dei fiduciari. Ma adesso, per lui, è tutt’altro il vivere a Roma. Allarga il giro delle conoscenze. Fa carriera. Come sale al pontificato un Albani di Urbino, Clemente XI, ne diventa ‘Prelato domestico’. E’ fatta. I privilegi non solo non sono più in pericolo, ma si accrescono a dismisura. Così le entrate.
Dopo l’annessione del ducato d’Urbino, le contee di Carpegna e la Repubblica di San Marino dovevano apparire, viste da Roma, alla pari dei tanti “luoghetti, e dominij di franchigia, e di libertà” di cui ancora era punteggiato lo Stato della Chiesa. Piccole terrae mediate subiectae che pure da Roma, periodicamente, i papi si ripromettono di eliminare dopo aver assorbito le due più grandi, i ducati di Ferrara (1598) e di Urbino (1631). La Santa Sede, però, non adopera, in genere, la forza militare per portare avanti il suo proposito. Né segue un piano. Di quando in quando, ora qui ora là, si mette a cavillare sulla legittimità di questa o di quella autonomia, a cercare, come dice il Valli, il “pelo nell’ovo”. Ogni tanto ne sparisce qualcuna. Specie se è rimasta isolata, cioè senza protettori. In genere le autonomie - porzioni del territorio dello Stato non governate direttamente dal centro - sono feudi, cioè sono governate da una famiglia. A fondamento di un feudo c'è, o dovrebbe esserci, un diploma di investitura rilasciato da una autorità (in genere papa o imperatore) ad un determinato personaggio con diritto, in genere, di trasmetterlo ai propri eredi. A Roma in qualsiasi momento potrebbe venir deciso di andare a verificare l’autenticità del diploma di investitura da cui il feudo ha avuto origine e la regolarità dei passaggi successivi. La verifica potrebbe scattare anche per San Marino, dato il suo altissimo livello di autonomia, che non può non dare nell’occhio e non suscitare gelosie. San Marino però non è un feudo, e comunque il suo status non è conseguenza di un atto specifico emesso o da un papa o da un imperatore. Qualora se ne mettesse in discussione la legittimità, San Marino non sarebbe in grado di produrre documenti paragonabili in quanto ad efficacia, in sede di dibattimento, ad un diploma di investitura emesso in un dato anno da un dato papa o imperatore a favore di un dato personaggio, come è nel caso dei feudi. Alla base dell’autonomia sammarinese c’è l’atto di un Santo. Di tale atto si conserva traccia nella testa della gente. Non in un documento.
La certificazione dell’origine Il convincimento diffuso fra i sammarinesi di aver ereditato dal Santo il diritto all’autonomia potrà al più essere suffragato da testimonianze. Nel 1296 ai sammarinesi fu sufficiente giurare che il loro Santo li aveva lasciati liberi da chiunque, nemini teneri ... ab immemorabili tempore, per superare un momento non meno difficile. Si era allora in un periodo in cui la Chiesa cercava di porre fine ai processi in cui si acquisivano le prove con metodi tipo ‘giudizio di Dio’ e stava promuovendo, come stabilito nel Concilio del 1215, procedure giudiziarie basate proprio sulle testimonianze giurate. Nel Seicento, un secolo imbevuto di cultura giuridica, le testimonianze giurate non sono ritenute, in genere, sufficienti. Ci vogliono anche documenti, carte. C’è la mania, l’ossessione per il documento scritto. Ed il documento non è preso in considerazione se non è rilasciato da una autorità avente competenza nella materia in questione e se non è stato poi autenticato da un pubblico notaio. L’eredità ricevuta dal Santo va dunque suffragata da un documento valido in giudizio se i sammarinesi vogliono mettersi al sicuro nel caso di una verifica della legittimità del loro status. Va provata con una carta. Un carta che contenga, in sostanza, il testamento del Santo, cioè l’atto con cui Egli li nomina suoi eredi universali: possesso del monte e giurisdizione sul monte. Gli atti dei santi sono riportati nella loro Vita, cioè nello scritto confezionato per documentarne la santità attraverso quanto hanno fatto di ordinario e di miracoloso. Nella Vita del Santo del Titano, quella tradizionale, suffragata da documenti antichissimi che nessuna autorità religiosa si sognerebbe di contestare, si parla già di testamento e di eredità: a proposito del possesso del monte. Basta riconfezionarne il testo ed allargare il contenuto del testamento in modo da far figurare nell’eredità, a proposito del monte, assieme al possesso anche la giurisdizione. La nuova Vita dovrà poi essere accettata ed approvata da una autorità religiosa avente competenza in materia, e, su quella Vita, come su qualsiasi documento di cui si voglia la garanzia dell’autenticità, un pubblico notaio dovrà poter apporre il suo sigillo, così che possa reggere anche davanti ai legulei delle congregazioni romane.
Già il Valli ha costruito e riportato, nel suo libro, una Vita - sia pure brevissima - che va oltre la donazione del monte. Egli non si è limitato a fare un sunto della Vita tradizionale. Ha tagliato l’episodio dell’asino e dell’orso, quello della donna tentatrice e in genere tutti i passi moralistici funzionali all’edificazione dei monaci. Ha eliminato - il che sorprende un po’ - anche San Leo e San Gaudenzio. La scena è tutta occupata da Marino. O meglio, in anteprima c’è la “Matrona idolatra”, la padrona del monte che, si precisa, “possedeva questo Monte non solo come suo bene lodiale [cioè bene privato], ma come feudo, imperoché era Signora di giurisditione”. La “Matrona” ovviamente c’è perché deve concedere a Marino il monte, anzi “il libero dono del Monte”. Monte che Marino a sua volta, “nel punto della sua morte”, lascia “in libertà ... agli habitatori del Titano”. Dopo di che questi “posero” - subito? - tale eredità “in Stato di Republica”, assegnando il potere di governo all’assemblea dei capi famiglia (“Renga”), la quale, più tardi, lo trasferirà al Consiglio. Il Consiglio dunque è legittimato a governare San Marino come, nelle altre autonomie, è legittimato a governare un feudatario. Mentre nelle altre autonomie il feudatario ha ricevuto la delega di governo (investitura) da un papa o da un imperatore, il Consiglio l’ha ricevuta dall’Arengo che a sua volta l’ha ricevuta dal Santo, il quale l’aveva guadagnata coi suoi meriti e presso gli uomini e presso Dio. Ovviamente una tale versione della Vita, di natura prettamente politica, non avrebbe potuto affrontare il giudizio di una autorità religiosa di un certo livello, se non altro per la totale rottura con gli schemi classici della vita dei santi ed anche con gli schemi nuovi, quelli secenteschi, conseguenti alle nuove norme sul culto dei santi emanate da Urbano VIII.
Una Vita moderna, religioso-politica Nel 1661 viene ‘confezionata’ una Vita del Santo, nuova. E’ la prima “in lingua volgare di carattere moderno”. L’occasione per scriverla è fornita dalla richiesta di informazioni sul Santo proveniente da famosissimi studiosi belgi specialisti nel settore. Non è la prima volta che arrivano sul Titano richieste del genere. Non è la prima volta che a rispondere sono non, come sarebbe logico attendersi, dei religiosi, ma le autorità politiche. Rispondono Capitanei et Consilium Reipublicae Sancti Marini facendo proprio, con tanto di rogito notarile e testimoni, il testo elaborato da due incaricati, Alessandro Belluzzi e Gianfrancesco Manenti. Due laici; più precisamente, due esperti di diritto, due dottori in legge, nonché consiglieri. Il Manenti è un uomo maturo, originario di Montegrimano, divenuto cittadino nel 1628”. Alessandro Belluzzi è un trentenne già professionista affermato, una ‘testa d’uovo’. Belluzzi e Manenti nel costruire il testo, per ogni passo, a margine, ne indicano la fonte documentaria: codici, opere d’autore, manoscritti dell’ar-chivio sammarinese o testimonianze. E’ un lavoro critico portato avanti sulla base della Vita tradizionale. L’impianto, lo stile, il tono appaiono ancora quelli di uno scritto di edificazione religiosa, sia pure organizzato in modo scientifico. I passi della Vita tradizionale, che nessuno potrebbe rimettere in discussione suffragati come sono da prove documentali, danno valore di verità anche agli elementi nuovi che qua e là, con sapiente accuratezza, vengono inseriti e per i quali non esistono documenti di riferimento. Tuttavia il messaggio politico di fondo non viene tenuto nascosto. Già l’incipit lo prefigura: “San Marino Eremita che dié l’essere alla Republica di questo nome ...”. Il Santo da subito è presentato come un tutt’uno con la Repubblica. Il vincolo con la Repubblica è - per così dire - anche di tipo fisico attraverso “le sue preziose spoglie, quali come pegno di Protettione ... [la Repubblica] conserva con ossequiosa diligenza nella Chiesa Maggiore dedicata al medesimo Santo sotto le chiavi raccomandate alla Custodia degli Ill.mi Capitani, che sono il supremo Magistrato di essa.” La donazione del monte assume ovviamente un grande rilievo: “Felicita e Verissimo... vedendo che il Santo amava la solitudine del loro Monte e che il Cielo à caratteri de’ Miracoli gliene decretava il Possesso, con libero dono lo rilasciarrono à Lui ed à Compagni, che lieti dell’acquisto comminciarrono ad habitar quella altezza non più come nascondiglio, mà come Patrimonio, e riveriva Marino non solo come Santo, mà come Padre e da quell’hora il Monte perdendo il nome di Titano, fù poi sempre detto di San Marino”. In molti accorsero sul Titano attratti dal Santo e “recidendo le buscaglie acquistarrono terreno per fabricar sulle cime l’habitazioni, per seminar nei declivi le biade e trovando il Monte opportuno ad alimentarli con la fecondità del Tergo, ad assicurarli con la fortezza del Capo gettarrono sopra l’immota stabilità di esso i fondamenti della Terra e Republica di San Marino, che nel corso di 13 secoli mai scossi da urto straniero sostengono ancor’oggi intatto il pregio dell’Antica Libertà”. Descritta la fondazione della Repubblica, ci si abbandona a una lunga digressione sui pericoli sventati grazie all’apporto miracoloso del Santo, fra cui quello di Fabiano da Monte, prima di riprendere la narrazione della vita e continuarla fino alla morte del Santo. Così che l’attribuzione della fondazione della Repubblica al Santo emerge dall’architettura del testo anziché da una affermazione diretta che, evidentemente, avrebbe trovato maggiori ostacoli ad essere accettata. Tuttavia la sostanza del rapporto fra la Repubblica ed il Santo è espressa molto chiaramente: questa Repubblica “come riconosce dal merito della di Lui Santità la nobiltà de’ proprij Natali, così deve alle grazie del suo Patrocinio, che nel corso di tante Età non ha corso infortunio di vicende Terrene e pure non sono mancate l’insidie e le violenze de Potenti per rapirgli l’honore della sua Independenza, (Tesoro così prezioso)”. Gli Autori non mancano di inserire due miracoli, il numero minimo che le nuove regole sulla canonizzazione dei santi richiedono: la ‘Spelonca’ del Santo, ove crescono piante e fiori che altrove non si trovano e l’episodio di Fabiano da Monte con la nebbia che provvidenzialmente fa perdere l’orientamento agli assalitori. Nell’archivio della pieve di San Marino è conservato un sunto della Vita confezionata da Belluzzi e Manenti, intitolato: “Ristretto degli atti della Vita di S. Marino compilati dai Nobili Signori Alessandro Belluzzi e Gianfrancesco Manenti”. Al termine si legge: “Legalizzato dal Notaio Francesco Onofri colla ricognizione del Pubblico fatto li 9 settembre. Dal vescovo Feretrano li 23 dicembre. Da due Consultori del S. Uffizio di Rimini per ordine del Pio Inquisitore ... sotto li 12 e 17 marzo 1771”. Singolare è la dichiarazione con cui Bernardinus Scala Dei et S. Sedis Apostolicae gratia episcopus Feretranus approva lo scritto di Belluzzi e Manenti: plenam fidem facimus et verbo veritatis attestamur, retroscriptam narrationem gestorum divi Marini ... coram D. Francisco Honofrio publico e authentico notario reipublicae S. Marini, in eaque ad praesens cancellario nostro, recognitam cum legalitate dictae reipublicae a nobis bene visam, lectam atque jam debito pondere et maturitate examinatam, esse veri consonam; nihilque continere quod non muniatur auctoritate scribentium publicorum monumentorum, et immemorabilium traditionum per dioecesim nostram communiter acceptarum et pie creditarum. L’atteggiamento negativo assunto da Bernardino Scala nei confronti di San Marino pochi mesi dopo il suo arrivo nel Montefeltro, nel lontano 1643, e venuto alla luce attraverso lo scritto dell’Ughelli nell’Italia Sacra, prima edizione (1647), è definitivamente superato nel 1661. Altrimenti il vescovo non avrebbe espresso quella approvazione in termini così impegnativi, anzi non avrebbe autorizzato né la scrittura né la divulgazione di quella Vita scritta fra l’altro da due laici, in tempi in cui sono normalmente gli ecclesiastici ad invadere il campo dei laici e non viceversa, soprattutto nell’area dello Stato della Chiesa. Il vescovo Bernardino Scala ha un atteggiamento straordinariamente in sintonia con i sammarinesi. Sembra un sammarinese. In effetti quasi lo è. Il 19 gennaio 1660 egli ha chiesto che venissero aggregati alla cittadinanza sammarinese i suoi pronipoti, i Caccia di Cagli. Già il 24 febbraio dello stesso anno può spedire la lettera di ringraziamento, subito seguita da quella dei pronipoti.
La richiesta di informazioni sul Santo, che costituisce la causa prossima della compilazione della Vita di Belluzzi e Manenti, proviene da ricercatori d’eccezione, i padri Henschen e Papebroch. Essi sono venuti dal Belgio in Italia invitati dal papa, e stanno percorrendo la penisola alla ricerca di materiale per la loro colossale pubblicazione intitolata Acta Sanctorum. L’opera è organizzata come il Martyrologium Romanum, cioè come catalogo dei santi disposti secondo l’ordine delle loro feste. Comincia a uscire ad Anversa nel 1643 coi santi di gennaio: due volumi “accolti con vero entusiasmo dal mondo dotto”. Nel 1658 sono pubblicati i tre volumi relativi ai santi di febbraio. Il consenso aumenta. Arriva il plauso dei protestanti. Gli autori che si succedono nella redazione dell’opera, detti Bollandisti, sono famosi per “il rigore del metodo e la chiaroveggenza delle ricerche”. Il lavoro dei due sammarinesi, chiamato dai Bollandisti Commentarius Italicus de actis S. Marini, viene tenuto da essi in molta considerazione quando verrà pubblicato il volume relativo ai santi di settembre. E’ citato molte volte nel pezzo degli Acta Sanctorum dedicato a S. Marino. I Bollandisti colgono particolari che, vista la complessità della materia, potrebbero apparire del tutto secondari o insignificanti. Annotano ad esempio che la signora, padrona del luogo, Felicitas vocatur ab autoribus Commentarii Italici invece di Felicissima come in tutte le altre fonti, e che per la prima volta viene localizzato il suo ‘casino’ di villeggiatura in parvo monte, appellato Montecchio, ad pedem Titani versus Austrum, ubi vidua illa cum filio rusticabatur. E non perdonano errori di sorta. I due sammarinesi, a proposito del Santo, avevano scritto che sul Titano era rimasta “intiera l’heredità delle sue preziose spoglie” senza fra l’altro accennare alla ricognizione delle reliquie eseguita nel 1586. Ecco che padre Veldio, uno dei redattori del pezzo su S. Marino, scriverà: Commentarii auctores non videntur meminisse, dum illa scriberent; quod costa Sancti translata fuerit ad civitatem Arbensem in Liburnia: miror etiam nullum eos verbum fecisse de inventione corporis. Insomma il tono è piuttosto severo. Quando padre Veldio trova clusa scrive clusa, ma con nota a margine che fa osservare che altrove nel documento invece si trova clausa: mette in evidenza una mancanza di coerenza ed anche, forse, l’uso di una forma presa dal tardo latino. I Bollandisti ricevono il lavoro di Alessandro Belluzzi e Gianfrancesco Manenti nel 1665, corredato da una vasta documentazione sul Santo, ed in particolare da una serie di instrumenta redatti nel 1628 quando il vicario generale del vescovo feretrano effettuò un sopralluogo formale, un ‘accesso giuridico’, sul culto del Santo. Fra questi documenti, sorprende favorevolmente i Bollandisti una Declaratio magistratus San-Marinensis, che essi pubblicano quasi per intero, come prova del rapporto - definito esemplare - fra una comunità ed il suo Santo. Anche per i Bollandisti, come già per l’Ughelli, il punto di riferimento, diocesi per diocesi, è il vescovo. Ma questa volta Bernardino Scala redige di persona il materiale riguardante S. Leo, non quello di S. Marino. Affida il compito di rispondere ai Bollandisti, per S. Marino, ai sammarinesi stessi. Ed i sammarinesi non perdono la grande occasione che però darà, completamente, i suoi frutti soltanto a metà del secolo successivo (1748), quando finalmente verranno pubblicati i volumi del mese di settembre, dopo le vicissitudini cui andarono incontro tutti i Gesuiti ed altre, particolari, in cui incapparono i Bollandisti. |
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