Comitato Uno di Noi sull’aborto: “Ipocrisia o menzogna?”

Comitato Uno di Noi sull’aborto: “Ipocrisia o menzogna?”

L’aborto volontario è certamente identificabile come un’azione fortemente ingiusta e contraria al diritto alla vita, primo diritto di ogni essere umano, un’azione che di conseguenza non dovrebbe trovare posto in una società che metta veramente al centro la persona ed i suoi diritti, dall’inizio alla fine della sua esistenza. Invece in maniera subdola si tende ad enunciare un numero considerevole di eccezioni volte a giustificarne la legittimità.

Nel contesto sammarinese chi propone l’interruzione volontaria della gravidanza parla di “ipocrisia del sistema” in quanto le donne comunque abortiscono e sono costrette a varcare il confine per attuare la pratica abortiva.

Se una Nazione nel suo potere sovrano riconosce come ingiusta una determinata azione e pertanto non la legittima non si tratta di ipocrisia. Altrimenti si potrebbe ritenere ipocrita pure la mancata legalizzazione degli omicidi o dei furti, visto che tanto gli stessi sono una prassi diffusa.

C’è anche chi ha provato a sostenere, mentendo, che occorre abortire in anonimato in quanto in caso contrario il giudice penale sammarinese potrebbe condannare la cittadina sammarinese che ha abortito all’estero: falso, il diritto penale è retto dal principio della territorialità e dunque sono di norma puniti i reati commessi sul proprio territorio. Ai sensi del Codice penale sammarinese non è punibile l’omicidio di sammarinese o commesso da sammarinese all’estero; allo stesso modo non è punibile l’aborto commesso all’estero.

Oppure si è cercato di far credere che a San Marino la donna non possa abortire neppure quando la gravidanza mette in pericolo la sua vita: falso, in questo caso la donna può abortire in qualsiasi momento della gravidanza.

Di esempi simili ne potremmo enunciare altri, ma quello che ci interessa è mostrare come in realtà ci sia un filo conduttore di menzogna negli assunti di coloro che si definiscono pro-choice, di chi cerca di giustificare l’ingiustificabile in una realtà come quella sammarinese ove la prevenzione delle gravidanze indesiderate è garantita. O la tendenziosità nel non nominare mai il bambino, ovvero la vittima di questa tragedia.

È probabilmente utile ricordare le motivazioni che portarono alla approvazione della legge 194/1978 nella vicina Italia. Negli anni ’70 uno degli appigli per convincere della necessità di approvare la legge in materia di interruzione volontaria della gravidanza è stata la dichiarazione di voler contrastare in tal modo l’aborto clandestino, evitando la solitudine ed i rischi per la donna.

Ebbene, innanzitutto la legalizzazione dell’aborto ha lasciato alla sola donna l’intera responsabilità della gravidanza e ogni decisione in merito, deresponsabilizzando completamente l’uomo.

In secondo luogo, se davvero si tiene alla salute della donna varrebbe la pena ricordare che l’aborto non è indolore e spesso reca disturbi successivi di non poco conto che la donna in varie circostanze porta con sé per il resto della vita.

Inoltre vale la pena di evidenziare che oggi, con l’avvento della Ru-486, si è pienamente tornati ad una dimensione di completa solitudine e di gravi rischi per la donna. Nel 2020 il ministero della Salute italiano, con non poche prese di posizione contrarie da parte di alcune giunte regionali, ha deliberato l’uso dell’aborto farmacologico fino al sessantatreesimo giorno direttamente al domicilio della donna, lasciata sola ad affrontare l’assunzione dei farmaci, a subirne gli effetti dolorosi fino all’espulsione dell’embrione nei luoghi più disparati in cui possa trovarsi. Il rischio di questa procedura ormai di ampio utilizzo, oltre all’effetto devastante di un fallimento abortivo (5% dei casi) quando l’Ru-486 è assunta in fasi più avanzate di gravidanza, è collegata a un rischio malformativo stimato nel 23% dei casi quando l’aborto non avviene.

Inoltre i paladini della salute riproduttiva della donna nascondono che questo trattamento farmacologico non è scevro da effetti collaterali anche gravi quali emorragie e infezioni; dolori e spasmi addominali molto intensi (frequenti nel 30% casi); cefalea e nausea con vomito profuso (60% casi); revisione chirurgica necessaria (quasi il 5% dei casi); sepsi con esito letale (1 caso ogni 100.000 aborti).

Perché questi aspetti non emergono mai nelle parole rassicuranti pronunciate da chi si dichiara interessato alla salute riproduttiva della donna? Dove stanno l’ipocrisia e la menzogna?

A noi sembra che l’ipocrisia alloggi ove si voglia andare al di fuori di ciò che prevede la legge naturale, ove le mamme non abortiscono ma si prendono cura delle loro creature.

 

 

Comitato “Uno di Noi”

 

 

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