Luca Lazzari, sui padroni

IL PADRONE

C’era un tempo il padrone dei campi e della fabbrica, il padrone contro cui il proletariato combatteva la sua guerra per consegnare alla storia la «futura umanità». Ahimè, quel tempo si è esaurito e solo il padrone è sopravvissuto a esso. Eppure, quello che è chiamato welfare o stato sociale e che rappresenta ancora oggi il più importante riparo per le vite di ciascuno di noi, scaturì proprio dallo scontro di quegli anni, dal biasimato conflitto fra classi. Ma allora ai proletari era il pane a mancare. E così, nella serenità di condizioni di vita molto migliorate la tensione ideale si è estinta e “il sogno si è rattrappito”.
Ma qualcosa potrebbe riavviare quel tentativo spezzato; qualcosa su cui la sinistra non ha ancora saputo riflettere nel modo dovuto: così come nei laboratori analisi i terreni di coltura riproducono le esigenze metaboliche del microrganismo che si vuole coltivare, allo stesso modo il modello economico impiantato dalla Democrazia Cristiana sul finire degli anni ’80 ha creato le condizioni per lo sviluppo di un nuovo tipo di padrone. Un padrone che non ha nome, che non ha fisicità ma che è capace più di ogni altri di determinare la nostra realtà sociale, che sormonta i vecchi antagonismi, che è padrone dei vecchi padroni e che regna finanche sulla politica. Un padrone le cui tracce si ritrovano nelle speculazioni immobiliari, nelle transazioni bancarie e in un PIL che continua fortemente a crescere benché non sorretto da solide realtà produttive. Tutti sappiamo che senza quel padrone le nostre preoccupazioni si moltiplicherebbero, che le piacevoli futilità cui spesso ci concediamo dovrebbero essere abbandonate, che la ricchezza nella quale ci rallegriamo presto si esaurirebbe. Basta dare uno sguardo a una qualsiasi pagina di giornale per rendersi conto di quanto la sorte ci abbia favoriti: i campi di battaglia sono lontani, ci sorregge una delle reti di protezione sociale più solide d’Europa, ogni giorno abbiamo di che mangiare e avanza sempre abbastanza per un paio di vacanze l’anno o per un nuovo modello di automobile o per assecondare una qualsiasi altra frivolezza. Ecco perché da vent’anni continuiamo a spingerci lungo la stessa cattiva strada: perché la richiesta di cambiamento che attraversa il Paese non è sincera; perché ciò che intimamente tutti vogliono è che lo stato di cose presente si conservi immutato.
Ma qual è il prezzo che paghiamo a questo nuovo padrone perché ci sollevi dalle nostre responsabilità? Non è forse vero che egli ci libera sì dalla fatica del lavoro ma per consegnarci tutti alle logiche del suo interesse? Che il sostentamento offerto esige obbedienza? Ci abbandoniamo alla sua guida così come un figlio si abbandona a quella del proprio padre. E questo ci abbassa a «società adolescenziale», ci porta a disinteressarci dei problemi collettivi o ad ignorarli del tutto. Ma quando il ciclo si esaurirà e i capitali che ora ci sorreggono come cuscini d’aria verranno ritirati, rimarrà ben poco dell’amata e antica Terra della Libertà.
È in quest’ottica, a mio modesto parere, che si deve pensare alle vicine elezione. Ovvero come ad un’opportunità per introdurre nuovi modelli economici, per fare della nostro Paese un luogo di conoscenza in cui dominino ricerca e cultura – e non immoralità, decadimento e malaffare. La riconversione non potrebbe che essere difficile, lenta e attentamente misurata: ma esistono percorsi emancipatori diversi da questo? Ciò che abbiamo da guadagnare è il nostro futuro, il diritto ad autodeterminarci e a decidere delle nostre vite in ragione di valori condivisi e di una tradizione che appartiene a noi soltanto. La gioia di una ritrovata dignità collettiva è a pochi passi soltanto. Mettiamoci in marcia.
Luca Lazzari – Sinistra Unita

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